commissari e di abbandonare una insurrezione compiutasi nel nome di
Vittorio Emanuele. Il conte di Cavour si dimise per sottrarsi abilmente
ai tristi risultati della propria politica; però, mutando di tattica con
robusta agilità, dopo aver tanto mortificato la rivoluzione, l'incuorò.
A prevenire tentativi di ristorazione nei Ducati, mandò Lodovico
Frappolli a Modena per ordinarvi la difesa con Farini, dicendogli: «Fate
arma di ogni palo: respingete i soldati del duca quando egli tentasse di
rientrare; sono italiani, che hanno rinnegato la patria; cacciateli nel
Po». Farini, sprigionando improvvisamente l'energia rivoluzionaria
deposta nella sua coscienza dal mazzinianismo giovanile, si dimise da
commissario regio per proclamare l'indomani la propria dittatura, alto
gridando dal vecchio palazzo Estense: «Avanti colla stella d'Italia,
perchè l'Italia non ha contrassegnato la pace di Villafranca».
Cavour dimissionario gli rispose: «Il ministro è morto, l'amico applaude
alla vostra risoluzione».
D'Azeglio, richiamato da Bologna, disobbedì generosamente, mandando
novemila soldati alla frontiera romagnola della Cattolica contro un
possibile attacco degli svizzeri di Perugia, e non si ritirò che dopo
munita la città di un altro governo. Sciaguratamente, a lui successe
Lionetto Cipriani, bonapartista disonoratosi al quarantotto nella
repressione di Livorno.
I reggitori provvisori di Toscana mandarono a Torino il segretario
Celestino Bianchi, al quale il re promise di ritentare a primavera la
guerra con le sole forze italiane, mentre Cavour gli consigliava di
costituire subito un governo deliberato di resistere a pressioni
diplomatiche e ad assalti armati. Di Firenze rimase ministro dittatore
Bettino Ricasoli.
Mentre a Zurigo stava per riunirsi il congresso della pace, bisognava
che le provincie abbandonate dai principi e dal Piemonte affermassero
vigorosamente il proprio diritto italiano e la propria maturità civile,
reggendosi da sole senza dare in eccessi. Un'altra guerra sarebbe quindi
stata necessaria per ricondurvi i principi spodestati; ma l'imperatore
Napoleone, ancora alleato del Piemonte e compromesso da troppe
affermazioni favorevoli alla nazionalità italiana, non avrebbe potuto
ridiscendervi; l'Austria, non ancora rimessa dal disastro patito, col
rivincere un'altra guerra avrebbe riconquistato sull'Italia l'antica
supremazia, mentre la Francia non poteva consentirlo. Restava il
pericolo della costituzione nell'Italia centrale di un grosso stato
sotto un Bonaparte: a questo doveva opporsi il voto delle popolazioni,
secondato dall'interesse delle diplomazie europee.
La nuova politica delle provincie insorte era fatalmente designata entro
i due termini della rivoluzione e della monarchia.
Quindi Luigi Carlo Farini a Modena, quasi sotto il tiro dei cannoni
austriaci, vi si caccia risolutamente. Deciso a convocare i comizi e a
costituire parlamenti regionali, li previene con superba arditezza
promulgando subito lo statuto, i codici e le leggi del regno sardo: apre
gli archivi e getta al pubblico senza un commento le prove infami delle
passate signorie. Il 14 agosto raduna i comizi modenesi; il 18 il Ducato
di Parma gli offre la dittatura, ed ambo le assemblee unanimemente
deliberano la decadenza dei duchi e l'annessione a Casa Savoia,
riconfermando la dittatura al forte rivoluzionario. Quindi i due
parlamenti si prorogano per non essere riconvocati che per chiamata del
dittatore.
A Bologna Lionetto Cipriani, riuscito governatore per opera del marchese
Gioacchino Pepoli, uno dei tanti parenti cui l'imperatore Napoleone
aveva assegnato un piatto di cinquantamila lire annue, costretto ad
inaugurare col 1º settembre il congresso dei rappresentanti delle
Romagne, arrivava al medesimo risultato: l'assemblea eleggeva Marco
Minghetti a presidente, votando l'abolizione del governo temporale e
l'annessione al regno sardo di Vittorio Emanuele.
