Per l'Italia non s'ebbe che qualche dimostrazione di strada e di teatro:

in questi si gridava monellescamente «viva Verdi», facendo col nome

dell'illustre maestro un anagramma: Viva Vittorio Emanuele re d'Italia.

Nel carnevale del 1860, la popolazione avendo disertato come a protesta

il corso di porta del Popolo per riempire quello di porta Pia, il

cardinale segretario Antonelli con satanica ironia mandò a quella

passeggiata politica in carrozza di gala il carnefice mastro Titta.

Nullameno la popolazione divorò in pace l'insulto. In sostanza la

metropoli non soffriva di agitazione rivoluzionaria: il residuo del suo

stato circoscritto dalle maremme toscane, dall'Umbria, l'Abruzzo e la

Terra di Lavoro, non aveva altra vita politica che quella del

brigantaggio. Le condizioni delle provincie erano miserande come pel

passato; la feudalità dei grandi signori romani vi spadroneggiava

d'accordo colla strapotenza del clero. Il brigantaggio antico come

costume vi rifioriva ora per aiuti del papa e del Borbone, compiendo di

corrompere la brutalità delle popolazioni.

La decadenza del governo papale diventava anche più scandalosa al

paragone del risveglio di ogni attività, prodotto dalla rivoluzione in

tutto il regno d'Italia.

Nella metropoli popolo e borghesia vivevano della chiesa; la burocrazia

v'era così cresciuta che si contavano quasi sessantamila impiegati; il

resto era plebe e servitorame; l'esercito raccogliticcio e straniero, e

piuttosto di parata che di guerra; la flotta composta di una sola

corvetta ancorata nel Tevere; l'antica università ridotta a poco più di

un seminario; i conventi innumerevoli e vasti come paesi: migliore se

non unica speculazione quella degli alberghi: Roma non viveva più che

d'ospitalità e di feste religiose.

Una vasta e torbida malinconia pesava sulla città eterna, fasciata dal

deserto inconsolabile del proprio agro come da un immenso mantello

luttuoso: le sue cattedrali, miracolo di genio e di grandezza, parevano

esse pure sopravvissute alla religione del popolo che le aveva erette:

la fede non vivificava più alcuno dei loro riti; le arti non abbellivano

più nessuna delle loro forme. La romanità era morta da secoli. I grandi

intelletti stranieri visitando Roma rimanevano colpiti dal silenzio

della sua vita, nella quale i costumi della plebe parevano di villaggio,

e quelli dell'aristocrazia riproducevano entro la più severa delle

cornici storiche il quadro effimero delle eleganze parigine.

Della republica del '49 non restava altra traccia che il Vascello ancora

rovinante: in Campidoglio durava, superstite maschera, un senatore del

quale nessuno si occupava, e che a certi giorni usciva in grande pompa

di carrozze e di valletti, come idolo vivente nella città di tutte le

idolatrie.

Questa era la capitale assegnata da tremila anni di storia all'Italia

divenuta finalmente nazione. Quando Garibaldi cadeva moschettato dai

bersaglieri sul pianoro di Aspromonte, Roma papale non avvertì nè il

pericolo, nè la speranza dell'avventura rivoluzionaria: i clericali ne

sorrisero sprezzantemente, i liberali indettati dal La Farina se ne

rallegrarono come di un trionfo della monarchia piemontese.

La convenzione di settembre.

Infatti poco dopo il ministero Minghetti, dal quale il Farini aveva

dovuto uscire per malattia incurabile, dava al problema di Roma capitale

la sola possibile soluzione per la monarchia.

Anche questa volta l'iniziativa venne dall'Inghilterra e dalla Francia.

All'indomani di Aspromonte lord Russell, proseguendo nella politica di

ostilità all'espansione dell'impero bonapartesco, che colla spedizione

al Messico accennava ad un'azione potente anche nel nuovo mondo,

protestava vigorosamente contro l'occupazione francese a Roma,

dichiarando la Francia responsabile del brigantaggio napoletano e di

ogni possibile complicazione europea nella questione italiana. Il legato

francese De Sartiges, succeduto al Benedetti, invitò quindi il gabinetto

di Torino a riprendere gli studi per una conveniente soluzione del

problema romano.

