Nullameno il partito moderato non si leva ad alcuna iniziativa nel nome

di Vittorio Emanuele, prima che tutta Napoli si accalchi intorno a

Garibaldi vittorioso. Le vivissime istanze di Cavour, che in quei giorni

apriva arditamente la campagna contro il papa passando il Rubicone, non

valsero a comunicargli il coraggio di ribellarsi ad un re che fuggiva,

ad un esercito che non combatteva, ad una polizia complice nel

tradimento. Nè i patrioti radicali furono più audaci. Francesco II, dopo

molto titubare, abbandonò la capitale per chiudersi nella fortezza di

Gaeta. Il giorno dopo (7 settembre) don Liborio Romano scriveva a

Garibaldi per invitarlo a Napoli, e Garibaldi con temerità indefinibile,

mentre la guarnigione borbonica teneva ancora la città, vi entrava con

soli quattordici compagni. Le milizie regie vedendoli passare

presentavano attonite le armi, il popolo urlava, la guerra si riassumeva

in un chiasso di trionfo, il dramma delirava nell'apoteosi finale.

Nella lunga storia d'Italia nessuna conquista era stata più facile e

pronta di questa: un regno di oltre dieci milioni, una flotta di

quaranta navi, un esercito di centomila uomini, coll'appoggio di tutte

le diplomazie europee, con una vecchia dinastia non potuta sradicare nè

dalla rivoluzione francese nè dall'impero napoleonico, cadevano in

potere di pochi drappelli garibaldini, armati alla meglio da un comitato

di Genova malgrado i divieti del Piemonte. Un uomo solo era bastato al

miracolo. Il suo spirito era rivoluzione, il suo nome legione: aveva

appena combattuto e le vittorie gli avevano preceduto le battaglie; era

un conquistatore, ed era entrato nella capitale senza esercito, come

viaggiatore che si lasci dietro il più grosso bagaglio. Intanto che i

generali dei suoi scarsi reggimenti marciavano ancora contro i resti

dell'esercito borbonico concentrati tra le fortezze di Capua e di Gaeta,

egli, dimentico di loro, assettava già dittatoriamente la capitale e

tutto il Regno. Pareva un sogno. Fra i garibaldini si udivano favelle di

tutta l'Europa: polacchi, francesi, ungheresi, spagnuoli, vinti in

patria combattendo per la libertà, avevano seguito Garibaldi quasi ad

imparare da lui la vittoria. Alessandro Dumas, il maggiore novelliere di

avventure, era capitato a questa, incredibile e vera come le più belle

de' suoi capolavori: così, dietro il più grande eroe, brillava la più

eroica fantasia del secolo.

L'impresa era davvero un romanzo fatto di storia, di poema, di dramma,

di commedia, con una sceneggiatura multiforme e una violenta

preponderanza di pochi individui sulla massa, che rappresentava appena

lo sfondo e l'ambiente.

Un giorno avrebbero dovuto chiamarla conquista garibaldina; allora con

ingenua vanteria il popolo la diceva rivoluzione napoletana.

La giovane democrazia europea, riunita dall'apostolato di Mazzini,

trionfava per la prima volta nel campo di Garibaldi.

Il dittatore, comprendendo la necessità di rivoluzionare immediatamente

il Regno per rendervi stranieri i Borboni e più difficile l'intervento

della diplomazia europea, allentò la guerra. I suoi primi decreti furono

decisivi. Aggregò la flotta napoletana alla squadra piemontese comandata

da Persano; chiamò al ministero il Pisanelli, lo Scialoia, il Conforti,

liberali cavouriani; tolse la polizia a don Liborio Romano, cui

sottopose alla vigilanza di Bertani, venuto a Napoli primo segretario di

governo; ordinò che ogni editto emanasse nel nome di Vittorio Emanuele,

vietò il cumulo degli uffici pubblici stipendiati; proclamò

l'intangibilità del debito pubblico. Quindi con assennato arbitrio abolì

l'ordine dei gesuiti, dichiarando nazionali i loro beni e cassando ogni

loro contratto fino al giorno del primo sbarco in Sicilia; incamerò i

patrimoni della casa reale e dei maggioraschi regi; instituì i giurati;

invece di assalire i forti ancora tenuti dalle milizie regie, le

prosciolse, e allora queste si sbandarono: qualche battaglione si unì al

resto dell'esercito borbonico, la maggior parte rincasarono e si

buttarono a brigantaggio.

