Vittorio Emanuele, apponendovi la propria firma, v'aggiunse questa,

inintelligibile riserva: «Accetto per ciò che mi riguarda»; Cavour

mormorò con mal represso sdegno rivoluzionario: «Torneremo a cospirare».

Napoleone III, accomiatandosi, disse al re: «Il vostro governo mi

pagherà le spese e non penseremo più a Nizza e a Savoia; ora vedremo che

cosa gl'italiani sapranno fare da soli».

Queste ultime parole parevano al tempo stesso una sfida ed un sarcasmo.

Nullameno la condotta politica dell'imperatore, fra l'odio dell'inattesa

delusione che riuniva contro di lui moderati e rivoluzionari, non

rivelava nè l'una nè l'altro. Se discendendo alla guerra di Lombardia,

egli aveva promesso solennemente di respingere gli austriaci al di là

dell'Adriatico, aveva del pari negato ogni unità italiana riaffermando

il diritto supremo del papa su Roma e respingendo ogni partecipazione

rivoluzionaria. Nel suo segreto disegno bonapartista d'insediare il

principe Girolamo a Firenze e Luciano Murat a Napoli, riunendo l'Italia

in una confederazione, della quale il papa sarebbe presidente onorario

ed egli il padrone, la guerra all'Austria non poteva essere che una

espansione dell'impero napoleonico sottoposto non già alle leggi

storiche d'Italia, ma alla necessità del proprio assetto europeo. E

tutto gli era mancato. Aveva lasciato in Alessandria il principe

Napoleone ad organizzarvi un quinto corpo d'armata per ignota

destinazione; poi lo aveva mandato in Toscana, malgrado tutte le istanze

di Cavour come rappresentante di Vittorio Emanuele, dopo aver proibito a

questo di accettarne la dittatura. Il principe Napoleone si era

presentato a Firenze come un pretendente inviato dall'imperatore, ed

aveva dovuto ritirarsi davanti all'invincibile avversione del popolo. Il

ritorno dei whigs al potere, favorevoli all'unificazione italiana ed

ostili all'impero, toglievano all'imperatore ogni speranza sul reame di

Napoli; il suo disegno con Kossuth per sollevare l'Ungheria contro

l'Austria, e pel quale erasi già costituita una forte legione ungherese

con soccorsi francesi e con contratti favoreggiati a Torino da Cavour,

aveva urtato nei disegni dello czar sui Principati Danubiani; la

Germania, ostinata come nel '48 nelle idee della propria confederazione,

considerava il possesso austriaco del Veneto come necessario alla

sicurezza della sua frontiera meridionale; la Prussia, che prima della

guerra aveva indarno proposto all'Austria di garantirle con una

mediazione armata i possedimenti italiani secondo i trattati del 1815 se

le fosse ceduta la primazia sulla confederazione, ora, sollecitata

d'alleanza offensiva e difensiva dall'Austria, pur ricusandovisi, aveva

ottenuto dalla dieta di Francoforte d'incorporare nel proprio esercito

le milizie federali sotto il comando del reggente, e con una così rapida

mobilitazione, che parve allora un miracolo del suo grande generale

ancora sconosciuto von Moltke, ammassava in pochi giorni duecentomila

soldati sul Reno. L'Austria, anche dopo la disfatta di Solferino,

quantunque accettasse la pace per diffidenza dell'Inghilterra e per non

lasciare alla Prussia il vantaggio di frenare la Francia conquistando

così un primato morale nella confederazione germanica, rimaneva intatta

come potenza militare. Il suo imprendibile quadrilatero le avrebbe dato

tempo a rifare l'esercito e ripiombare più forte sulla Lombardia.

Il disegno napoleonico sull'Italia doveva dunque svanire, dacchè

l'impero bonapartista era minacciato.

Una guerra francamente rivoluzionaria, che avesse sollevato Italia ed

Ungheria associandole alla Francia, poteva solo permettere a Napoleone

di correre i nuovi rischi di una coalizione europea: ed era

l'impossibile idea di Mazzini. La guerra iniziata col re di Piemonte nel

proposito di una federazione italica su tipo giobertiano e con minacce

contro ogni iniziativa rivoluzionaria per conquistare al Piemonte tutto

il Lombardo-Veneto, non poteva proseguirsi nelle mutate condizioni della

politica europea.

