abbastanza seria da persuadere i governi d'Europa a cedere Roma
all'Italia per cansare i pericoli di nuove rivoluzioni, se non che,
aiutandola sottomano, arrischia e teme di essere trascinato troppo
oltre. I suoi ordini sono quindi equivoci e contradditorii peggio del
disegno di una guerra in Grecia, col quale aveva cercato di sviare
Garibaldi: la Sicilia, galvanizzata momentaneamente dalla presenza del
proprio liberatore, s'infervora nell'idea di Roma, quantunque male
comprendendola. Non vi è preparazione di guerra ma tumulto teatrale: da
Genova la commissione esecutiva dell'associazione unitaria riprepara
aiuti ed organizza a Roma un comitato contro quello dell'associazione
lafariniana sempre ligia al governo ed ostile all'iniziativa
rivoluzionaria, manda a Garibaldi un piroscafo rimorchiatore con
bandiera inglese, e raccozza volontari; Mazzini avverso all'impresa ne
rimane sorpreso, e poco giova; i deputati Fabrizi, Mordini e Cadolini
spediti a Garibaldi per dissuaderlo finiscono col convertirsi
all'avventura. Garibaldi, trascinato dall'istinto tragico della
situazione, dimentica improvvisamente il vecchio senno militare e
politico di tutte le sue imprese: l'idea di Roma lo affascina, la
coscienza di essere nesso fra la nazione e il re per compiere i destini
d'Italia lo assolve anticipatamente di ogni illegalità e di ogni errore.
La sua fede in Vittorio Emanuele giunge all'assurdo. Così, quando questi
emana da Torino (3 aprile) un proclama di disapprovazione e di minaccia,
Garibaldi, memore della lettera colla quale due anni prima gli aveva
proibito di passare il continente alla conquista di Napoli, lo crede una
lustra, e lo legge alla propria legione. Il ritiro di Giorgio
Pallavicino dalla prefettura di Palermo lo lascia indifferente, la
disapprovazione del parlamento non lo turba.
Allora comincia la tragica avventura. Il governo, impacciato nei propri
equivoci, non sa nè impedirla, nè permetterla: concede al generale
Lamarmora, che li domanda da Napoli, i pieni poteri, manda proconsole a
Palermo il generale Efisio Cugia, richiama dalle terme di Valdieri il
generale Cialdini per affidare al suo odio invidioso la repressione
della nuova impresa garibaldina. Il partito moderato reso feroce dalla
paura di complicazioni colla Francia, avventa vituperii contro il
partito d'azione, ed accusa Garibaldi di voler rovesciare la monarchia.
Questi invece, evitando accuratamente ogni conflitto coi regii, che
nullameno avrebbero potuto accerchiarlo, traversa incolume tutta l'isola
dal bosco della Ficuzza a Catania; il suo esercito è una turba di
giovinetti, d'entusiasti, di discepoli, fra i quali i pochi veterani del
'59 e del '60 appaiono dispersi. A Messina un comitato apre pubbliche
sottoscrizioni ed arruolamenti; l'idea degli accordi col re occupa da
per tutto la mente popolare; il contegno dell'esercito regio ribadisce
questa opinione. Il prefetto di Messina chiede per favore notizie del
campo garibaldino al comitato di provvedimento; quello di Catania dopo
un colloquio col generale lascia la città per trasportarsi sulla nave
_Duca di Genova_; Garibaldi deve improvvisare nella città un governo
provvisorio con a capo Giovanni Nicotera.
Fabrizi e Mordini, recatisi al campo del generale regio Mella per
parlamentare, si sentono rispondere che non vi sono ordini per
combattere Garibaldi; anzi il generale offre di rimandare gli spedati in
camiciotto rosso fatti prigionieri dalle proprie avanguardie, pregando
come ricambio di cortesia che gli sia permesso di provvedersi di viveri
a Catania. Poi l'esercito regio accenna a levare le tende da
Misterbianco, e Garibaldi asserragliandosi nella città ripete al popolo
i due gridi -- Italia e Vittorio Emanuele -- Roma o morte -- .
L'equivoco diventa così torbido che nessuno può trovarne l'uscita.
