Nell'impossibilità pel governo di un vero programma politico

abbracciante Venezia e Roma, il nuovo ministero non fece che promesse

generiche e contraddittorie per l'interno: fortificare l'esercito,

instaurare la finanza, unificare leggi e governo, decentrare

l'amministrazione. Dal bilancio 1861, nel quale non erano comprese le

provincie del mezzogiorno rette ancora da governi luogotenenziali,

risultava già un _deficit_ di 344 milioni: il governo propose un debito

di 500 milioni al tasso di 75 lire per 5 di rendita, che detratte tutte

le spese non diedero poi che 495 milioni di incasso. Quindi

s'unificarono i debiti dei singoli stati nel gran Libro del Debito

pubblico, malgrado le loro differenze, giacchè quelli del Piemonte

essendo maggiori avevano pure la scusa di essere stati contratti per

fondare il regno d'Italia, mentre gli altri di Napoli e della Toscana

non avevano servito che a pagare le soldatesche straniere. Scartato il

disegno delle regioni, il ministero dichiarò di fondare gli ordini

interni sulle basi naturali dei comuni e delle provincie, affermando

alteramente, a proposito delle voci circolanti intorno ad una possibile

cessione della Sardegna alla Francia, di non conoscere «palmo di terra

italiana da cedere, bensì un territorio nazionale da ricuperare». Tale

nobile dichiarazione dissipò molte paure nella pubblica opinione, ma non

potè essere che una frase. Tutto l'orgoglio baronale ed italiano del

Ricasoli non bastava a trovare una soluzione pei problemi di Roma e di

Venezia. Il suo stesso altero contegno verso la Spagna, ricusantesi alla

consegna degli archivi consolari del già regno delle due Sicilie, e

dalla quale richiamò minacciando l'ambasciatore; le severe parole onde

alla camera e in una nota diplomatica denunciò al mondo civile le

orribili trame ordite dal Vaticano per alimentare il brigantaggio

scoppiato in alcune provincie napoletane, non facevano che rendere più

umiliante la posizione del governo costretto a subirle, mentre Garibaldi

agitava il paese per un'impresa immediata su Roma, e il Minghetti con

una infelicissima circolare proibiva una protesta contro l'occupazione

francese. Un'altra ripresa di trattative col papa a mezzo del padre

Passaglia, dal quale per rivincita dello smacco si fece poi combattere

con inutile pompa di erudizione il potere temporale promuovendo persino

fra il clero un'assurda sottoscrizione per indurre il pontefice alla

cessione di Roma, tolse alla politica di Ricasoli la simpatica

originalità del suo carattere aristocratico e patriottico.

Mentre la diplomazia francese lo faceva svillaneggiare dalla propria

stampa, la corte male lo sopportava per la sua poca arrendevolezza, i

moderati lo sospettavano per le sue simpatie garibaldine e i

rivoluzionari lo urgevano di critiche magnanime, egli era segretamente

il più vivo oppositore di se stesso: in lui le qualità del gentiluomo e

la generosità del patriota contrastavano dolorosamente colle remissività

inevitabili pel ministro. Abbastanza destro negli affari, rotto alla

diplomazia, atto al comando, pronto a grandi cose se l'ora le avesse

consentite, egli era fra gli eredi di Cavour il meno idoneo alla

politica di quel periodo. La sua posizione parlamentare non poteva

consolidarsi. Mancavano tempo e mezzo a misure potenti: non si erano

ancora potuti abolire i governi luogotenenziali nel sud, il brigantaggio

vi assumeva proporzioni di vera guerra, in Sicilia un moto separatista

era scoppiato al grido assurdo di: _viva la republica e morte ai

liberali_, ed era durato tre giorni, malgrado le milizie avessero dovuto

inferocire per reprimerlo; la sinistra tempestava per l'accatto

pontificio dell'Obolo di San Pietro destinato a combattere l'Italia; la

destra inveiva pei Comitati d'azione instituiti da Garibaldi collo scopo

di forzare il governo alla guerra. Il ministero, composto di elementi

discordi e sprovvisto di vero programma, invece di stringersi intorno al

Ricasoli, oscillava scompaginandosi all'urto delle correnti. Il fermento

dei rivoluzionari cresceva, le pressioni estere si aggravavano sulla

corte. Urbano Rattazzi, natura subdola e temeraria, avido di potere e di

azione, combatteva il ministero da Parigi, ove si era recato a

corteggiare l'imperatore, di là spaventando il re con una relazione

machiavellicamente arguta.

