rivoluzionaria della sinistra, la quale per necessità di opposizione
oppugnò la violenta centralizzazione e quel sopprimere subitaneo tutte
le consuetudini e gli statuti locali sovente migliori dei nuovi. Ma
senza questa violenta ed affrettata unificazione, la coscienza unitaria
avrebbe forse pericolato. Il modello legislativo, al solito accattato in
Francia dai tempi del primo impero, non poteva in quel momento essere
più adatto. Bisognava al governo un maneggio rapido ed assoluto di quasi
tutta la vita publica per dominarla, giacchè la reazione clericale
avrebbe potuto appiattarsi nemica in ogni istituto indipendente, o la
rivoluzione farsi di questo una cittadella, dalla quale compromettere o
sfidare la monarchia. I comuni, antica gloria italiana, vennero quindi
mortificati sotto le prefetture; ogni autonomia provinciale inceppata;
contese tutte le attività e le iniziative singole a pro dell'opera
governativa. In questa inevitabile frenesia di rinnovamento legislativo
le leggi grandinarono informi, disformi, deformi: fu un tumulto, nel
quale la verità degli studi si confuse, la proporzione dei fatti colle
idee si alterò. Il governo, invece di rappresentare la vita nazionale
nella varietà delle sue tendenze e de' suoi atteggiamenti, parve una
immane azienda nella quale pochi direttori manipolassero uomini e cose.
Ma se la destra era politicamente reazionaria osteggiando la
rivoluzione, che esigeva la conquista immediata di Roma e di Venezia, e
mantenendo nel vecchio statuto l'elettorato così assurdamente ristretto
che appena cinquecentomila erano gli elettori politici, nella sua opera
penetrarono largamente i principii rivoluzionarii. Lo stesso
assorbimento governativo ne fu causa. Così, presto si fe' strada la
gratuità e obbligatorietà della istruzione elementare, la giurìa fu
applicata dappertutto anche nelle provincie meno atte a così alto
magistrato. Le strettezze del bilancio spinsero all'abolizione degli
ordini religiosi coll'incameramento dei loro beni; la necessità di
combattere il clero condusse a restringerne i privilegi; la
promulgazione di tutti i codici nuovi, alla accettazione di moltissimi
principii liberali non ancora accolti nella maggior parte delle
legislazioni europee. Burocrazia ed esercito riuscirono efficaci
strumenti di livellazione democratica; si dovettero moltiplicare con
paradossale energia strade, ferrovie, telegrafi, scuole; ogni creazione
conteneva fatalmente un'idea democratica per quanto smezzata; ogni
mutamento anche sbagliato era un progresso. Il passato, respinto da
sforzi prodigiosi, dileguava a perdita d'occhio.
Urgeva rinnovare tutto e rinnovare presto: poi si sarebbe ricorretto e
migliorato.
Altro terribile strumento di livellazione e di unificazione fu la
imposta. Nel crescendo fantastico di spese e di debiti, malgrado le più
dolorose sproporzioni di quote, i contribuenti sentirono la solidarietà
italiana cui venivano sacrificati. Naturalmente le provincie del nord
più ricche e civili, ove per ragioni di catasto o di altri congegni
amministrativi era molto più facile colpire il contribuente, pagarono
per le provincie meridionali più povere, e nelle quali mancavano le più
necessarie opere pubbliche e i redditi erano di più difficile
accertamento.
Così l'ignavia di coloro, che avevano assistito come spettatori alla
liberazione d'Italia, trovò la pena nel trionfo; quelli, che non avevano
sofferto sui campi di battaglia, patirono nel campo economico; chi non
pagò di sangue pagò di borsa. Ma in questa crisi economica, nella quale
perirono molte industrie e si disfecero parecchie classi di proprietari,
altre ne crebbero: sotto la pressione del bisogno aumentò il lavoro; le
vie di comunicazione, la soppressione di tutte le dogane interne, la
diffusione delle idee, degli scambi e delle forze, le opere pubbliche,
la concorrenza straniera e sopra tutto l'energia della nuova coscienza
nazionale trionfarono delle micidiali esazioni. La ricchezza si
sviluppò. Dall'arringo parlamentare, ove si discutevano publicamente gli
interessi della nazione, derivò a questa la passione della vita publica:
si cominciò a comprendere che il governo non era più un nemico come pel
passato e che nel popolo, sebbene ancora amministrato da pochi borghesi,
stava tutto il diritto. Entro i partiti belligeranti per le grandi idee
politiche se ne formarono altri con intendimenti minori di economia e di
libertà interna: la partecipazione al governo diventò mano mano
desiderio anche nelle masse; il nuovo assolutismo borghese trovò presto
degli avversari.