La guerra d'Italia non era più che una brillante avventura del secondo

impero da interrompersi alla massima vittoria. Vittorio Emanuele,

diventato vassallo nell'alleanza e subalterno nel comando, non meritava

riguardi di pari; l'Austria, cedendo la Lombardia a Napoleone, dava

all'Europa la misura del proprio avversario italiano; questi, costretto

ad accettarla dalle mani di un alleato, che aveva concluso la pace senza

nemmeno avvisarnelo, confessava la propria impotenza; la rivoluzione

italiana veniva francamente negata, dacchè la guerra iniziata

dall'imperatore con una alleanza segreta, quindi da lui ritardata nelle

diplomazie e guidata finalmente sino al Mincio, era stata vinta quasi

dalle sole armi francesi. Il valore delle truppe sarde e l'eroismo dei

pochi volontarii garibaldini non aveva potuto decidere della campagna;

il numero dei francesi periti in essa non solo superava di troppo quello

dei piemontesi, ma vi uguagliava l'altro di tutti gli italiani morti per

la rivoluzione, dal ventuno sino alla gloriosa giornata di San Martino.

Lo smacco del disegno napoleonico produceva la catastrofe dell'idea

piemontese.

Catastrofe dell'idea piemontese.

La politica cavouriana aveva concluso al peggiore dei disastri, malgrado

una incontestabile abilità. Fatalmente falsa nei principii e nei mezzi,

giacchè mirava ad una rivoluzione rinnegandone l'idea per giungere ad

una impossibile conquista regia, aveva dovuto combattere i mazziniani ed

accodarsi quasi inutilmente alla fortuna dell'impero napoleonico. Laonde

l'idea piemontese soccombeva. Venezia restava in mano all'Austria; la

confederazione dei principi colla presidenza del papa era impossibile;

il duca di Modena e il granduca di Toscana, rientrando nei propri stati,

dovevano scacciarne i commissari piemontesi; e il Pallieri era già stato

inviato da Cavour a Parma, Luigi Carlo Farini a Modena, Massimo

D'Azeglio a Bologna. Il loro ritiro secondo la convenzione di

Villafranca avrebbe coperto d'infamia il Piemonte. Infatti la sua

politica sottomessa agli ordini di Napoleone aveva fin troppo umiliato

l'onore italiano: malgrado il voto delle popolazioni per una annessione

immediata e la dittatura conferitagli, Vittorio Emanuele non aveva osato

affermarsi re di quelle Provincie. Perugia, sollevatasi generosamente

contro il governo papale, aveva subìto dagli sgherri pontifici saccheggi

e massacri, mentre Cavour faceva insultare gli insorti dai propri

giornali, e riconosceva altamente il diritto sovrano del papa; la

persecuzione dei mazziniani era stata spinta all'assurdo: si era espulso

Aurelio Saffi e carcerato Alberto Mario. Le grandi promesse della

Società Nazionale racchiuse nel triplice motto -- Unità, Indipendenza e

Casa Savoia -- svanivano: il trattamento usato a Garibaldi diventava

ridicolo dopo quello inflitto da Napoleone III a Vittorio Emanuele. La

guerra era stata inutile. Il Piemonte vi avrebbe guadagnato il Milanese,

ricevendolo come una elemosina dalle mani del potente alleato che lo

aveva conquistato, ma avrebbe dovuto poi cedere a questo Nizza e Savoia,

giacchè l'imperatore sarebbe stato presto o tardi costretto ad esigerle,

malgrado la propria rinuncia verbale, per giustificarsi davanti alla

opinione publica francese.

Cavour sentiva tutto questo.