Ricasoli si dimise prima di essere costretto ad arrendersi.

In questo secondo periodo decennale di preparazione italiana, tra i

luogotenenti di Cavour, Ricasoli rimase il carattere più nobile, e il

suo esperimento fu il più generoso: dopo di lui Urbano Rattazzi, che da

Cavour aveva ereditata l'arditezza delle combinazioni equivoche, si

arrischiò tristamente a Sarnico, ad Aspromonte e a Mentana opponendo la

monarchia alla rivoluzione, mentre Cavour con quella era sempre riuscito

a signoreggiare questa; ma i problemi di Venezia e di Roma rimasero

insoluti. Marco Minghetti, salito alla presidenza a cagione della follìa

di Luigi Carlo Farini, ritentò la questione romana per concludere colla

Convenzione di settembre al trasporto della capitale a Firenze,

abdicando a Roma e decapitando la nazione; Alfonso Lamarmora, alleato

colla Prussia, condusse il primo esercito italiano alla sconfitta, ed

umiliò nuovamente l'Italia a Napoleone, ricevendo dalle sue mani

Venezia. Giovanni Lanza, solo fortunato tra tutti, alla caduta del

secondo impero napoleonico, potè entrare vittorioso a Roma per la

breccia di Porta Pia. La tradizione di Cavour fu il principio direttivo

di tutti i ministeri, ma la sua prodigiosa abilità non si rinnovò in

nessuno de' suoi successori. Solamente Quintino Sella, geologo

improvvisatosi finanziere, parve rinnovare coll'arditezza di alcune

imposte e la tenacia del volere il suo mirabile empirismo, mentre

economisti illustri come lo Scialoia, il Ferrara e il Minghetti si

mostrarono nel ministero poco più che mediocri; nella diplomazia ebbe

vanto di destrezza Emilio Visconti-Venosta, ma alle sue combinazioni

mancò la grandezza dell'idea e la fortuna del risultato. Il Menabrea,

sempre reazionario come nei primi giorni del parlamento subalpino,

rinnovò all'indomani di Mentana l'inutile prova di un bigottismo

politico senza nobiltà di sentimento religioso e senza elevatezza di

sentimento monarchico; Agostino Depretis conservò di Cavour la destrezza

parlamentare e la pratica di tutti i portafogli; però come tutti i

solamente abili fu piccolo. Nessuno di essi si mostrò personalmente

disonesto, malgrado la inevitabile corruttela di un governo costretto a

vivere d'espedienti.

Empirismo legislativo.

Il crescendo della rivoluzione legislativa s'impose a tutti i metodi e a

tutti i sistemi, giacchè per conservare si dovette innovare

continuamente. Le affermazioni di principii furono torbide. La gratuità,

la laicità e l'obbligatorietà trionfarono nelle scuole elementari, senza

che al problema della istruzione nazionale si cercasse una vera

soluzione. Il governo, anzichè assumere le scuole elementari per

impiantarle ovunque e secondo il bisogno, le affidò all'ignoranza,

all'avarizia e alla miseria dei comuni; le scuole tecniche rimasero mal

definite e peggio organizzate, le classiche si mantennero confuse,

troppe e male distribuite; fra queste e quelle non vi ebbero le

distinzioni di metodo e d'indirizzo reclamate da tutti i grandi spiriti.

Per un postumo rispetto al federalismo si conservarono tutte le

università, lasciandone la maggior parte senza materiali scientifici,

senza professori e senza scolari.

Nella soppressione degli ordini religiosi e nell'incameramento dei loro

beni si rispettarono gli ordini insegnanti, sebbene dovessero essere

aboliti primi per sottrarre il paese all'influenza dell'insegnamento

clericale; ma il sentimento conservatore della monarchia e la bigotteria

borghese li vollero invece soli superstiti. Non si osò spingere

l'incameramento ai beni parrocchiali che avrebbe reso più docile il

clero costringendolo lentamente a tornare all'antico costume cristiano

di vivere colle sole elemosine dei fedeli: nella vendita dei beni

incamerati non si ebbe alcun criterio politico per sollevare la miseria

delle popolazioni agricole.