Difficoltà politiche.
Ma le questioni politiche soverchiavano. Mentre il governo a forza di
procrastinarla rinunciava quasi alla conquista di Venezia e di Roma, si
doveva nullameno sacrificare il paese all'improvvisazione di un esercito
e di una marina capaci di maggior guerra appena se ne presentasse il
destro. Il problema della riorganizzazione militare, già difficile in un
periodo nel quale la scoperta di sempre nuove armi impone radicali e
subiti mutamenti, diventava difficilissima in Italia per la fusione dei
vecchi eserciti in quello piemontese. Mancavano illustri generali ed
abili organizzatori: v'erano rivalità pericolose di milizia, tristissime
abitudini da sradicare, odiosi privilegi da concedere.
Si dovevano accogliere reggimenti e generali, che avevano combattuto
contro l'Italia o tradito i propri sovrani all'ultima ora, riformare i
quadri, sottomettere gelosie, graduare meriti male definibili,
fabbricare un numero immenso di armi, stabilire una nuova disciplina,
creare la fede nella bandiera tricolore, profondere denaro, e nullameno
dar paghe esigue fino al ridicolo.
Il partito piemontese, più forte ancora nell'esercito che nella camera,
poteva diventare pericoloso; però l'esercito piemontese, per conseguenza
della propria monarchia, doveva essere nucleo e tipo dell'esercito
italiano. La flotta napoletana, maggiore della savoiarda, pretendeva al
primato e lo meritava; ma non si poteva concederglielo per lo scarso
patriottismo e la mala condotta del suo personale. Bisognava schiacciare
nelle bande garibaldine il fiore della vita militare italiana. perchè il
suo profumo non inebriasse pericolosamente le altre milizie.
Sotto l'insistente proclamazione di idee e di sentimenti militari il
morto federalismo risorgeva odiosamente, formandosi in camorre
regionali, che la cresciuta facilità di lucri e di onori stimolavano
avaramente. Se i piemontesi affettavano la loro conquista sino ad
irritare in molte provincie il sentimento politico, di rimpatto queste
si gettavano sul governo nazionale come sopra una preda: in tanto
inevitabile sperpero di milioni e di miliardi ognuno voleva accaparrarsi
la parte più grossa.
E questa rapacità e vanità provinciale intralciava l'opera già difficile
del governo: nel parlamento destra e sinistra si scindevano per
interessi regionali; nei ministeri bisognava proporzionare il numero dei
ministri all'importanza delle regioni, cui appartenevano come deputati,
sotto pena di una coalizione di opposizione altrettanto assurda che
invincibile. Nessun ministero si sarebbe sostenuto, se composto di
uomini nati a caso in una sola parte d'Italia. Naturalmente nei
ministeri preponderava l'elemento piemontese, cui contrastava
poderosamente l'elemento napoletano come il più numeroso e compatto
nella camera. Al senato invece, nell'assenza di un'aristocrazia davvero
dirigente come in Inghilterra, la battaglia si risolveva in una
accademia, giacchè il privilegio di nomina regia permetteva di non
introdurvi che senatori o nulli o della più ortodossa devozione
monarchica. Esso non funzionava quindi che come una valvola di sicurezza
per dare sfogo ai troppi vapori della camera, e come un magazzino di
scarti politici, dai quali trarne ancora qualcuno servibile.
L'opposizione francamente antimonarchica rimasta a combattere il governo
perdeva terreno ogni giorno, poichè la quantità possibile di rivoluzione
pel paese penetrava abbastanza facilmente nelle leggi e nei costumi
della vita nuova. Già le defezioni di coloro, che si sentivano o si
credevano atti alla vita parlamentare, e quelle dei moltissimi attirati
dall'esercito, dalla burocrazia o da altri interessi trionfanti nei
governo l'avevano miseramente assottigliata. Il mazzinianismo si
restringeva sempre più a setta, l'ingrossare dell'esercito nazionale
scemava l'importanza di altre future milizie garibaldine.
L'epopea era finita: alla rivoluzione non rimaneva che la sublime
risorsa di qualche ultima tragedia.