A Firenze, nella tornata del 20 agosto, l'assemblea uscita dai comizi
popolari decretava unanimemente la decadenza dei Lorenesi e l'annessione
della Toscana al Piemonte, raccomandando la giustizia della propria
causa allo stesso senno di Napoleone III e delle altre maggiori potenze.
Infatti si erano già mandati oratori a Londra, Parigi, Berlino e
Pietroburgo.
Quindi i quattro piccoli stati si stringono a lega militare. Farini, più
ardente e teatrale, vorrebbe raddoppiarla con una lega politica, ma
Ricasoli vi si oppone. Nella lega militare erano tosto cominciati gli
screzi: Farini stesso temeva di ammettervi le Romagne che in una
rivendicazione pontificia consentita dai grossi governi avrebbero potuto
trascinare nella propria rovina gli altri stati. Marco Minghetti,
plenipotenziario per la Toscana, trovò col Farini questo meschino
ripiego, che Bologna dovesse formulare la propria domanda di accessione
alla lega militare in guisa che Modena e la Toscana rimanessero
svincolate verso di essa da qualunque impegno, nel caso di un intervento
militare europeo nello stato pontificio «o di gagliardo assalto
dell'esercito papale». Così l'egoismo regionale e lo spirito regio
viziavano ancora l'idea rivoluzionaria. Alla lega politica Ricasoli si
oppose con profonda sagacia per non offrire alle diplomazie maggiore
facilità di costituire un regno nell'Italia centrale. Capitano della
lega militare il Piemonte mandò in Manfredo Fanti il proprio generale
migliore; Garibaldi, preso congedo il 7 agosto dall'esercito sardo,
aveva assunto, per invito di Ricasoli, il comando delle truppe toscane,
sotto gli ordini di Fanti.
Al quesito del come presentare al re i voti delle popolazioni, Farini
rispose colla proposta di una sola deputazione, Ricasoli si ostinò alle
quattro: vinse Ricasoli. Ma Vittorio Emanuele non osò accettarli e si
limitò a promettere poveramente di patrocinare la causa delle provincie
presso l'Europa. L'iniziativa piemontese era dunque cessata. Le
assemblee dei quattro stati riconvocati proclamarono allora il principe
di Carignano loro reggente in nome di Vittorio Emanuele (6-9 novembre);
Napoleone sempre avviluppato nelle stesse ambagi, dopo aver risposto che
non si farebbe violenza alla volontà degl'italiani, telegrafò al re di
ricusare la reggenza poichè manderebbe a monte il congresso di Zurigo e
gli farebbe perdere l'Italia. Cavour nella solitudine di Leri fu
invocato consigliere. Naturalmente il problema così posto essendo
insolubile, si dovette bizantineggiare: d'accordo con Napoleone Vittorio
Emanuele invece di _accettare_ i voti delle popolazioni li _accolse_, e
il Boncompagni fu nominato reggente per il principe di Carignano
reggente pel re.
Mentre la diplomazia piemontese discendeva a così umili sofisticherie,
le popolazioni fremevano d'impazienza, ma senza passione di guerra.
Mazzini, penetrato in Toscana, aveva dovuto chiudersi prigioniero
incognito in casa del tribuno Dolfi sotto sicurtà data da questo al
Ricasoli che niuno lo avrebbe saputo. Aurelio Saffi, arrestato a Torino,
aveva dovuto ripassare la frontiera; Alberto Mario e sua moglie, nobile
scrittrice inglese fervida d'entusiasmo italiano, erano incarcerati a
Bologna per ordine di Lionetto Cipriani. Altri illustri mazziniani
venivano espulsi o imprigionati. Mazzini, aiutando generosamente il
moto, avrebbe voluto dal paese qualche prudente riserva prima di
abbandonarsi alla dinastia di Savoia, che non osava nemmeno accettarlo;
e non comprendeva come ogni riserva essendo un passo verso la republica,
ne fosse parimenti un altro contro la monarchia. Tutta la elasticità del
suo sentimento patriottico non poteva vincere l'inflessibilità del suo
sistema republicano. Il disegno da lui proposto di fondere i quattro
piccoli stati in uno e di trasformare la loro assemblea in nocciolo di
futura assemblea nazionale, proseguendo la guerra contro l'Austria e
spingendo la rivoluzione nel reame per decidere poi, dopo la vittoria,
se l'Italia dovesse reggersi a monarchia o a republica, esautorava
anticipatamente il Piemonte. Le annessioni non potevano essere allora
che incondizionate: la monarchia discussa avrebbe conchiuso alla
republica, la quale era impossibile. Egli stesso, intransigente eroico,
comprendendo la necessità per l'impero napoleonico di conservare Roma al
papa consigliava alla grande urbe di non muoversi per non complicare il
già troppo aggrovigliato problema italiano.
