dalle rimostranze inglesi più vivaci delle italiane ammoniva severamente
i Borboni rifugiati in Roma di non aizzare il brigantaggio, ora chiedeva
altezzosamente spiegazioni al ministro Ricasoli, che le ricusò, sulle
sevizie usate contro i briganti dal generale Pinelli. Infatti queste
furono tali da far dimenticare quelle del francese Manhés. Soldati e
briganti, invece di combattersi apertamente, si cacciavano come
selvaggi: nessuna legge, nessun quartiere. Il generale Pinelli e il
maggiore Fumel opposero terrore a terrore. I briganti sorprendendo
qualche manipolo di soldati li martoriavano, li mutilavano vivi, li
vituperavano morti; scene di cannibalismo desolavano campagne e
villaggi; si vendeva sui mercati, si mangiava carne di soldati; mezze
compagnie di bersaglieri accolte a festa in qualche borgo erano
convitate ed avvelenate dalle stesse autorità municipali. Quindi il
generale Pinelli e il maggiore Fumel, sferzando la giusta ira delle
milizie, le spinsero a tutti gli eccessi. Vennero saccheggiati paesi,
arse a dozzina le borgate senza pietà nè agli infermi, nè ai fanciulli,
nè ai vecchi; si fucilò a caso, per qualunque sospetto; non si vollero
prigionieri ma cadaveri. Ai briganti forniti di cavalleria si oppose la
cavalleria regolare, si dovettero usare i cannoni, si profuse l'oro
comprando tradimenti, massacrando famiglie intere per colpa di uno solo.
Nella strage non si contarono le vittime, benchè i soldati vi morissero
in troppo maggior numero che non nella campagna delle Marche e in tutta
l'impresa garibaldina; il governo vergognando taceva dei propri morti e
degli altri.
Nullameno le stragi e gl'incendi del generale Pinelli furono tali che il
governo dovette richiamarlo. Il brigantaggio era soffocato, non vinto:
dagli immensi boschi della Sila sbucavano sempre bande nuove; l'odio ai
piemontesi cresceva coi danni e coi dolori patiti: una ostinazione
demente dava talora al coraggio delle bande e alla bravura assassina dei
loro capi una sinistra poesia non senza grandezza.
Ma gli eccessi medesimi di questa guerra ne impedivano lo sviluppo. La
viltà di re Francesco, appiattato in Roma e dilapidante il proprio
patrimonio fra i briganti più accorti che gli promettevano vittorie per
mungergli denaro, rendeva inutile lo stupido e crudele fanatismo dei
cafoni; la loro organizzazione, nell'assenza del re e di veri ufficiali,
non divenne mai militare; le città sbigottite non si mossero; i
legittimisti imitarono la codardia del re.
Il moto separatista, scoppiato a Castellamare di Sicilia sui primi
dell'anno 1862 e soffocato furiosamente nel sangue dal governo, persuase
della inutilità della rivolta: le rimostranze severe di Napoleone a re
Francesco, lo sfratto di quattro generali borbonici da Roma finirono per
avvilire il partito reazionario; l'energia spiegata dal governo contro i
renitenti alla leva anche nelle altre provincie diede alla coscrizione
il carattere di una ineluttabile necessità. Infatti non solo i renitenti
venivano cacciati come assassini, ma a togliere loro l'appoggio delle
famiglie si mandava in queste un manipolo di soldati col diritto di
farsi alloggiare e nutrire finchè il renitente fosse preso o si
consegnasse da se medesimo. A questo rigore di giustizia medievale, che
aveva almeno l'utilità di incutere spavento, il governo, sempre incerto
nei criteri, faceva poi succedere la più umiliante confessione
d'impotenza bandendo una sottoscrizione nazionale a favore dei
danneggiati dal brigantaggio: così, fatto accattone per coloro, che non
aveva saputo guarantire, invitava il popolo a legalizzare colla propria
elemosina l'insufficienza della legge e l'inettitudine del potere.
Nullameno la sottoscrizione fruttò un milione: l'idea era stata del
Peruzzi.
