La guerra, appena incominciata, sta per essere finita colla presa della

capitale; la battaglia si muta in delirio. I garibaldini stremati, male

armati, poco ordinati, si slanciano all'assalto; tutto cede al loro

impeto; entrano travolti dalla fuga del nemico nella città. Ma il

presidio, forte di quindicimila uomini, resiste ancora dominando e

tuonando dal castello colle artiglierie; la popolazione tituba;

s'improvvisano barricate. I borbonici bombardano; per tre giorni una

bufera di fuoco e di sangue rugge per l'antica metropoli, drammi sublimi

ed orribili vi si amalgamano, monaci e suore incuorano i ribelli; i regi

sguinzagliati nelle vie si ostinano alla difesa e si vendicano colla

strage. I generali Bosco e Mekel delusi a Corleone ritornano su Palermo,

la flotta dal porto fulmina le vie diritte della città; le munizioni

scarseggiano; i palermitani, malgrado il crescente entusiasmo, non si

armano e non combattono abbastanza. Per un momento tutto parve perduto.

Una fregata sarda, alla quale Garibaldi chiese aiuto di munizioni, lo

rifiutò mentre l'ammiraglio inglese Mundy con magnanima improntitudine

imponeva alla flotta borbonica di cessare il fuoco contro la città.

Fortunatamente la viltà del generale borbonico Lanza ridonò la vittoria

a Garibaldi, domandandogli un armistizio per ventiquattro ore e

prolungandolo poi per tre giorni. In questo tempo venne da Napoli

l'ordine di capitolare, sgombrando Palermo. Lo sgombro durò tredici

giorni, dal 7 al 20 giugno.

Allora a Palermo tra una festa frenetica, nella quale il popolo

smantella notte e giorno l'antica fortezza, si allestisce il governo.

Francesco Crispi, il più ostinato persuasore dell'impresa, ne diviene

braccio e mente. Anzitutto bisogna spingere oltre la rivoluzione,

propagandone l'entusiasmo che alla necessità dei primi sacrifici sta per

agghiacciarsi, e domare ripetute atroci reazioni di brigantaggio, nelle

quali si prepara forse una regia sollevazione. La minaccia della

coscrizione sureccita già gli animi della moltitudine; l'egoismo di una

mal celata autonomia vorrebbe sottrarsi alle spese di denaro e di sangue

necessarie al compimento della rivoluzione. Fortunatamente, i comitati

organizzati per tutta Italia e diretti da Agostino Bertani suppliscono

miracolosamente ai bisogni. La Società Nazionale del La Farina,

d'accordo con Cavour non aveva dato che poche migliaia di lire: Bertani

ne raccolse presto ottocentocinquantamila. Fra difficoltà politiche,

economiche, commerciali, militari, tecniche, questo medico nel quale la

scienza sperava un illustre e la patria trovò un eroe, seppe

improvvisarsi organizzatore come Carnot. Alla prima spedizione dei Mille

ne seguirono a minimi intervalli altre. Il disegno, suggerito da

Garibaldi prima della partenza e caldeggiato con disperato amore da

Mazzini, di una invasione negli stati pontifici per discendere dagli

Abruzzi nel Napoletano, mentre il dittatore vittorioso lo risalirebbe

dalla punta delle Calabrie, diventava l'inevitabile corollario della

spedizione di Marsala, dopo la vittoria di Palermo. Per assicurare la

Sicilia bisognava assalire il Reame.

Il fermento aumentava nel paese: volontari accorrevano da ogni parte a

Genova per salpare verso il sud, e s'addensavano sui confini dello stato

pontificio a minaccia; nell'esercito piemontese spesseggiavano le

diserzioni; ufficiali e colonnelli entrativi colla rivoluzione si

dimettevano per cacciarsi nella nuova guerra; il moto unitario si

dilatava veemente ed irresistibile. Mazzini, sempre più infervorato per

un pronto assalto nello stato pontificio, s'era condotto a Genova, e vi

operava, nascosto dall'amore dei popolani alla vigilanza della polizia

piemontese; d'accordo con Bertani, cercava un altro capitano, cui

affidare l'impresa del centro. Medici era già partito con 2000 uomini

per la Sicilia; il 2 luglio Cosenz lo seguì con altrettanta truppa; poco

dopo il colonnello Corte vi sbarcò con un terzo reggimento.

