Ma l'equivoco di Sarnico ricomincia; Rattazzi vorrebbe un'agitazione

abbastanza seria da persuadere i governi d'Europa a cedere Roma

all'Italia per cansare i pericoli di nuove rivoluzioni, se non che,

aiutandola sottomano, arrischia e teme di essere trascinato troppo

oltre. I suoi ordini sono quindi equivoci e contradditorii peggio del

disegno di una guerra in Grecia, col quale aveva cercato di sviare

Garibaldi: la Sicilia, galvanizzata momentaneamente dalla presenza del

proprio liberatore, s'infervora nell'idea di Roma, quantunque male

comprendendola. Non vi è preparazione di guerra ma tumulto teatrale: da

Genova la commissione esecutiva dell'associazione unitaria riprepara

aiuti ed organizza a Roma un comitato contro quello dell'associazione

lafariniana sempre ligia al governo ed ostile all'iniziativa

rivoluzionaria, manda a Garibaldi un piroscafo rimorchiatore con

bandiera inglese, e raccozza volontari; Mazzini avverso all'impresa ne

rimane sorpreso, e poco giova; i deputati Fabrizi, Mordini e Cadolini

spediti a Garibaldi per dissuaderlo finiscono col convertirsi

all'avventura. Garibaldi, trascinato dall'istinto tragico della

situazione, dimentica improvvisamente il vecchio senno militare e

politico di tutte le sue imprese: l'idea di Roma lo affascina, la

coscienza di essere nesso fra la nazione e il re per compiere i destini

d'Italia lo assolve anticipatamente di ogni illegalità e di ogni errore.

La sua fede in Vittorio Emanuele giunge all'assurdo. Così, quando questi

emana da Torino (3 aprile) un proclama di disapprovazione e di minaccia,

Garibaldi, memore della lettera colla quale due anni prima gli aveva

proibito di passare il continente alla conquista di Napoli, lo crede una

lustra, e lo legge alla propria legione. Il ritiro di Giorgio

Pallavicino dalla prefettura di Palermo lo lascia indifferente, la

disapprovazione del parlamento non lo turba.

Allora comincia la tragica avventura. Il governo, impacciato nei propri

equivoci, non sa nè impedirla, nè permetterla: concede al generale

Lamarmora, che li domanda da Napoli, i pieni poteri, manda proconsole a

Palermo il generale Efisio Cugia, richiama dalle terme di Valdieri il

generale Cialdini per affidare al suo odio invidioso la repressione

della nuova impresa garibaldina. Il partito moderato reso feroce dalla

paura di complicazioni colla Francia, avventa vituperii contro il

partito d'azione, ed accusa Garibaldi di voler rovesciare la monarchia.

Questi invece, evitando accuratamente ogni conflitto coi regii, che

nullameno avrebbero potuto accerchiarlo, traversa incolume tutta l'isola

dal bosco della Ficuzza a Catania; il suo esercito è una turba di

giovinetti, d'entusiasti, di discepoli, fra i quali i pochi veterani del

'59 e del '60 appaiono dispersi. A Messina un comitato apre pubbliche

sottoscrizioni ed arruolamenti; l'idea degli accordi col re occupa da

per tutto la mente popolare; il contegno dell'esercito regio ribadisce

questa opinione. Il prefetto di Messina chiede per favore notizie del

campo garibaldino al comitato di provvedimento; quello di Catania dopo

un colloquio col generale lascia la città per trasportarsi sulla nave

_Duca di Genova_; Garibaldi deve improvvisare nella città un governo

provvisorio con a capo Giovanni Nicotera.

Fabrizi e Mordini, recatisi al campo del generale regio Mella per

parlamentare, si sentono rispondere che non vi sono ordini per

combattere Garibaldi; anzi il generale offre di rimandare gli spedati in

camiciotto rosso fatti prigionieri dalle proprie avanguardie, pregando

come ricambio di cortesia che gli sia permesso di provvedersi di viveri

a Catania. Poi l'esercito regio accenna a levare le tende da

Misterbianco, e Garibaldi asserragliandosi nella città ripete al popolo

i due gridi -- Italia e Vittorio Emanuele -- Roma o morte -- .

L'equivoco diventa così torbido che nessuno può trovarne l'uscita.

