Tutto il regno era già annesso al Piemonte, mentre Francesco II

resisteva ancora a Gaeta. L'assedio, incominciato il 6 novembre,

malgrado tutti gli sforzi dei generali Menabrea e Valfrè, procedeva

lentamente a cagione del mare mantenuto aperto agli assediati dalla

flotta francese. Questo tardo intervento napoleonico umiliava il governo

italiano, senza salvare la dinastia borbonica. L'imperatore, stretto

dalle istanze dell'Inghilterra, dovette finalmente persuadersene e

consigliare al re di rendere la piazza; questi, fiducioso in una

reazione delle campagne, rispose alteramente; allora Napoleone propose

un armistizio di quindici giorni, che Francesco II ricusò ancora e,

atterrito dal bombardamento, accettò poco dopo per raccomandarsi in

quell'intervallo a tutti i governi d'Europa. Spirato l'armistizio e

riprese le ostilità, cominciò il blocco per mare: il bombardamento

seguitò, una polveriera della fortezza scoppiò, un altro armistizio di

quarantotto ore fu concesso per seppellire i morti; ma gli assediati

essendosene giovati proditoriamente per riparare la breccia delle mura,

Cialdini spinse così vigorosamente l'attacco che la fortezza dovette

capitolare (13 febbraio).

Re Francesco II esulò: i Borboni avevano finalmente cessato di regnare

sull'Italia.

La grande annessione delle due Sicilie creava politicamente la nazione

italiana: Venezia restava sotto l'Austria, Roma in mano del papa, ma un

regno di ventidue milioni d'italiani era cresciuto nell'Europa. Le

diplomazie dovevano riconoscerlo. La sovranità popolare vi aveva

sconfitto il diritto divino; la rivoluzione, giovandosi di tutte le

forme e di tutte le forze, vi aveva costretto a rimutarsi in se medesima

principato e democrazia; i plebisciti a suffragio universale vi

contrastavano ancora coll'elettorato incredibilmente ristretto dello

statuto; lo stato, emancipatosi dalla chiesa, le aveva ritolto

prerogative e territori; le guerre avevano rimessa una certa energia nel

popolo; il federalismo era cessato; l'unificazione aveva condotto

all'unità. La monarchia piemontese, forzata dalla rivoluzione a

diventare monarchia italiana, aveva dovuto accettare la base democratica

dei plebisciti, ed ora il cittadino sovrastava al re: la regalità era

mutata in funzione dello stato, la dinastia in una rappresentanza resa

simpatica dal coraggio mostrato. Se l'alleanza del Piemonte colla

Francia aveva aperto a questo l'adito al consesso delle grandi potenze

d'Europa, l'altra della monarchia colla rivoluzione, di Vittorio

Emanuele con Garibaldi, aveva creato la nazione.

Il re, secondando e più spesso subendo gli avvenimenti, aveva meritato

dal popolo in tanto discredito della regalità il titolo originale di

galantuomo; ma Garibaldi, solo fra l'impossibile republica unitaria di

Mazzini e l'impotente monarchia piemontese, opponendosi ad entrambe,

abbassando l'idea dell'una e slargando la realtà dell'altra, sfidando le

diplomazie e sollevando il popolo, era stato tutta l'Italia. Vittorio

Emanuele, Cavour e Mazzini non vi significavano che particolari tendenze

fra contraddizioni, che limitavano la loro opera ad un sistema. Così,

nell'infallibilità dell'istinto, Garibaldi aveva invece operato più di

tutti loro quando la rivoluzione pareva esaurita; ma, troppo grande per

aspirare a ricompense e troppo forte per serbare rancori, aveva

resistito persino al proprio trionfo, ritirandosi dalla guerra appena le

battaglie vi diventavano inutili, pronto a ricominciarla l'indomani con

una sconfitta maggiore di ogni vittoria. Ora, nell'inevitabile gazzarra

dell'improvvisazione monarchica, si era ritirato a Caprera, non

trasportando sulla piccola barca, frutto di tante conquiste, che pochi

legumi da seminare fra gli scogli dell'isola vigilata dalla sospettosa

ingratitudine della monarchia.