Il conte di Cavour, con agile mutamento di tattica, ordinava intanto al

proprio partito di circuire Garibaldi, allontanando da lui o

sopraffacendo i più attivi consiglieri democratici. Cattaneo, Mazzini,

Saffi erano già accorsi a Napoli: ogni speranza di republica era

svanita; ma, democratici inflessibili, volevano almeno salvare nella

procedura delle inoppugnabili annessioni il principio della sovranità

popolare. Così domandavano illuminato e cauto il voto delle provincie

meridionali, o per mezzo di un'assemblea transitoria o con plebiscito

veramente sovrano, nel quale fossero punti fondamentali del patto fra

popolo e re il compimento dell'unità della patria con Roma e Venezia e

la convocazione d'una costituente deputata a dar forma alla nuova vita

della nazione. Sciaguratamente era troppo e troppo tardi, dopo che

Garibaldi aveva già preso possesso di Napoli in nome di Vittorio

Emanuele, e questi si avanzava attraverso lo stato pontificio per

cacciare il dittatore. Un patto fra popolo e re con riserve e procedura

democratica diventava assurdo: se il popolo ne fosse stato capace,

avrebbe poi dovuto votare la republica.

Ora di tutta Italia il paese più superstiziosamente monarchico era

appunto il napoletano.

Ma la guerra mossa dal partito moderato ai consiglieri democratici fu

atroce: Bertani svillaneggiato, accusato di furto dopo i prodigi

dell'organizzazione rivoluzionaria, dovette dimettersi; si mandò la

plebaglia a gridare sotto le finestre di Mazzini: mora, mora! e

s'indusse l'ingenuo Pallavicini a scrivergli una lettera, perchè

riprendesse la via dell'esilio. Cattaneo fu coperto d'obbrobrii; Crispi

cacciato da Palermo e sostituito col Mordini prodittatore. Nemmeno

Garibaldi rimase rispettato. Mentre popolo, borghesia, aristocrazia

coll'ignobile servilità dell'antico costume s'addensavano nelle sue

anticamere prosternandosi a domandare impieghi ed onori, si accusavano i

più puri eroi garibaldini di scroccheria: sembrava che la viltà

universale, offesa dal loro coraggio, avesse d'uopo di negarlo. Il

dittatore inetto a così laida guerra e mal destro in amministrazione,

perdeva terreno: l'avvicinarsi dell'esercito piemontese trionfante

scemava prestigio alle sue vittorie. D'altronde si rifletteva che a

Francesco II restavano ancora quarantamila uomini e due fortezze

inespugnabili alle milizie volontarie per difetto d'artiglierie.

Lo stesso disegno, publicato temerariamente dal dittatore di marciare su

Roma sfidando la Francia, atterriva. Ogni volgare politico sentiva che

quest'impresa avrebbe riattirato l'Italia in una conflagrazione europea,

poichè l'impero buonapartesco non poteva abbandonare il papa. Quindi il

pensiero di Cavour avviluppava e dominava l'opera di Garibaldi.

Questi però, fra tante cure di governo, non dimenticava il nemico

ingrossante ogni giorno sul Volturno: così verso la metà di settembre,

riprendendo l'offensiva, mandò il Türr con tre brigate a Santa Maria e

San Leucio. Si tentò felicemente l'occupazione di Caiazzo ad oriente di

Capua, ma avendovi lasciato troppo debole presidio, i borbonici

ripresero la piazza. Era la prima sconfitta. Garibaldi, richiamato a

Palermo per placarvi i dissensi politici fra democratici e cavouriani,

non aveva potuto impedirla. Intanto una reazione selvaggia di

superstizione s'accendeva nelle campagne del regno, ove il clero aizzava

i villani: le soldatesche prosciolte vi si raccozzavano a bande di

briganti; un odio feroce scoppiava contro i garibaldini conquistatori,

ora che s'avanzavano a più stabile conquista i piemontesi. Si faceva con

assurde dicerìe temere al popolo per le proprie case; lo si lancinava

coll'idea della coscrizione oltre i confini del Reame, come se il resto

d'Italia fosse stato un altro mondo lontano; lo si fanatizzava a

difendere i vecchi idoli di villaggio minacciati d'imminente

distruzione. Ariano e Avellino erano insorte; ad Isernia un manipolo di

volontari capitanati da Mario e da Nullo era stato rotto dai cafoni che

si erano battuti con bravura di antichi Sanniti, infellonendo poi sui

cadaveri.