La fregata inglese _Amphion_ lo raddoppia, ormeggiandosi fra la città e

la fregata italiana _Maria Adelaide_, quasi per proteggere Garibaldi; il

24 agosto questi, emanato un proclama nel quale annuncia di marciare su

Roma e riconferma la propria fede alla monarchia, cattura nella rada il

_Generale Abbatucci_ francese e il _Dispaccio_ italiano, due vapori

postali, sotto gli occhi della nave ammiraglia _Maria Adelaide_, che

invece esce dal porto lasciando alle fregate _Duca di Genova_ e

_Vittorio Emanuele_ l'istruzione sibillina «di operare a norma dei casi,

ricordando il bene inseparabile della patria e del re».

A mezzanotte Garibaldi salpa dal porto coi due vapori e tremila uomini

salutato da un'immensa ovazione di popolo: le fregate lo lasciano

passare, ma i due capitani cadono così sotto consiglio di guerra.

Garibaldi presa terra presso la spiaggia di Melito si è difilato su

Reggio; se non che, bersagliato mollemente dalla _Maria Adelaide_ ripara

sul pianoro d'Aspromonte. I suoi ordini agli uffiziali sino dalla

partenza da Palermo sono «evitare l'esercito e, in caso d'incontro, non

combattere»; di rimpatto Cialdini gli manda contro il colonnello

marchese Pallavicini di Priola come a brigante con ordine «di

schiacciarlo e di non concedergli resa che a discrezione». A mezzogiorno

del 29 i bersaglieri cingono in catena i pendii dell'Aspromonte, aprendo

sui garibaldini un vivo fuoco di moschetteria: qualcuno di questi

risponde a fucilate, ma Garibaldi ordina la cessazione del fuoco; allora

i bersaglieri tristamente aizzati si slanciano alla carica, mentre

Garibaldi, ferito da due palle alla coscia sinistra e al malleolo del

piede destro, cade urlando sempre: «Viva l'Italia, non fate fuoco!».

I morti di ambe le parti sono dodici, i feriti cinquanta.

La tragedia è compita: Aspromonte, mutato in calvario della rivoluzione

italiana, resterà la cima più alta della storia moderna.

Il marchese Pallavicini in tanta sventura, ultimo gentiluomo di un

esercito che tirando primo su Garibaldi macchiava il proprio onore, fu

ammirabile di rispetto e di devozione al ferito. La legione venne

disarmata e scortata: Garibaldi imbarcato sopra una lancia del _Duca di

Genova_, passando al traverso della _Stella d'Italia_, ove superbo della

misera vittoria s'impettiva il Cialdini, salutò con epica cortesia;

l'altro non rispose al saluto. L'Italia monarchica si rivelava intera

nel contegno di Cialdini. Infatti questi annunziò la propria vittoria

così: «Garibaldi, raggiunto in Aspromonte in formidabile posizione,

attaccato dalle truppe italiane comandate dal colonnello Pallavicini,

dopo vivo combattimento, pienamente sconfitto, ferito, prigioniero con

tutti i suoi.» La stampa moderata vantò il trionfo. Al Varignano,

lazzaretto e galera a mezza costiera di ponente nel golfo della Spezia,

ove Garibaldi fu trasportato, mancava ogni decenza ed ogni comodo di

alloggio per il ferito, mentre vi si largheggiava di conforti ai

cospiratori borbonici. Intanto una reazione senza nome insaniva contro i

garibaldini; a Catania s'arrestavano i membri del comitato, patrioti,

giornalisti, si disarmava la popolazione, si perseguitavano ferocemente

i volontari fuggitivi. Lamarmora, imprigionati a Napoli Fabrizi, Mordini

e Calvino, telegrafava a Rattazzi: «Ho arrestato i deputati; li fucilo?»

E il ministro più scaltro rispondeva: «li metta in libertà e si scusi».

Il generale Pinelli in un caffè di Messina brindò alla palla di

Aspromonte; a Fantina un maggiore De Villata, truce brigante, sorpresi

alcuni volontari fuggitivi, li fucilava dileggiando; il ministero, pazzo

di orgoglio fratricida, promuoveva sul campo il Pallavicini a generale;

in parlamento e nei circoli politici si disputava seriamente sul come

processare Garibaldi, e si pendeva incerti fra il senato costituito in

alta corte di giustizia e il magistrato ordinario. Prevaleva già il

secondo partito; la corte di cassazione di Napoli dietro invito del

governo aveva richiesto quella di Milano per la designazione della corte

d'assise giudicante.

