Lo scarso numero de' suoi volontari alla guerra, che non superò i

cinquantamila, la sommissione mostrata nel periodo annessionista,

l'inerzia del reame che nemmeno le vittorie sui campi lombardi avevano

potuto sollevare, l'atonia di Roma, la fiacchezza delle provincie

pontificie riconquistate da un pugno di sgherri fra l'indifferenza di

tutte le altre, l'abbandono dell'ideale republicano come troppo costoso

di denaro e di sangue, la pazienza per tutte le prepotenze francesi, la

stessa calma, che aveva reso ammirabile all'Europa il contegno del

popolo, tradivano la debolezza della nazione.

Mazzini veniva abbandonato da tutti. Garibaldi non era ancora seguìto

che da pochi.

Si era fidato nella Francia e nel Piemonte, accettando da entrambi

quanto potevano dare. Invece di eserciti improvvisati ed irresistibili

di passione si erano mobilizzate le guardie nazionali, innocua ed

inartistica parata di teatro. L'esercito regolare sardo era stato bello

di disciplina e di valore, i volontari garibaldini incomparabili di

originalità e di eroismo, ma della guerra popolare era mancato persino

il fermento. Mazzini aveva sperato in cinquecentomila volontari;

Garibaldi ne chiedeva centomila, e non era arrivato che ai dodicimila.

L'iniziativa regia aveva in certo modo disinteressata l'iniziativa

popolare.

Rivoluzionari, regii e republicani non erano che una minoranza, la quale

senza l'intervento francese non avrebbe mai potuto fare nè la guerra nè

la rivoluzione.

Il Piemonte, uscendo ingrossato dall'una e dall'altra, aveva di poco

migliorato la propria condizione. L'Austria non aveva che a ripassare il

Mincio per riprendere in una settimana tutta la Lombardia; verso Francia

il nuovo stato era senza frontiere, mancava di comunicazioni col sud; il

vassallaggio all'impero napoleonico gli scemava l'antica indipendenza;

l'ostilità alla rivoluzione lo indeboliva all'interno; aveva esauste le

finanze, fallito il programma, assunti impegni ineseguibili. L'unità

d'Italia era negata come al quarantotto.

Le prime integrazioni rivoluzionarie non avevano potuto attuare che una

parte dello stesso disegno regio di Plombières: ma senza Venezia, senza

la Sicilia, senza Napoli e senza Roma l'Italia non era. La prodezza di

Vittorio Emanuele, l'abilità diplomatica di Cavour, non bastavano

all'Italia: la fusione della valle del Po era la parte più facile

dell'unificazione nazionale; ma poichè nè Roma era insorta, nè Napoli si

era sollevata durante la guerra franco-sarda, a fonderle coll'Italia

bisognava conquistarle.

L'iniziativa regia non era da tanto. Infatti il primo atto della nuova

politica piemontese fu di sollecitare l'alleanza di Francesco II, per

impedire a Napoli ogni moto rivoluzionario.

Solo un'impresa temeraria come un'avventura, splendida come una visione,

irresistibile come una profezia, improvvisa, piccola, assurda, raccolta

su due barconi sconnessi come quelli di Cristoforo Colombo, con un

esercito non maggiore di quello di Cortez, senz'altra fede che la

vittoria, altro amore che di patria, altra probabilità che di morte, con

un capitano invincibile come un messia, senza danaro, quasi senz'armi,

poteva approdando in Sicilia appiccarvi il fuoco della rivolta, assalire

fortezze, liberare città, moltiplicare le battaglie come spari di festa;

quindi più forte, più rossa del proprio e del sangue nemico, lanciarsi

pazzamente fra Scilla e Cariddi, afferrare il continente, passare come

una vampa per le Calabrie, correre su Napoli, sbaragliando eserciti,

stordendo popoli, ministri, re, e, sollevando tutto un regno, che

sentimenti, idee, costumi, storia rendevano tanto dissimile dal resto

d'Italia, gettarlo in seno alla nazione e farne una patria sola.

Giuseppe Garibaldi doveva guidare quest'impresa.

CAPITOLO QUARTO.

La conquista rivoluzionaria

I mille di Marsala.