LIBRO OTTAVO

IL REGNO D'ITALIA

CAPITOLO PRIMO.

Il primo assetto

Insufficienza storica della nuova

monarchia.

Il nuovo regno non era ancora l'Italia.

Se il principio della nazionalità aveva trionfato, riunendo intorno al

Piemonte la maggior parte delle province italiche, Venezia rimasta

soggetta all'Austria e Roma sottoposta al papa toglievano alla nazione

la coscienza della propria integrità individuale. Attraverso la

clamorosa vicenda di tante vittorie si intendevano tuttavia i lamenti di

una grande speranza caduta. Un doloroso peccato d'origine turbava la

conquista regia anche nella gloria degli insperati trionfi. L'alleanza

offerta dada Francia al piccolo Piemonte e la discesa in Lombardia per

cacciarne l'Austria avevano tolto all'egemonia piemontese la simpatica

originalità dei primi ardimenti. Quindi la pace imprevista di

Villafranca l'aveva umiliata: re Vittorio Emanuele vi era sembrato

appena un vassallo, come gli antichi suoi avi, che gl'imperatori si

associavano nelle guerre, donando o ritogliendo loro qualche provincia.

Mentre il Piemonte, prima della guerra lombarda, era un minimo stato

ammirabile di iniziativa e di patriottismo, che, improvvisando tra le

servitù millenarie d'Italia una nuova epoca di libertà costituzionale,

si metteva all'avanguardia d'Europa ancora impacciata nei trattati della

Santa Alleanza, dopo la guerra lombarda era caduto come un satellite

nell'orbita del secondo impero napoleonico. La fortuna delle prime

annessioni era così poco bastata a ridargli l'antica libertà che

l'impresa garibaldina nel mezzogiorno, raddoppiandogli il problema, lo

sottoponeva ora più supinamente all'arbitrio dell'imperatore. Nullameno

il fatto nazionale aveva potuto concretarsi in una rudimentaria

organizzazione.

La nuova monarchia vincitrice quasi senza vittorie proprie, giacchè

nessuna battaglia piemontese era stata decisiva, restava in difetto

dinanzi all'Europa e dinanzi alla rivoluzione: per quella, la soggezione

alla Francia le toglieva di essere considerata potenza di primo ordine

come per grandezza di storia e di territorio avrebbe meritato; per

questa, l'abdicazione verso il papa e il vassallaggio a Napoleone le

scemavano tristamente la necessaria legittimità.

Il profondo mutamento avvenuto nella storia nazionale cogli ultimi fatti

non era ancora abbastanza visibile.

La monarchia piemontese, annullando in se stessa i Ducati e il regno

delle due Sicilie, non aveva sollevato la nazione nella modernità di un

fatto pari a quello di Francia e d'Inghilterra. Certo la dinastia di

Savoia si era mostrata incomparabilmente migliore di ogni altra lorenese

o borbonica, ma l'idealità italiana non aveva potuto incarnarsi in essa.

Il moto rivoluzionario ispirato da Mazzini e guidato da Garibaldi la

trascendeva; la spontaneità popolare, quantunque scarsa, era bastata a

sopraffare la sua iniziativa; quindi la sua opera vi era stata più

necessaria che benefica, la sua abilità più egoistica che feconda, i

suoi guadagni più grossi che legittimi. Nessuna grandezza epica

consacrava i suoi trionfi, nessuna superbia di pensiero o di carattere

poteva dare alle sue prime parole in Europa quell'accento baldo dei

popoli, che si affacciano alla storia. Anzi il suo atteggiamento era

anche più umile di prima, le diplomazie le negavano tuttavia il

riconoscimento ufficiale, la rivoluzione le rifiutava persino quel

rispetto, che tutti i vinti sentono involontariamente pel vincitore.

Garibaldi, malgrado il divieto dell'Europa, aveva potuto conquistare il

regno delle due Sicilie; la monarchia, per bloccare l'ultima fortezza di

Gaeta, aveva dovuto implorare il permesso di Napoleone III.