Ma se il suo spirito rivoluzionario manteneva le Provincie salde nel
proposito di formare col Piemonte un grosso regno nazionale, il suo
sistema, reso più inapplicabile dalle complicazioni diplomatiche,
accresceva le difficoltà delle annessioni colla trascendenza di una
democrazia republicana, che si risolveva in una critica sanguinante di
tutte le necessarie affermazioni del momento. La generosità del suo
sacrificio in favore della monarchia savoiarda, pur di sottrarre le
provincie al pericolo di un regno buonapartista, non era creduta; la sua
propaganda esorbitava fatalmente la sua popolarità; i suoi seguaci, il
suo genio stesso, lo rendevano altrettanto necessario allo spirito
nazionale che impossibile nell'azione politica.
Quindi dovette riprendere la via dell'esilio, scrivendo una lettera a
Vittorio Emanuele per eccitarlo con malinconica eloquenza all'impresa
d'Italia.
Garibaldi, sorvegliato da Ricasoli, tenuto a bada da Farini, sottomesso
a Fanti, quasi prigioniero del proprio stato maggiore, abbindolato con
buone parole dal re, insisteva indarno a Modena per aprire la campagna
contro il papa. La politica cavouriana, che lo aveva chiamato a Torino
per la guerra contro l'Austria senza lasciargli nè iniziative nè glorie,
lo perseguitava abilmente nei nuovi governi: si voleva la sua presenza,
non la sua opera. Cipriani per ordine di Napoleone III lo angariava; si
bistrattavano i Cacciatori delle Alpi; i generali Mezzacapo e Rosselli,
subordinati a Garibaldi, avevano ordini dal ministero piemontese di non
ubbidirgli, mentre lo si mandava al confine di Rimini come ad iniziarvi
la guerra. Le popolazioni si agitavano; dalle incertezze crescevano i
sospetti. Finalmente, l'opera antipatriottica del Cipriani offese,
l'Assemblea lo costrinse a dimettersi, ed acclamò dittatore Farini
proposto prima da Garibaldi stesso. Allora la lotta scoppiò fra i due
rivoluzionari: Farini, incredulo dell'unità italiana, non mirava che a
costituire col Piemonte un più grosso stato; Garibaldi, sprezzante di
tutte le difficoltà diplomatiche, voleva appunto nell'inerte imbroglio
di tutti i governi compiere la rivoluzione italiana marciando al sud.
Questi gl'intimò di cedergli la dittatura, ma il dittatore resistè, il
re s'interpose e Garibaldi si dimise.
La sua grande ora non era suonata.
Intanto la destituzione del Cipriani a Bologna finiva di persuadere a
Napoleone III l'impossibilità di un regno d'Etruria: le popolazioni
dell'Italia centrale vi erano francamente avverse e contraria l'Europa.