La fregata inglese _Amphion_ lo raddoppia, ormeggiandosi fra la città e
la fregata italiana _Maria Adelaide_, quasi per proteggere Garibaldi; il
24 agosto questi, emanato un proclama nel quale annuncia di marciare su
Roma e riconferma la propria fede alla monarchia, cattura nella rada il
_Generale Abbatucci_ francese e il _Dispaccio_ italiano, due vapori
postali, sotto gli occhi della nave ammiraglia _Maria Adelaide_, che
invece esce dal porto lasciando alle fregate _Duca di Genova_ e
_Vittorio Emanuele_ l'istruzione sibillina «di operare a norma dei casi,
ricordando il bene inseparabile della patria e del re».
A mezzanotte Garibaldi salpa dal porto coi due vapori e tremila uomini
salutato da un'immensa ovazione di popolo: le fregate lo lasciano
passare, ma i due capitani cadono così sotto consiglio di guerra.
Garibaldi presa terra presso la spiaggia di Melito si è difilato su
Reggio; se non che, bersagliato mollemente dalla _Maria Adelaide_ ripara
sul pianoro d'Aspromonte. I suoi ordini agli uffiziali sino dalla
partenza da Palermo sono «evitare l'esercito e, in caso d'incontro, non
combattere»; di rimpatto Cialdini gli manda contro il colonnello
marchese Pallavicini di Priola come a brigante con ordine «di
schiacciarlo e di non concedergli resa che a discrezione». A mezzogiorno
del 29 i bersaglieri cingono in catena i pendii dell'Aspromonte, aprendo
sui garibaldini un vivo fuoco di moschetteria: qualcuno di questi
risponde a fucilate, ma Garibaldi ordina la cessazione del fuoco; allora
i bersaglieri tristamente aizzati si slanciano alla carica, mentre
Garibaldi, ferito da due palle alla coscia sinistra e al malleolo del
piede destro, cade urlando sempre: «Viva l'Italia, non fate fuoco!».
I morti di ambe le parti sono dodici, i feriti cinquanta.
La tragedia è compita: Aspromonte, mutato in calvario della rivoluzione
italiana, resterà la cima più alta della storia moderna.
Il marchese Pallavicini in tanta sventura, ultimo gentiluomo di un
esercito che tirando primo su Garibaldi macchiava il proprio onore, fu
ammirabile di rispetto e di devozione al ferito. La legione venne
disarmata e scortata: Garibaldi imbarcato sopra una lancia del _Duca di
Genova_, passando al traverso della _Stella d'Italia_, ove superbo della
misera vittoria s'impettiva il Cialdini, salutò con epica cortesia;
l'altro non rispose al saluto. L'Italia monarchica si rivelava intera
nel contegno di Cialdini. Infatti questi annunziò la propria vittoria
così: «Garibaldi, raggiunto in Aspromonte in formidabile posizione,
attaccato dalle truppe italiane comandate dal colonnello Pallavicini,
dopo vivo combattimento, pienamente sconfitto, ferito, prigioniero con
tutti i suoi.» La stampa moderata vantò il trionfo. Al Varignano,
lazzaretto e galera a mezza costiera di ponente nel golfo della Spezia,
ove Garibaldi fu trasportato, mancava ogni decenza ed ogni comodo di
alloggio per il ferito, mentre vi si largheggiava di conforti ai
cospiratori borbonici. Intanto una reazione senza nome insaniva contro i
garibaldini; a Catania s'arrestavano i membri del comitato, patrioti,
giornalisti, si disarmava la popolazione, si perseguitavano ferocemente
i volontari fuggitivi. Lamarmora, imprigionati a Napoli Fabrizi, Mordini
e Calvino, telegrafava a Rattazzi: «Ho arrestato i deputati; li fucilo?»
E il ministro più scaltro rispondeva: «li metta in libertà e si scusi».
Il generale Pinelli in un caffè di Messina brindò alla palla di
Aspromonte; a Fantina un maggiore De Villata, truce brigante, sorpresi
alcuni volontari fuggitivi, li fucilava dileggiando; il ministero, pazzo
di orgoglio fratricida, promuoveva sul campo il Pallavicini a generale;
in parlamento e nei circoli politici si disputava seriamente sul come
processare Garibaldi, e si pendeva incerti fra il senato costituito in
alta corte di giustizia e il magistrato ordinario. Prevaleva già il
secondo partito; la corte di cassazione di Napoli dietro invito del
governo aveva richiesto quella di Milano per la designazione della corte
d'assise giudicante.