Nelle opere pie si lasciò l'amministrazione in mano alla borghesia con

intervento del clero, rispettando, per una infelice superstizione del

diritto di proprietà, gli antichi testamenti incompatibili colla vita

moderna: così dall'immenso patrimonio della carità publica la miseria

publica non ebbe quasi sollievo; la burocrazia ne assorbì in media il 75

per cento delle rendite, spese con spirito di clientela in disaccordo

colla filantropia e colla scienza. Nelle ferrovie, massimo fra i

benefizi della rivoluzione, in pochi anni cresciute a quattordici mila

chilometri, pur tentando la magnifica audacia d'iniziare con esse in

molte provincie il sistema stradale invece di compirlo, si dovette

sottostare a deviazioni politico-federali: quindi la loro costruzione fu

simultanea con raddoppiamento di spese e di tempo, di difetti e di

disastri per ignoranza d'ingegneri e rapacità di appaltatori. Scandali

obbrobriosi ne nacquero sino in parlamento, dal quale alcuni deputati

ebbero a dimettersi convinti di truffa.

Fra i balzelli il più originale e il più giusto fu quello della

ricchezza mobile; ma, ripartito per contingenti anzichè per quotità,

produsse nelle applicazioni le maggiori ingiustizie: fra i peggiori

quello del macinato aggravò la miseria dei più miseri, ma salvò le

finanze dal fallimento. Della perequazione fondiaria, presto promessa,

non si ardì organizzare gli studi, giacchè le provincie meridionali,

fortunate della mancanza o della insufficienza dei catasti,

ricalcitrarono. Nella rovina della crisi finanziaria il governo si

sgravò di molti oneri, addossandoli ai comuni già fortemente gravati e

in preda essi medesimi alla febbre dei debiti e delle opere pubbliche.

Il consolidato nazionale, colpito dal discredito, discese sino al saggio

del 39 per cento; il corso forzoso della moneta cartacea, inevitabile in

tanto stremo della moneta metallica, passò attraverso la più incredibile

sregolatezza di metodo, dall'anarchia delle banche al monopolio quasi

assoluto della Banca Nazionale. Nell'esercito, sino alla guerra infelice

del 1866, s'imitò pedissequamente l'organizzazione francese, dopo si

copiò quella prussiana; nella marina sino al disastro di Lissa non si

ebbero idee di sorta; poi, con splendida spontaneità di genio, si mutò

tutto radicalmente, improvvisando le più forti navi che il mondo vanti

tuttora. Migliori furono i nuovi codici derivanti per la massima parte

da quelli del primo Napoleone, ma la loro applicazione incontrò ancora

resistenze federali: la Toscana serbò il proprio codice penale non

perchè migliore, ma perchè toscano; si temette di abolire la pena di

morte e di ammodernare la penalità, così che mentre il codice civile

rivoluzionava la società moderna, quello penale esprimeva tuttavia una

società passata. L'ordinamento giudiziario, sminuzzato alle base in un

numero immenso ed assurdo di preture, rimase scisso al vertice in

quattro o cinque supreme Corti di cassazione, che perpetuarono

nell'unità della giurisprudenza le rivalità federali delle antiche

provincie: la magistratura troppo numerosa, male distribuita in circoli

arbitrari, peggio pagata, quasi sempre sottomessa alla preponderanza del

governo, se per opera di alcuni illustri mantenne la gloria della

tradizione italiana, funzionò poco più che mediocremente come servigio

pubblico.

Potente motivo di unità e di progresso commerciale divenne invece la

unificazione dei pesi, delle misure e delle monete sul sistema metrico

decimale, imposto con pronta e sicura energia dal governo alla disparità

ricalcitrante delle abitudini storiche e regionali.

Comuni e provincie, mortificati sotto le prefetture, perdettero quasi

ogni autonomia: il sindaco fu di nomina regia, necessario alle

convocazioni consigliari il permesso governativo, ogni atto controllato,

fissata la materia e il limite delle imposte, contesa ogni iniziativa,

imposto qualunque onere al governo piacesse.