La sua doppia politica, colla quale faceva costringere insolentemente
dal ministro Walewski il Piemonte e le altre provincie all'osservanza
dei preliminari di Villafranca, mentre lusingava personalmente i legati
italiani sul rispetto ai voti delle popolazioni, si sbrogliò: bisognava
cedere l'Italia centrale al Piemonte e trarne come prezzo la già
rinunciata cessione di Nizza e di Savoia. Il congresso di Zurigo, al
quale l'Austria si presentava col linguaggio di Metternich, non doveva
dunque riunirsi, giacchè Prussia e Russia l'avrebbero irresistibilmente
sostenuta. Laonde, mentendo il proprio pensiero, scrisse a Vittorio
Emanuele una lettera, nella quale peggiorava la confederazione proposta
dall'Austria, col tramutare Modena dalla casa d'Este alla duchessa di
Parma, col riconsegnare la Toscana accresciuta di alcuni territori
pontifici all'arciduca Ferdinando, e col dichiarare Mantova e Peschiera
fortezze federali. Vittorio Emanuele e l'Austria protestarono. Poco
dopo, in un opuscolo come quello ispirato al Laguerronière sul principio
della guerra, esortò la Santa Sede a contentarsi d'un dominio più
ristretto, poichè l'imminente congresso avrebbe dovuto fatalmente
toglierle le Legazioni: all'ultimo giorno dell'anno (1859), in una
lettera autografa a Pio IX, con frasi più miti ripetè la stessa idea.
L'Austria chiese al gabinetto francese se sosterrebbe tali proposte al
congresso, e dietro risposta affermativa dichiarò di non intervenirvi,
protestando a nome dei principi spodestati: il papa svillaneggiava in un
discorso solenne l'opuscolo imperiale. L'imperatore sostituì nel
ministero il Thouvenel al Walewski; quindi il congresso abortì.
Contemporaneamente il conte di Cavour risaliva sulla scena politica.
Le annessioni dell'Italia
centrale.
Già nel proprio ritiro di Leri aveva conservato la direzione spirituale
del moto. Corte, ministero, deputazione lo consultavano. L'atteggiamento
risoluto delle provincie contro l'installazione di un principe
buonapartista a Firenze, la forzata inazione dell'Austria,
l'impossibilità per la Francia di un'altra guerra contro l'Italia, la
gelosia di tutta Europa contro ogni ingrandimento napoleonico, gli
scopersero la possibilità di ottenere l'annessione dell'Italia centrale
al Piemonte. Il mazzinianismo era troppo debole per contrastarla
republicanamente, Garibaldi troppo generoso per ribellarsi al re, i
governatori delle provincie insorte troppo abili per lasciar sviare il
moto annessionista.
La stella di Cavour risorgeva, tutti sentivano in lui il più destro dei
negoziatori.
Il ministero Rattazzi-Lamarmora, succeduto al suo, aveva stentato a
fronteggiare la situazione. Sessantamila francesi accampavano ancora in
Lombardia a difesa contro l'Austria e dei patti di Villafranca,
fors'anche a nuova conquista napoleonica nell'Italia centrale; l'Austria
domandava oltre l'indennità di guerra 600 milioni come quota del debito
generale dell'impero e di quello particolare di Lombardia; le provincie
insorte basivano sotto l'incubo di una minacciata restaurazione; tutte
le diplomazie d'Europa insistevano per l'esecuzione della pace di
Villafranca.
Naturalmente il ministero, colla tradizionale ambiguità della politica
savoiarda, dovette favoreggiare segretamente le annessioni ed osservare
apertamente i patti di Villafranca. Bisognava anzitutto negoziare la
pace coll'Austria imbaldanzita dal contegno remissivo dell'impero
francese. Il Piemonte, vincitore subalterno, veniva trattato come un
vinto. Dacchè la Lombardia era stata ceduta a Napoleone III, Vittorio
Emanuele doveva pagarne il prezzo; dopo molte trattative si convenne che
il Piemonte assumesse 3/5 del debito del Monte Lombardo-Veneto e una
quota di 40 milioni di fiorini sul prestito nazionale del 1854. Il letto
del Mincio restò diviso fra le frontiere dei due stati, e il raggio
della fortezza di Peschiera fu ridotto da sette a tre chilometri.
Il 10 dicembre si segnarono i tre trattati di pace: il primo tra Francia
ed Austria risolveva la questione politica e territoriale d'Italia,
riconfermando il disegno di una confederazione sotto la presidenza
onoraria del pontefice e mantenendo intatti i diritti dei principi
spodestati: però non si stabiliva intervento militare per ricondurre
costoro sul trono, quantunque il Piemonte avesse dovuto aderire a tale
disegno federativo. Il secondo tra Francia e Piemonte trattava della
cessione della Lombardia a quest'ultimo. Il terzo fra le tre potenze
unite assettava tutti gl'interessi estranei alla clausola posta dal re
di Sardegna ai preliminari di Villafranca. Colla stipulazione della pace
di Zurigo cessavano i pieni poteri accordati dal parlamento subalpino
alla Corona; ma il ministero, fingendo di non accorgersene, proseguì a
legiferare per decreto reale.