Garibaldi, agile fra tante difficoltà politiche del governo

improvvisato, si sbarazza del La Farina. Poichè la gelosia

dell'ascendente guadagnato da Crispi nell'isola spingeva questo agente

cavouriano a precipitare le annessioni, per impegolare la rivoluzione

entro un immediato impianto di governo piemontese, il dittatore lo

imprigiona, lo rimanda in Piemonte, e nomina al suo posto Agostino

Depretis, abile parlamentare, più atto ad intendersi col Crispi.

Naturalmente questa improvvisazione di governo procede sbattuta fra le

contraddizioni delle tendenze piemontesi e rivoluzionarie: quelle,

temendo di una dichiarazione di autonoma o di una proclamazione

republicana malgrado la ripetuta abdicazione di Mazzini e il motto di

Garibaldi: «Italia e Vittorio Emanuele», tirano a sminuire l'opera e

l'importanza del dittatore. Si teme il contagio dell'entusiasmo, si

diffida sopratutto dei consiglieri di Garibaldi, tutti republicani o

quasi; ma questi, più generosi e trascinati dalla fatalità dell'impresa,

badano invece ai mezzi di compierla; hanno forse in cuore riserve

democratiche, ma sentono già che la monarchia è invincibile.

La guerra ricomincia. Colla stessa rapidità della prima mossa da

Calatafimi a Palermo, Garibaldi si dirige dalla capitale su Messina: il

suo esercito diviso in tre colonne, traversando l'isola con marcia

convergente, deve riunirsi all'assalto della grossa città, dalla quale

il generale Bosco, unico prode fra i regi, s'inoltra minacciosamente. La

battaglia scoppia (20 luglio) a Milazzo, ostinata, sanguinosa, perchè i

borbonici questa volta si battono davvero entro formidabili posizioni:

Garibaldi stesso ci resterebbe prigioniero, se Missori e Statella, due

ufficiali delle sue guide, con valore ariostesco non lo salvassero da un

viluppo di cavalieri; ma finalmente l'irresistibile valore dei volontari

trionfa. Milazzo è presa, Messina poco dopo capitola.

Ultime resistenze dei governi

borbonico e piemontese.

La Sicilia è conquistata; ma staccata dal Reame e annessa al Piemonte

non sarebbe che un'altra Sardegna. L'impresa di Napoli diventa fatale,

l'unità italiana è imminente. A Napoli il meraviglioso approdo di

Marsala, la presa di Palermo, la cacciata dei 30,000 regi esaltano le

fantasie; gli echi della stampa europea, sonante di inni al vincitore,

coprono le critiche più ostinate; l'esercito, diffidente dei generali e

mal disposto a guerra, tituba; la corruttela di tutti gli impiegati

moltiplica i tradimenti alla vigilia del pericolo; la corte in preda al

terrore non osa alcun partito. Russia e Prussia non le prestano più che

un appoggio morale, l'Austria non ardisce ridiscendere in guerra,

Napoleone III le consiglia di ridare la costituzione secondando l'idea

nazionale. Troppo tardi! Il giovane re, incapace di mettersi alla testa

dell'esercito e di gettarsi alle campagne per infiammarne la

superstizione politico-religiosa, soffoca fra l'imbroglio dei partiti.

La costituzione concessa il 25 giugno non contenta e non persuade

alcuno; nel ministero composto dallo Spinelli compaiono uomini ignoti;

De Martino, scaltro diplomatico, assume il portafoglio degli esteri, don

Liborio Romano, settario amnistiato da Ferdinando II nel 1854, prende la

direzione della polizia. Naturalmente i dissidenti liberali aumentano

d'importanza e di numero; patrioti esuli o prigionieri ritornano

frementi di vendetta e di libertà; la plebaglia venduta ai sanfedisti

tenta indarno una delle solite reazioni al grido di: «Viva il re e

abbasso la costituzione!», irritando maggiormente gli animi di tutti i

partiti contro la corte. In questa pure scoppiano dissidi: i conti di

Aquila e di Siracusa liberaleggiano, quello di Trapani invece si

accanisce a reazione. La milizia civica, tosto costituita, tutela la

sicurezza publica, mentre il ministro di polizia si acconta coi

liberali, e mercenari stranieri difendono ancora la reggia. I comizi

indetti pel 19 agosto e il parlamento convocato pel 10 settembre

sembrano a tutti l'ultima insidia e l'estrema farsa della decadenza

borbonica; le defezioni aumentano tutti i giorni; il generale Nunziante,

già insanguinatosi tristamente in repressioni contro i patrioti e poco

dianzi offertosi al re per spazzare dalla Sicilia i filibustieri di

Garibaldi, per gelosia del generale Pianell nominato ministro della

guerra, si dimette con ignobile teatralità dall'esercito, dirigendogli

un proclama di rivolta.