L'Italia taceva. Solo Giosuè Carducci, il suo giovane e maggior poeta,
avventò un'ode che stridè come una saetta per la morta atmosfera di quei
giorni, ma il silenzio del popolo tradì il segreto della rivoluzione. Le
proteste del partito rivoluzionario, le veementi invettive di Mazzini,
gli sdegni di Cattaneo, le minacce di Nicotera chiedente alla Camera di
mettere il ministero in istato d'accusa, non sembravano e non erano che
rimpianti e rimbrotti di vinti: il popolo taceva. Il popolo, al quale
Garibaldi aveva dato l'unità, non ebbe allora una rivolta nè di amore nè
di onore. II governo potè moltiplicare pazzamente errori e provocazioni,
ma il popolo indifferente per Venezia, dimentico di Roma, inconsapevole
della rivoluzione dalla quale era uscito, vedeva nella monarchia il
miglior riparo alla propria fortuna, e le abbandonava Garibaldi come un
volgare disertore.
La monarchia italiana e il papato.
Con questo popolo e per questo popolo Mazzini sognava ancora una
republica italiana per strappare alla Francia l'iniziativa storica, ed
aprire un'altra epoca di civiltà in Europa! I Borboni avevano trovato
migliaia di briganti per una reazione antinazionale ed inumana;
Garibaldi ferito e prigioniero non provocò in nessuna città d'Italia il
più piccolo moto di ribellione. Le sue bande rosse soccombettero
all'ignavia nazionale. Se la monarchia fosse stata veramente un
principio nella rivoluzione italiana, non si sarebbe trovata costretta a
fucilare Garibaldi sulla via di Roma proclamata capitale da un voto
ripetuto del parlamento; ma se l'Italia non comprendeva allora il
sublime significato di Garibaldi moschettato per ordine di Vittorio
Emanuele, mentre si accingeva ad aprirgli l'eterna capitale del mondo e
ad incoronarlo in Campidoglio respingendo con ultimo sforzo tutto il
medio evo cattolico dalla storia moderna, le venienti generazioni
cresciute a migliore democrazia forse non potrebbero mai più
riconciliare nella propria coscienza la monarchia piemontese coll'idea
italiana, la sovranità nazionale col diritto regio.
Intanto l'Europa si esaltava d'amore per l'eroe ferito, cui il ministero
lesinava così ignominiosamente ogni conforto di cura che un impiegato
dell'arsenale dovette faticare più giorni per fornirgli un letto di
ricambio, e il dottore Riboli ebbe ad elemosinare per lui la biancheria
da una signora della Spezia. Quindi lord Palmerston mandò al ferito un
letto dall'Inghilterra, affrancato come una lettera perchè viaggiasse
colla massima rapidità, e per non umiliare il governo italiano volle
serbarsi incognito donatore; Partridge, primo chirurgo di Londra, fu
pagato con mille sterline dai propri clienti perchè venisse a visitare
il ferito; la Russia spedì il chirurgo Plougoff, Drouyn de Lhuys inviò
Nélaton; un mondiale plebiscito di carità vendicò Garibaldi
dell'ingratitudine italiana.
Allora il governo comprese il pericolo di processarlo: il sentimento
popolare si sarebbe probabilmente appassionato alla teatralità di così
grande dibattito, mentre l'eroe, chiuso fino allora nel più magnanimo
silenzio, avrebbe forse dovuto rivelare fra le morse di un
interrogatorio qualcuno dei molti imbrogli della politica regia,
scoprendo al disprezzo del paese la figura del re. Peggio ancora tutte
le giurìe del regno lo avrebbero certamente assolto di un delitto, del
quale nessuna abilità di magistrato avrebbe potuto definire la natura.
Fortunatamente le nozze della figlia secondogenita del re con don Luigi
di Portogallo offersero l'occasione di una amnistia; questa fu conceduta
il 5 ottobre a tutti i colpevoli di Aspromonte, meno i disertori che
condannati a morte ebbero commutata la pena in una prigionia prima a
vita, poscia a tre anni.