Il ministero, angustiato dalle agitazioni in favore della Polonia, dai

risultati dell'inchiesta parlamentare sul brigantaggio, dagli scandali

di ladrerie negli appalti delle strade ferrate pei quali l'ex-ministro

Bastogi e troppi altri deputati avevano dovuto ignominiosamente

dimettersi; sferzato dalle accoglienze entusiastiche fatte a Giuseppe

Garibaldi (marzo 1864) a Londra nell'intendimento di osteggiare

l'alleanza austro-prussiana a danno della Danimarca; sopraffatto

dall'avvilimento del nome italiano in Europa, credette necessario a

salvarsi un grande colpo politico.

Le trattative su Roma furono riprese.

Napoleone III, persuaso finalmente che la perfidia della curia romana e

l'indomabile istinto della rivoluzione italiana avrebbero potuto

suscitare dall'occupazione francese in Roma motivi di guerra europea,

pensò a trarsi dal cattivo passo senz'offendere le facili suscettibilità

dei clericali francesi. Il suo disegno finissimo per eccessiva

semplicità consisteva nel ritirare le truppe da Roma, incaricando la

monarchia italiana della salvaguardia del papa, e chiedendole un pegno

tale delle proprie promesse che significasse in faccia all'Italia e

all'Europa una tacita rinunzia a Roma. Cotesto pegno doveva essere

nell'elezione di un'altra capitale.

Alle prime aperture del governo francese il gabinetto italiano ripropose

la già fallita convenzione di Cavour: sgombro delle milizie francesi da

Roma e dal territorio pontificio, impegno per l'Italia di non assalire e

di non tollerare che altri assalisse il dominio del pontefice. Era

un'abdicazione al diritto nazionale col solito sottinteso di mancare al

trattato qualora eventi fortunati lo permettessero: la politica regia

non poteva sottrarsi a siffatto espediente. Ma l'imperatore, indovinando

il facile giuoco, pretese dall'Italia l'elezione di un'altra capitale

per esautorare simultaneamente la tradizione piemontese e il diritto

nazionale. Il ministero accettò. La subdola convenzione del conte di

Cavour, che all'indomani della proclamazione del regno italico mirava

con ogni sforzo e a qualunque prezzo di contraddizioni a trarre i

francesi da Roma, diventava coll'elezione di una nuova capitale

un'esplicita rinunzia a Roma: la presenza nel ministero del Minghetti,

ex-ministro papalino, e del Peruzzi, toscano tardi convertito all'idea

dell'unità, spiegava anche troppo chiaramente il pensiero politico del

governo. Non si voleva andare a Roma; dopo la Francia si temeva

dell'Europa; il papato, istituzione millenaria, cosmopolita, necessaria

al cattolicismo, era giudicato inseparabile dal dominio di Roma; la

monarchia italiana non osava abbatterlo. Si sentiva che la

rivendicazione di Roma avrebbe reso per sempre inconciliabili monarchia

e religione; il bigottismo del re rabbrividiva all'idea di così

terribile guerra; si esagerava il sentimento religioso delle

popolazioni; non si credeva al già visibile declino dell'impero

napoleonico; non s'intravedeva, e sarebbe stato facile e Mazzini da anni

l'aveva annunziata, la lotta imminente fra Prussia ed Austria, che

doveva ripetersi maggiore fra Germania e Francia. Il dottrinarismo

monarchico, effimera ed assurda miscela di tradizioni regie e d'idee

rivoluzionarie, di classicismo accademico e di empirismo plateale,

doveva soccombere nel grande problema di Roma.

D'altronde la necessità di trarre da Torino la capitale coonestava

l'espediente. Quanto all'umiliazione e all'impossibilità di proteggere

il papa da nuovi assalti italiani, dopo la triste vittoria di Aspromonte

non ci si pensava: all'accusa di abdicazione con sottigliezza

parlamentare si rispondeva invocando i plebisciti e proclamando che

colla nuova convenzione Roma ridiverrebbe dei romani: a questi il

pronunziarsi contro il papa in favore dell'Italia. Ma poichè li si

conosceva incapaci di tanto, si ripeteva con orgoglio l'insidioso

argomento.