Gli stessi disertori della rivoluzione nobilitavano contro di essa la
monarchia agli occhi delle masse giudicanti sempre coll'istinto: nessun
tentativo di rivolta avrebbe quindi trovato ribelli; Mazzini stesso non
osava predicarla, Garibaldi non l'avrebbe capitanata. La parte
rivoluzionaria era costretta a pretendere sulla monarchia una priorità
d'iniziativa, alla quale il buon senso e la fiacchezza delle moltitudini
si ricusavano; il nuovo regno d'Italia, entrando nel sinedrio delle
potenze d'Europa, doveva d'ora innanzi agire diplomaticamente.
Le temerarie iniziative del momento venivano dall'opera legislativa, che
sommoveva violentemente l'antico assetto italiano, pareggiando
politicamente provincie differentissime per periodi di civiltà, per
indole di storia e per irrigidimento di carattere. Lo stesso confuso e
febbrile lavoro di costruzioni, comunicato dal governo alle provincie e
ai comuni a guisa di un contagio, nascondeva all'occhio dei più
iniziative non meno ammirabili delle più temerarie imprese garibaldine,
come l'impianto delle ferrovie a rovescio d'ogni ragione economica e
scientifica attraverso regioni quasi prive di ogni altra strada e quindi
incapaci di alimentarle. Solo l'America aveva osato questo, ma l'America
era ricca: l'Italia povera, in ritardo con ogni produzione, costretta ad
improvvisare tutti i propri organi politici a un tempo, moltiplicando i
debiti oltre qualunque elasticità di credito, esagerando le imposte,
preparandosi ad altre guerre, coi terribili problemi di Roma e di
Venezia insoluti, ancora smembrata e pericolante in uno stato
provvisorio, era magnifica di ardimento nel gettare miliardi per
ferrovie che saldando la sua unità dovevano, anzichè coronare il sistema
stradale, svilupparlo ove era appena abbozzato.
Scientificamente e finanziariamente quelle ferrovie erano un errore;
politicamente furono il maggiore dei vantaggi, e resteranno malgrado gli
immensi difetti una delle migliori glorie del nostro risorgimento.
CAPITOLO SECONDO.
La proclamazione di Roma capitale
Trattative diplomatiche.
Colla resa di Gaeta, cui seguì poco dopo quella del castello di Messina
e di Civitella del Tronto, la conquista regia era compita. La nuova
camera adunata a Torino si componeva di 443 deputati, ma nel primo
fervore di adesione monarchica Guerrazzi, Bertani, Cattaneo, Montanelli
ne rimasero esclusi. Il discorso di apertura corteggiò tutte le nazioni
d'Europa per trarle al riconoscimento ufficiale del nuovo regno, tacque
di Roma e di Venezia ammonendo severamente i volontari a non agitare
ulteriormente il paese per una guerra.
La prima legge fu di un solo articolo: «Re Vittorio Emanuele II prende
per sè e pe' suoi successori il titolo di re d'Italia», formula
infelice, giacchè il titolo di secondo, conservato dal re nella
cronologia della propria stirpe, ribadiva il concetto della conquista
piemontese: Vittorio Emanuele non poteva essere che il primo re
d'Italia. Un'altra legge gli riconobbe il diritto dalla grazia di Dio e
dalla volontà della nazione; e fu espressione assurda ma inevitabile ad
un regno costituzionale, in cui la sovranità nazionale si amalgamava al
diritto divino.
Alla proclamazione del regno fioccarono le proteste dell'Austria, del
papa e degli altri principi spodestati. La Francia sembrava tenere il
broncio: nullameno ricusò la proposta spagnuola ed austriaca di
convocare un congresso delle tre primarie potenze cattoliche per
assicurare i diritti sovrani della chiesa. La Prussia si manteneva sul
diniego, la Russia proseguì nelle ostilità: solo l'Inghilterra fra i
grandi stati aveva riconosciuto il nuovo regno.
