Nella superba ingenuità del proprio istinto rivoluzionario egli non

comprendeva nulla delle difficoltà diplomatiche del nuovo regno: per lui

ottenere il riconoscimento officiale dalle grandi potenze monarchiche

d'Europa non era nemmeno un problema. Esaltato dall'entusiasmo delle

ultime vittorie, domandava ad alte grida l'armamento di tutta la

nazione, confidando di battere con essa tutta l'Europa. Cavour con più

sicuro senso della realtà giudicava invece l'Italia incapace di

sostenere altra guerra con l'Austria e, siccome questa cercava di

esservi provocata, non voleva fornirle pretesti. Nei primi giorni del

1861 per l'incoronazione del principe reggente e futuro imperatore,

Guglielmo I, aveva mandato a Berlino il generale Lamarmora per sedurre

la Prussia coll'esempio della rivoluzione italiana a conquistare contro

l'Austria l'egemonia germanica; ma il nuovo re, tardo di mente e di

cuore, non ne rimaneva persuaso, quantunque il ministro Schleinitz si

lasciasse piegare. La Russia rimaneva pur troppo ostile, la Francia

sempre oppressiva nella propria politica tergiversante tardava a

rannodare col governo piemontese le relazioni officiali, mentre una vera

anarchia reazionaria scoppiava nel mezzogiorno in mezzo al più

scandaloso disordine dei partiti, compromettendo all'estero la dignità

del nuovo regno. Il Farini, il principe di Carignano, poi il conte Ponza

di San Martino, mandati l'uno dopo l'altro a reggere Napoli, vi avevano

ripetuto lo stesso infelice esperimento; il Napoletano pareva diventare

una nuova Irlanda saldata dalla rivoluzione ai fianchi del regno

d'Italia.

Cavour, malgrado la coraggiosa elasticità del proprio ingegno, piegava

ogni tanto sotto il peso dell'enorme problema: l'intervento di Garibaldi

nella politica interna poteva produrre la guerra civile. Il dittatore

rappresentava in quel momento la passione rivoluzionaria della nazione,

non ancora domata dalla proclamazione e dall'assetto della monarchia: le

sue invettive al ministero, giuste nel concetto rivoluzionario,

esaltavano la publica opinione malcontenta della troppa viltà di

quell'ora; l'aureola di tante vittorie lo rendeva un rivale pericoloso

pel re.

Intanto il parlamento frustato dalle accuse di Garibaldi nella coscienza

della propria servilità s'impennava, minacciando di voler mettere il

generale in accusa: ribellione di liberti contro il liberatore, che

nessuna regolarità di procedura costituzionale avrebbe potuto

giustificare! Il parlamento era allora troppo poca cosa in Italia per

farsi arbitro della contesa fra rivoluzione e monarchia. Il conte di

Cavour già vincitore di Garibaldi alla camera, quando questi da Napoli

aveva chiesto al re di cacciare il ministero, trovò anche questa volta

un ottimo espediente. Fra tutti gli uomini parlamentari di allora il più

illustre per nome, per opera, per carattere, era il barone Bettino

Ricasoli. La sua austerità aristocratica, la sua alterezza patriottica,

il suo coraggio politico, lo rendevano altrettanto stimato che temuto:

in quella gazzarra di conversioni e di transazioni, nella quale i

migliori caratteri si dissolvevano, egli restava fermamente saldo nel

proprio concetto rivoluzionario e monarchico, impaziente contro il

vassallaggio francese, favorevole per ingenita intrepidezza ad una

ripresa di guerra.

Il conte di Cavour oppose Bettino Ricasoli a Giuseppe Garibaldi.

Con profonda abilità di parlamentare Ricasoli, anzichè accusare

Garibaldi, affermò in una interpellanza di crederlo calunniato. «Io,

disse, gli ho stretto la mano dal momento, in cui prese il comando

dell'esercito dell'Italia centrale: noi eravamo allora animati dagli

stessi sentimenti, noi eravamo tutti e due egualmente devoti al re. Noi

abbiamo giurato entrambi di fare il nostro dovere: io ho fatto il mio.