Naturalmente il credito della nazione ne scapitava moltissimo all'estero
e all'interno: là si cominciava a dubitare della rivoluzione italiana;
qua si accresceva il dispregio per un governo, che, affettando rigore
contro i rivoluzionari sino ad imprigionare Garibaldi dopo averlo ferito
in Aspromonte, non sapeva sperdere qualche banda di briganti.
La giunta parlamentare, inviata nel Mezzogiorno a studiare sul luogo le
cagioni e i rimedi del brigantaggio, lesse alla Camera in adunanza
segreta la propria relazione dettata dal Massari. La quale onestamente
dotta ed arguta non scoperse cosa che già non si sapesse, e non trovò
cura al male: i suoi due modi di provvedimenti furono, per l'avvenire
l'affrancazione dei beni di manomorta onde mutare i cafoni in
possessori, la costruzione di strade, l'impianto di scuole, il taglio
dei boschi ed altre di simile fatta; pel presente la ripresa del metodo
di Pinelli cacciando i briganti come belve, massacrando i sospetti,
sospendendo ogni giurisdizione, riassumendo tutte le pene in quella
della morte e della galera.
La legge a tal uopo votata, e che prese il nome di Pica dal deputato
proponente, importava la soppressione di qualunque giustizia nelle
provincie infette di brigantaggio, mutando poco accortamente in misura
legale quelle che avrebbero dovuto essere più prontamente provvisioni di
guerra. Pinelli aveva commesso stragi ed incendi da soldato, che si
potevano ufficialmente negare o scusare: i nuovi disonorerebbero insieme
parlamento, giustizia ed esercito nazionale.
Fortunatamente Napoleone, perduta ogni speranza di effetto politico
dalla reazione del brigantaggio pei suoi tardi sogni bonapartisti, sentì
la necessità di purgarsene in faccia all'Europa coll'imporre più
severamente al papa e al Borbone di cessare dall'alimentarlo. Le bande,
abbandonate dal partito reazionario, non furono più che di volgari
assassini: il paese stesso, esausto da tante vessazioni, se ne stancò;
si comprese l'impossibilità di scrollare il governo; i primi benefici
effetti della libertà scemaron l'odio ai piemontesi ed accrebbero le
adesioni alla monarchia. I capibanda vennero ad uno ad uno traditi o
trucidati: la reazione capitolò.
V'ebbe ancora qualche ripresa; nei paesi più malmenati dalla repressione
militare covarono lunghi odii ai liberali sotto la paura; quindi la
stessa coscrizione, mescolando la gioventù napoletana a quella delle
altre provincie, ne migliorò il carattere; clero e signori da reazionari
intransigenti si mutarono in partigiani del governo per sfruttarlo,
mentre il progresso della vita penetrava come un soffio di primavera fra
la caliginosa aridezza delle provincie più brigantesche.
Così la reazione legittimista, dopo una guerra di masnadieri, finiva
piuttosto vinta dall'influenza benefica della libertà che da una rapida
e logica azione della monarchia: governo borbonico e papale erano stati
battuti in pochi giorni quasi senza combattere; essa invece lottò
parecchi anni con ferocia pari al coraggio, con perversità forse
maggiore della stupidaggine, per acquetarsi lentamente come una di
quelle convulsioni, che, dopo aver dato al malato la violenza di un
delirio e lo spasimo di un'agonia, lo lasciano spossato ma senza nessun
organo offeso e colla fisonomia di prima.
Verso il 1866, al rompere della guerra contro l'Austria, la reazione del
brigantaggio nel napoletano era quasi finita.
CAPITOLO QUINTO.
La tragedia di Aspromonte
L'avventura di Sarnico.
Il trionfo della monarchia, prostrando la parte rivoluzionaria, l'aveva
divisa.