Ma attraverso tanto tumulto legislativo e siffatto disastro di

improvvisazione politica, fra le umiliazioni della politica estera e le

pressure della politica interna, l'Italia diede all'Europa il superbo

spettacolo di un progresso, del quale nemmeno i suoi antichi ammiratori

l'avrebbero supposta capace. Il governo costituzionale, malgrado crisi

d'ogni maniera, funzionò regolarmente; la ricchezza pubblica crebbe col

_deficit_ delle finanze dello stato; agricoltura, industria, commercio

risorsero; le città si abbellirono; la cultura si rialzò, quantunque il

numero dei grandi intelletti scemasse. La coscienza politica si schiarì

nei cittadini esercenti l'elettorato, e si preparò negli altri a

riceverlo. Nè il brigantaggio del mezzogiorno, nè la tragedia di

Aspromonte, nè la sconfitta di Custoza, nè l'ecatombe di Mentana,

impedirono alla nazione di prendere il proprio posto nel consesso delle

grandi potenze europee. La dinastia non distrusse con troppo gravi

peccati il prestigio datole dalla conquista regia: la democrazia dalle

congiure di Mazzini e dai campi di Garibaldi passò nel parlamento e

nella stampa.

A Roma solamente, dopo la preparazione piemontese di Cavour e la

preparazione nazionale de' suoi luogotenenti, doveva cominciare la

moderna vita italiana.

CAPITOLO QUARTO.

La reazione del brigantaggio nel Mezzogiorno

L'impresa garibaldina non aveva ancora trionfato nel Mezzogiorno che una

reazione borbonica e brigantesca vi era già scoppiata.

In Sicilia Nino Bixio e il maggiore Bassini avevano dovuto soffocarla

con terribile prontezza nel sangue; sul continente i cafoni avevano

sconfitto il manipolo garibaldino guidato da Francesco Nullo e da

Alberto Mario: Ariano e Avellino erano insorte, sebbene non troppo

pericolosamente. Il patriottismo italiano delle provincie meridionali

era per lo meno di una lega male definibile. Le bande siciliane,

presentatesi a Garibaldi in Salemi, assistettero alla battaglia di

Calatafimi coll'arma al piede in numero di oltre tremila, incerte fra le

parti combattenti, e forse pronte a schierarsi col vincitore; almeno

così credettero molti garibaldini siciliani, che conoscevano bene

l'indole di quegli insorti. I picciotti, arruolatisi coi Mille, si

batterono poco: i morti garibaldini venivano spogliati ignudi dagli

abitanti del paese. Se l'odio dei siciliani contro borbonici e

napoletani era profondo, il loro amore all'Italia era troppo

superficiale. Solo Garibaldi, col fascino del nome e coll'irradiazione

simpatica del proprio spirito, poteva appassionare i loro cuori così da

trascinarli alla rivoluzione.

Nell'intendimento delle masse e di gran numero fra gli stessi

maggiorenti politici, che poi lo negarono, la Sicilia avrebbe dovuto

compiere una rivoluzione separatista: forse le simpatie dell'Inghilterra

per l'insurrezione siciliana nascondevano il proposito, se non

d'impossessarsi politicamente dell'isola, almeno di dominarla

economicamente sfruttandola.