Alla servitù austriaca sarebbe quindi succeduto il vassallaggio

francese; dopo una politica di schiavi un'altra di liberti; ad una

rivoluzione provocata da un'avventura napoleonica e compita da una

avventura garibaldina seguirebbe fatalmente una monarchia senza

tradizione e senza principii, costretta a ridere dell'idealità

rivoluzionaria e a carpire i modi della propria resistenza ad un

imperatore, più sensibile ai pericoli che alle vergogne, con poco

credito in Europa, senza frontiere a ponente e a levante, con uno

straniero nemico sul petto, uno straniero protettore sulle spalle, uno

straniero indigeno nel cuore.

Non pertanto il nuovo regno doveva funzionare come se fosse tutta

l'Italia: dal 1849 al 1859 si era svolto il periodo della preparazione

piemontese; dal 1860 al 1870 si svolgerebbe quello dell'organizzazione

nazionale.

I suoi dati ne erano immutabili come in tutti i periodi storici.

I dati della politica monarchica.

La nuova monarchia doveva per necessità della propria forma combattere

con ogni mezzo la rivoluzione, assorbendone i migliori elementi per

creare nel popolo la fede a se medesima, e nullameno subire il programma

rivoluzionario, che metteva a scopo immediato di ogni azione la

conquista di Venezia e di Roma. La fatalità dell'unità spingeva a queste

due ultime annessioni senza che la monarchia potesse nè sottrarsi alla

politica clericale di Napoleone, nè combattere da sola contro l'Austria.

Il suo programma si dibatteva in un'antitesi insolubile a qualunque

abilità di statista. La monarchia, come risultato dell'insufficienza

rivoluzionaria della nazione, era destinata a fallire dinanzi ai due

problemi nei quali la stessa rivoluzione si era infranta. Per

conquistare Roma bisognava rovesciare l'impero napoleonico, per liberare

Venezia era d'uopo sconfiggere l'impero austriaco.

La politica monarchica si sarebbe dunque trascinata d'espediente in

espediente, aspettando in Europa un'altra alleanza che le permettesse di

combattere l'Austria, ed augurando un caso indefinibile che le

concedesse Roma. Intanto all'interno, dopo l'unificazione plebiscitaria,

bisognava ricominciare quella più efficace delle leggi e dei costumi: la

nuova dinastia, assorbendo il prestigio di tutte le altre dalla

millenaria servilità del popolo, doveva conservare l'aureola

rivoluzionaria. A ciò era prima difficoltà lo stesso carattere

dell'egemonia piemontese e della conquista regia, che, irritando la

vanità delle altre provincie, dava al piccolo stato sardo un'ombrosa

sembianza di usurpatore. Torino era troppo piemontese per poter restare

la capitale d'Italia: la casa di Savoia, più antica che illustre, non

era mai penetrata abbastanza nella storia italiana per iniziarne la

nuova epoca da Torino, ove aveva molto regnato nel più chiuso egoismo

dinastico e con tendenze antinazionali. La tradizione monarchica e il

diritto statutario non bastavano a risolvere il problema ideale di Roma:

il re era piccolo in faccia al papa, l'idea regia vaniva dinanzi

all'idea cattolica. Solo la rivoluzione poteva proclamare Roma capitale

d'Italia, giacchè proclamarla tale e non conquistarla sarebbe la più

dolorosa e ridicola confessione d'impotenza; solo l'idea democratica era

maggiore dell'idea cattolica. La monarchia ricadeva quindi in una

seconda antitesi per l'impossibilità di restare a Torino e di andare a

Roma.

D'altronde la rivoluzione, forzata a vivere di idealità dopo la

sconfitta toccata alla republica mazziniana, si sarebbe giovata di

questa impotenza monarchica per compromettere il governo con vani

tentativi di guerra contro Venezia e contro Roma; così che la monarchia,

impedendoli con le armi, avrebbe pericolato nel disonore della guerra

civile.

Se la monarchia non aveva nemici terribili all'interno, non contava dai

piemontesi in fuori altri sudditi devoti: tutta la sua forza stava nella

necessità di una maggiore unificazione politica e nell'impossibilità di

una republica mazziniana.