Il vasto reame delle due Sicilie sembrava assistere con ignava curiosità

al grande dramma della liberazione d'Italia: dopo tanto fervore di

congiure, non vi restava abbastanza passione patriottica per osare

d'insorgere contro il governo borbonico in tanta facilità di momento.

L'Austria vinta non avrebbe potuto soccorrere re Francesco II; la

Francia sarebbe stata favorevole per ambizione di un altro regno

murattiano; l'Inghilterra per antagonismo coll'impero napoleonico

avrebbe invece favorito un moto nazionale; Garibaldi era pronto ad

accorrere colle bande rosse; il Piemonte, volente o nolente, avrebbe

dovuto spingere sino al mezzogiorno la propria politica annessionista.

Re Francesco II, salendo al trono, aveva dichiarato all'ambasciatore

russo Kisselef di ignorare che cosa potesse significare la indipendenza

italiana; quindi, sollecitato d'alleanza dal Piemonte prima e dopo la

guerra, aveva ricusato per chiudersi in una sprezzante neutralità; più

tardi, costretto a mutare i vecchi cattivi ministri, ne aveva scelti di

peggiori; e fingendo colla duplicità paterna di cassare la legge sugli

attendibili o sospettabili politici l'aveva invece mantenuta con una

circolare segreta del direttore di polizia, che poi dovette sconfessare.

Un ignobile egoismo ed una insensata alterigia gli toglievano di

comprendere il significato fin troppo evidente di una situazione

politica, nella quale la sua corona era minacciata da nemici di ogni

sorta. La sua fede all'Austria e al papa, che avrebbe potuto essere

cavalleresca alleandosi con loro contro la rivoluzione, non era che

servilità di bigotto e di vassallo; la sua avversione alla libertà non

derivava che da una vanità di despota senza carattere e senza ingegno.

Ultimo di una famiglia di tiranni e di malvagi, al pari di tutte le

vittime designate all'espiazione di una decadenza, non era più che un

melenso, cui la rivoluzione trionfante spazzerebbe fra poco come

un'immondizia, invece di spezzare come un ostacolo.

La sua sola idea politica in tanto frangente di guerra fu di una

spedizione a favore del papa per aiutarlo a risottomettere le Romagne,

ma nemmeno questa eseguì. Quindi, essendosi ammutinati gli svizzeri pel

decreto del governo federale elvetico, che dopo le stragi di Perugia

vietava il nome patrio e gli stemmi cantonali ai mercenari militanti per

la Santa Sede e pel Borbone, egli disciolse il loro corpo grosso di

14,000 soldati, e lo sostituì portando la leva ordinaria della milizia

stanziale a 18,000 coscritti. Al finire dell'anno (1860) l'esercito

borbonico sommava a 100,000 uomini, ma senza merito negli ufficiali,

senza valore nei soldati, senza patria, senza ideale. Una indescrivibile

indisciplina no sconnetteva gli ordini: i volontari vi erano ribaldi di

piazza o di polizia, i coscritti piuttosto fantocci che fanti, poco

disposti a battersi, incapaci di morire combattendo.

Nullameno il loro numero bastava per togliere ai rivoluzionari del

paese, così pronti a contarsi per migliaia, ogni velleità di rivolta. I

più forti fra questi credettero far molto costituendo coll'inguaribile

bizantinismo delle loro procedure un comitato a doppia assemblea dei

iuniori e dei seniori, che più tardi si mutò in quello dell'Ordine per

spargere qualche bollettino anonimo o gettare nei teatri qualche nastro

tricolore col motto: «Italia e Vittorio Emanuele».

D'altronde il conte di Cavour, mandando il Villamarina a Napoli, gli

raccomandava vivamente di sconsigliare i liberali da moti violenti,

«giacchè qualsiasi rivoluzione nelle due Sicilie riuscirebbe rovinosa

all'Italia». Allora l'illustre statista non vedeva altra salute alla

politica nazionale contro le tendenze republicane che nell'alleanza del

Piemonte col Borbone.

Ma la rivoluzione urgeva. La prima mossa ne venne dalla Sicilia.