A Mazzini non era rimasto intorno che un manipolo di republicani
magnanimi ed impotenti: Garibaldi, licenziate le bande rosse, dirigeva
loro ogni tanto la parola per accennare a nuove imprese. Quegli,
convinto dell'impossibilità politica di snidare Napoleone da Roma,
avrebbe voluto trascinare la monarchia ad un'ultima guerra contro
l'Austria minacciata a tutte le frontiere orientali da moti slavi e
minata all'interno dall'odio ungherese; questi pensava essere per
l'Italia più urgente la conquista di Roma. Così anche questa volta
l'istinto di Garibaldi era più sicuro del genio di Mazzini. Ad una
guerra contro l'Austria nè paese, nè governo erano preparati: quindi una
vittoria di questa avrebbe potuto rimettere in questione la conquistata
unità, che l'Europa diplomatica non aveva ancora riconosciuto
officialmente; una vittoria per quanto improbabile della monarchia
avrebbe invece compita la distruzione del già sconfitto partito
republicano. All'impresa di Roma la politica sempre incerta di Napoleone
e il favore manifesto dell'Inghilterra potevano aiutare; nè l'Europa
cattolica avrebbe probabilmente difeso il papa, nè la Francia
democratica permesso a Napoleone una seconda spedizione di Oudinot. A
ogni modo se l'impresa falliva secondo le maggiori probabilità, l'Italia
vi guadagnerebbe in faccia all'Europa di avere affermato eroicamente il
proprio diritto nazionale, e la monarchia vi perderebbe, opponendovisi,
la propria legittimità rivoluzionaria.
All'eroe e all'apostolo della rivoluzione contrastava allora potente in
Cavour lo statista.
Quindi alla morte di questi i rivoluzionari sentirono più forte il
dovere d'una iniziativa. Il Ricasoli per orgoglio di patriottismo pareva
favorevole a nuove agitazioni; lord Russell a nome dell'Inghilterra
bersagliava di note diplomatiche il gabinetto francese perchè ritirasse
da Roma ogni presidio, e il vigore delle sue rimostranze rendeva col
paragone più supina la remissività italiana. Mazzini al solito mandava
in giro una protesta del popolo contro l'occupazione francese in Roma, e
un'altra in forma di lettera ne indirizzava allo stesso Napoleone,
arcadicamente nobili entrambe ed inefficaci. Poscia, scendendo a più
precisi propositi ma sempre col vecchio metodo delle congiure, per
iniziare l'impresa veneta chiedeva indarno al popolo un piccolo prestito
di 300,000 lire; un altro suo tentativo per fondere in un'associazione
generale emancipatrice tutte le forze della democrazia abortì a cagione
di parecchie differenze di vedute fra lui e Garibaldi; non maggiore
risultato ebbero i comitati di provvedimento, imitati su quelli del
Bertani. Si tentò pure un'istituzione di tiro a segno per eccitare il
sentimento marziale delle masse, che non vi scorsero se non una
teatralità resa occasionalmente simpatica dalla presenza di Garibaldi.
L'agitazione rivoluzionaria si svolgeva tristamente sopra se stessa. Nè
Mazzini nè Garibaldi potevano credere seriamente alla possibilità d'una
guerra all'Austria senza il soccorso della monarchia; nè questa, ancora
incerta della propria posizione in Europa, lasciarsi in così pericolosa
contingenza sopraffare dai rivoluzionari. Infatti un'altra guerra,
anzichè riprodurre il momento epico nell'impresa garibaldina nel sud,
ora che il regno d'Italia era costituito, avrebbe dovuto esprimere la
potenza del nuovo stato: la monarchia vi sarebbe quindi assolutamente
sovrana per la scelta del momento e dei mezzi. Re Vittorio Emanuele, che
con incerta imitazione della politica napoleonica ordiva trame segrete
coi rivoluzionari d'Ungheria, era egli stesso troppo poco padrone per
forzare la politica remissiva dei propri ministeri: nè potendolo lo
avrebbe forse osato. Il doppio problema di Venezia e di Roma non
lasciava allora scorgere soluzioni di sorta. Ad una guerra di governo
era assurdo pensare coll'esercito scompaginato dalle fusioni di tutte le
milizie granducali e borboniche; in una guerra popolare, dopo lo scarso
numero di volontari offerto dal paese nella rivoluzione, nemmeno la
fantasia di Mazzini e l'eroismo di Garibaldi potevano davvero sperare.
D'altronde la monarchia vi si sarebbe opposta.