Bisognava quindi riattirare i regi in una suprema battaglia e

prostrarli.

Dopo il disastro di Caiazzo, Garibaldi, per meglio ingannarli, finse di

accerchiare Capua, fortificandosi a Santa Maria, San Tommaso e

Sant'Angelo, e munendo invece la via di Napoli: il suo esercito era

appena di ventimila uomini con trenta cannoni, i borbonici menavano in

campo quarantamila uomini con quaranta cannoni. Questa volta (1º

ottobre) la mischia fu aspra; i borbonici si batterono accanitamente,

respingendo su tutti i punti i volontarii; ed avrebbero forse vinto, se

i loro generali meno inetti avessero dato una battaglia obliqua anzichè

parallela, e Garibaldi, volando su tutti i punti più combattuti, non

avesse raddoppiato il valore dei propri soldati, mentre il maggiore

Bronzetti con duecento uomini rinnovava a Castel Morone il prodigio di

Leonida, arrestando per tutta la giornata un corpo di quattromila

borbonici. Non un solo dell'eroico manipolo volle rendersi prigioniero,

quasi nessuno sfuggì alla morte. Garibaldi vincitore al Volturno

sperdeva l'indomani quella regia brigata sulle alture di Caserta vecchia

con un'ultima vittoria.

Il generale Cialdini era già penetrato nel Reame sconfiggendo al

Macerone quegli stessi cafoni, che avevano rotto il drappello di Nullo

ad Isernia.

L'intervento piemontese mutava l'impresa garibaldina in conquista regia.

Campagna piemontese nelle Marche.

Infatti il problema italiano non poteva avere allora altra soluzione.

L'annessione del Napoletano, ritardata nella procedura del voto da

Garibaldi, minacciava di compromettere tutti i risultati della

rivoluzione. Il disegno del dittatore di procrastinare i plebisciti sino

alla conquista di Roma implicava una intimazione di guerra alla Francia

e una sottomissione del re a Garibaldi. La monarchia piemontese, già

vassalla dell'imperatore francese, perderebbe ogni prestigio in Italia,

se Garibaldi potesse non solo conquistarle un regno, ma ritrascinarla a

guerra contro Napoleone. Il dittatore, alla testa di ventimila

volontari, circondato da un ammirabile stato maggiore, con un consiglio

di grandi democratici intorno, trattando con diplomatici esteri,

nominando prodittatori, maneggiando il denaro dello stato, legiferando e

battagliando, era più re del re. Il partito moderato napoletano, che non

aveva osato insorgere prima del suo ingresso in Napoli, non poteva ora

dominare il vincitore; anzi, obbedendo alle istruzioni di Cavour, non

riusciva che a precipitare la crisi.

Solo l'esercito piemontese poteva fermare Garibaldi sulla via di Roma.

Quindi Cavour, sapendo Napoleone a Chambéry, gli aveva mandato oratori

Farini e Cialdini: la missione era stata difficile. Forse l'imperatore

non aveva ancora abbandonato tutte le speranze di un regno murattiano,

fors'anco questo eccessivo ingrandimento del Piemonte contraddiceva a

tutti i calcoli della sua politica generale. Ma Garibaldi aveva spinto

così oltre la rivoluzione nazionale nel Reame, da rendervi impossibile

l'impianto di una dinastia straniera, mentre una sua marcia su Roma

poteva gettare l'impero in male prevedibili complicazioni. L'imperatore

non voleva abbandonare il papa, e non poteva combattere la rivoluzione

italiana per non ridestare le questioni sopite di Villafranca.

D'altronde il Piemonte per annettersi il Napoletano aveva bisogno di una

linea di comunicazione per terra: ad esautorare Garibaldi anche in

faccia all'Italia nessun miglior modo che di far conchiudere la sua

guerra da Vittorio Emanuele: fortunatamente n'era ancora il tempo.