L'Italia taceva. Solo Giosuè Carducci, il suo giovane e maggior poeta,

avventò un'ode che stridè come una saetta per la morta atmosfera di quei

giorni, ma il silenzio del popolo tradì il segreto della rivoluzione. Le

proteste del partito rivoluzionario, le veementi invettive di Mazzini,

gli sdegni di Cattaneo, le minacce di Nicotera chiedente alla Camera di

mettere il ministero in istato d'accusa, non sembravano e non erano che

rimpianti e rimbrotti di vinti: il popolo taceva. Il popolo, al quale

Garibaldi aveva dato l'unità, non ebbe allora una rivolta nè di amore nè

di onore. II governo potè moltiplicare pazzamente errori e provocazioni,

ma il popolo indifferente per Venezia, dimentico di Roma, inconsapevole

della rivoluzione dalla quale era uscito, vedeva nella monarchia il

miglior riparo alla propria fortuna, e le abbandonava Garibaldi come un

volgare disertore.

La monarchia italiana e il papato.

Con questo popolo e per questo popolo Mazzini sognava ancora una

republica italiana per strappare alla Francia l'iniziativa storica, ed

aprire un'altra epoca di civiltà in Europa! I Borboni avevano trovato

migliaia di briganti per una reazione antinazionale ed inumana;

Garibaldi ferito e prigioniero non provocò in nessuna città d'Italia il

più piccolo moto di ribellione. Le sue bande rosse soccombettero

all'ignavia nazionale. Se la monarchia fosse stata veramente un

principio nella rivoluzione italiana, non si sarebbe trovata costretta a

fucilare Garibaldi sulla via di Roma proclamata capitale da un voto

ripetuto del parlamento; ma se l'Italia non comprendeva allora il

sublime significato di Garibaldi moschettato per ordine di Vittorio

Emanuele, mentre si accingeva ad aprirgli l'eterna capitale del mondo e

ad incoronarlo in Campidoglio respingendo con ultimo sforzo tutto il

medio evo cattolico dalla storia moderna, le venienti generazioni

cresciute a migliore democrazia forse non potrebbero mai più

riconciliare nella propria coscienza la monarchia piemontese coll'idea

italiana, la sovranità nazionale col diritto regio.

Intanto l'Europa si esaltava d'amore per l'eroe ferito, cui il ministero

lesinava così ignominiosamente ogni conforto di cura che un impiegato

dell'arsenale dovette faticare più giorni per fornirgli un letto di

ricambio, e il dottore Riboli ebbe ad elemosinare per lui la biancheria

da una signora della Spezia. Quindi lord Palmerston mandò al ferito un

letto dall'Inghilterra, affrancato come una lettera perchè viaggiasse

colla massima rapidità, e per non umiliare il governo italiano volle

serbarsi incognito donatore; Partridge, primo chirurgo di Londra, fu

pagato con mille sterline dai propri clienti perchè venisse a visitare

il ferito; la Russia spedì il chirurgo Plougoff, Drouyn de Lhuys inviò

Nélaton; un mondiale plebiscito di carità vendicò Garibaldi

dell'ingratitudine italiana.

Allora il governo comprese il pericolo di processarlo: il sentimento

popolare si sarebbe probabilmente appassionato alla teatralità di così

grande dibattito, mentre l'eroe, chiuso fino allora nel più magnanimo

silenzio, avrebbe forse dovuto rivelare fra le morse di un

interrogatorio qualcuno dei molti imbrogli della politica regia,

scoprendo al disprezzo del paese la figura del re. Peggio ancora tutte

le giurìe del regno lo avrebbero certamente assolto di un delitto, del

quale nessuna abilità di magistrato avrebbe potuto definire la natura.

Fortunatamente le nozze della figlia secondogenita del re con don Luigi

di Portogallo offersero l'occasione di una amnistia; questa fu conceduta

il 5 ottobre a tutti i colpevoli di Aspromonte, meno i disertori che

condannati a morte ebbero commutata la pena in una prigionia prima a

vita, poscia a tre anni.