Chi dunque potrebbe reclamare il privilegio di patriottismo e

d'innalzarsi sopra gli altri? Una sola testa fra noi deve dominare su

tutte le altre, quella del re. Davanti al re tutti debbono inchinarsi,

ogni altro atteggiamento sarebbe di ribelle... Chi ebbe la fortuna di

compiere il proprio dovere più generosamente, in una più larga sfera

d'azione, in una maniera più proficua alla patria, e l'ha veramente

compito, questi ha un dovere anche più grande, di ringraziar Dio

d'avergli accordato così prezioso privilegio, concesso a pochi cittadini

e di poter dire: ho servito bene la mia patria, ho interamente compito

il mio dovere».

Garibaldi da accusatore diventava accusato: la solennità

dell'intimazione fattagli dal Ricasoli lo costringeva a venire in

parlamento per sostenere quanto aveva scritto. Garibaldi, che non voleva

e non poteva ribellarsi, era già vinto: prima ancora di giungere a

Torino pubblicò una lettera, smentendo ogni intenzione di attacco contro

il re e il parlamento. Non gli restava quindi di fronte che il

ministero, il quale nella camera era sicuro della vittoria.

Nullameno la giornata fu aspra.

Il parlamento, costretto dalla propria dedizione incondizionata a

seguire una politica servile all'estero ed ingiusta all'interno, era

tuttavia affollato di uomini illustri per ingegno e per sacrifici, che

sentivano di non meritare le accuse di Garibaldi. Il loro risentimento,

giustificato dall'orgoglio delle opere compiute ed inasprito dalla

coscienza del torto presente, degenerava in aperta ed ingenerosa

ostilità. Si dimenticavano i titoli di Garibaldi alla riconoscenza

nazionale per non vedere più in lui che un volgare vanesio ed uno

scapigliato ribelle.

Quando entrò nella sala colla camicia rossa e il solito poncho

americano, la singolarità dell'abito parve una brutta teatralità. Il suo

primo doloroso rimprovero a Cavour per la cessione di Nizza provocò la

tempesta; alla sua accusa contro il ministero di avere arrestato la

rivoluzione trionfante nel mezzogiorno con ogni maniera d'insidie e

colla provocazione di una guerra civile l'uragano scoppiò. Solo

Garibaldi rimase calmo. L'accusa era troppo vera perchè non bisognasse

smentirla. Ma Garibaldi non poteva andare oltre. La stessa ragione, che

lo aveva sottomesso in Napoli agli ordini del re, lo costringeva ad

accettare ora le spiegazioni di Cavour. Il generale Fanti, ministro

della guerra, si destreggiò abilmente nell'esposizione dei motivi, che

impedivano la incorporazione in massa dei garibaldini nell'esercito; si

respinse l'altro progetto di Garibaldi di formare coi giovani non

compresi nell'esercito dai 18 ai 35 anni una guardia nazionale mobile,

cui lo stato fornisse d'armi, di cavalli e di materiali inscrivendo in

bilancio una somma di trenta milioni. Cavour, pronto a servirsi di tutta

la propria superiorità in quel momento, riassunse con sobrietà

magistrale la propria politica, chiudendo il parlamento nel dilemma o di

accettarla intera o di buttarsi ai rischi immediati di un'altra guerra o

di un'altra rivoluzione.

Garibaldi piegò: i garibaldini furono sacrificati. Invano,

nell'abboccamento con Cavour procuratogli dal re, egli tornò

malinconicamente ad insistere per un migliore trattamento dei propri

soldati; l'abile ministro rimase inflessibile.

L'indomani il generale Cialdini, tristamente ammalato d'invidia per

l'eroe, credendo propizio il momento per levarsi contro di lui come

campione della monarchia, lo apostrofò con una lettera altrettanto

assurda che arrogante.

Cavour con questa suprema vittoria assicurava la propria politica di

moderazione. Ma egli stesso era fiaccato dalla immensa opera.