Negoziatori italiani della convenzione, che prese nome dal 15 settembre

1864, erano il Nigra, allievo del Cavour, ambasciatore a Parigi, e il

marchese Gioacchino Pepoli, parente dell'imperatore, laido per vizi,

vano nella depravazione del poco ingegno; pel governo francese firmò il

ministro Drouyn de Lhuys. Dei cinque articoli il primo statuiva che

l'Italia nè assalirebbe, nè tollererebbe assalti al territorio

pontificio; il secondo fissava allo sgombro delle truppe francesi da

Roma il termine di due anni; il terzo assentiva al papa la formazione di

un esercito anche di mercenari stranieri; il quarto obbligava l'Italia a

negoziare colla Santa Sede per l'assunzione di una parte dei debiti

delle antiche provincie pontificie; il quinto stabiliva la ratificazione

della convenzione nel termine di quindici giorni. Un protocollo esigeva

però, ad ingiuria della fede italiana, che la convenzione non avrebbe

effetto, se non quando il re d'Italia avesse decretato il trasferimento

della capitale in altra città.

Per tale convenzione risorgeva a Roma il federalismo: invano governo,

parlamento e plebisciti avevano sino allora decretato una l'Italia e

Roma sua metropoli. Il papa acquistava il diritto di armarsi contro

l'Italia, alla quale da anni faceva un'orribile guerra di brigantaggio,

mentre la nazione veniva condannata ad essere il suo gendarme e a

ripetere indefinitamente la tragedia di Aspromonte, se tutti gl'italiani

non rinunciassero unanimemente ai patrii diritti.

Ma all'infuori di Roma nessun'altra città poteva essere capitale

d'Italia. Torino rappresentava la conquista regia, tutte le altre erano

state conquistate; Firenze non era più che la maggiore prefettura di

Toscana, illustre di gloria antica quanto povera di significato moderno;

Napoli, capitale delle due Sicilie, mancava di affinità col resto

d'Italia: trasportarvi la capitale sarebbe stato un cadere

dall'assorbente prepotenza piemontese nella più inorganica preponderanza

napoletana.

Senza Roma capitale la rivoluzione italiana non era più che una

conquista piemontese.

Ma la monarchia, che aveva vinto come negazione della rivoluzione, era

spinta irresistibilmente alla rinunzia di Roma. Il Pasolini, uscito

allora dal ministero degli esteri, l'affermava esplicitamente;

D'Azeglio, nel più misero dei propri opuscoli, lo dichiarava con

inconscio candore; il Boggio, deputato e pubblicista eminente fra i

moderati, aveva già confessato durante la tragedia di Aspromonte, che

Roma conquistata da Garibaldi all'Italia sarebbe stata una sventura per

la monarchia; e infatti questa non avrebbe avuto al proprio attivo che

il tradimento francese di Villafranca. Il Peruzzi con astuzia toscana

preparava già per Firenze il fasto e l'enorme debito di una capitale

immutabile; il Minghetti diplomatizzava accennando in un indefinibile

avvenire alla possibilità di ottenere Roma, ma lavorando con energia ad

assidere stabilmente il governo a Firenze.

L'Italia taceva come per Aspromonte.

La formula ipocrita: «Roma dei romani», contro la quale i pochi

mazziniani di Roma protestarono nobilmente, era l'argomento

rivoluzionario per sedurre i più ingenui; la perfida riserva di tradire

la convenzione dopo lo sgombro dei francesi, e appena se ne presentasse

il destro, l'argomento politico per convincere i più restii.

Fortunatamente per la monarchia, il papato, pauroso di un vero abbandono

da parte della Francia, protestava contro la convenzione dandole

l'apparenza di un falso patto.

Ma il modo col quale il governo l'annunziò al paese, ne tradì il triste

segreto: invece di publicarne francamente il testo, si credette furberia

preavvisare nell'_Opinione_, organo massimo del partito moderato, che

nel termine di due anni cesserebbe l'occupazione dei francesi in Roma.