Già dopo i casi del '57 essendosi sciolto il comitato di Londra,

nell'impossibilità di ritentare efficacemente altra insurrezione in

Lombardia, il partito rivoluzionario non tardò a comprendere, che per

resistere all'egemonia piemontese bisognava creare una forte base alla

politica unitaria nel Reame. Nicola Fabrizi, Alberto Mario, Francesco

Crispi, Maurizio Quadrio, Michele Amari si diedero con forte proposito

al difficile lavoro: comitati aiutavano da Malta e da Genova; patrioti

come Emilio Sceberras, Giorgio Tamaio, Onofrio Giuliano, Emanuele

Pancaldo cooperavano con nobile coraggio all'interno. Ma le difficoltà

erano troppe. Le popolazioni bigotte e svogliate, ignoranti e servili;

mal compreso il nome d'Italia, incompreso affatto quello di democrazia;

difficili le comunicazioni fra paesi e paesi separati ancora da fieri

odi municipali; il feudalismo economico e politico tuttora vigile

nell'angustia dei propri privilegi; i Borboni più temuti che odiati;

nessuna abitudine di guerra malgrado il costume del brigantaggio; gli

stessi liberali divisi nelle fazioni murattiana e piemontese. Di questa

era capitano attivo e di molto seguito il La Farina. Nè il continente nè

l'isola erano pronti a vera rivoluzione: nullameno colla guerra

franco-sarda si spinse più vivamente il lavoro delle cospirazioni.

Francesco Crispi, aiutato dal Fabrizi reduce in Modena sua patria dal

lungo esilio, ne tenne discorso al dittatore Farini, che si mostrò

favorevole ad un'impresa nel sud: già cimentando intrepidamente la vita,

Crispi era penetrato parecchie volte nella Sicilia per introdurvi armi e

bombe all'Orsini. Ma la politica cavouriana venne ad impedire l'opera,

facendo dal La Farina dissuadere ogni moto violento per non imbrogliare

il problema già difficile delle annessioni al nord. Questo consiglio

bastò naturalmente a scusare la troppa prudenza dei più; i pochi

intrepidi rimasero abbandonati e sbandati. Oramai l'insurrezione era

piuttosto contrastata dal partito moderato che dal borbonico.

Un'ispirazione giovanile trionfò della ragione di tutti. Un gruppo di

giovani scrisse spontaneamente e segretamente a Garibaldi,

scongiurandolo «ad affacciarsi sul loro continente con un pugno di

uomini e una bandiera consacrata dal suo alito». Il generale da Bologna

(2 settembre 1859) rispose incoraggiando e promettendo. Intanto Crispi

coi comitati di Genova, di Firenze e di Malta ordiva per il 4 ottobre

(1859) un'insurrezione a Palermo; Messina e Catania dovevano seguire; ma

anche questa volta la cospirazione abortì, e la colpa al solito ne fu

gettata sui contrordini del partito lafariniano. Allora Crispi e Fabrizi

ritentarono l'animo di Farini: si convenne fra loro di una spedizione di

volontari nel sud. Farini promise un milione, previo il consenso del

ministero piemontese; siccome i Cacciatori delle Alpi potevano

facilmente formare il nuovo corpo di spedizione, si pensò di radunarli

all'isola d'Elba, mentre Garibaldi era già ritornato a Caprera. Ma

Crispi non potè persuadere il ministro Rattazzi all'impresa: fu negato

ogni denaro, conteso ogni aiuto. Cavour risalito al potere si chiarì

anche più ostile, vessando così indegnamente colla polizia il Crispi da

costringerlo ad abbandonare Torino.

Garibaldi, conscio di tutti questi maneggi, addolorato della cessione di

Nizza e Savoia, isolato dalla vita politica con ogni intrigo da Cavour,

meditava incerto del risolvere. Mazzini invece, spinto all'ultimo

sacrificio di se medesimo dalla rovina di tutti gl'ideali, insisteva per

una pronta azione del sud, rinunciando alla republica pur di raggiungere

l'unità della patria. Le sue lettere ai palermitani, nelle quali

scopriva con mano sicura i viluppi della politica cavouriana e

bonapartesca, non parlavano più che di unità nazionale: il republicano

era vinto, il patriota lottava ancora.

L'abdicazione di Mazzini, l'impotenza di Cavour, l'inerzia forzata di

Napoleone, il fermento di tutta la penisola, la fatalità della

rivoluzione affrettavano silenziosamente l'azione di Garibaldi.