Cavour, raddoppiando di attività, si accinse ad assettarlo. Allontanato
Garibaldi, mantenuto in esilio Mazzini, impedito a Cattaneo il
parlamento, domata la rivoluzione e scompaginato il partito
rivoluzionario, egli rinunciò abilmente ad insistere per il ricupero
della Venezia, sulla quale la Germania manteneva ancora troppe pretese,
per tentare invece il problema di Roma. Il tumulto dei nuovi elementi
parlamentari non lo stordiva. Egli comprendeva benissimo, quantunque
monarchico e piemontese, che il nuovo regno non poteva organizzarsi
intorno a Torino: tutto il mezzogiorno avrebbe recalcitrato contro
questa eccessiva preponderanza piemontese, mentre una pericolosa
incertezza come di provvisorio avrebbe sempre pesato sul nuovo regno.
L'italianità era in Roma. Ma dinanzi a questo problema il suo destro
ingegno di statista doveva fatalmente venir meno.
Già prima dell'occupazione delle Marche e dell'Umbria, nel subito
tumultuare della rivoluzione, egli aveva mandato a Roma l'abate
Stellardi, elemosiniere del re, con una lettera di Vittorio Emanuele al
pontefice e con facoltà di esibire queste proposte: il papa
conserverebbe l'alto dominio sulle Romagne, le Marche e l'Umbria, e ne
affiderebbe il governo al re di Sardegna come vicario. Era un'esumazione
dei concetti medioevali, che naturalmente abortì, e una rinuncia a Roma
capitale. Cavour, sempre incredulo nell'unità d'Italia, insidiando
queste provincie al papa, non mirava che ad un'altra forma d'annessione.
Infatti l'alto dominio del pontefice si sarebbe nel fatto ridotto a meno
che nulla.
Ma la rivoluzione avendo con Garibaldi conquistato le due Sicilie e
prodotto il regno d'Italia, il problema di Roma capitale s'imponeva alla
politica monarchica. Il conte di Cavour, troppo grande statista per non
sentirlo, non lo era nullameno abbastanza per comprendere che solo la
rivoluzione avrebbe potuto idealmente risolverlo. Quindi tentò. La sua
formula: «libera chiesa in libero stato», avrebbe dovuto fare il
miracolo. Diplomatico in queste trattative entrò il dott. Diomede
Pantaleoni, residente in Roma e ben ricevuto nei circoli vaticani: il
padre Passaglia, gesuita cresciuto di nome per la difesa del dogma
dell'Immacolata Concezione, e più tardi di fama per una mezza apostasia,
assecondava.
Il disegno era una specie di alleanza fra il papato e l'Italia col
principio: «libera chiesa in libero stato»; quindi abolizione di tutte
le leggi giuseppine, tanuccine, leopoldine; tutti i vescovi eletti senza
intromissione del governo, assoluta libertà alla chiesa d'insegnare e
predicare, il patrimonio ecclesiastico dichiarato intangibile, garantita
al Santo Padre ogni immunità nell'esercizio spirituale, assicurata ai
fedeli di tutto l'orbe la comunicazione col Vaticano, ministri e nunzi
pontifici inviolabili, creato un lauto patrimonio alla Santa Sede.
In compenso essa rinuncierebbe al potere temporale.
La curia Vaticana resistè.
Allora il conte di Cavour si torse verso Francia: questa volta
intervenne diplomatico il principe Girolamo Napoleone, genero del re.
Non potendo ottenere Roma dal papa, l'astuto ministro cercava di
sottrarre Roma al protettorato francese: le basi delle nuove
convenzioni, senza adesione della corte romana, erano: la Francia,
garantito il papa da qualsivoglia intervento straniero, ritirerebbe da
Roma le proprie truppe; l'Italia s'impegnerebbe a non aggredire e a non
permettere aggressioni esteriori contro il territorio attuale del
pontefice, non reclamerebbe contro l'organamento di un esercito
pontificio con volontari cattolici stranieri, purchè non superasse i
diecimila soldati e non trascorresse a minacce contro il regno; infine
accetterebbe di trattare col governo romano per assumere la propria
parte proporzionale nelle passività delle antiche provincie pontificie.
Ma nemmeno questa convenzione fu conchiusa, giacchè l'imperatore non
voleva ancora nè abbandonare il papa, nè emancipare al tutto l'Italia.
Con tale convenzione, che pochi anni dopo doveva generarne una ben più
triste, il conte di Cavour senza rinunciare formalmente a Roma nè
proclamarla officialmente capitale, avrebbe ottenuto di potersene
facilmente impossessare appena ne capitasse il destro, senza rompere
guerra alla Francia.