Il popolo non afferrava ancora il significato della rivoluzione.

Accettava piacevolmente lo sfratto degli austriaci e degli altri

tirannelli, ma non sentiva vergogna di doverlo all'intervento della

Francia; applaudiva le vittorie di Garibaldi, ma non si era levato e non

si leverebbe in massa per seguirlo, trovando naturale che la monarchia

arrestasse la sua opera per meglio sfruttarla. La rivoluzione non era

per la maggior parte della gente che un buonissimo affare politico, dal

quale bisognava trarre il maggior profitto senza compromettersi in nuovi

rischi. Il magnanimo idealismo della minoranza rivoluzionaria pareva

rettorica all'ottuso senso morale e alla istintiva furberia della

moltitudine. Cavour, massimo rappresentante degli interessi, soverchiava

Mazzini, supremo apostolo delle idee. La rivoluzione non si chiariva

ancora nella propria opposizione coll'idea cattolica del papa; non si

capiva che il principio della sovranità popolare doveva tradursi nella

sfera della religione come sovranità del pensiero civile; che

emancipandosi dal diritto divino bisognava liberarsi dal diritto papale;

che la regalità dell'elettore in faccia al re produceva la libertà del

credente contro il papa.

Il clero italiano, antinazionale a cagione del potere temporale, avrebbe

dovuto essere considerato doppiamente nemico.

Invece dopo le vittorie in quasi tutti i paesi si cantarono _Tedeum_ per

le piazze; l'esercito piemontese doveva ancora recitare le orazioni

mattina e sera nelle caserme, ed assistere tutte le feste alla messa;

Garibaldi medesimo a Napoli aveva dovuto visitare San Gennaro, che colla

solita compiacenza a tutti i vincitori ripetè per lui il miracolo della

ebullizione del sangue. Il popolo tutt'altro che rivoluzionario sembrava

invece non volere accettare la rivoluzione che consacrata dalla

religione. Quindi la teatralità dei trionfi si spiegava nelle più

grottesche forme: molti preti liberaleggiavano, la maggior parte degli

elettori dopo il plebiscito andavano ad accusarsi del voto come di un

peccato, e ne ricevevano la penitenza. Appunto perchè il popolo aveva

dato un numero troppo scarso di volontari imbizzarriva ora sotto le

assise della guardia nazionale chiamandola al palladio della nazione. E

queste guardie nazionali furono mandate a guarnigione da paese a paese

come una specie di presentazione che ogni città facesse all'altra dei

propri cittadini. Invece la coscrizione venne accolta con tristissima

ripugnanza: nella sola Sicilia i renitenti alla leva giunsero presto a

seimila, nelle Romagne superarono il migliaio; e se ad essi si aggiunga,

come purtroppo si aggiunsero, quelli delle altre provincie e le

innumerevoli bande di briganti che infestarono lungamente il Napoletano

dandovi combattimenti quasi grandi come battaglie, nell'indomani

trionfale della rivoluzione il numero dei ribelli reazionari pareggiò

quasi quello dei volontari. Certamente Garibaldi non ne ebbe seco di

più.

Eppure la coscrizione a lunga ferma secondo l'antico sistema non colpiva

che un numero ristretto di giovani, conservando l'ignobile privilegio

borghese della surrogazione per denaro.

Le campagne erano specialmente ostili al nuovo governo per la

coscrizione e per l'immediato aumento delle imposte. Si sarebbe voluta

la libertà senza pagarne le spese: i preti aizzavano, la borghesia

chiusa nell'egoismo economico dubitava ancora di affidarsi in massa al

nuovo governo, che nessuna potenza d'Europa aveva riconosciuto. Sotto la

baldoria delle feste si sentiva un certo scoramento; poichè la

rivoluzione non era frutto dell'energia nazionale, solo coloro che

avevano combattuto erano forti nella sua fede. Però nella rivoluzione il

capo più saldo essendo la monarchia piemontese, non si credeva che ad

essa. Garibaldi aveva piuttosto colpito le immaginazioni che persuaso

gli intelletti. Le sue incredibili vittorie erano in gran parte

risultate, come nel Napoletano, dalla viltà dei nemici: i suoi volontari

erano o giovani colti e signorili, o spostati di piazza pronti sempre ad

accorrere in tutti i tumulti. Quindi l'avaro buon senso della borghesia

ricusava di credere a queste forze rivoluzionarie, se maggiori

complicazioni avessero ricondotto l'Italia ad una guerra contro

l'Austria o contro la Francia. Il programma rivoluzionario pareva

assurdo, il principio democratico diventava paradossale in un paese, ove

il popolo non esisteva ancora come classe politica.