Naturalmente la politica del nuovo governo napoletano non poteva essere

che un'alleanza col Piemonte per resistere a Garibaldi. Il ministro

Manna e il barone Winspeare, mandati a Torino per concertare una lega,

offerivano di riconoscere le annessioni dell'Italia centrale alla

Sardegna, di costituire nello stato pontificio due vicariati, uno delle

Legazioni pel re di Piemonte e l'altro delle Marche pel re di Napoli,

libera la Sicilia di convocare il proprio parlamento secondo la

costituzione del 1812 per darsi governo proprio con un principe della

casa regnante per vicerè, alleanza offensiva e difensiva contro

l'Austria per la futura liberazione di Venezia.

Era l'antico disegno cavouriano, riproposto a Cavour quando già

l'impresa dell'unità cominciava a trionfare; ma l'abile statista, pur

fingendo di non respingere quest'alleanza, seguitava a trattare coi

liberali di Napoli, per tenersi aperta la via a maggiori speranze.

Puntellare il trono dei Borboni in tal momento sarebbe stato uno

scrollare le basi di quello del Piemonte, scriveva egli apertamente in

una nota al legato sardo a Pietroburgo. La sua intensa preoccupazione

era invece la rivoluzione di Sicilia. Garibaldi, per forzare la mano al

governo piemontese, vi ritardava le annessioni, dichiarando che si

farebbero ad impresa finita: bisognava ancora conquistare Napoli, e dopo

Napoli, Roma. Il partito rivoluzionario faceva miracoli d'organizzazione

e di valore; esercito e governo borbonico non potevano presentare oramai

seria resistenza; la conquista di tutto il Reame, compiuta in due mesi

da Garibaldi, avrebbe potuto produrre un ultimo duello fra republica e

monarchia. Cavour sapeva Garibaldi incapace di tradire; ma il solo

principio politico del grande dittatore era il rispetto della volontà

popolare, e se questa avesse proclamata la republica, Garibaldi ne

sarebbe stato l'invincibile generale. Quindi il disegno di Cavour non

poteva essere che doppio: impedire a Garibaldi il passaggio sul

continente, lasciando compiere ai Borboni l'ultimo esperimento

costituzionale ed aspettando dalla prima complicazione che il Piemonte

potesse impadronirsi di Napoli, o promuovervi, prima ancora che

Garibaldi vi entrasse vittorioso, una rivoluzione in senso

monarchico-unitario.

Cavour spiegò indarno tutta la propria abilità; l'ora delle scaltrezze

diplomatiche era passata.

Napoleone III, per un'ultima speranza di regno murattiano, aveva mandato

una flotta per impedire a Garibaldi il passaggio sul continente; ma era

rattenuto dalle dichiarazioni dell'Inghilterra, minacciante di entrare

nella contesa se la Francia violasse nel Reame il principio del non

intervento. Cavour, dietro ordine di Napoleone, fece scrivere da

Vittorio Emanuele una lettera per imporre a Garibaldi di non valicare lo

stretto; il dittatore rispose con magnanima semplicità che compirebbe

l'impresa e deporrebbe ai piedi del re l'autorità conferitagli dalle

circostanze. Cavour, che avrebbe voluto l'impresa senza Garibaldi,

proseguì negli intrighi, scrisse al Villamarina e al Persano «facessero

ogni possibile per impedire la dittatura di Garibaldi. Se la dittatura

veniva offerta al Villamarina accettasse... Se si presentasse certo

pericolo di veder cadere il governo in mani perfide od inette, Persano

assumesse il maneggio della cosa publica. In caso estremo si costituisse

un governo provvisorio con a capo il principe di Siracusa. Che ove il re

(Francesco II) o il corpo diplomatico desiderassero di sottrarre Napoli

all'occupazione di Garibaldi, si accettasse di occupare i luoghi più

minuti della città coi soldati (piemontesi). Se la rivoluzione non si

compie prima dell'arrivo di Garibaldi, saremo in condizioni gravissime.