Però, se una rapida unificazione legislativa era il maggior bisogno del
momento, il ministero nell'abbandonarvisi impetuosamente commise un
triplo errore; anzitutto volle applicare tosto alla Lombardia le leggi
amministrative piemontesi, non solo inferiori a quelle sopravissute
della sua antica vita municipale e rispettate persino dall'Austria, ma
peggiori della medesima amministrazione austriaca. Così falsavasi ogni
originalità paesana per vanità di un cattivo modello. Poi le leggi
emanate a fasci generarono una indicibile confusione e un maggiore
dispendio, mentre il paese doveva sopportare l'aumento di spese per la
guerra patita e per l'impianto del nuovo governo. Finalmente le leggi
piemontesi, nella loro asprezza monarchica e col carattere reazionario
del passato, parvero dettate da un pensiero di conquista regia:
l'arbitrio ministeriale, col prescindere in esse dal concorso del
parlamento, finiva d'esasperare la publica opinione. L'antagonismo
regionale rifermentò; i lagni di Lombardia echeggiarono nell'Italia
centrale.
Il conte di Cavour, tutto inteso a riaffermare la direzione degli
affari, sollevò la questione della riconvocazione del parlamento,
ponendola come _ultimatum_ alla sua accettazione di ministro
plenipotenziario al congresso di Parigi; ma per meglio offendere i
ministri, invece di scrivere loro, dettò la lettera a sir James Hudson.
Questo stratagemma decise della ritirata del ministero, che vide nella
lettera del legato inglese una insolente ingerenza di diplomatico
straniero nelle cose di stato.
Cavour chiamò seco al ministero il generale Manfredo Fanti per la
guerra, Stefano Jacini pei lavori publici, Terenzio Mamiani per la
publica istruzione. Il suo disegno politico era semplice: barattare
francamente Nizza e Savoia coll'Italia centrale; ma la politica
annessionista aveva d'uopo del concorso parlamentare per perdere
l'arbitrario carattere regio.
Così Cavour, passando sopra ogni regolarità di procedura, decise di
ammettere al parlamento i deputati dell'Italia centrale.
Napoleone stesso suggerì a Cavour l'idea di un nuovo plebiscito delle
provincie. Il risultato ne fu splendido. I comizi della Toscana e
dell'Emilia convocati (11-12 marzo 1860) per pronunziarsi tra l'unione
al regno costituzionale di Vittorio Emanuele e il regno separato diedero
questi risultati: nell'Emilia su 526,258 elettori iscritti votarono
427,512, dei quali 426,006 per l'unione alla monarchia sarda; in Toscana
votarono 386,445, dei quali 366,571 per l'annessione e 14,925 pel regno
separato. Il voto fu a suffragio universale, mentre l'elettorato
politico nello statuto piemontese era il più ristretto d'Europa. In
questa contraddizione stava il riconoscimento della sovranità nazionale
tanto caldeggiato da Mazzini; lo statuto era la monarchia, il suffragio
universale la rivoluzione; quella la forma, questa l'idea: il cittadino
votando pel re si affermava sovrano, così che la monarchia
costituzionale non avrebbe mai più potuto soverchiare il diritto
popolare.
Compita l'annessione dell'Italia centrale, facendo riaffermare dal re la
propria devozione al pontefice come principe cattolico, Cavour potè
sciogliere finalmente la vecchia camera sarda ridotta da oltre un anno a
poco più di un nome, e bandire le elezioni in tutte le provincie del
nuovo regno. Farini passò al ministero dell'interno, Ricasoli rimase
come governatore generale al fianco del principe di Carignano
luogotenente del re a Firenze.
Cessione di Nizza e di Savoia.