Oramai tutte le gradazioni dei partiti politici si fondevano in lui. La

sua formula «Italia e Vittorio Emanuele», rimasta inalterata malgrado

l'esosità dei trattamenti usatigli dal governo, riuniva le forze regie e

democratiche per un programma, che, esorbitando dall'angustia della

politica piemontese, ne riconfermava l'idea di una conquista regia. Il

suo primo disegno della nazione armata, per organizzare militarmente

davvero le guardie nazionali e pacificare i partiti, aveva naturalmente

fallito, giacchè una organizzazione politica e militare d'Italia con

metodo popolare era impossibile; nullameno egli restava programma

vivente della nazione, altrettanto infallibile nell'intuizione che

malleabile nell'eroismo.

All'alleanza franco-sarda, che aveva battuto l'Austria senza cacciarla

da tutti i confini d'Italia, doveva succedere l'alleanza sardo-italiana,

che caccerebbe i Borboni senza poter rovesciare il papa. Napoleone III

aveva bistrattato Vittorio Emanuele: questi maltratterebbe Giuseppe

Garibaldi.

La rivoluzione italiana, ispirata da Mazzini, guidata da Cavour,

concentrata da Vittorio Emanuele, signoreggiata da Napoleone, si era

arrestata fatalmente alle annessioni dei Ducati nell'imbroglio della

propria politica, per ritornare nazionale e popolare con Garibaldi,

unitario come Mazzini, monarchico quanto Cavour, più prode di Vittorio

Emanuele e più avventuriero di Napoleone III. Mentre tutte le diplomazie

d'Europa si spiavano temendo di nuova guerra, egli solo poteva

riaccenderla per conquistare un regno al Piemonte, che avrebbe cercato

sino all'ultimo d'impedirlo; egli solo, sotto tanto cumulo di

pregiudizi, di dolori, di viltà, poteva trovare il cuore del popolo

italiano e, infiammandolo coll'entusiasmo di una fede indefinibile,

dargli la trionfatrice energia delle più incredibili fra le vittorie di

questo secolo.

Infatti la necessità di questa impresa meridionale lo stringe più forte

ogni giorno. Mentre il governo piemontese contrasta, i patrioti

siciliani incalzano. Rosolino Pilo e Giovanni Corrao si offrono per un

viaggio nella Sicilia, esploratori di libertà fra pericoli ed episodi

degni di un poema. Il 4 aprile (1860) Palermo tenta una rivolta presto

soffocata nel sangue; la polizia trionfa ancora; i congiurati, raccolti

nel convento della Gancia e soccorsi dagli stessi frati, sono trucidati

o imprigionati. Nullameno qualche banda di essi può guadagnare i monti.

A Genova le notizie dell'insurrezione si ripercotono in tumulto, le

fantasie si esaltano, i cuori si scaldano. La Legione Sacra composta di

vecchi patrioti e di giovani volontari vi si aduna, proclamandosi

disposta a partire con Garibaldi ed anche senza lui: Mazzini offre a

Nino Bixio e a Giacomo Medici il comando dell'impresa, se Garibaldi

ricusi: Cavour, temendo che questi accetti e non potendo palesemente

impedirlo, cerca ne sia capo il Ribotti. Ma Garibaldi solo può guidarla,

rappresentando tutto il popolo italiano; Ribotti non è che un prode

venturiero della libertà; Nino Bixio, coraggioso sino alla demenza, non

può essere che un luogotenente; Medici, caduto nell'orbita della

politica cavouriana, non saprebbe capitanare la rivoluzione.

Ma Garibaldi, cui la coscienza della grande responsabilità non scema il

coraggio, tituba ancora: dopo le vittorie franco-sarde in Lombardia, il

disastro di un'altra spedizione Pisacane annullerebbe la rivoluzione.

Nullameno la grande ora sta per discendere sul quadrante della storia;

l'impresa è inevitabile. Il colonnello Frappolli e Giacomo Medici

mandati da Cavour la combattono: Nino Bixio invece minaccia di andarvi

solo. Garibaldi si decide.

A Crispi, che, ostinato nello spronarlo, pure temeva di un incontro

colla flotta nemica, Garibaldi risponde:

-- Io vi garantisco sul mare.

-- E io vi garantisco per terra.

Epilogo di una scena degna di Eschilo!