Ma per ciò non ci turberemo punto. L'ammiraglio Persano s'impadronirà,

potendolo, dei castelli del porto, riunirà alla sua la flotta napoletana

e farà che si presti subito giuramento di fedeltà al re e allo statuto.

Poi vedremo».

Già poco prima aveva indirizzato al Villamarina in Napoli una specie di

questionario: «Nel caso di un moto insurrezionale quale sarà il partito

che avrà il sopravvento? Credete voi alla possibilità di un moto

annessionista, simile a quello compiutosi in Toscana? Il murattismo

novera esso molti partigiani nell'esercito e nella borghesia? I

republicani sono ancora numerosi e influenti nelle Calabrie? Voi

comprendete, signore, quanto mi debba interessare di conoscere questi

diversi elementi di una soluzione, alla quale non possiamo rimanere

estranei. Voi sapete che io non bramo minimamente di sospingere la

questione napoletana ad uno scioglimento prematuro. Credo al contrario,

che ci converrebbe che lo stato attuale delle cose durasse ancora per

qualche anno».

L'illustre statista era non solo impreparato, ma avverso ad una

rivoluzione del sud.

Nell'angustia della propria decennale politica non si era procurato nè

contatti nè precedenti nel mezzogiorno: l'impresa garibaldina lo

sorprendeva al pari dei Borboni; ma, troppo maggiore di essi, non

potendo impedirla cercava sfruttarla. La sua attività in questo periodo

fu tanto meravigliosa di accanimento quanto vana nel risultato. A Napoli

tutti gli sforzi per suscitarvi una rivoluzione riuscirono vani: i

liberali del comitato dell'Ordine non osarono muoversi, mentre i

patrioti radicali, più generosi e più coraggiosi, pure non ribellandosi

apertamente, riuscirono ad impadronirsi dello scarso moto liberale e a

dirigerlo verso Garibaldi. Bertani da Genova spingeva la rivoluzione.

Dopo la spedizione di Medici e di Cosenz nella Sicilia, gli arruolamenti

proseguiti con maggiore alacrità avevano prodotto un altro esercito:

duemila volontari erano pronti nelle Romagne e nella Toscana; altri

novemila dovevano partire da Genova per scendere nello stato pontificio.

Bertani aveva saputo provvedere armi, munizioni, vestiti, vascelli. Si

era offerto il comando al celebre Charras, rivale di Lamoricière, ma

quegli aveva ricusato, perchè ancora troppo debole il numero delle

truppe: poi si pensò di affidarlo al Pianciani, mettendogli a fianco il

Rüstow, allora eccellente ufficiale e più tardi insigne scrittore di

guerra, come capo di stato maggiore; Giovanni Nicotera, superstite

capitano dell'impresa di Pisacane, uscito allora di carcere, guiderebbe

la legione toscana. Ma Cavour, spaventato da siffatto aire, vi si

opponeva in mille modi. Poichè non poteva apertamente contrastare a

questo moto divenuto nazionale, cercava di togliergli anzitutto il

significato: la sua stampa ministeriale bersagliava ogni giorno con

satanica malvagità Mazzini e Bertani, come intesi a cospirare per la

republica e a smembrare così l'Italia: li accusava di feroce

giacobinismo e d'ignobili ladrerie. Nullameno Bertani poteva seguire

nell'opera, mentre Mazzini era costretto a nascondersi. Cavour,

infatuato di arrestarlo, ne aveva dato l'ordine a Medici, che ricusò

generosamente di ubbidire, e a Persano, che non seppe ubbidire.

A questo, da lui spedito in Sicilia, scriveva: «Il governo del re non

farà chiassi, ma non intende di lasciarsi giuocare in tal guisa; quindi,

dopo la spedizione di Cosenz già in corso, disporrà che nulla più per

parte sua vada in Sicilia, sino a che non sia affatto tolta al Bertani

ogni sua ingerenza negli invii». Farini, mandato a Genova, cercò di

persuadere al Bertani come riguardi diplomatici costringessero il

governo ad impedire che i novemila volontari sbarcassero da Genova nello

stato pontificio; veleggiassero invece al golfo degli Aranci, poi

toccassero la Sicilia.