Poi, nel dicembre dell'anno 1860, rimandò a Roma Omero Bozzino a
ritentare la prova delle prime offerte sulla fede di qualche cardinale,
come il Santucci, che sembrava mantenersi propizio agli accordi. Lo
stesso segretario Antonelli si prestò furbescamente al giuoco per meglio
umiliare la politica piemontese; ma, dopo aver finto di patteggiare
persino il prezzo delle proprie condiscendenze, troncò bruscamente la
pratica esiliando il Pantaleoni.
Questa volta il fino diplomatico piemontese aveva trovato nel prelato
romano una scaltrezza anche più perfida.
L'ordine del giorno Buoncompagni.
Intanto la parte rivoluzionaria agitava vivamente nel paese la questione
di Roma: si moltiplicavano indirizzi e proteste al re e all'imperatore;
l'Inghilterra per gelosia del cesarismo bonapartesco insisteva
officialmente per lo sgombro da Roma del presidio francese; il governo
doveva uscire dal silenzio con più alta affermazione italiana sotto pena
di soccombere nella coscienza nazionale.
Cavour ebbe tutta l'audacia consentitagli dal proprio sistema e dal
proprio temperamento politico: combinò col deputato bolognese Audinot
un'interpellanza e coll'ex-ministro Buoncompagni un ordine del giorno,
nel quale era scritto: «La camera, udite le dichiarazioni del ministero,
confidando che, assicurata l'indipendenza, la dignità e il decoro del
pontefice e la piena libertà della chiesa, abbia luogo di concerto colla
Francia l'applicazione del principio di non intervento e che Roma,
capitale acclamata dall'opinione nazionale, sia resa all'Italia, passa
all'ordine del giorno» (27 marzo 1861).
Tutta l'insufficienza e l'astuzia italiana erano riassunte in questo
ordine del giorno. Il diritto nazionale su Roma vi diventava opinione,
quello del non intervento cessava di essere un principio per ridiventare
materia di accordi, la sudditanza alla Francia nella ragione più intima
della vita e della storia nazionale era proclamata in faccia a tutto il
mondo; ma con questo così umile ed umiliante ordine del giorno il
governo persuadeva al paese di aver compiuto un atto magnifico di
audacia. Nella coscienza confusa della borghesia Roma diventava
legalmente capitale d'Italia, l'occupazione dei francesi vi era
segnalata come un arbitrio, l'agitazione rivoluzionaria perdeva quasi
totalmente ogni efficacia di persuasione per una nuova impresa su Roma,
che la monarchia si appropriava rimettendone la presa di possesso alla
prima favorevole occasione.
Infatti la publica opinione esultò: solo Mazzini e Garibaldi, il genio e
il cuore d'Italia, sentirono l'ineffabile offesa. La pace di Villafranca
non aveva tradito che il Piemonte, troppo piccolo allora per resistere
solo contro Austria e Francia: il riconoscimento officiale del diritto
alla Francia di occupare militarmente Roma, e la proclamazione di non
ricevere questa che dalle sua mani, annullava la neonata individualità
dell'Italia.
Nullameno tacere di Roma sarebbe stato impossibile ed altrettanto
miserevole per il governo, che nei primi dubbi delle annessioni
meridionali per propiziarsi la Francia aveva dovuto lusingarla con
un'altra possibile cessione della Sardegna: per fortuna le veementi
proteste dell'Inghilterra, irritata dal pericolo che il Mediterraneo si
mutasse così in lago francese, salvarono questa isola all'Italia, e il
ministro potè in seguito mentire alteramente respingendo tale accusa.
Ma colla proclamazione di Roma capitale d'Italia il conte di Cavour
otteneva l'incomparabile vantaggio di consacrare italiana la monarchia
sarda: l'umiliazione di quell'ordine del giorno, così profonda che
sfuggì al sentimento delle masse, ne impediva una peggiore di una
rinuncia a Roma capitale. La monarchia trionfava un'altra volta della
rivoluzione, la quale conquistando Roma non avrebbe potuto che
conquistarla per essa. La politica regia era da troppi secoli abituata a
vincere colla sola astuzia e a guadagnare anche con la sola viltà,
perchè quella formale abdicazione del più alto fra i diritti nazionali
potesse sgomentare la sua coscienza; la giovane nazione era troppo poco
rivoluzionaria per imporle una politica più nobile, e troppo memore
della passata servitù per offendersi di un vassallaggio ideale, cui
sentiva nel proprio istinto di potersi fra non molto sottrarre.