Il ministero, infatuato della propria vittoria su Garibaldi, credette

potersene giovare dopo siffatta reazione per chiedere la restituzione di

Roma all'Italia, come se le popolazioni avessero secondato il governo

nella repressione del tentativo garibaldino solo per la fede che il

governo del re sapesse meglio risolvere tanto problema. Ma a tale

querula questua, vantata dalla stampa moderata di allora quale una

protesta ammirabile di orgoglio italiano, Napoleone rispose al solito

con un opuscolo del Laguerronière, _L'Europa e il Papato_, ribadendo la

vecchia utopia, Roma essere indispensabile all'esercizio del potere

spirituale, e riproponendo un congresso europeo per dividere l'Italia in

tre stati. Il ministero tentò replicare: allora Napoleone chiamò al

Ministero il Drouyn de Lhuys, e mandò ambasciatori al Vaticano il La

Tour d'Auvergne, entrambi nemici d'Italia.

Così, in poco più di un anno dalla morte di Cavour, il partito

rivoluzionario aveva tentato indarno i due massimi problemi di Venezia e

di Roma contro la monarchia. A Sarnico il minuscolo moto aveva abortito

siffattamente che nel ridicolo della sua insufficienza militare

svanivano le brutture della reazione monarchica; ad Aspromonte invece la

tragedia del diritto nazionale era salita più alta dell'epopea

rivoluzionaria. Garibaldi, ritentando la distruzione del papato difeso

ancora da un impero francese, diventava l'ultimo martire di una lunga

storia di eroi. Da Arnaldo da Brescia a Cola da Rienzi, da Porcari a

Burlamacchi, da Dante a Machiavelli, da Bruno a Giannone, attraverso la

storia millenaria di un federalismo sempre tendente all'unità e di una

lotta fra la libertà del pensiero civile e l'autorità del pensiero

religioso, Roma era stata il centro della guerra e della vita italiana.

Il patto della chiesa coll'impero, di Leone con Carlomagno, si

riproduceva enorme, assurdo, mezzo secolo dopo la rivoluzione francese.

L'Italia, alla quale quel patto aveva tolto di essere nazione, non

poteva diventarlo che lacerandolo.

Garibaldi, l'eroe più italiano e più universale della democrazia

moderna, marciando su Roma assaliva contemporaneamente papato ed impero:

tutto il diritto moderno giustificava la sua impresa, tutte le libertà

erano scritte sulla sua bandiera. Fra l'antico patto della chiesa

coll'impero erano sorti prima vinti, poi vittoriosi i comuni; Garibaldi,

campione della nazionalità era insorto fra il nuovo, ed era stato vinto

dalla monarchia nazionale d'Italia nel nome della chiesa e dell'impero.

Onesta fatale mostruosità diventava più dolorosa al ricordo che la

democrazia italiana aveva già fino dal 1849 decretato a Roma

l'abolizione del potere temporale e la republica. Il pensiero italiano

parve quindi indietreggiare di molti secoli. Mazzini stesso, protestando

contro la bassezza del governo, criticava con meschini criteri di

opportunità politica il disegno di Garibaldi.

Intanto il ministero Rattazzi, sbattuto da troppe correnti, sprofondava.

Dalle simpatie di tutta l'Europa per Garibaldi il popolo riprendendo

coraggio, cominciava ad appassionarsi pel ferito. Le ultime umiliazioni

inflitte al governo dalla diplomazia francese rendevano più amaro il

lutto prodotto dagli equivoci ministeriali; le necessità dei nuovi

balzelli, fra i quali odiatissimo quello della ricchezza mobile,

aumentavano i pretesti al malcontento; le ladrerie moltiplicantisi nella

vendita dei beni demaniali, che a rovescio di ogni legalità si facevano

troppo spesso per ordinanza di ministro anzichè per decreto reale,

sminuivano la già scarsa fiducia nell'amministrazione centrale; la paura

della destra per una politica troppo complicata nella diplomazia,

compromessa colla rivoluzione, e pericolosa nei risultati, l'odio della

sinistra per il tradimento sofferto e per la raddoppiata sommissione

alla Francia, il trionfo del papato vantato dal clero oscenamente, tutte

queste colpe e queste forze si unirono contro il ministero, che dovette

dimettersi fra l'esecrazione universale.