Allora Bertani corse al Faro ad avvisarne Garibaldi: questi, sentendo la

necessità di una più pronta operazione nel Reame, invece d'invadere lo

stato pontificio, ebbe per un momento l'idea di un colpo ardito su

Napoli; ma dei novemila volontari cinquemila soli erano al golfo degli

Aranci; gli altri, per ordine del governo piemontese, erano già sbarcati

a Palermo. Giovanni Nicotera, col consenso di Ricasoli, aveva radunato

in Toscana un corpo di duemila volontari, pattuendo ai primi contrordini

da Torino di non sbarcare nè sul litorale toscano, nè sul romano, se

prima non avesse preso terra nello stato napoletano; ed invece poco dopo

sentiva intimarsi di sciogliere la brigata. Il fiero rivoluzionario

ricusò, i volontari rumoreggiarono così forte che Ricasoli dovette

riconsentire il primo patto: senonchè la brigata a Livorno non trovò che

due bastimenti francesi sprovveduti di viveri e noleggiati dal governo

per condurli in Sicilia. Un bastimento sardo da guerra, entrato nel

porto, strinse d'appresso i due vapori; la batteria del molo puntò

contro di essi le proprie batterie: il Nicotera, per evitare una

battaglia fratricida, dovette cedere e andare in Sicilia, protestando

con veemenza di republicano contro il tradimento del governo.

Ma il conte di Cavour, sospinto dalle circostanze, precipitava la

propria azione monarchica: nel costringere tutto lo sforzo della

rivoluzione al sud, si manteneva aperto l'adito a penetrarvi primo e

solo per lo stato pontificio. Le sue vessazioni al partito

rivoluzionario, mentre le vittorie garibaldine lo illuminavano di

poesia, gli avevano svelato tutta la debolezza della rivoluzione. Il

ministro Farini in una circolare aveva potuto calunniare e minacciare

impunemente i comitati rivoluzionari, si erano bistrattati i volontari,

si domandavano loro i passaporti da paese a paese italiano, si erano

sequestrate cartucce quando Garibaldi ne mancava al fuoco; a Genova si

erano persino imprigionati alcuni fabbricanti di polvere, senza che

alcuno dei rivoluzionari osasse reagire; Garibaldi seguitava nella fede

al re, Mazzini non chiedeva più che «lasciateci fare anche per voi». Le

provincie romane tacevano sotto le minacce di Lamoricière forte appena

di ventimila uomini; il Napoletano ciarlava, guardando Garibaldi

armeggiare invano per passare lo stretto.

Il Piemonte dominava sempre l'Italia coll'apparenza di forte stato

nazionale.

Ma la sua politica si sbrogliava al soffio della rivoluzione. L'impresa

ormai inevitabile di Garibaldi su Napoli obbligava il Piemonte ad

intervenirvi. Garibaldi vittorioso dei Borboni potrebbe marciare su

Roma, attirando sull'Italia una guerra colla Francia.

Per salvare il papa e schiacciare contemporaneamente la rivoluzione,

bisognava dunque invadere lo stato pontificio, cansare Roma, arrivare su

Napoli a tappe forzate, e, prima ancora che l'Europa si riavesse dallo

sbalordimento, risponderle collo spettacolo del governo costituzionale

già stabilito, e del papa libero entro più ristretto territorio.

Di questo era d'uopo però persuadere anzitutto Napoleone.

Impresa di Napoli.

Intanto Garibaldi la notte del 9 agosto, sopra settanta barchette lancia

in mare 200 volontari guidati da Mario, da Nullo, da Missori, e da

Musolino, per sorprendere il forte di Alta Fiumara all'estrema punta di

Calabria, e assicurarsi così il passaggio con tutto l'esercito: ma la

temeraria impresa fallisce, onde quei prodi possono appena inerpicarsi

sui gioghi dell'Aspromonte destinati alla gloria di maggiore tragedia.

La piccola banda, soccorsa dai villani, malissimo armata, scaramuccia

all'intorno sfuggendo al nemico e perseguitandolo, finchè Garibaldi,

reduce con nuova truppa dal golfo degli Aranci, sopra due piroscafi

sbarca il 20 agosto colla divisione Bixio a Melito. L'esercito borbonico

supera i trentamila uomini con cavalleria, artiglieria, armi e munizioni

eccellenti; Garibaldi, sommando tutte le proprie forze di Sicilia, non

arriva a mezzo, con pochi cavalli, quasi senza cannoni.