L'edificio alzato in dieci anni d'instancabile operosità crollava

improvvisamente, seppellendolo sotto una rovina senza poesia. La sua

mirabile politica della preparazione piemontese, il coraggio di tante

iniziative parlamentari, la splendida temerità della spedizione in

Crimea, il trionfo al congresso di Parigi, il forte esercito

ricostituito, le Alpi traforate, l'arsenale della Spezia, la stessa

guerra franco-sarda si ritorcevano contro di lui. Invano, durante questa

egli aveva preso tutti i portafogli della marina, dell'interno, della

guerra, delle finanze, ed era bastato a tutto compiendo ogni giorno

miracoli di lavoro e di espedienti; invano il suo patriottismo non aveva

indietreggiato davanti a nessun rischio del Piemonte; più invano la sua

destrezza aveva sottratta al mazzinianismo i migliori elementi, ora che

la sua idea piemontese cadeva miseramente davanti all'idea italiana.

Mazzini, l'indomabile suo avversario, si rialzava contro di lui come un

profeta vendicatore.

La politica di Cavour, concentrata nello sforzo dì espellere l'Austria

dall'Italia, mentre invece questa vi restava formidabile nel

quadrilatero minacciando la Lombardia se la convenzione di Villafranca

non fosse rispettata, diventava assurda. Come mai Cavour non aveva

previsto che la Germania si opporrebbe alla conquista della Venezia,

dichiarata intangibile dalla Dieta di Francoforte nel 1848, e,

sospettando in un eccessivo ingrandimento dell'impero francese un

pericolo per le proprie provincie renane, avrebbe potuto durante la

guerra di Lombardia minacciare la Francia sul Reno? Come mai Cavour

aveva potuto accettare il disegno della confederazione italiana

tracciato da Napoleone? Perchè aveva sollecitato, ed invano, l'alleanza

del Borbone e del granduca di Toscana nella guerra contro l'Austria?

Perchè aveva tanto mortificato la rivoluzione italiana e sottomesso il

Piemonte a Napoleone III per essere poi da questo abbandonato, e

lasciare l'Italia in un disastro peggiore di quello del quarantotto,

sotto la minaccia di una confederazione, che le avrebbe tolto ogni

avvenire?

La pubblica opinione tempestava.

I rivoluzionarii reclamavano contro il vinto ministro colla nobiltà

della loro fede unitaria e democratica: essi non avevano creduto a

Napoleone III, il carnefice di Roma, l'uomo del 2 dicembre, ed avevano

avuto ragione. Avevano sempre proclamato che la formula monarchica

tradirebbe l'Italia, e il fatto dava loro fin troppo ragione, giacchè il

Piemonte stesso veniva diminuito. La Lombardia non valeva Nizza e Savoia

e il vassallaggio francese.

La fede d'Italia nel Piemonte arrivava alla stessa spasimante delusione

della fede in Pio IX dieci anni prima.

L'avaro e piccolo stato non aveva mai inteso che ad ingrandire se

stesso: Cavour, incredulo nell'unità ed avverso per istinto alla

rivoluzione democratica, non aveva seguitato che la politica

tradizionale di casa Savoia nella conquista della valle del Po. Il suo

ultimo grido alla convenzione di Villafranca raccolto da Kossuth, «io

sono disonorato in faccia al mio re!», mentre trattavasi invece

dell'onore d'Italia, aveva tradito il segreto del suo spirito. Non si

credeva più alla sua abilità, si rideva amaramente del suo patriottismo.

Mai posizione di ministro dittatore fu più triste; egli la comprese, e

si dimise, abbandonando il portafoglio ad Urbano Rattazzi.

Non si comprendeva allora che gli errori della politica cavouriana erano

una conseguenza inevitabile della formula monarchica, e che il

fallimento dell'idea piemontese, provocato dall'abbandono di Napoleone

III, era la sconfitta definitiva del federalismo. L'idea piemontese non

doveva e non poteva essere l'idea italiana; la rivoluzione nazionale non

poteva e non doveva esser fatta dalla Francia. L'immenso doloroso

garrito della publica opinione era ancora una prova umiliante

dell'insufficienza italiana. Se la Francia avesse scacciato l'Austria

oltre l'Adriatico senza che l'Europa vi si fosse opposta, l'Italia

sarebbe caduta dalla servitù austriaca al vassallaggio francese: il

Piemonte avrebbe avuto tutto il Lombardo-Veneto; la Toscana si sarebbe

mutata irresistibilmente in un grosso regno d'Etruria; a Napoli avrebbe

regnato un altro Murat troppo inferiore al primo; dopo i principi

prefetti dell'Austria, l'Italia avrebbe sopportato i re luogotenenti di

Francia; il papa, già subordinato all'impero per l'occupazione francese

di Roma, non sarebbe stato che un presidente nominale della

confederazione; tutta l'Italia una seconda Algeria.