Il conte di Cavour in questa campagna parlamentare manovrò colla stessa
prontezza di decisione e rapidità di cangiamenti tattici che in quella
dell'invasione nel territorio pontificio per impossessarsi di Napoli:
difetti di forma e insufficienza d'idea vi derivavano meno dal suo
spirito che dal sistema monarchico. Se egli lo avesse trasceso
coll'ingegno o col carattere, non ne sarebbe stato il massimo politico:
quindi stretto in un'antitesi insolubile, invece di lasciarvisi
schiacciare, italianamente scivolò fra i due termini.
La nazione, che aveva con Garibaldi e con Mazzini mostrato al mondo il
più eccelso esempio di epica semplicità, poteva giovarsi impunemente
della doppiezza di Cavour.
Ultima lotta fra Garibaldi e
Cavour.
Intanto le difficoltà politiche del primo assetto urgevano: bisognava
abbreviare con ogni mezzo possibile i governi luogotenenziali,
pacificare il mezzogiorno ove il brigantaggio era già scoppiato,
assimilare politicamente ed amministrativamente tante provincie diverse,
fondere sette bilanci in uno solo e già oberato da un passivo di mezzo
miliardo, organizzare il nuovo esercito.
Il conte di Cavour fu ammirabile di destrezza e di coraggio. Il suo
profondo acume politico gli scoprì che di tutti gli elementi
rivoluzionari il più pericoloso per la monarchia era allora il più
nobile, quello che con prodigi di valore e di fortuna aveva conquistato
più che mezzo il regno. I mazziniani battuti idealmente e politicamente
non erano ormai altro che una setta; i garibaldini invece rimanevano
ancora maggiori di un partito. La loro incorporazione nell'esercito
piemontese vi avrebbe dissipato il prestigio monarchico e distrutta la
devozione al re: la politica, entrando nelle caserme, avrebbe resa la
sinistra parlamentare arbitra della camera, tristissimi pronunciamenti
alla spagnola sarebbero scoppiati ad ogni difficile questione di
governo. Bisognava dunque rifiutare nell'esercito le bande garibaldine,
accogliendovene quei capi più illustri che si convertissero alla
monarchia: così, prive dei migliori capitani e disorganizzate dalle
defezioni, non potrebbero che difficilmente riordinarsi per una
ribellione. Questa politica era la conseguenza della campagna delle
Marche e dell'ingresso delle truppe piemontesi nel Napoletano per
soffocarvi la anarchia rossa: dopo aver disonorata l'impresa garibaldina
in faccia all'Europa, era d'uopo esautorarla nell'opinione d'Italia col
respingere dall'esercito nazionale i reggimenti vincitori.
Garibaldi, rinunciando nelle mani del re la dittatura, gli aveva
raccomandato con passione di capitano i propri soldati; quindi, conscio
delle nuove trame, aveva già protestato da Caprera e minacciava di
venire in parlamento a farvi uno scandalo pericoloso. Tutta la sua
magnanimità non poteva tollerare che gli eroi di Calatafimi e del
Volturno fossero peggio trattati dei loro prigionieri borbonici. Egli
poteva sorridere vedendo generali d'Italia Nunziante e Pianell, l'uno
ferocemente reazionario prima della rivoluzione e vilmente disertore del
proprio re nell'ora delle battaglie, l'altro ministro di Francesco II
durante la conquista del regno napoletano, entrambi a lui preferiti
dalla nuova politica ministeriale; ma per coscienza di generale e di
cittadino, per carità di soldato e di patriota, non doveva sopportare
che le ferite e i gradi guadagnati dai propri soldati sul campo di
battaglia fossero senza valore per quello stesso governo, che profittava
delle loro vittorie.
Nullameno una più alta ragione imponeva agli eroi delle sue imprese
questo nuovo sacrificio.
Garibaldi coll'impetuosità del proprio carattere soldatesco, e stimolato
da molti partigiani, aveva esorbitato nei primi attacchi al ministero.
Egli, nizzardo, non poteva perdonare a Cavour la cessione di Nizza;
egli, italiano e democratico, odiava eroicamente Napoleone III, che dopo
aver tradito il Piemonte a Villafranca, impedendo la liberazione della
Venezia ed esigendo come prezzo del tradimento Nizza e Savoia, negava
ancora Roma all'Italia.