A ogni modo i più fra quei pochi siciliani, che combatterono coi Mille,

si stancarono presto della guerra; quindi tornarono alle proprie case,

ritennero armi, munizioni, quanto poterono. Certo non mancarono alla

Sicilia patriotti del più nobile eroismo, e basterebbe alla sua gloria

il solo Rosolino Pilo; ma l'italianità del sentimento era scarsissima

nel popolo, che, invece di levarsi dopo le vittorie di Palermo e di

Milazzo per seguire Garibaldi sul continente, imbroncì fieramente alla

prima parola di coscrizione. Infatti, quando il governo ve la stabilì, i

renitenti raggiunsero presto l'enorme cifra di seimila, onde si dovette

dar loro la caccia come ad assassini, trattando famiglie e villaggi con

crudeltà così borbonica, che Garibaldi indignato si dimise dal

parlamento (1864). Sul continente il concorso dei volontari napoletani

riuscì altrettanto scarso che inefficace: i calabresi del barone Stocco

furono fra i pochi che meglio si batterono; bande di insorti nel nome di

Garibaldi commisero ogni sorta d'angherie e di ladronecci; alcune

esattorie vennero saccheggiate. Moto rivoluzionario e militare non

v'ebbe e non poteva esservi. La superstizione politica e religiosa era

troppo profonda nel paese, ove gli stessi liberali odiavano il governo

borbonico meglio che non comprendessero la nuova idea democratica, e

tutti si sentivano più napoletani che italiani. Il trionfo dell'unità vi

si dovette alla doppia conquista garibaldina e regia, dalle quali Napoli

fu sopraffatta. Il popolo festeggiò, acclamò, menò la più scapigliata

gazzarra, sperando dalla libertà venuto il tempo della licenza.

L'aristocrazia potentissima, specialmente sulle campagne, fu trascinata

nel moto dall'elemento monarchico: se l'Italia si fosse costituita a

republica, una reazione forse indomabile sarebbe scoppiata nel

mezzogiorno. La celebre frase, che Francesco Crispi doveva pronunciare

nel 1864: «la monarchia ci unisce e la republica ci dividerebbe», a cui

Mazzini rispose con eloquenza terribile di ironia, conteneva nullameno

una verità altrettanto umiliante che terribile.

Infatti i governi luogotenenziali di Palermo e di Napoli non erano

ancora assisi che la reazione divampava in molte terre con impeto anche

maggiore della rivoluzione: questa era stata una festa teatrale, mentre

l'esercito borbonico indietreggiava sbandandosi, quella erompeva da un

odio regionale contro i nuovi conquistatori, che il feudalismo

dell'aristocrazia, la corruzione del governo cessato, la superstizione

religiosa, il costume brigantesco e la barbarie del paese spiegavano e

purtroppo giustificavano. Il clero, aizzato da Roma, aizzava; i grossi

signori legittimisti aiutavano sotto mano; lo stato pontificio era

rifugio alle bande e magazzino per armi e munizioni; la dinastia

decaduta dava carattere di rivolta politica all'insurrezione, coprendola

col manto della propria legittimità; l'assassina abitudine della camorra

e della mafia favoriva l'organizzarsi dei banditi; un patriottismo di

municipio e di regione, ignorante, aspro, inconciliabile, metteva nella

rivolta una poesia capace di rinnovare i prodigi del valore garibaldino.

Infatti Garibaldi, il miglior giudice d'insurrezione e di guerra, in un

libro che scrisse poi, rese omaggio al valore dei briganti napoletani, i

quali, non raggruppati dal re ad esercito, senza altri capitani che i

propri capi, senza programma e senza bandiera, resistettero

siffattamente per anni a tutti gli sforzi del governo nazionale da

costringerlo all'umiliazione di dovere per essi sospendere le

guarantigie statutarie, sostituendo a Napoli luogotenenti a

luogotenenti, mutando nella campagna più di un generale, discendendo

finalmente a una guerra di esterminio così orribile di ferocia che si

dovette e si deve ancora nasconderla alla storia.

Le prime bande erano manipoli degli eserciti borbonici congedati da

Garibaldi, che dalla condizione di gendarme, unico ufficio dei soldati

sotto il governo di Ferdinando II e di Francesco II, passavano

naturalmente a quella del bandito. Il momento non poteva essere per loro

più propizio: i municipi abbandonati a se medesimi, disciolta la

polizia, la guerra ancora accesa, il saccheggio facile, preti, signori e

re complici del disordine per speranza di recupero.