Il ministero, infatuato della propria vittoria su Garibaldi, credette
potersene giovare dopo siffatta reazione per chiedere la restituzione di
Roma all'Italia, come se le popolazioni avessero secondato il governo
nella repressione del tentativo garibaldino solo per la fede che il
governo del re sapesse meglio risolvere tanto problema. Ma a tale
querula questua, vantata dalla stampa moderata di allora quale una
protesta ammirabile di orgoglio italiano, Napoleone rispose al solito
con un opuscolo del Laguerronière, _L'Europa e il Papato_, ribadendo la
vecchia utopia, Roma essere indispensabile all'esercizio del potere
spirituale, e riproponendo un congresso europeo per dividere l'Italia in
tre stati. Il ministero tentò replicare: allora Napoleone chiamò al
Ministero il Drouyn de Lhuys, e mandò ambasciatori al Vaticano il La
Tour d'Auvergne, entrambi nemici d'Italia.
Così, in poco più di un anno dalla morte di Cavour, il partito
rivoluzionario aveva tentato indarno i due massimi problemi di Venezia e
di Roma contro la monarchia. A Sarnico il minuscolo moto aveva abortito
siffattamente che nel ridicolo della sua insufficienza militare
svanivano le brutture della reazione monarchica; ad Aspromonte invece la
tragedia del diritto nazionale era salita più alta dell'epopea
rivoluzionaria. Garibaldi, ritentando la distruzione del papato difeso
ancora da un impero francese, diventava l'ultimo martire di una lunga
storia di eroi. Da Arnaldo da Brescia a Cola da Rienzi, da Porcari a
Burlamacchi, da Dante a Machiavelli, da Bruno a Giannone, attraverso la
storia millenaria di un federalismo sempre tendente all'unità e di una
lotta fra la libertà del pensiero civile e l'autorità del pensiero
religioso, Roma era stata il centro della guerra e della vita italiana.
Il patto della chiesa coll'impero, di Leone con Carlomagno, si
riproduceva enorme, assurdo, mezzo secolo dopo la rivoluzione francese.
L'Italia, alla quale quel patto aveva tolto di essere nazione, non
poteva diventarlo che lacerandolo.
Garibaldi, l'eroe più italiano e più universale della democrazia
moderna, marciando su Roma assaliva contemporaneamente papato ed impero:
tutto il diritto moderno giustificava la sua impresa, tutte le libertà
erano scritte sulla sua bandiera. Fra l'antico patto della chiesa
coll'impero erano sorti prima vinti, poi vittoriosi i comuni; Garibaldi,
campione della nazionalità era insorto fra il nuovo, ed era stato vinto
dalla monarchia nazionale d'Italia nel nome della chiesa e dell'impero.
Onesta fatale mostruosità diventava più dolorosa al ricordo che la
democrazia italiana aveva già fino dal 1849 decretato a Roma
l'abolizione del potere temporale e la republica. Il pensiero italiano
parve quindi indietreggiare di molti secoli. Mazzini stesso, protestando
contro la bassezza del governo, criticava con meschini criteri di
opportunità politica il disegno di Garibaldi.
Intanto il ministero Rattazzi, sbattuto da troppe correnti, sprofondava.
Dalle simpatie di tutta l'Europa per Garibaldi il popolo riprendendo
coraggio, cominciava ad appassionarsi pel ferito. Le ultime umiliazioni
inflitte al governo dalla diplomazia francese rendevano più amaro il
lutto prodotto dagli equivoci ministeriali; le necessità dei nuovi
balzelli, fra i quali odiatissimo quello della ricchezza mobile,
aumentavano i pretesti al malcontento; le ladrerie moltiplicantisi nella
vendita dei beni demaniali, che a rovescio di ogni legalità si facevano
troppo spesso per ordinanza di ministro anzichè per decreto reale,
sminuivano la già scarsa fiducia nell'amministrazione centrale; la paura
della destra per una politica troppo complicata nella diplomazia,
compromessa colla rivoluzione, e pericolosa nei risultati, l'odio della
sinistra per il tradimento sofferto e per la raddoppiata sommissione
alla Francia, il trionfo del papato vantato dal clero oscenamente, tutte
queste colpe e queste forze si unirono contro il ministero, che dovette
dimettersi fra l'esecrazione universale.