Ma il governo piemontese moltiplica taccagnerie ed obbiezioni. Poichè

nel primo slancio della rivoluzione si era iniziata una sottoscrizione

per comperare un milione di fucili, le armi e i primi denari non

sarebbero mancati all'impresa; sciaguratamente Cavour ordinò a Massimo

D'Azeglio di sequestrare le quindicimila carabine depositate a Milano e

Massimo D'Azeglio, persuaso che l'annessione del regno napoletano al

Piemonte sarebbe la maggiore delle disgrazie possibili, ubbidì.

Rubattino, ricco armatore di Genova, prestò due vecchi vapori,

nascondendosi mercantilmente dietro il nome di Segrè, austero patriota.

La Farina, stretto dagli esuli siciliani, diede finalmente mille fucili

quasi inservibili e ottomila lire; Agostino Depretis, prefetto a

Brescia, violando gli ordini ricevuti, consegnò a Giuseppe Guerzoni

mandatario di Garibaldi, qualche altro denaro.

Cavour, osteggiando e permettendo al tempo stesso l'eroica avventura, ne

calcolava con terribile freddezza di statista tutte le conseguenze. Se

Garibaldi falliva, il governo piemontese si pompeggierebbe presso il

resto d'Italia e le cancellerie europee delle difficoltà oppostegli; ma

la rivoluzione avrebbe così perduto il suo grande capitano, e alla

nazione non resterebbe più altra speranza che il Piemonte: con Garibaldi

periva il fiore della democrazia italiana, che non aveva ancora

accettato o subiva non senza riserve la preponderanza della monarchia

piemontese. Se Garibaldi conquistava la Sicilia, il motto «Italia e

Vittorio Emanuele» scritto sulla sua bandiera lo avrebbe costretto a

cedere l'isola al Piemonte, cui il voto del parlamento siciliano nella

rivoluzione del quarantotto aveva in certo modo aderito, offrendo la

corona al duca di Genova. L'ammirabile perfidia, che dall'epoca dei

comuni sino al finire del rinascimento aveva dato alla politica italiana

così irresistibile ascendente su quella di Francia e di Germania da

rendere a queste grandi potenze impossibile la conquista d'Italia, e più

tardi aveva permesso al Piemonte di crescere nel decadimento d'Italia

fra le voraci gelosie dei più grossi vicini, trapelava dalle

contraddizioni del conte di Cavour, rimasto ministro piemontese in piena

rivoluzione italiana. Egli, primo in Italia a giudicare il Guicciardini

molto miglior politico del Machiavelli, ne seguiva i criteri anche in

questo supremo momento di epica iniziativa: per lui la monarchia

piemontese non aveva in Italia peggior nemico della democrazia e maggior

pericolo di una vittoria rivoluzionaria.

L'impresa era unitaria. Garibaldi intendeva sbarcare in Sicilia,

gettando un corpo d'armati nello stato pontificio. Non si osava ancora

l'idea di marciare direttamente su Roma, ma si voleva sottrarle tutte le

provincie. Bisognava come Cesare passare un'altra volta il Rubicone: si

sperava che Medici o Cosenz potessero invadere il territorio pontificio;

Cavour pareva secondare il disegno. Il papa era in armi, il generale

Lamoricière ne guidava l'esercito più grosso che valoroso; il conte De

Pimodan capitanava gli zuavi volontari, ribaldi o legittimisti di gran

nome, raccolti per tutte le contrade d'Europa. All'ultima crociata

papale si contrapponeva così la crociata garibaldina: entrambe nel nome

di un'idea mondiale, quella senz'altro principio che il privilegio ed

altra virtù che la superstizione, questa colla fede della libertà e un

entusiasmo di amore che perdonava ai nemici anche prima di averli vinti.