All'infuori delle più grosse città, ove la cultura delle idee aveva

sviluppato l'italianità del sentimento, tutto il resto del paese si

sentiva conquistato come da signoria straniera. Infatti l'accentramento

del nuovo governo in queste provincie, abituate alla rilassatezza

dell'antico regime, si annunciava al sentimento insubordinato delle

masse come una servitù: il servire nell'esercito piemontese fuori dai

confini del reame differiva troppo dal servire nella milizia borbonica,

che non aveva in questo secolo mai date vere battaglie; l'aumento delle

imposte, inintelligibile allo spirito oscuro della moltitudine,

diventava spogliazione; la guerra dell'Italia al papa si mutava nella

superstizione popolare in guerra di religione; l'unità italiana

minacciava d'annullamento l'individualità napoletana rimasta distinta da

ogni altra in tutti i lunghi periodi della storia italica. Il popolo

napoletano non era più affine ai piemontesi di Vittorio Emanuele che ai

francesi di Murat; ma quelli, invece che mercenari ai servigi di una

dinastia desiderosa di fondersi nel paese, erano tutta l'Italia del

nord, che invadeva in mezzogiorno preparandosi a mutarlo, battendogli

già sull'intelletto e sul cuore col martello della modernità.

La reazione scoppiò feroce, spontanea, simultanea.

Se Francesco II, invece di riparare a Roma, ospite di Pio IX nel bruno

palazzo dei Farnesi, si fosse subito presentato nelle provincie insorte,

lanciando un proclama all'esercito disciolto poco accortamente dalla

monarchia, che avrebbe invece dovuto internarlo e sorvegliarlo nelle

provincie del nord, forse nè Vittorio Emanuele, nè Garibaldi sarebbero

bastati a tenere salda la conquistata unità. Alla rivoluzione per agire

faceva d'uopo di potersi gridare spontanea, alla monarchia di essere

invocata; forse l'Austria e la Francia, quella per la tradizionale

politica dello smembramento italiano, questa per le aspirazioni del

bonapartismo, avrebbero secondata la reazione.

Ma a Francesco II due grandi difetti impedivano l'impresa: un'assoluta

incapacità militare e politica e una intransigenza politica che lo

condannava al più antiquato ed impossibile legittimismo. I Vandeani,

insorti contro la grande Convenzione francese, avevano avuto una

bandiera e un principio; i ribelli napoletani, senza l'uno e senza

l'altra, non erano e non poterono essere che briganti. La guerra durata

più anni si sminuzzò quindi in atroci fazioni, e fu guerra della

barbarie contro la civiltà, del feudalismo contro la democrazia, del

federalismo contro l'unità.

Il conte Ponza di S. Martino, mandato luogotenente a Napoli da Cavour,

pensò di richiamare sotto le bandiere i borbonici congedati, ma non

avendo provvisto a tempo i denari per le paghe, i soldati disertarono in

massa diffondendo il discredito sul governo. Al Ponza di San Martino

succedette il Cialdini. Dalla Terra di Lavoro il brigantaggio si era già

propagato in tutto il mezzogiorno. Se quegli aveva corteggiato gli

aristocratici per amicarli al governo, irritando i radicali, questi

lusingò i rivoluzionari, inasprendo i signori: onde il brigantaggio

infierì. A domarlo, Cialdini costituì un corpo di guardie nazionali

mobili in ogni distretto, coll'intedimento di opporre napoletani a

napoletani, e così interessarne almeno una parte in favore del governo;

ma l'espediente non fu troppo benefico. Le guardie nazionali, poco

disposte ai rischi di una guerra nella quale i briganti non concedevano

quartiere e il governo non premiava con gradi militari il valore, non

potevano odiare tanto improvvisamente i propri compaesani da combatterli

a vantaggio dei piemontesi incapaci di tenerli soggetti. La prima mossa

strategica di Cialdini fu di occupare il Principato Ulteriore e la

Capitanata per mantenersi aperte le comunicazioni colle Puglie e

l'Adriatico, tagliando in due la rete del brigantaggio e chiudendo alle

bande del mezzogiorno il rifugio dello stato pontificio. Nelle guerre si

mescolarono congiure: a Roma si ordì un complotto per sorprendere in

Napoli il Castello Nuovo, quello di Sant'Elmo e il palazzo reale;

Cialdini, avvertitone a tempo, potè arrestare e mandare l'arcivescovo

prigioniero a Civitavecchia, licenziare lo Spaventa capo della polizia,

sbarazzarsi del Castelli, grande consigliere d'amministrazione, e

sostituirlo col Visone, governatore di Piacenza.

La lotta politica in Italia, Volume 3 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 10 / 29 段