Pochi giorni dopo la _Gazzetta di Torino_, altro giornale officioso, in

un articolo apologetico della convenzione, s'abbandonava a minacce

contro Torino, se mai osasse per grettezza municipale contrastare al

trasferimento della capitale. Allora la vecchia metropoli piemontese,

che credeva ingenuamente di aver conquistato l'Italia, s'inquietò: si

sapeva che Vittorio Emanuele era contrario alla convenzione per dignità

di re italiano e più per orgoglio di principe savoiardo; una ressa di

popolo tumultuante assalì gli uffici della _Gazzetta di Torino_, e non

si sperdette che sotto i colpi di daga dei poliziotti; il consiglio

municipale raccolto a seduta improvvisa protestò; circolavano voci di

altre cessioni territoriali alla Francia; si temeva per l'integrità

piemontese; il ministero con singolare inettezza, non prevedendo tanto

subbuglio, non aveva preso precauzioni, e non osava prenderne. Il

tumulto degenerò in ribellione, la legione degli allievi carabinieri

tirò sul popolo inerme che gridava: «Abbasso il ministero!»; la sera

appresso nuove rappresaglie ed altro sangue. Si contarono 23 morti e 80

feriti, fra i quali un colonnello. La guardia nazionale potè a stento

frenare la strage. Finalmente il re costrinse il ministero a dimettersi,

incaricando il Lamarmora di formare il nuovo gabinetto, e lo sdegno

municipale della città si placò in una indefinibile speranza sul nome di

questo illustre piemontese.

Trasporto della capitale a

Firenze.

Nel resto d'Italia le solite proteste e null'altro.

Mazzini in articoli roventi di dolore patriottico encomiò il tumulto

torinese fingendo di crederlo ispirato da un alto senso di italianità;

la publica opinione invece, mal disposta verso Torino, accettò

piacevolmente l'idea di una nuova capitale a Firenze, e rise colla

tradizionale furberia politica dello spirito italiano sul papa e

sull'imperatore, che potevano credere sul serio alla rinunzia a Roma.

I massacri di Torino vendicavano in certo modo i morti di Aspromonte.

Il Lamarmora, benchè avverso alla convenzione, dovette subirla;

solamente a sgravarsi della troppa responsabilità ottenne che il

trasferimento della capitale si compiesse per legge anzichè per decreto

reale, e la decorrenza del termine per lo sgombro delle truppe francesi

da Roma cominciasse dal giorno della sua promulgazione. Il parlamento,

convocato per discutere questa legge, recriminò sul ministero caduto

votando una inchiesta; il municipio torinese di rimpatto ne iniziò

un'altra. Quindi il gabinetto francese, commentando in una nota

diplomatica la convenzione per rendere più evidente la rinunzia italiana

a Roma, dichiarò fra i mezzi violenti interdetti all'Italia per entrare

in Roma anche i maneggi di agenti rivoluzionari; e si riservò, nel caso

di una spontanea rivoluzione nella città eterna, ogni libertà d'azione.

Allora il Lamarmora in una nota di risposta dovette riaffermare che

eseguendo la convenzione alla lettera non intendeva contraddire alle

aspirazioni nazionali, nè vincolarsi qualora scoppiasse in Roma una

simile rivoluzione.

La discussione della legge in parlamento durò tempestosa dal 7 al 19

novembre.

Il ministero vi si mostrò al di sotto della propria dignità. Si sarebbe

voluto, e il Boggio ne fu uno fra i più caldi oratori, che la Camera

accettasse senza controllo la convenzione già firmata dal re e

dall'imperatore; il ministro Giovanni Lanza sostenne con ingenua

improntitudine che la convenzione avendo avuto l'assenso dell'imperatore

non poteva decentemente discutersi dal parlamento; la sinistra combattè

abbastanza nobilmente invocando i plebisciti, che la convenzione avrebbe

distrutti, ma, soffocata nella propria antitesi di partito

rivoluzionario e parlamentare, rimase senza efficacia. In così suprema

questione le sarebbe bisognato il coraggio di dimettersi in massa per

appellarsi al paese; ed invece, malgrado la rinuncia a Roma, Francesco

Crispi, uno de' suoi capi più autorevoli, sostenne che la monarchia ci

unificava e la republica ci avrebbe divisi. Mazzini gli rispose invano

con una lettera tremenda d'ironia. Il Mordini, simpatico oratore e

rivoluzionario di recente convertito alla monarchia, votò la convenzione

scusandosi col sofisma traditore che le transazioni temporanee della

politica officiale non infirmavano la sanzione popolare della nazione

alla sua capitale; Giuseppe Ferrari, genio scetticamente profondo,

l'accettò giudicando Roma piuttosto sepolcro del cattolicismo che culla

di una terza Italia.