L'impresa di Garibaldi, aiutato da tutta la democrazia europea,

riaccendeva le speranze della democrazia francese: se una rivoluzione

republicana scoppiasse in Italia, la Francia non vi resterebbe forse

estranea. L'impero non era abbastanza sicuro per trascurare questa

possibilità. Intanto l'anarchia tempestava già a Napoli, secondo le

bugiarde notizie dei giornali moderati; i più ardenti republicani

circuivano il generale, la marcia su Roma determinerebbe lo scoppio

della rivolta: poichè il Piemonte non avrebbe potuto allearsi con

Garibaldi contro la Francia, nè con questa contro Garibaldi per non

accendere una guerra civile, una seconda republica italiana diventava

inevitabile.

I legati piemontesi insistevano vivamente, dipingendo a foschi colori la

situazione del Piemonte condannato a diventare tutta l'Italia o perire.

L'imperatore non acconsentì senza dichiarare che, se l'Austria fosse

intervenuta, la Francia non sarebbe discesa a combatterla.

Contro tal pericolo il conte di Cavour, riprendendo il disegno già

combinato l'anno prima con Kossuth per eccitare la rivoluzione in

Ungheria, mandò da Genova alla volta del Danubio cinque bastimenti

carichi d'armi e il Klapka a Costantinopoli.

Quindi precipitò gl'indugi.

Il generale Lamoricière, dopo aver paragonato la rivoluzione italiana

all'Islamismo e dichiarata la causa del papa essere quella della civiltà

e della libertà del mondo, con editti crudeli seguitava a terrorizzare

le provincie: ordini di morte fioccavano dappertutto e contro tutti.

Questa demenza di repressione facilitò al conte di Cavour i pretesti di

guerra. Quindi con nota del 7 settembre, nel giorno medesimo

dell'ingresso di Garibaldi a Napoli, aveva già chiesto al cardinale

Antonelli lo scioglimento della bande mercenarie rese infami

dall'eccidio di Perugia. Naturalmente il cardinale aveva ricusato con

alterigia. La Santa Sede si credeva allora in condizioni migliori del

Piemonte: l'imperatore Napoleone, sempre ravvolto nelle stesse

ambiguità, richiamava da Torino il proprio ambasciatore ed ingrossava il

presidio francese a Roma, facendo dichiarare dal duca di Grammont al

papa che si opporrebbe ad ogni aggressione del re di Sardegna. Ma quando

il 9 settembre il generale Fanti, nominato comandante supremo, aveva

annunziato al Lamoricière che occuperebbe le Marche e l'Umbria nel caso

che le truppe pontificie vi contrastassero le manifestazioni nazionali,

e questi aveva scritto all'Antonelli di far avanzare il presidio

francese, il duca di Grammont vi si era ricusato. L'imperatore Napoleone

non aveva inteso che di difendere Roma e il territorio occupato dai

propri soldati.

Intanto il conte di Cavour aveva diramato un _Memorandum_ a tutte le

cancellerie, spiegando come, per liberare le popolazioni dalle tirannidi

secolari e per impedire alla rivoluzione di sciorsi nella peggiore delle

anarchie, nell'interesse d'Italia e di Europa, fosse costretto a questa

nuova guerra.

I nemici questa volta erano Pio IX e Garibaldi, la Santa Sede e la

rivoluzione.

La campagna era stata rapida.

L'esercito papalino arrivava appena a ventimila uomini, quello sardo

quasi al doppio. Il Lamoricière, prode generale educato alla scuola

d'Africa, invece d'afforzarsi in Ancona, tentò d'impedire la

congiunzione dei due corpi nemici; ma Cialdini con celere marcia

oltrepassò Ancona, mentre Fanti, prostrato lo Schmid a Perugia, scendeva

ad incontrarlo. Tutti i presidii della città avevano capitolato quasi

senza colpo ferire, arrendendosi sino a bande di volontari romagnoli,

mescolate in abito borghese e con armi da caccia a questa guerra come ad

un'ottobrata. Lamoricière prima di avere combattuto era già chiuso fuori

d'Ancona. Cialdini occupava Castelfidardo: il conte De Pimodan

comandante degli zuavi pontifici volle attaccarlo, e morì bravamente

nella battaglia colla fede di un antico crociato; il suo corpo si

sbandò, molti riparati a Loreto vi si arresero l'indomani; Lamoricière

potè a stento guadagnare Ancona.