A Genova Agostino Bertani, medico già celebre, costituì il comitato di

soccorso all'impresa, spiegandovi la più prodigiosa energia. I volontari

eran quasi tutti giovani colti, ricchi, fanatici di libertà,

superstiziosi d'amore al generale come i sicari del Vecchio della

Montagna; fra essi brillavano illustri stranieri: Türr e Tuköry

ungheresi primeggiavano per nome già famoso di capitani; Sirtori era

capo di stato maggiore; Nino Bixio doveva guidare una delle navi, il

_Lombardo_; sull'altra, il _Piemonte_, precederebbe Garibaldi. Ippolito

Nievo, poco più che giovinetto, già immortale per scritti d'arte, era il

poeta della spedizione, e doveva perirvi al ritorno miseramente annegato

come Shelley; Giuseppe Cesare Abba, quasi un fanciullo, allora ignoto

anche a se stesso, doveva invece scriverne i commentari fra il pericolo

delle battaglie e la poesia delle veglie; v'erano Acerbi, Mosto,

Schiaffino, Nullo bello ed avventato come un moschettiere da romanzo,

Fabrizi austero come un duce biblico, i Cairoli, tutti i più prodi, i

superstiti legionari di Montevideo, i Cacciatori delle Alpi, i

carabinieri genovesi, manipoli di artisti e di letterati, di principi e

di cospiratori sopravvissuti alla tortura delle carceri, di esuli

frementi nella stanchezza dell'esilio, di politici che cessavano di

pensare per votarsi ai rischi dell'azione, di popolani poveri ed ignari

che l'improvvisa epopea sollevava fra i più grandi cuori

nell'uguaglianza del sacrificio, di disertori dell'esercito piemontese,

di republicani, di monarchici: falange uscita dalla nazione come un

getto dalle mani di uno scultore, altera, vibrante, serena. Non

arrivavano a mille, vestivano borghesemente. Garibaldi non ne aveva

voluto altro numero, giacchè anche decuplo sarebbe stato insufficiente,

se il popolo laggiù non avesse poi secondato l'impresa. Allora non

portavano che un fucile rugginoso e sedici cartucce; nessuna

provvigione, non salmerie. La bandiera, dono d'italiani residenti a

Valparaiso, ricordava le vittorie d'America, augurando maggiori trionfi.

Il motto era: «Italia e Vittorio Emanuele».

Il 3 maggio (1860), anniversario della morte di Napoleone I, salpavano

silenziosamente da Quarto. Il governo piemontese, pur fingendo

d'ignorarla, cercò con inutile inganno di contrastare l'imbarcazione; il

mare fu propizio. A Talamone, ove approdarono per rifornirsi d'acqua,

non rinvennero che poche armi quasi disutili; ad Orbetello un gruppo di

republicani intransigenti, capitanati da Brusco Onnis, si separò per non

combattere sotto bandiera piemontese; un altro più grosso manipolo

s'inoltrò nel territorio pontificio con Zambianchi sanguinario

trucidatore di monaci a Roma nel '48 per sollevare le popolazioni; e fu

indi a poco disperso dai dragoni papalini.

Ma non ostante le vigili crociere napoletane, Garibaldi potè sbarcare a

Marsala. Allora la Sicilia, dapprima attonita, si solleva: Rosolino Pilo

e Corrao tengono la campagna con forti bande; a Salemi Garibaldi

proclama la propria dittatura e riceve il saluto di una truppa

d'insorti, forte di quasi tremila uomini; a Calatafimi rovescia alla

baionetta una colonna di cinquemila borbonici; la giornata terribile di

ardimento prostra l'animo del nemico; alcuni monaci e qualche picciotto

si sono mescolati ai garibaldini, ma i tremila siciliani hanno assistito

dalla cima dei colli circostanti alla battaglia, sinistramente equivoci,

coll'arma al piede. Presto l'odio popolare contro borbonici e napoletani

esplode, scene atroci di sangue vituperano le prime vittorie; ma

Garibaldi, raddoppiando di audacia, si drizza su Palermo. I borbonici

tengono l'isola con trentamila uomini; ventimila difendono la capitale.

Con abili marcie egli inganna quindi il nemico, accenna ad assalire la

città dalla parte di Monreale, vi rumoreggia intorno tre giorni, sfianca

su Corleone, si tira dietro il generale Bosco con una falsa ritirata, lo

allontana da Palermo, lo tiene a bada con pochi legionari, finchè il 27

maggio per vie impraticabili ricompare dinanzi alla città già percossa

dalla voce erronea della sua disfatta.

Però la sorpresa essendo fallita, l'assalto diventa al tempo stesso

impossibile ed inevitabile.

La lotta politica in Italia, Volume 3 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 4 / 29 段