Ma anche nella disperata difesa dell'ultima discussione Rattazzi
mantenne la propria superiorità parlamentare, destreggiandosi con
insuperata agilità fra tanta tempesta di accuse e di accusatori.
CAPITOLO SESTO.
Soluzione monarchica del problema di Roma
Roma durante la rivoluzione.
La tragedia d'Aspromonte, travolgendo il ministero Rattazzi, rese nella
coscienza publica più urgente il problema di Roma.
Rivoluzione e monarchia sentirono del pari la necessità di uscire da una
situazione che infirmava ogni fatto della nuova vita italiana. A Torino
la monarchia correva rischio d'immobilizzarsi nel piemontesismo reso più
odioso dall'obbligo di difendere il papato contro qualunque
rivendicazione nazionale. In parlamento la posizione dei ministeri
diventava sempre più precaria. I partiti, esagitati da inconciliabili
passioni, si combattevano senza vera distinzione di programma: quello
rivoluzionario difendeva per opposizione dialettica tutte le piccole
autonomie, e rispondeva col grido di Venezia e di Roma alle continue
domande di spese militari; la moltitudine si cullava ancora
nell'illusione di una quasi segreta ricchezza nazionale, mentre le
finanze mal rinsanguate da imposte poco esigibili e pessimamente
distribuite declinavano verso il fallimento.
La formazione del nuovo ministero fu tra le più laboriose. Il conte
Ponza di San Martino, primo a riceverne l'incarico, avrebbe voluto un
programma di raccoglimento, limitando tutte le spese ed aggiornando la
soluzione di tutti i problemi, ma dovette ritirarsi, anche perchè la sua
qualità di piemontese l'avrebbe reso impossibile in quel momento. Si
ricorse al Farini, già ammalato di spinite, e gli si diedero compagni il
Minghetti, il Peruzzi, il Pasolini, il Pisanelli, il Menabrea, l'Amari,
lo Spaventa. Il ministero così composto parve più italiano dei
precedenti, sebbene la sua azione non potesse spiegarsi con più italiani
intendimenti: si sarebbe bramato una tregua alle questioni politiche
quando invece queste incalzavano sempre più fiere.
L'insurrezione della Polonia, della quale il partito rivoluzionario si
servì per riscaldare il sentimento patriottico delle masse con
sottoscrizioni, con comizi ed arruolamenti, mise il governo nel più
difficile imbarazzo diplomatico collo czar, che aveva in quei giorni
riconosciuto il nuovo regno. Emilio Visconti-Venosta, succeduto al
ministero degli esteri, pur giuocando di destrezza, dovette concludere
collo Spaventa, direttore generale della polizia, ad un'altra
persecuzione dei liberali: anzi questi nella violenza della propria fede
monarchica vi risuscitò concetti ed abitudini della polizia borbonica
con un dizionario di sospettati e di sospetti e con istruzioni
assurdamente inquisitoriali a tutte le prefetture.
Alla reazione militare di Aspromonte seguiva così un'altra reazione
poliziesca: la monarchia sembrava aver paura, il popolo affettava di
disprezzarla; nella vita dell'una e dell'altro non pareva che il
formarsi del nuovo stato avesse prodotto radicali mutamenti.
Da Roma il papato sbraveggiava e l'antica metropoli invece durava nella
propria oramai storica indifferenza.
Dalla caduta della republica e durante il lungo periodo della
occupazione francese, Roma non aveva dato alcun segno di vita politica.
La ripristinazione del papato, malgrado la subdola ferocia di un'ultima
reazione, non aveva potuto scuotere il suo scetticismo: vi erano state
molte feste religiose affollate al solito come spettacoli di circo, e
null'altro. Poi il popolo superstizioso ed incredulo, la borghesia
ignorante ed ignara, l'aristocrazia altera ed impotente, il clero,
onnipotente ed inetto, avevano ripreso la propria vita di ozio e di
disordini. In mezzo al deserto dell'agro, Roma non era più che
un'immensa necropoli, nella quale la republica del 1849 aveva durato
appena il tempo di un'improvvisazione teatrale, cadendo senza lasciare
rovine.