Tutta la guerra si era così costretta ad un assedio. La piazza,

fortissima per natura e ben munita, aveva ancora un presidio di 7000

uomini; nullameno, bersagliata vivamente dalla squadra del Persano,

aveva dovuto soccombere indi a poco (29 settembre).

La campagna non era durata che diciotto giorni, e non aveva costato che

seicento soldati tra morti e feriti.

Contemporaneamente Garibaldi, esasperato dalla guerra dei moderati al

suo governo, aveva mandato il marchese Pallavicino al re, per chiedergli

le dimissioni del ministero di Cavour e di Farini. Questa esorbitanza,

giustificando tutte le accuse dei monarchici, aveva permesso a Cavour di

perdere facilmente l'ingenuo e pericoloso avversario: infatti, mentre

questi si affermava francamente in una dittatura rivoluzionaria, l'abile

ministro, contro ogni consiglio di sospendere la costituzione, si era

appellato al parlamento. La libertà dal campo di Garibaldi era passata

in quella di Cavour. Il parlamento, convocato il 2 ottobre, aveva

votato: «Il governo del re è autorizzato ad accettare e stabilire per

decreti reali l'annessione allo stato di quelle provincie dell'Italia

centrale e meridionale, nelle quali si manifesti liberamente per

suffragio universale diretto la volontà delle popolazioni di far parte

integrante della nostra monarchia costituzionale».

Nella relazione su tale disegno di legge il conte di Cavour, dopo alcuni

elogi di Garibaldi, attribuiva con audace sofistica alla politica di

Casa Savoia, iniziata da Carlo Alberto, anche le ultime mirabili

conquiste del mezzogiorno: quindi, dichiarata impossibile ogni nuova

guerra per la liberazione della Venezia o per la conquista di Roma,

denunciava l'anarchia settaria già scoppiata a Napoli per la colpa di

Garibaldi nel ritardare l'annessione, e chiamava giudice il parlamento

nella propria contesa col dittatore, pindareggiando nullameno sulla

generosità di lui.

Infatti Garibaldi, coll'infallibile buon senso della propria natura, che

la passione di patria e l'entusiasmo della vittoria avevano esaltato per

un momento, prima ancora che la legge fosse sancita, convocava con

decreto dell'8 ottobre tutti i comizi del Reame a votare su questa

formula: «Il popolo vuole l'Italia una ed indivisibile con Vittorio

Emanuele re costituzionale e i suoi legittimi discendenti».

Il plebiscito era a suffragio universale: agli squittini risultarono

nelle provincie napolitane 1,302,064 sì e 10,312 no, nella Sicilia

432,053 sì e 667 no; nelle Marche 133,807 sì e 1212 no; nell'Umbria

97,040 sì e 380 no.

Frattanto re Vittorio Emanuele, commessa la luogotenenza generale del

regno al principe di Carignano, annunciava da Ancona, in un primo

proclama ai popoli del mezzogiorno, il suo prossimo arrivo per tutelare

l'ordine e far rispettare la loro volontà. Tale proclama era il

commentario della lettera, colla quale Farini comunicava all'imperatore

Napoleone la marcia su Napoli per sottrarre la grande città all'anarchia

delle bande rosse.

L'epopea garibaldina era finita. Bertani, tanto calunniato, aveva già

votato generosamente nella camera piemontese la legge proposta da Cavour

per fare le annessioni con decreti reali; Mazzini riprendeva più

desolato la via dell'esilio, lasciando stretta a Napoli una vasta

colleganza popolare col titolo di Associazione Unitaria Nazionale, e

affidando al Nicotera la direzione del nuovo giornale _L'Italia del

Popolo_. Garibaldi, dopo la vittoria del Volturno, restava inerte. Il

disprezzo, col quale la monarchia affettava di trattarlo, lo isolava

nell'ingratitudine dei più.

La monarchia trionfava.

Annessione del Reame.

Nessuna delle molte querele diplomatiche fioccanti allora sull'Italia

potè ritardare il compimento della nuova conquista regia.