Il trionfo della politica cavouriana avrebbe concluso ad un disastro

peggiore della sua sconfitta.

Così il Piemonte non veniva meno all'Italia, ma a se stesso: gl'impegni

assunti colla guerra all'Austria verso la nazione lo costringevano ora a

mutare di idea e di processo. Dopo le sue alleanze coi governi doveva

venire quella del popolo: lo spirito di Mazzini correggerebbe

l'intelletto di Cavour, e Garibaldi prenderebbe il posto di Napoleone

III come alleato di Vittorio Emanuele.

Infatti, mentre il gran ministro piemontese si ritira vinto non

prostrato nella solitudine di Leri quasi ad attingere altre forze in

seno alla natura, Bettino Ricasoli a Firenze, e Luigi Carlo Farini a

Modena riprendono intrepidamente l'idea dell'unificazione; Garibaldi,

ingrossato di truppe, instà già ai confini dello stato pontificio

coll'audacia di un ribelle, che non conosce altra autorità che il

diritto, altra patria che la nazione, altro dovere che la guerra;

Mazzini, già penetrato incognito a Firenze urla: «al centro, al centro»,

mirando al sud! La Sicilia sta per scoppiare in aperta rivolta; a Napoli

i murattiani, atterriti dalla diserzione di Napoleone, perdono terreno,

mentre il nuovo re Francesco II non trova ancora una politica per

difendersi. Alla progettata confederazione nessuno crede; si comincia a

comprendere che Napoleone non potrà indire guerra all'Italia se questa

ricusi di seguire la convenzione di Villafranca, che l'Austria ancora

indolorita dalle recenti percosse non potrà riprenderla. L'Inghilterra

ora si chiarisce favorevole; di governi reazionari non restano che il

papa e il Borbone, quegli fatalmente difeso dalla Francia, questi

pressochè abbandonato da tutti.

Il minacciato ritorno del granduca, del duca di Modena e della duchessa

di Parma diventa problematico, giacchè a Villafranca l'intervento

militare per ristabilirli sul trono, qualora le popolazioni si

mantenessero salde nella ribellione, non era stato deciso. Quindi,

sbolliti i primi rancori contro il Piemonte, l'istinto delle masse

afferra prontamente la necessità di sostenerlo: impossibile pensare

adesso a Venezia, più impossibile ancora proseguire la rivoluzione nello

stato pontificio. Lo sforzo di tutti, prima diretto all'espulsione

dell'Austria, si riunisce ora a procurare le annessioni della Toscana e

dei Ducati al Piemonte. Se qualche velleità di autonomia federale

contrasta ancora, non è più che un ultimo tremito di vanità di qualche

quarantottista in ritardo. Il sentimento nazionale urge tutte le

coscienze; il Piemonte ingrossato della Lombardia, della Toscana, dei

Ducati e delle Legazioni diventerà lo stato più forte d'Italia, e ne

sarà il nucleo per un'altra riscossa.

Cavour, vinto e maledetto, sta per essere invocato direttore supremo: la

sua destrezza è necessaria alle imminenti complicazioni. Mentre tutto il

paese sta per abbandonarsi alla rivoluzione, egli, che ne era

l'avversario, deve diventarne il complice e la guida.

CAPITOLO TERZO.

Prime integrazioni rivoluzionarie

I governi provvisori nell'Italia

centrale.

La situazione dell'Italia, all'indomani della pace di Villafranca, era

tale che nessun diplomatico avrebbe saputo definirla e nessuno statista

dominarla. Il federalismo, vinto nella coscienza nazionale, sembrava

risorgere per la volontà tirannica dei due imperatori; ma una

federazione di principi italiani, mentre il Piemonte aveva già

commissari propri nelle provincie insorte, e Venezia restava sotto

l'Austria, e il papa dopo aver massacrato Perugia arruolava nuovi

crociati per tutta l'Europa, era impossibile. Se i popoli insorti

odiavano i principi, questi esecravano anche maggiormente il Piemonte.