Bisognava quindi disfarsi al più presto degli elementi rivoluzionari.

Dopo aver ottenuto l'indipendenza per un aiuto francese, era suprema

necessità carpire all'Europa il riconoscimento ufficiale con una

politica di moderazione che non desse ombra alle maggiori potenze: i

rivoluzionari, indispensabili alle prime vittorie, diventavano adesso

d'impaccio e di pericolo. Sola la borghesia dietro la scorta infallibile

degli interessi materiali poteva, entrando nella rivoluzione, assodarne

la base e regolarizzarne il governo. I suoi istinti commerciali ed

industriali avrebbero mirabilmente assecondato il moto di unificazione

nelle leggi; l'abitudine dell'ordine, antica in essa, avrebbe creato la

nuova disciplina politica; la sua chiaroveggenza finanziaria avrebbe

permesso nella necessità di un nuovo immenso debito il meno disastroso

esercizio di spese. Però la borghesia avrebbe voluto naturalmente

arricchirvisi.

Il conte di Cavour lo comprese mirabilmente.

La sua prima politica interna fu di seduzione ai borghesi e di ostilità

ai rivoluzionari. Per passare dalla rivoluzione alla organizzazione era

d'uopo accogliere nel governo il maggior numero dei più forti interessi;

l'esercito dovrebbe funzionare come un crogiuolo assimilatore per le

differenze morali delle varie provincie, disciplinando la tradizionale

insubordinazione italiana. La burocrazia, ingrossata celermente ed

elefantescamente, avrebbe fornito un altro esercito d'impiegati, più

mobile, meglio aderente al governo perchè cointeressatovi come in una

azienda commerciale. Da questi due corpi bisognava escludere tutti i

rivoluzionari, che per altezza d'ingegno o purezza di carattere o

riottosità di sentimento non si convertissero alla monarchia: e a questi

irreconciliabili infliggere quel disprezzo che tutte le società hanno

per i propri scarti.

Il moto di condensazione intorno alla monarchia riuscì poderosamente.

Nessuno si preoccupò che Mazzini, ancora sotto l'onta dell'ultima

condanna a morte per la spedizione di Pisacane, restasse in esilio: a

Garibaldi l'istinto borghese cercò un rivale prima nel Fanti, poi nel

Cialdini; malleabile e destro il primo, satrapesco e pretoriano il

secondo, ambedue mediocri d'ingegno e di opere. I giornali moderati

crebbero d'importanza, di numero e di abilità; naturalmente difendendo

il fatto attuale del governo, la loro argomentazione fu sempre nella

realtà, mentre i giornali radicali condannati ad una critica

intransigente caddero nella rettorica: quelli furono satanicamente abili

nel denigrare le glorie della rivoluzione aggravando il pervertimento

morale della nazione; questi stancarono anche i buoni intelletti colla

ripetizione monotona di idealità incompatibili colla vita reale.