Le Regioni.

Nel disegno di riforme amministrative presentato al parlamento, appena

risoluta la questione militare, il suo ingegno parve rimettere del

solito coraggio. Quel potente senso di accentramento governativo

cresciutogli dal fatto dell'unità nazionale, che lo spingeva alla più

rapida delle unificazioni legislative, gli venne improvvisamente meno

nel maggior problema delle circoscrizioni. Forse in nessun paese

d'Europa per troppe complesse ragioni di storia la divisione e

l'aggruppamento dei comuni e delle provincie era più assurda che in

Italia: tutta la lunga guerra federale era ancora visibile nei loro

reparti: nè monti, nè fiumi determinavano i confini. Divisioni politiche

e diocesane intralciavano gli scambi reciproci, la mancanza di strade

rendeva spesso impossibili molti esercizi di doveri e di diritti,

rivalità municipali e provinciali si alimentavano tuttavia di odii

storici, che la pacificazione dell'unità sembrava riconfermare nella

teatralità di un perdono reciproco. Alcune città si barattavano come

pegno di pace trofei di guerre medioevali.

Le nuove circoscrizioni avrebbero dovuto distruggere tali differenze

spersonalizzando parecchi comuni ed alcune provincie. Invece il

ministero proponeva una nuova istituzione di regioni, tagliate nello

stato a capriccio, senza nè fondamento di tradizione, nè ragioni di

modernità. L'idea era stata del Farini, che prima delle annessioni

meridionali aveva proposto di dividere il regno in sei regioni: ma

innanzi a lui, fino dal 1833, Mazzini nell'opuscolo sull'_Unità

Italiana_ proponeva di sopprimere le provincie, riducendo gli ottomila

comuni a milleduecento con circa ventimila abitanti ciascuno e spezzando

l'Italia in dodici regioni di cento comuni. Così, per combattere il

federalismo storico, si creava un federalismo artificiale.

Nell'impossibilità di correggere subito i limiti dei comuni e delle

Provincie era miglior sistema negli inizi del governo nazionale

raggrupparli il più naturalmente possibile sotto le prefetture. Nelle

regioni gli antagonismi federali si sarebbero serviti delle nuove

libertà contro l'unificazione: le facoltà legislative, loro concesse

inevitabilmente, vi avrebbero creato tanti piccoli stati nello stato in

opposizione col governo centrale.

L'istinto rivoluzionario del parlamento supplì al difetto di Cavour, che

aveva permesso al Minghetti, ministro dell'interno, di ripresentare

raffazzonato e peggiorato il primo disegno di Farini; la legge fu

scartata. L'unità trionfava attraverso tutti gli errori. Poco dopo lo

stesso ministro proponeva che la festa dello Statuto dichiarata civile

si solennizzasse col clero, il quale vi si ricusò.

Il ministero scopriva già le proprie tendenze bigotte.

Improvvisamente il grande statista morì. La divorante attività di una

vita politica, per dieci anni senza un'ora di riposo, aveva logorato il

suo superbo temperamento di atleta; ma fino agli ultimi giorni pensò e

lavorò con lo stesso impeto. La moltitudine rinascente dei problemi non

potè mai sopraffarlo: contemporaneamente rannodava le relazioni

diplomatiche colla Svezia, colla Danimarca e col Portogallo; spingeva le

trattative con Napoleone III per l'evacuazione di Roma, vegliava sui

disordini di Napoli, dirigeva le finanze, preparava la marina, lottava

nelle camere per tutte le questioni. La maggioranza docile ma inesperta

aveva d'uopo della sua presenza. Il 28 maggio respingeva ancora un

disegno di legge in favore dei veterani delle repubbliche del

quarantotto, nel quale si ripresentava la questione pericolosa sollevata

da Garibaldi. «La sola ragione, per cui il governo non può riconoscere

il grado degli ufficiali veneti è perchè non vuole riconoscere anche

quelli della republica romana... Non credo che si debba andare incontro

a tutti quelli, che hanno combattuto sotto una bandiera, che non era la

nostra. Non tutti fecero adesione alla monarchia... Possiamo

rispettarli, ma per noi sono avversari, nemici. Non consentiremo mai che

si faccia nulla a pro di loro». Queste intrepide parole furono la sua

ultima bravata di ministro monarchico.