L'Austria tentò di riunire una conferenza a Varsavia per abolire il non

intervento, ma Napoleone III ne dissuase lo czar Alessandro; la Prussia

rumoreggiò più a lungo, però Cavour, proclamandosi con giusta vanteria

unico restauratore in Italia del principio monarchico quasi cancellatovi

dalla rivoluzione, potè rispondere finalmente al ministro Schleinitz di

dargli un esempio che egli sarebbe ben fortunato di imitare fra poco;

l'Inghilterra invece era così favorevole alla rivoluzione italiana che

il suo primo ministro lord Russell potè affermare con superba

originalità di diplomatico in una nota al legato inglese a Torino il

diritto dei popoli all'insurrezione.

Intanto Vittorio Emanuele era già penetrato nel regno napoletano

passando il Tronto (15 ottobre); Garibaldi venne ad incontrarlo a Teano;

il generale borbonico Ritucci stava non molto lontano, schierato a

battaglia. La situazione era epica: un mattino freddo, Capua antica e

minacciosa da lungi, alta sovra di essa l'ombra immensa di Annibale;

Garibaldi con un fazzoletto annodato sotto il collo e ravvolto nel

povero mantello dinanzi alle bande rosse, Vittorio Emanuele sulla fronte

del primo esercito italiano: la rivoluzione e la tradizione, la

democrazia e la monarchia; un popolano che donava un regno ad un re, il

quale accettandolo creava una nazione.

Garibaldi, mostrando Vittorio Emanuele al proprio esercito, gridò: --

Ecco il re d'Italia!

Vittorio Emanuele, incapace di comprendere la grandezza di quella scena

e la generosità di quel riconoscimento, tacque villanamente, e più

villanamente ingelosito degli applausi, che i contadini accorsi levavano

dinanzi a Garibaldi, spronò il cavallo. Più tardi la letteratura

cortigiana sentì il bisogno di raccontare diversamente tale incontro.

Il generale Ritucci, per non sostenere da solo l'urto dei due eserciti

riuniti, si ripiegò dietro la linea del Garigliano, lasciando diecimila

uomini a presidio di Capua. Vittorio Emanuele, dietro l'esempio di

Garibaldi, mandò Cialdini al Salzana, generalissimo dei borbonici, per

tentarlo, ma invano; allora s'investì Capua e s'incalzò l'esercito

borbonico, che nella notte ripassò il Garigliano. Garibaldi venne messo

alla coda, mentre l'ammiraglio francese De Tinau, mandato da Napoleone

nelle acque di Gaeta ad impedire che le navi sarde la distruggessero per

mare, vietò alla squadra italiana di correre da Terracina alla foce del

Garigliano per proteggere la strada della marina.

Vittorio Emanuele, dopo l'umiliazione del vietato investimento di Gaeta

per mare, dovette nuovamente abbassarsi a pregare l'imperatore di un

contrordine all'ammiraglio Tinau. L'imperatore, nell'impossibilità di

ritardare più oltre la conquista piemontese, acconsentì. Poco dopo il

Garigliano era guadagnato; la legione De Sonnaz rompeva il campo del

Salzana, che si rifugiava vilmente oltre la frontiera pontificia; Capua

s'arrendeva dopo quattro giorni d'assedio; il 7 novembre Vittorio

Emanuele entrava trionfalmente in Napoli, e Garibaldi, dimessosi dalla

dittatura ricusando ogni ricompensa, ne usciva nel cuore della notte,

povero come quando v'era entrato conquistatore, ravvolto

nell'ingratitudine dei partiti, ma col gran cuore d'Italia nel petto,

gridando ai pochi compagni dal ponte del vascello che lo riconduce a

Caprera: -- Arrivederci sulla via di Roma!

Alla fine di novembre Vittorio Emanuele ricevette le deputazioni delle

Marche e dell'Umbria; il 1º decembre visitò Palermo, emanandovi un

proclama, nel quale, dopo molti vanti sul regno di Vittorio Amedeo II,

si taceva con scempia ingratitudine di Garibaldi. Al prodittatore

Mordini, malviso, fu sostituito il marchese di Montezemolo col Cadorna e

La Farina, come consiglieri di luogotenenza. A Napoli governava Luigi

Carlo Farini, ma per maggior lustro monarchico vi fu mandato il principe

di Carignano.

La lotta politica in Italia, Volume 3 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 6 / 29 段