Poco dopo la Camera su proposta di Ricasoli rinunciava a discutere i

risultati dell'inchiesta sui casi di Torino, lasciando i ministri

colpevoli atteggiarsi a Catoni. Quindi una voce circolante, ed era forse

vera, commosse vivamente la publica opinione. Si temette che colla

rinunzia a Roma e cogl'impegni assunti di difendere il papa da qualsiasi

atto esteriore, il governo si fosse pure vincolato ad impedire qualunque

attacco al Veneto e, nel caso propizio di un ricupero di questa

provincia, a rettificare nuovamente le frontiere piemontesi colla

Francia sulla linea della Sesia. Mazzini sempre bene informato denunciò

particolareggiandolo questo segreto protocollo; il Villa, oratore

piemontese di parte democratica, commentò questa rivelazione, che un

discorso imperiale al parlamento francese parve riconfermare: il

ministero respinse alteramente tale accusa.

Intanto l'odio municipale di Torino cresceva a segno da mutarsi in

fervido amore d'italianità per dispetto a Firenze e alla monarchia. Una

vasta associazione politica coagulatasi improvvisamente coi più vari

elementi piemontesi scomponeva i partiti della Camera: il suo motto

d'ordine era il grido d'Aspromonte -- Roma o morte! -- Moderati e

democratici si stringevano in falange per combattere tutti i ministeri,

nei quali governassero gli uomini che avevano offeso Torino, e spingerli

a forza, come per vendetta, su Roma. Così la rivoluzione traeva nella

propria orbita i più restii conservatori di quel Piemonte che aveva

sempre considerato l'Italia come terra di conquista. La cosa giunse a

tale che si vide persino il Boggio, uno fra i più accaniti nemici di

Mazzini, trattare col grande esule a nome di questa associazione per

eccitare nuovi moti di ribellione nel Veneto.

Invero il governo, ostinato nel proprio concetto di una rinunzia a Roma,

non solo ritirava un incertissimo schema di legge sull'asse

ecclesiastico onde non sopprimere le corporazioni religiose, i beni

delle quali avrebbero rinsanguato le finanze, ma ritentava una

riconciliazione col papato. Nè l'ultima enciclica _Quanta cura_,

stridente di recriminazione contro l'Italia, nè il _Sillabo_, ove si

condannavano in ottanta proposizioni quasi tutti i postulati del

pensiero civile moderno, parevano nuovi ostacoli ai ministri. La Curia

romana colla solita malizia si prestò al giuoco: Pio IX scrisse una

lettera a Vittorio Emanuele per provvedere di buon accordo alle numerose

vacanze delle sedi vescovili nel regno; il governo deputò a Roma il

Vegezzi, magistrato illustre; corsero cortesie d'ambo le parti, e si

finì necessariamente ad una rottura, giacchè la Curia ricusò

ostinatamente al re il diritto all'_exequatur_ e al giuramento dei

vescovi.

Ma nemmeno quest'ultimo smacco persuase al governo migliore politica;

anzi il Lanza uscì dal ministero per non averlo potuto spingere a

maggiori concessioni verso il Vaticano, mentre il ministro Natoli

sospendeva la guerra aperta contro i seminarii.

Nel giugno del 1865 la capitale s'insediava a Firenze, ma i francesi,

secondo i termini della convenzione, rimanevano ancora a Roma nè

alleati, nè mercenari, nè presidio del pontefice, che la monarchia

italiana avrebbe dovuto tutelare e i romani sostenere. La loro presenza,

dopo il sacrificio di Torino e l'abdicazione a Roma, diventava il

peggiore degli oltraggi pel governo di Firenze così guardato a vista

dagli austriaci e dai francesi, sbertato dal papa, accusato di

tradimento dalla rivoluzione. Se a Torino l'Italia soffocava

nell'angustia dell'idea piemontese, a Firenze avrebbe dovuto perire per

la mancanza di una qualunque idea: da Torino si poteva guardare fiso a

Roma aspettando il momento per lanciarsi al suo assalto; a Firenze non

rimaneva più che aspettare nuovi ordini dalla Francia.