Nullameno nuove congiure solcavano le provincie venete. Al solito si
dipingeva l'Austria presso a sprofondare, si esageravano ingenuamente
gli antagonismi antichi nel suo impero, si calcolava sopra una rivolta
imminente degli ungheresi per concludere che pochi drappelli insorgenti
nel Cadore, mentre il governo austriaco vegliava attento nelle armi,
basterebbero a provocare colla guerra la vittoria. Intanto il partito
rivoluzionario restava scisso all'interno: i suoi capi republicani
bersagliavano d'invettive la monarchia; gli altri, divenuti
parlamentari, avrebbero voluto invece concordare prima ogni mossa col
governo. La rivalità di Garibaldi con Mazzini, abilmente avvelenata
dalle insinuazioni del governo finiva di guastare gli ultimi accordi per
l'azione. Già si buccinava che Garibaldi malcontento dell'Italia andasse
in Grecia o tornasse in America a combattere per altre libertà: lo
sfacelo del partito rivoluzionario degenerava in corruzione. La
maggioranza della nazione, pochissimo disposta a sacrifici di nuova
guerra, non vedeva più che una setta nei mazziniani ed un avventuriero
in Garibaldi: tutti sentivano che Venezia e Roma non si potevano
conquistare come Palermo e Napoli.
Intanto il ritorno di Urbano Rattazzi al potere parve rianimare molte
speranze. Si sapeva che lo stesso imperatore Napoleone lo aveva imposto
al governo di Torino, quindi se ne traevano argomenti per fantasticare
di prossime complicazioni politiche. Alcune frasi di Rattazzi a Parigi
sulla fratellanza dalle razze latine e sulla missione dell'impero
bonapartista in Europa, altri suoi precedenti nella Camera di lusinga ai
partiti d'opposizione, l'indole del suo ingegno altrettanto facile ai
brogli che ai rischi, promettevano nel nuovo anno (1862) importanti
avvenimenti. In Grecia, in Rumenia, nel Montenegro, in Dalmazia, in
Albania era già scoppiata la lotta: l'imperatore d'Austria aveva
licenziata la Dieta d'Ungheria respingendone le deliberazioni ed
applicando al paese la legge marziale: si prevedeva d'ora in ora la
rivolta dei Magiari.
Già l'assemblea delle associazioni unitarie riunite a Genova arieggiava
i clubs della grande Rivoluzione francese, mirando a creare un governo
nel governo: la sua proposta di affidare a Garibaldi la repressione del
brigantaggio con una ricostituzione dell'esercito garibaldino era stato
un primo agguato pel ministero Ricasoli; il nuovo ministero subì il
fascino dell'avventura rivoluzionaria.
Rattazzi, fiducioso nella propria conoscenza della politica napoleonica,
sperò di poterla forzare come era riuscito felicemente al Cavour: le
pericolanti condizioni dell'Austria lo sedussero, la debolezza del
partito rivoluzionario lo lusingò. Il suo piano era semplice e
temerario: chiudere la sessione parlamentare; mortificare apparentemente
la rivoluzione col mantenere Mazzini in esilio e col processare alcuni
capi dell'associazione unitaria; maneggiare destramente Garibaldi,
perchè infiammasse il paese e tentasse un moto nel Trentino come
all'insaputa del governo; sedurre la Prussia colla speranza del primato
germanico; prendere l'Austria fra due fuochi, e strapparle forse senza
guerra, con un semplice trattato, la Venezia.
Di questo disegno ordito fra Garibaldi, Rattazzi e il re non si è ancora
potuto risapere i termini, nè forse si sapranno. A ogni modo Rattazzi
ingannava, e Garibaldi fu ingannato. Fu affermato che il ministero
promettesse a Garibaldi un milione per l'impresa; certo gli si permise
di allestirla, assicurando contemporaneamente, con una circolare a tutte
le regie legazioni, le potenze sulle intenzioni pacifiche del governo.
Intanto Garibaldi infiammava gli animi scorrendo per le città di
Lombardia, mentre l'imperatore d'Austria visitava le provincie venete, e
Vittorio Emanuele viaggiava nel mezzogiorno.