Una febbre violenta lo colpì: ogni rimedio fu presto inutile, il delirio

sorprese il suo pensiero, che aveva resistito a tutti i turbini della

rivoluzione. Però anche nell'agonia il grande politico riaffermò il

proprio sistema: «L'Italia del nord è fatta, non vi sono più nè

lombardi, nè piemontesi, nè toscani, nè romagnoli: ma vi sono ancora

napoletani. Oh! vi è molta corruzione laggiù nel loro paese! Bisogna

moralizzarli... ma non stato d'assedio, non mezzi violenti di governo

assoluto. Tutti sanno governare collo stato d'assedio».

Agli ultimi momenti chiamò un frate, col quale sette anni prima si era

accordato per non vedersi negati i conforti della religione come il

ministro Santa Rosa: volle morire cristianamente e che tutta Italia lo

sapesse. Il frate raccontò poi che il conte Cavour gli avesse risposto

nelle estreme preghiere degli agonizzanti: «Frate, frate, libera chiesa

in libero stato». Così morì (6 giugno 1861).

Il dolore d'Italia fu profondo, la costernazione maggiore del dolore.

L'Europa suonò d'encomii; lord Palmerston vinse ogni altro oratore

tessendogli l'elogio funebre; Napoleone III ne trasse argomento per

accordare finalmente all'Italia il riconoscimento officiale; la

monarchia trepidò; gli avversari democratici, vinti ed oppressi dal

ministro vivo, s'inchinarono al suo feretro come ad una delle più grandi

ed improvvise rovine della storia moderna. Allora la sua gloria,

balenando come una rivelazione fra uno sgomento di ammirazione e di

rimpianto, diede all'opera della sua politica così prepotentemente

personale l'apparenza di un miracolo.

Ma attraverso le generose ed inevitabili esagerazioni d'un'ammirazione,

che cercava già nel solco tracciato dal suo pensiero nel passato la sola

via sicura dell'avvenire, si riaffermava nella coscienza nazionale il

sentimento dell'unità. Per la prima volta dopo tanti secoli un dolore

italiano era veramente nazionale: Cavour era stato l'unità vivente della

rivoluzione, organizzando nella realtà immortale della propria opera i

risultati di tutte le iniziative.

Come Cesare, egli aveva dominato il maggiore periodo politico d'Italia:

l'antico impero romano non aveva mai potuto uscire dall'orbita cesarea,

la moderna monarchia italiana conserverebbe fino all'ultimo giorno

l'impronta cavouriana.

L'Italia, collocando Cavour fra Mazzini e Garibaldi, comporrebbe la

triade politica più perfetta del secolo decimonono.

CAPITOLO TERZO.

I luogotenenti di Cavour

L'ambiente politico.

La morte del conte di Cavour tolse al governo quella potente unità

d'azione che, dopo i miracoli della preparazione piemontese gli aveva

permesso di assimilarsi senza scosse tutta l'opera rivoluzionaria. La

paura fu tale nei primi momenti che corte e paese dubitarono della

propria fortuna: si temette che la rivoluzione insorgente per il

ricupero immediato di Roma e di Venezia travolgesse l'Italia ad

irreparabile ruina. Il parlamento inesperto, frazionato da rivalità

d'interessi regionali, affollato di recenti convertiti alla monarchia,

impotente ad assorbire la rivoluzione con una politica indipendente

all'estero e liberale all'interno, non era abbastanza forte per dominare

il trambusto dell'opinione: la dinastia, amata per la gloria degli

ultimi fatti ed ammirata dalla moltitudine per il tradizionale rispetto

a tutti i re, non poteva esorbitare efficacemente dalla costituzione

senza eccitare pericolosi sospetti di dispotismo dopo il trionfo della

propria conquista piemontese: nessun uomo politico aveva allora

abbastanza autorità per sostituire il conte di Cavour.