Ma anche nella disperata difesa dell'ultima discussione Rattazzi

mantenne la propria superiorità parlamentare, destreggiandosi con

insuperata agilità fra tanta tempesta di accuse e di accusatori.

CAPITOLO SESTO.

Soluzione monarchica del problema di Roma

Roma durante la rivoluzione.

La tragedia d'Aspromonte, travolgendo il ministero Rattazzi, rese nella

coscienza publica più urgente il problema di Roma.

Rivoluzione e monarchia sentirono del pari la necessità di uscire da una

situazione che infirmava ogni fatto della nuova vita italiana. A Torino

la monarchia correva rischio d'immobilizzarsi nel piemontesismo reso più

odioso dall'obbligo di difendere il papato contro qualunque

rivendicazione nazionale. In parlamento la posizione dei ministeri

diventava sempre più precaria. I partiti, esagitati da inconciliabili

passioni, si combattevano senza vera distinzione di programma: quello

rivoluzionario difendeva per opposizione dialettica tutte le piccole

autonomie, e rispondeva col grido di Venezia e di Roma alle continue

domande di spese militari; la moltitudine si cullava ancora

nell'illusione di una quasi segreta ricchezza nazionale, mentre le

finanze mal rinsanguate da imposte poco esigibili e pessimamente

distribuite declinavano verso il fallimento.

La formazione del nuovo ministero fu tra le più laboriose. Il conte

Ponza di San Martino, primo a riceverne l'incarico, avrebbe voluto un

programma di raccoglimento, limitando tutte le spese ed aggiornando la

soluzione di tutti i problemi, ma dovette ritirarsi, anche perchè la sua

qualità di piemontese l'avrebbe reso impossibile in quel momento. Si

ricorse al Farini, già ammalato di spinite, e gli si diedero compagni il

Minghetti, il Peruzzi, il Pasolini, il Pisanelli, il Menabrea, l'Amari,

lo Spaventa. Il ministero così composto parve più italiano dei

precedenti, sebbene la sua azione non potesse spiegarsi con più italiani

intendimenti: si sarebbe bramato una tregua alle questioni politiche

quando invece queste incalzavano sempre più fiere.

L'insurrezione della Polonia, della quale il partito rivoluzionario si

servì per riscaldare il sentimento patriottico delle masse con

sottoscrizioni, con comizi ed arruolamenti, mise il governo nel più

difficile imbarazzo diplomatico collo czar, che aveva in quei giorni

riconosciuto il nuovo regno. Emilio Visconti-Venosta, succeduto al

ministero degli esteri, pur giuocando di destrezza, dovette concludere

collo Spaventa, direttore generale della polizia, ad un'altra

persecuzione dei liberali: anzi questi nella violenza della propria fede

monarchica vi risuscitò concetti ed abitudini della polizia borbonica

con un dizionario di sospettati e di sospetti e con istruzioni

assurdamente inquisitoriali a tutte le prefetture.

Alla reazione militare di Aspromonte seguiva così un'altra reazione

poliziesca: la monarchia sembrava aver paura, il popolo affettava di

disprezzarla; nella vita dell'una e dell'altro non pareva che il

formarsi del nuovo stato avesse prodotto radicali mutamenti.

Da Roma il papato sbraveggiava e l'antica metropoli invece durava nella

propria oramai storica indifferenza.

Dalla caduta della republica e durante il lungo periodo della

occupazione francese, Roma non aveva dato alcun segno di vita politica.

La ripristinazione del papato, malgrado la subdola ferocia di un'ultima

reazione, non aveva potuto scuotere il suo scetticismo: vi erano state

molte feste religiose affollate al solito come spettacoli di circo, e

null'altro. Poi il popolo superstizioso ed incredulo, la borghesia

ignorante ed ignara, l'aristocrazia altera ed impotente, il clero,

onnipotente ed inetto, avevano ripreso la propria vita di ozio e di

disordini. In mezzo al deserto dell'agro, Roma non era più che

un'immensa necropoli, nella quale la republica del 1849 aveva durato

appena il tempo di un'improvvisazione teatrale, cadendo senza lasciare

rovine.