La rivoluzione non ebbe quindi espressione artistica nel trionfo. Il

popolo non vi trovò ispirazioni: l'inno garibaldino e l'inno reale

furono due marcie peggio che volgari; di maggior estro la fanfara dei

bersaglieri, truppa ammirabile di severa eleganza, creata dal Lamarmora,

e che la monarchia oppose invano alle bande rosse destinate a rimanere

il tipo più originale di soldato nel secolo decimonono. La poesia

ammutolì. Vittorio Emanuele in tanta aureola di fortuna non commosse la

fantasia nazionale; tutti sentivano che l'uomo, quantunque onesto

d'intenzioni, non era pari nè all'idea nè al fatto della rivoluzione: il

suo valore di soldato non bastava a compensare la sua sommissione di re

a Napoleone III; l'inevitabile egoismo dinastico, avendolo subordinato a

tutte le umiliazioni politiche del governo durante il periodo delle

annessioni, gli toglieva ogni carattere eroico. Finalmente la sua

necessaria e mostruosa ingratitudine a Garibaldi, che più tardi cortesie

intermittenti ed ineleganti non poterono velare, mentre l'incomparabile

eroe seguitava a tributargli il più affettuoso rispetto, finirono di

scoprire il fondo volgare della sua natura. L'eccesso medesimo della

fortuna lo perdè nel sentimento poetico della nazione: Manzoni e

Niccolini tacquero, Giosuè Carducci, allora giovinetto e poco dopo non

meno grande di loro, lo salutò tribuno armato del popolo, ma quel saluto

fu complimento peggiore del silenzio. Oggi stesso, dopo molti anni dalla

sua morte, non una pagina immortale della moderna letteratura è ispirata

dal suo nome. Il re di Savoia, diventato re d'Italia, non ebbe quindi la

consacrazione della poesia perchè l'elemento poetico era tutto nella

rivoluzione, dalla quale la monarchia usciva come un fatale processo

prosastico. Le dinastie cadute non destarono lamenti, il papa non eccitò

entusiasmi, Napoleone al di fuori dei circoli officiali non ottenne

riconoscenza avendo guastato il beneficio col contrastarne le

conseguenze.

Caratteri parlamentari.

Il primo parlamento italiano, radunatosi a Torino nell'ambito angusto

del parlamento subalpino, non potè organizzare costituzionalmente i

propri partiti.

La destra raccolse fra i vecchi monarchici tutti i nuovi convertiti alla

monarchia; la sinistra, prigioniera del governo nei propri scanni, non

seppe e non volle essere francamente antidinastica, avendo

implicitamente accettato la monarchia col giurarle fede. Quindi il suo

programma, suggerito dai comitati rivoluzionari, che si affaccendavano

ancora per le piazze, riuscì assurdo nelle idee e grottesco nei mezzi.

Mentre il governo rifaceva ogni giorno con nuovi espedienti una politica

di sommissione all'estero e di compressione all'interno, la sinistra per

combatterlo efficacemente avrebbe dovuto oppugnare la monarchia; ma

poichè la sua posizione di partito parlamentare subordinato ai

plebisciti lo vietava, ne usciva una critica qualche volta eloquente,

sempre inutile. D'altronde in quelle prime e multiple difficoltà di

governo la sinistra non ebbe uomini di abbastanza pratica abilità per

influire potentemente nella discussione: la stessa povertà della stampa

radicale, senza nè economisti, nè finanzieri, nè giuristi, nè tecnici di

altra maniera, intristiva la sinistra parlamentare. I suoi migliori

personaggi, cresciuti nelle congiure e nelle battaglie, non erano che

magnanimi d'intenzioni e rettorici nei mezzi, quando le condizioni della

politica esigevano caratteri supini ed ingegni destri, coscienze

elastiche e sentimenti volgari. La destra parlamentare, accampata nella

devozione monarchica e nell'egoismo borghese, appariva incomparabilmente

più forte. Il suo programma fu semplice: sommissione all'estero evitando

qualunque nuova guerra che compromettesse le sorti del giovane stato, ed

esautoramento della rivoluzione all'interno. Nelle sue file

s'addensarono per coscienza di necessità storica ed avidità di lucro o

di potere gli uomini più colti e più abili. Naturalmente i nuovi

convertiti alla monarchia furono più aspri dei vecchi monarchici contro

i rivoluzionari intransigenti: la compressione giunse spesso alla

persecuzione; si ebbero ribalderie poliziesche, leggi di sospetto, che

parvero richiamare i tempi borbonici. La misura, suprema gloria dei

governi parlamentari, mancò troppo spesso anche per l'ignavia del paese,

che lasciava maltrattare inutilmente i suoi eroi più ammirati.

La lotta politica in Italia, Volume 3 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 7 / 29 段