Intanto la piccola e bella metropoli coll'audacia mercantile dei suoi

tempi migliori si gettava a spese d'ogni sorta per ospitare nobilmente

il governo nazionale; nessuno credeva sul serio alla precarietà della

nuova capitale; corte e ministeri incuoravano il municipio; si demoliva,

si fabbricava, si abbelliva, si lussureggiava così che in pochi anni il

debito municipale raggiunse la cifra enorme di centocinque milioni.

Questo scandalo trascinò altri municipii; i debiti parvero un contagio;

all'imminente fallimento del governo si aggiunse il dissesto delle

provincie e delle più grosse città, mentre il giovane regno minacciato

simultaneamente dall'Austria, dalla Francia e dal papa, perdeva colla

sincerità del proprio principio rivoluzionario la sola originalità, che

potesse crescergli la vita.

CAPITOLO SETTIMO.

La prima guerra italiana nel Veneto.

Cospirazioni regie e democratiche.

Ambo le politiche avevano fallito davanti al problema di Roma.

Quindi Mazzini in una protesta veemente dichiarò di riprendere tutta la

propria libertà d'azione pel compimento dell'unità nazionale senza o

contro la monarchia: Garibaldi invece seguitò a tacere per non provocare

altri conflitti fratricidi fra governo e paese. Quegli e questi

cercarono aiuti nella democrazia estera mirando a coordinare i nuovi

moti italiani ad una rivoluzione di tutti i popoli, specialmente slavi,

aspiranti alla nazionalità.

La politica delle alleanze passava così dalla tradizione cavouriana

nell'azione rivoluzionaria a riconfermare che l'Italia con un esercito

di trecentomila uomini e quasi venticinque milioni di popolazione non

bastava ancora a riconquistare le proprie provincie di Roma e di

Venezia.

Dal proprio canto Vittorio Emanuele, insofferente delle troppe

umiliazioni, imitando da lungi i tortuosi avvolgimenti della politica

napoleonica, ordiva trame segrete con rivoluzionari esteri e nazionali.

Nella bramosia d'integrare al più presto possibile il grosso regno

regalatogli dalla fortuna, egli per scrupoli invincibili di cattolico

intendeva anzitutto al Veneto. Contro l'Austria ferveva tutto il suo

coraggio di soldato e il suo patriottismo di re: per opposte ragioni i

suoi disegni concordavano quindi con quelli di Mazzini persuaso

dell'impossibilità per Napoleone di cedere Roma all'Italia. Re e

republicano, di cospirazione in cospirazione, tra ungheresi e galiziani,

serbi e rumeni agitantisi ad oriente dell'Austria, finirono

coll'incontrarsi. Un segreto ascendente di re patriota, superiore alla

politica della propria monarchia, dava a Vittorio Emanuele un forte

vantaggio nelle nuove trattative con Mazzini, dacchè Garibaldi, malgrado

i tradimenti sofferti, seguitava a credere nella sua parola. La

glorificazione del re, prodotta da tutte le glorie assorbite dalla

rivoluzione, dominava inconsciamente l'uno e l'altro sino a farli

credere che Vittorio Emanuele potesse davvero contrapporsi con nobile

iniziativa al proprio governo. La sua bravura di soldato nelle battaglie

dell'indipendenza quando tutti gli altri re fuggivano, il suo generoso

cordoglio per la pace di Villafranca, l'alterezza ingenita di certi

sentimenti significati nelle crisi più dolorose della patria, e

sopratutto il bisogno istintivo di trovare qualche epica grandezza nella

forma politica prescelta dall'Italia a risorgere, persuadevano a molti

che nel re fosse qualche geniale originalità d'eroismo. L'evidenza di

troppi fatti contrarii non bastava in quell'orgasmo del dover risolvere

in qualche modo i due ultimi e massimi problemi della rivoluzione.

La lotta politica in Italia, Volume 3 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 13 / 29 段