Nullameno qualche lievito indefinibile sembrava fermentare nella sua

coscienza. L'antico orgoglio quiritario, sopravvissuto nel popolo alle

umiliazioni di tanti secoli, gli rendeva odiosa l'occupazione francese;

la viltà mostrata nella crisi della republica dal clero aveva scemato a

questo il prestigio di padrone; l'antagonismo fra le truppe papaline e

francesi irrompente spesso in piccole mischie, nelle quali la bravura

brigantesca degl'individui dava a quelle, un vantaggio sul valore

collettivo di queste, aizzava nella moltitudine l'odio allo straniero.

Il quale, pure essendo diverso dall'odio generoso dei lombardi per gli

austriaci, non si mostrava molto meno vivo, giacchè i francesi,

costretti a fare da gendarmi al papa contro l'Italia, dovevano per

sospetti di mene liberali vessare il popolo come gendarmeria papalina.

L'odio menò al sangue: la plebe con perfida crudeltà si diede a circuire

i soldati vaganti per le vie nei primi giorni dell'arrivo, e col

pretesto di spiegar loro i monumenti antichi li traeva in agguato,

gittandoli dai ponti nel Tevere o trucidandoli nei vicoli più deserti.

Ma ogni tentativo per mezzo di congiure mazziniane vi fallì. Il

bolognese Petroni lasciatovi da Mazzini a rannodare le fila delle

antiche cospirazioni era stato presto imprigionato; i migliori liberali

emigrarono; gli altri finsero di adoprarsi alla rivoluzione ed invece si

studiarono d'impedirla per non correrne i rischi.

Così, quando ad esautorare Mazzini anche nelle cospirazioni, Cavour per

mezzo del La Farina fondò la Società Nazionale, aggregandovi tutti quei

liberali che volevano aspettare di essere liberati dalla monarchia

sarda, a Roma si formò presto un comitato per contrastare l'azione dei

mazziniani, magari coll'infamia di denunzie alla polizia papalina.

Fu questo uno degli spettacoli più miserandi della rivoluzione italiana.

Quindi al suo scoppiare, mentre le Romagne, le Marche e l'Umbria

insorgevano, Roma non si mosse: le Romagne fortunate di più sollecita

annessione non ricaddero più sotto al gioco papale, ma le Marche e

l'Umbria patirono stragi di guerra; e Roma non si mosse. Dopo la

sconfitta di Lamoricière e di De Pimodan, quando gli eserciti piemontesi

trionfanti passavano al suo traverso per congiungersi alle bande rosse

di Garibaldi, Roma, paurosa del presidio francese e ubbidiente alla

parola di Cavour, non si mosse. La città dalla quale in una storia di

tremila anni era derivata la nazionalità dell'Italia, non parve

italiana: dopo aver assistito con colpevole accidia alla tragedia della

republica mazziniana, Roma si manteneva indifferente alla formazione del

grande regno italico. Dai suoi mille monumenti di gloria non un

sentimento le venne della grandezza moderna. Eppure un'insurrezione

popolare le sarebbe stata quasi troppo facile per meritare le lodi

d'Italia. Forse il presidio francese non avrebbe osato battersi per il

papa, giacchè Napoleone III per difendere Roma dalla conquista regia

aveva insino allora dovuto persuadere l'Europa della fedeltà dei romani

verso il pontefice. O Garibaldi o Cavour, quegli in nome della

rivoluzione, questi col pretesto dell'ordine, vi sarebbero entrati

evitando di scontrarsi col presidio francese e salvaguardando il papa:

quindi l'imperatore, costretto a combattere il proprio alleato di ieri

per rimettere in trono il papa, avrebbe probabilmente ceduto al doppio

principio del non intervento e dei fatti compiuti.

Ma se il popolo romano venne meno al dovere della propria gloria, il

governo papale in tanta rovina di se stesso non trovò nè coraggio per

resistere, nè dignità per cadere. Anzitutto l'ignavia del popolo

egualmente incredulo all'Italia e al papato gli tolse di poterlo

chiamare alle armi: poi l'esercito raccolto fu di mercenari e di

volontari stranieri, comandati da generale straniero. Ogni apparenza di

legittimità mancò alla difesa dello stato; per mezzi politici si usarono

scomuniche e preci; vi furono processioni per l'assedio d'Ancona e per

quello di Capua, quasi la causa del Borbone fosse identica a quella

della chiesa; la stampa papalina mentì e vituperò fanciullescamente

tutti gli eroismi della rivoluzione.

La lotta politica in Italia, Volume 3 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 12 / 29 段