L'avventura guerresca procedeva alacremente, malgrado frequenti dissidii
fra gli iniziatori garibaldini e i mazziniani: alcuni fra i migliori
ufficiali delle sciolte legioni volontarie raccoglievano munizioni ed
armati sulla frontiera del Trentino; Garibaldi da Trescorre, ove era
sembrato condursi per curarsi le vecchie ferite, stava pronto ad
assumere il comando; il giorno 15 maggio (1862) veniva stabilito per
l'entrata in campagna. Quando improvvisamente, per ordine del governo,
il 15 maggio viene arrestato a Palazzolo il colonnello Nullo con altri
capi. A Trescorre e a Sarnico s'imprigionano i volontari, si dichiara
officialmente Garibaldi estraneo all'impresa insensata: questi, tradito,
smentisce il governo, e con una delle solite esorbitanze dittatoriali
decreta che i volontari sono incolpevoli avendo agito sotto i suoi
ordini: nei più fervidi fra i paesi lombardi il popolo si sdegna; a
Brescia si tumultua per forzare la prigione del colonnello Nullo, ma le
guardie tirano sulla popolazione inerme assassinando. Garibaldi, per
protestare contro la strage fratricida, svillaneggia l'esercito; quindi
visita Como, Lecco, Varese, luoghi memorandi delle sue prime vittorie,
minaccia nuovi scandali in parlamento, finchè rabbonito dal re riparte
per Genova.
A questo infelice conato di guerra contro l'Austria scoppiano in
parlamento le battaglie dei partiti: il ministero, scosso dalle
disapprovazioni di tutti i liberali, allenta i freni della sùbita
reazione e rilascia senza processo i prigionieri, ma nè governo, nè
opposizione osano rivelare tutta la verità. Garibaldi, vittima dei
propri accordi col re, è costretto a mentire in una lettera al
presidente della Camera, dichiarando che l'assembramento di volontari
non aveva per scopo una spedizione nel Tirolo, bensì una serie di
esercizi militari in attesa di nuovi eventi; Giuseppe Sirtori definisce
severamente il ministero una sventura nazionale, ma la Camera sopra un
ordine del giorno presentato dal Minghetti lo assolve.
L'Austria aveva trionfato un'altra volta dell'Italia patteggiando col
partito moderato ungherese capitanato dal Deak, lusingato con una
conciliazione i Magiari, proclamandosi solidale colla Prussia nelle cose
germaniche e sventando così i disegni di Napoleone III sulle Provincie
renane, col limitare la rivolta nei Principati danubiani. Il ministro
Rattazzi usciva malconcio dalla prova. D'altronde vero disegno di guerra
non v'era stato nè pel governo, nè pei rivoluzionari: si era sperato in
uno smarrimento dell'Austria, quindi si dovette indietreggiare nella
reazione di un tradimento verso i più ingenui fra gli accorsi
garibaldini, per calmare i sospetti delle cancellerie auliche.
Seconda spedizione garibaldina.
Questo triste esperimento, che prese nome da Sarnico, svelò all'Europa
le umilianti condizioni della politica interna italiana: sessantamila
soldati regolari non erano ancora riusciti a domare la reazione
brigantesca, mentre gli arrestati per la spedizione del Tirolo non
oltrepassavano i sessanta, e a seicento non era giunto tutto
l'assembramento. La nazione stava quasi indifferentemente fra governo e
rivoluzionarii; la stampa europea sogghignava; in Vaticano vescovi e
prelati di tutto l'orbe, raccolti nel pretesto di canonizzare alcuni
martiri del Giappone del secolo XVI, firmavano una nuova protesta in
favore del potere temporale. Napoleone III, sempre colla stessa politica
equivoca, per riavvicinare la chiesa all'Italia, giungeva sino a
proporre a Pio IX una nostra rinuncia a Roma (30 maggio 1862). A
quest'ingiuria il parlamento rispose umilmente col riconfermare il 18
giugno l'ordine del giorno Buoncompagni che dichiarava Roma capitale
d'Italia subordinandone l'acquisto al beneplacito della Francia.
Ma nelle file del partito d'azione cresceva il fervore: le inevitabili
bassezze del governo esasperavano l'eroica generosità, che aveva
prodotto i miracoli dell'epopea garibaldina. Se la monarchia, impotente
a lottare contro l'Austria e la Francia, espiava colle presenti
umiliazioni il proprio peccato d'origine, la rivoluzione sentiva di
dovere daccapo soccorrere alla sua impotenza con un'alta affermazione
del diritto nazionale. Una vera guerra era impossibile; ad un'impresa
come quella di Napoli mancavano il momento ed il modo; non restava
quindi che un'avventura tragica. Nè disegno politico, nè preparazione
militare vi occorrevano; l'obbiettivo doveva essere Roma, giacchè là
batteva il cuore della nazione e stava il principio della nuova vita
nazionale.