Nullameno nè la monarchia, nè la nazione dovevano pericolare dopo la

morte del grande statista. L'Italia era essenzialmente monarchica.

Malgrado le vanterie rettoriche di tutti i partiti unanimi

nell'esagerare la grandezza della rivoluzione italiana, questa era stata

piuttosto una insurrezione contro gli stranieri per conquistare

l'indipendenza che una vera rivoluzione. Anzitutto la stessa

insurrezione non aveva potuto scoppiare che dopo l'intervento francese:

l'impresa garibaldina non aveva trovato ostacoli politici alla propria

espansione; l'esercito borbonico si era pochissimo battuto; il popolo

aveva assistito festeggiando alla caduta delle vecchie dinastie e

all'impianto della nuova. I partigiani dei governi abbattuti come non li

avevano difesi nel pericolo, così non erano stati attaccati nè prima nè

dopo dai pochi rivoluzionari combattenti; nessuno spostamento di classe

era avvenuto, nessuna idea originale aveva cangiato col proprio trionfo

la fisonomia storica della nazione. Tale comoda e simpatica rivoluzione

senza spargimento di sangue era l'argomento più evidente contro la

rivoluzione: la storia non ebbe e non avrà mai rivoluzioni incruente. La

passione democratica vi si era condensata nello sforzo militare,

acquetandosi sotto una monarchia costretta alla più mostruosa delle

ingratitudini. La sola idea originale della rivoluzione italiana sarebbe

stata l'abolizione del regno papale, ma la rivoluzione non aveva osato

tampoco assalirlo.

La rivoluzione italiana non poteva paragonarsi a nessuna vera

rivoluzione popolare, nè alla inglese, nè alla olandese, nè alla

americana, nè alla francese, nè alla greca.

L'Italia era essenzialmente monarchica. Nello stesso partito

rivoluzionario, Mazzini era il re dell'idea e Garibaldi l'imperatore

della spada: il partito volontariamente soggetto alla più rigorosa

disciplina s'unificava nei due capi; nessuno aveva osato mai una vera

mossa politica senza il consenso di Mazzini; nessuno avrebbe tentato un

moto militare senza la guida di Garibaldi. L'incapacità del popolo si

rivelava in questa dedizione di tutta la propria parte migliore ai due

maggiori individui: Mazzini era sinonimo di republica, Garibaldi di

guerra.

Però la morte di Cavour toglieva al governo la superba consapevolezza

della propria superiorità sul partito mazziniano e garibaldino: dopo

Cavour nessun altro uomo della monarchia poteva affrontare il paragone

con Mazzini e con Garibaldi.

La politica cavouriana doveva nullameno proseguire non solo come

inevitabile illazione della grande opera dello statista, ma come un

risultato fatale dell'ambiente nel quale la monarchia si era formata. I

dati della sua politica restavano immutati. I successori del conte di

Cavour, definiti da Giuseppe Ferrari con fine ironia i generali di

Alessandro, avrebbero nella loro altalena ministeriale subìto le

oscillazioni di questi dati senza poterli modificare: la varietà dei

loro caratteri personali si presterebbe alle antinomie del progresso,

che trionfa sovente coll'errore; le loro parziali ed ammirabili facoltà

si addestrerebbero nei molteplici particolari delle grandi questioni,

creando una scuola politica e spremendo le proprie primizie spirituali

senza potersi irrigidire nei propri falli. Così, dopo la potente unità

politica di Cavour, che a lungo andare avrebbe colla propria supremazia

ritardato il progresso del parlamento, apparvero meglio le correnti

della pubblica opinione: i ministeri diventarono crogiuoli, ove gli

interessi nazionali neutralizzandosi dovettero fondersi nell'interesse

nazionale; la medesima incertezza di criteri concesse più facile il

saggio di tutti i problemi: la partecipazione alla vita pubblica fu più

intensa dacchè la mediocre autorità dei successori di Cavour mise nella

nazione come uno sgomento vigilatore: le insufficienze della monarchia

nelle quistioni di Roma e di Venezia servirono a ridonare prestigio

all'idea democratica; le impotenze del sistema mazziniano persuasero che

la republica non poteva derivare da un uomo per quanto sublime di

spirito; le tragedie patriottiche di Garibaldi ridiedero al popolo la

coscienza che l'eroismo è la verità suprema della storia.