Senonchè, ottenute le provincie, si dovette subito pagarne il prezzo. La
Savoia, fino dal trattato di Brosolo considerata come scotto alla
Francia per un qualunque ingrandimento piemontese nella valle del Po,
sebbene situata al di là delle Alpi, e francese di spirito, e annessa
alla Francia dalla grande rivoluzione del'89, aveva dato il nome, la
bandiera e la storia alla dinastia che stava per diventare nazionale:
Nizza, conquistata dal Conte Rosso nel 1388, era doppiamente italiana
come patria di Garibaldi; poi la loro cessione da re ad imperatore
negava tutto il diritto politico della nuova rivoluzione. Fra i trionfi
della sovranità popolare ricominciavano i mercati di popolo. Napoleone,
col disertare la causa italiana al Mincio e col cercare ogni via ad
impedire le annessioni dell'Italia centrale al Piemonte, aveva perduto
anche i diritti stipulati a Plombières.
Tutta la democrazia italiana si scosse: il popolo ne fu malinconico.
Invano i giornali del ministero affettarono il più mercantile cinismo
per persuadere la cessione; l'offesa alla coscienza nazionale anzichè
placarsi s'inveleniva. Re Vittorio mormorò con poetica tristezza,
alludendo a Napoleone: «Dopo avergli data la figlia bisognerà
cedergliene la culla!»; Garibaldi ruggì; Mazzini moltiplicò articoli,
invettive, proteste; alle Camere l'opposizione si disciplinò a
battaglia. Per un momento parve che l'Europa medesima si opponesse alla
cessione: l'Inghilterra per poco non trascorse a minaccie; Thouvenel la
vinse, rispondendo che l'annessione della Savoia alla Francia non era
politicamente diversa da quella della Toscana al Piemonte; l'Austria
invece per dispetto la favoreggiò; la Svizzera invocò indarno i trattati
di Vienna, pei quali alcuni territori savoini essendo stati introdotti
nella sua neutralità, essa resterebbe così colle frontiere indifese.
Napoleone ammansì l'Inghilterra con un trattato di commercio
libero-scambista, non tenne calcolo della Svizzera, minacciò coi propri
giornali il Piemonte. La fatalità della politica cavouriana costrinse
questo a cedere: il conte di Cavour stesso, assumendo arditamente alla
Camera la responsabilità del triste atto, ebbe il coraggio di
confessarlo.
Alla Camera, ove sedevano per la prima volta i deputati delle provincie
annesse, la discussione fu tempestosa: Guerrazzi vi gettò lampi di
eloquenza fra scrosci di sarcasmi, ai quali nullameno Cavour potè
efficacemente rispondere; Urbano Rattazzi riapparve terribile di logica
e di abilità, accusando i ministri dell'inutile ed indegno mercato; ma
la fatalità del sistema regio prevalse: 229 voti su 262 votanti
approvarono la cessione (22 maggio 1860).
Il trattato era stato sottoscritto il 24 marzo dal ministro Benedetti e
dal principe di Talleyrand per l'imperatore, da Cavour e da Farini per
Vittorio Emanuele; siccome però statuiva che l'annessione delle due
provincie alla Francia dovesse effettuarsi col consenso dei popoli, a
larvarlo nella publica opinione s'indissero a Nizza e nella Savoia
plebisciti, che oro e pressioni di governo fecero riuscire a favore
della Francia.
Così finiva la conquista regia: nel suo primo giorno Vittorio Emanuele
non aveva osato accettare la Toscana, nell'ultimo cedeva la Savoia;
l'iniziativa francese aveva voluto la guerra, l'iniziativa piemontese vi
si era associata; la Francia aveva respinto l'Austria dalla Lombardia,
il Piemonte aveva ricevuto in regalo dal vincitore il campo di
battaglia; l'Italia centrale era sfuggita mercè la propria energia alle
lusinghe e alla minaccia di un regno bonapartista, ma la dinastia sarda,
che non aveva ardito nè conquistarla nè accettarla, la otteneva ora
dalle mani del proprio prepotente alleato col baratto di altre due
provincie. La rivoluzione soccombeva alla monarchia, il Piemonte alla
Francia, mentre l'Italia rimaneva divisa in quattro stati coll'Austria,
il papa e il Borbone.
La politica regia non poteva andare oltre, l'Italia non pareva capace di
sforzo maggiore.