La guerra ricomincia, ma non pare nemmeno più guerra. Reggio, attaccata

dalle divisioni Eberhardt e Bixio, capitola subito; al rombo delle prime

cannonate Medici e Cosenz rimasti in Sicilia traghettano fra Scilla e

Bagnara, a Villa S. Giovanni cinquemila garibaldini accerchiano e fanno

prigionieri quasi senza colpo ferire novemila regi, mentre il generale

Vial si ritira con altri dodicimila su Monteleone. Nel Cosentino, nella

Basilicata, nella Capitanata, nelle Puglie tumultua la sommossa.

Garibaldi, con avvedutezza politica di condottiero, anzichè aspreggiare

il nemico, ne seduce i soldati prosciogliendo i corpi prigionieri.

Allora le defezioni si moltiplicano: invece di combattere le truppe

fraternizzano, scene di romanzo dànno alla guerra l'apparenza d'una

innocua e divertente teatralità, capitani ed aiutanti garibaldini

intimano soli o con scarsi drappelli a generali nemici la resa, e

l'ottengono. Il generale Ghio, crudele trucidatore di Pisacane a Padula,

si arrende con dodicimila uomini a Soveria, il generale Caldarelli ha di

già capitolato a Cosenza, una fiamma d'entusiasmo si leva per tutti i

paesi ove passano i volontari, mentre i soldati regi si sbandavano con

allegria brigantesca, obliando egualmente i doveri verso il proprio re e

verso la patria. Ma se nella Sicilia il popolo aveva salutato i

garibaldini come liberatori per l'odio secolare verso la signoria

napoletana, nel Regno Garibaldi non è acclamato che come vincitore. La

sua gloria, la sua mitezza, le favole sulla sua vita, esaltano la

veemente immaginazione popolare; il valore dei volontari, meraviglioso

nei fatti parziali, l'incredibile viltà dei regi, la prestezza delle

marcie che precedono persino il grido delle vittorie, la singolarità

d'un trionfo ottenuto anche troppo facilmente, la temerità infine di

Garibaldi, che dinanzi al proprio esercito, con una scorta piuttosto

d'onore che di battaglia, in carrozza di posta, galoppa verso Napoli,

finiscono di dare all'impresa l'irresistibile fascino di un miracolo.

Tutta la parte meridionale del Regno è già conquistata: i calabresi,

ardenti di odio verso i Borboni, sono i soli napoletani che si battano.

La marina regia, colpita dalla stessa defezione dell'esercito, lascia

avvicinare a Napoli i piroscafi, che portano i garibaldini.

Nella capitale terrore ed entusiasmo sconvolgono le coscienze. La corte

allibisce, i sanfedisti si rimpiattano, la plebe attende con ansia

fantastica il nuovo Messia. Invano il generale Pianell consiglia a

Francesco II di mettersi alla testa dei quarantamila uomini che ancora

gli rimangono, per tentare un colpo supremo o almeno perire

gloriosamente: fortunatamente la viltà del re paralizza l'intelligenza

del ministro. Infatti, se Francesco II si fosse messo alla campagna, la

superstizione religiosa e politica era ancora tale in molta parte di

questa, da ristabilire le sorti della guerra. Bastava una sola sconfitta

per dissipare il prestigio di Garibaldi. Il Regno si lasciava solcare

dalla rivoluzione senza parteciparvi, i patrioti v'erano in minoranza

debolissima, la moltitudine non intendeva gran cosa al nome d'Italia e

meno ancora a quello di libertà. La inettitudine del popolo veniva ora

rivelata dalla codardia dell'esercito regio, contro il quale non si era

osato alcun tentativo di rivolta, e che poche bande garibaldine erano

bastate a sopraffare.

Intanto il sentimento della paura universale invade il partito di corte.

Mentre il conte d'Aquila e la regina vedova vorrebbero scatenare

lazzaroni e mercenari a furibonda reazione, il conte Leopoldo di

Siracusa consiglia il re, suo nipote, ad uscire dal Reame sciogliendo i

sudditi dall'obbedienza, e, non ascoltato, parte sfrontatamente per

Torino a ricevervi da quella corte le congratulazioni del vile

tradimento. Don Liborio Romano perfeziona con scaltrezza settaria il

consiglio del conte di Siracusa col suggerire al re di allontanarsi e

d'investire della reggenza un nuovo ministero: lo stesso generale Bosco

caduto d'animo scongiura il re a salvarsi nella Spagna. Tutto è perduto.

La lotta politica in Italia, Volume 3 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 5 / 29 段