Il partito cavouriano, intitolandosi dalla moderazione, fu come tutti i

partiti impropriamente definito. La sua moderazione nei grandi problemi

di Roma e di Venezia non era fatalmente che sommissione alla prepotenza

straniera; nelle questioni interne la febbre della unificazione lo

rendeva talvolta più che rivoluzionario. L'opera politica della

ricostituzione nazionale subì quindi l'influsso di due metodi

antagonisti: si cercò con ogni studio di tener lontano il popolo dagli

uffici pubblici, e si spinse la rivoluzione nelle leggi. Mentre i

governi passati erano stati sempre contro il popolo, il nuovo fu pel

popolo ma non del popolo. La violenta unificazione, cassando molti

errori, molti ne produsse: la burocrazia invece di essere un organo di

tutela e di trasmissione, limitato al minimo di personale e di spese,

crebbe smisuratamente per la necessità di assettare gli spostati, di

compensare i vincitori, di sedurre gli avversari. Nei salarii

specialmente imperversò l'ingiustizia, sebbene tutti rimanessero

sproporzionati ed esigui. Si dovette subire una seconda più disastrosa

preparazione di guerra; le finanze parvero diventare un problema

insolubile; le imposte depauperarono molti campi di produzione, mentre

le spese nelle opere pubbliche ne fecondavano altri; i trattati di

commercio subirono i contraccolpi dell'inferiorità politica;

l'agricoltura, così sproporzionata in Italia da raggiungere in alcune

provincie il reddito di duemila lire per ettaro e in altre di cinque,

sofferse anche maggiormente per la sproporzione anche più assurda delle

aliquote.

Il governo, ridotto ad una clientela, venne sfruttato dalla classe

governante; la plutocrazia germogliò vigorosamente dalla politica.

Nullameno il rinnovellamento della nazione procedeva. Era una guerra

incessante, minuta, universale, nella quale era impossibile contare i

morti e i vincitori: idee e fatti fermentavano e sparivano come in una

improvvisazione fantastica, per riprodursi con sempre nuovi aspetti; le

attitudini si svegliavano, la esistenza nazionale maturava la vita

politica.

I primi ministeri.

Se nella cronologia del regno d'Italia il primo ministero era stato

quello di Cavour, l'assorbente preponderanza del grande ministro lo

rendeva nullameno troppo simile agli altri del piccolo regno sardo per

cominciare da esso la nuova storia parlamentare. Così il primo ministero

veramente italiano fu di Bettino Ricasoli, eletto dal re fra i tanti

luogotenenti di Cavour. La scelta, eccellente in quanto toglieva al

ministero l'eccessivo carattere piemontese, non modificò la situazione

parlamentare: il Minghetti, il Bastogi, il Peruzzi, il De Sanctis vi

rimasero: il Ricasoli tenne gli esteri, la presidenza e l'interim della

guerra, dando la marina al Menabrea. Per una malsana imitazione del

conte di Cavour, che nel periodo della preparazione piemontese aveva

assunto quasi tutti i portafogli, si cominciò ad attribuirli fuori

d'ogni criterio tecnico: Ricasoli, agricoltore e diplomatico, successe

al Fanti, il migliore organizzatore militare d'Italia. Più tardi questo

difetto giunse a tale che si videro avvocati e generali di cavalleria al

ministero della marina, criminalisti ai lavori pubblici, filosofi al

commercio.

La lotta politica in Italia, Volume 3 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 9 / 29 段