Così, mentre il ministero appena rimesso dal fortunale di Sarnico,
sembrava intento a riparare le più grosse avarie amministrative e
finanziarie, Garibaldi capitava improvvisamente a Palermo: la notizia
sbalordiva tutta Italia, si temevano o si speravano altre complicazioni
politiche. Lord Palmerston in un memorabile discorso alla Camera dei
Comuni aveva già segnalato in quei giorni all'Europa lo scandalo in Roma
del principio, predicato e disconosciuto ad un tempo dal Bonaparte, del
non intervento, e Garibaldi gli aveva risposto nobilmente a nome
dell'Italia; nel parlamento italiano il generale Durando dava esca
all'aspettazione proferendo officialmente queste gravi parole: «Oso
promettere che fra non molto saremo a Roma». Si buccinava di un'alleanza
franco-russa, poichè si era allora ricevuto per gli uffizi di Napoleone
il riconoscimento della nuova monarchia da parte dello czar, pagandolo
però con un principio di persecuzioni agli esuli polacchi rifugiati nel
regno.
A Palermo si era mandato Giorgio Pallavicino; Garibaldi vi arrivava con
intenzioni di guerra. Per quanto è oggi permesso di arguire si trattava
di un nuovo imbroglio rattazziano: lo scaltro ministro per disfarsi del
pericoloso generale gli aveva fatto promettere dal re aiuti per una
spedizione in Grecia; Garibaldi aveva chiesto trentamila lire per
mandare colà alcuni ufficiali, diecimila fucili, diecimila paia di
scarpe, diecimila camicie rosse e una fregata. Così il governo si
sarebbe liberato del partito rivoluzionario, mentre Garibaldi,
sfiduciato dell'Italia, si disponeva a combattere per la libertà del più
glorioso fra tutti i popoli.
Ad una spedizione su Roma egli allora non pensava e non poteva pensare
dalla Sicilia, ove il governo avrebbe potuto bloccarlo con ogni comodo.
Ma toccato Palermo, l'entusiasmo avvampa sotto i suoi passi, le memorie
della prima impresa rifiammeggiano, i figli del re allora in visita per
l'isola s'inchinano al dittatore; nella squadra dell'ammiraglio Albini
fra marinai si parla liberamente di arruolarsi coi nuovi volontari per
la Grecia; Garibaldi passa in rivista (10 luglio 1862) la guardia
nazionale, e, trascinato dall'impeto del proprio patriottismo e dai
propositi del 1860, quando vincitore a Palermo si preparava alla
liberazione di tutta Italia, ricorda con parole di fuoco, al popolo
dell'antico vespro, Roma. Il suo grido è sempre: Italia e Vittorio
Emanuele. Pochi giorni dopo, accolto con ovazioni deliranti a Marsala,
riparla ancora di Roma al popolo: una voce gli risponde -- o Roma o morte
-- ; e il motto si muta in programma. L'effervescenza degli animi cresce
a contagio. Nel tempio della Vergine della Cava il garibaldino frate
Pantaleo celebra una messa invitando generale e popolo a ripetere
sull'altare il giuramento: o Roma o morte. Così, da popolo cattolico, in
tempio cattolico, con rito cattolico, per una bizzarra antitesi della
storia, si giurava la distruzione del cattolicismo romano; ed anche
questo era indizio di quanto fosse torbida nella coscienza popolare
l'idea della rivoluzione.
Intanto a Palermo si ordina la legione romana con tanta publicità che i
carabinieri accompagnano al bosco della Ficuzza i marinai della squadra
in uniforme, perchè cangino il camiciotto azzurro nel rosso: a bordo
delle navi i mancanti alla chiamata serale non si reputano disertori.
Trentamila fucili sono mandati e sbarcati senza mistero dal governo; nel
continente molti vecchi e nuovi garibaldini disertano dai reggimenti per
raggiungere Garibaldi in Sicilia. Tutti credono il ministro d'accordo
col generale.