Nullameno qualche lievito indefinibile sembrava fermentare nella sua
coscienza. L'antico orgoglio quiritario, sopravvissuto nel popolo alle
umiliazioni di tanti secoli, gli rendeva odiosa l'occupazione francese;
la viltà mostrata nella crisi della republica dal clero aveva scemato a
questo il prestigio di padrone; l'antagonismo fra le truppe papaline e
francesi irrompente spesso in piccole mischie, nelle quali la bravura
brigantesca degl'individui dava a quelle, un vantaggio sul valore
collettivo di queste, aizzava nella moltitudine l'odio allo straniero.
Il quale, pure essendo diverso dall'odio generoso dei lombardi per gli
austriaci, non si mostrava molto meno vivo, giacchè i francesi,
costretti a fare da gendarmi al papa contro l'Italia, dovevano per
sospetti di mene liberali vessare il popolo come gendarmeria papalina.
L'odio menò al sangue: la plebe con perfida crudeltà si diede a circuire
i soldati vaganti per le vie nei primi giorni dell'arrivo, e col
pretesto di spiegar loro i monumenti antichi li traeva in agguato,
gittandoli dai ponti nel Tevere o trucidandoli nei vicoli più deserti.
Ma ogni tentativo per mezzo di congiure mazziniane vi fallì. Il
bolognese Petroni lasciatovi da Mazzini a rannodare le fila delle
antiche cospirazioni era stato presto imprigionato; i migliori liberali
emigrarono; gli altri finsero di adoprarsi alla rivoluzione ed invece si
studiarono d'impedirla per non correrne i rischi.
Così, quando ad esautorare Mazzini anche nelle cospirazioni, Cavour per
mezzo del La Farina fondò la Società Nazionale, aggregandovi tutti quei
liberali che volevano aspettare di essere liberati dalla monarchia
sarda, a Roma si formò presto un comitato per contrastare l'azione dei
mazziniani, magari coll'infamia di denunzie alla polizia papalina.
Fu questo uno degli spettacoli più miserandi della rivoluzione italiana.
Quindi al suo scoppiare, mentre le Romagne, le Marche e l'Umbria
insorgevano, Roma non si mosse: le Romagne fortunate di più sollecita
annessione non ricaddero più sotto al gioco papale, ma le Marche e
l'Umbria patirono stragi di guerra; e Roma non si mosse. Dopo la
sconfitta di Lamoricière e di De Pimodan, quando gli eserciti piemontesi
trionfanti passavano al suo traverso per congiungersi alle bande rosse
di Garibaldi, Roma, paurosa del presidio francese e ubbidiente alla
parola di Cavour, non si mosse. La città dalla quale in una storia di
tremila anni era derivata la nazionalità dell'Italia, non parve
italiana: dopo aver assistito con colpevole accidia alla tragedia della
republica mazziniana, Roma si manteneva indifferente alla formazione del
grande regno italico. Dai suoi mille monumenti di gloria non un
sentimento le venne della grandezza moderna. Eppure un'insurrezione
popolare le sarebbe stata quasi troppo facile per meritare le lodi
d'Italia. Forse il presidio francese non avrebbe osato battersi per il
papa, giacchè Napoleone III per difendere Roma dalla conquista regia
aveva insino allora dovuto persuadere l'Europa della fedeltà dei romani
verso il pontefice. O Garibaldi o Cavour, quegli in nome della
rivoluzione, questi col pretesto dell'ordine, vi sarebbero entrati
evitando di scontrarsi col presidio francese e salvaguardando il papa:
quindi l'imperatore, costretto a combattere il proprio alleato di ieri
per rimettere in trono il papa, avrebbe probabilmente ceduto al doppio
principio del non intervento e dei fatti compiuti.
Ma se il popolo romano venne meno al dovere della propria gloria, il
governo papale in tanta rovina di se stesso non trovò nè coraggio per
resistere, nè dignità per cadere. Anzitutto l'ignavia del popolo
egualmente incredulo all'Italia e al papato gli tolse di poterlo
chiamare alle armi: poi l'esercito raccolto fu di mercenari e di
volontari stranieri, comandati da generale straniero. Ogni apparenza di
legittimità mancò alla difesa dello stato; per mezzi politici si usarono
scomuniche e preci; vi furono processioni per l'assedio d'Ancona e per
quello di Capua, quasi la causa del Borbone fosse identica a quella
della chiesa; la stampa papalina mentì e vituperò fanciullescamente
tutti gli eroismi della rivoluzione.