Quindi non corsero subito trattative diplomatiche d'accordi.

Nelle provincie ribelli i governi provvisorii duravano. Parma e Modena,

quella compresa nel teatro della guerra, questa posta sul suo confine,

avevano ricevuto i primi contraccolpi della rivoluzione. La duchessa

Maria Luigia era indarno ricorsa alla protezione dell'Inghilterra,

giacchè il reazionario ministero Malmesbury veniva indi a poco

rovesciato: poi l'Austria, ritirando le truppe dai Ducati per

concentrarle sul Mincio, l'aveva abbandonata. Laonde la duchessa esulò,

dirigendo un proclama ai propri sudditi, nel quale, dopo molti vanti

sulle cure del proprio governo per tutti i progressi «politici e

saviamente liberali», raccomandava al solito la nomina di una

commissione di governo per la tutela dell'ordine.

Il municipio aveva affidato il governo temporaneo ad un triumvirato

composto del conte Girolamo Cantelli, Pietro Bruni ed Evaristo Armani,

richiamando in vigore l'atto solenne di annessione al Piemonte decretata

dal plebiscito del 1848. Dei triumviri, il Cantelli aveva servito insino

allora alla Corte della duchessa, gli altri non valevano molto meglio di

lui. Si abrogarono tosto lo stato d'assedio e i tribunali straordinari.

A Piacenza, appena sgombrata dagli austriaci, si improvvisò un uguale

triumvirato; poi le due città deputarono oratori a Torino, perchè si

accettasse il loro voto di annessione. Ma il veto di Napoleone a

Vittorio Emanuele lo impedì, benchè i Ducati fossero compresi negli

ingrandimenti stipulati a Plombières. Quindi venne mandato commissario

governativo nelle provincie parmensi il conte Pallieri, abile

magistrato. A questi, richiamato per ordine dell'imperatore, successe il

triumviro Giuseppe Manfredi.

Se la duchessa Maria Luisa aveva esulato senza resistenza, il duca

Francesco di Modena tentò di sbraveggiare da Brescello alla testa di

settemila uomini, ma alla notizia del concentramento sul Mincio delle

truppe austriache fuggì a Mantova. I suoi ultimi atti di governo furono

degni dei primi: vuotò l'erario, saccheggiò musei e biblioteche, ed

emanò un supremo editto di minaccia contro tutti coloro che avessero

attentato ai suoi diritti sovrani.

Nullameno la città, risaputa la partenza del presidio austriaco da

Bologna, tumultuava e traeva con bandiera italiana al palazzo ducale. I

reggenti cedettero. Una eptarchia di cittadini riunitasi a governo

richiamò in vigore l'atto d'annessione al Piemonte del 1848 per

dimettere poco dopo ogni suo potere nelle mani dello storico Luigi Zini,

primo commissario governativo. Quindi giungeva governatore regio Luigi

Carlo Farini (20 giugno 1859).

Nelle legazioni e nelle Marche il pacifico moto insurrezionale si era

allargato facilmente. Mentre la Corte Romana, cullandosi nella fiducia

di una vittoria austriaca, respingeva burbanzosamente le istanze

francesi per una rinnovazione delle sue proteste del 1815 contro la

nuova occupazione di Ferrara e di Comacchio, appena i presidi tedeschi

si ritirarono dalle provincie (11 giugno) vide rovinare silenziosamente

il proprio governo. A Bologna s'instituì una Giunta provvisoria di

quinqueviri, che sfrattò il cardinale legato Milesi: la Romagna, le

Marche, l'Umbria s'associarono a Bologna nominandola metropoli. Nessuno

spargimento di sangue: solo ad Ancona il presidio pontificio minacciò la

moltitudine e conservò il castello.

Con unanime voto tutte le città insorte invocarono inutilmente la

dittatura di Vittorio Emanuele.

Allora la Corte Romana, irritata dalla sorpresa, benchè scarsa di

soldatesche, precipita a reazione. Il popolo non insorge; Ancona e tutte

le altre città delle Marche ricadono senza sangue sotto il dominio

pontificio; solo Perugia, assalita con 2500 mercenari dal colonnello

svizzero Schmid, resiste debolmente ed infelicemente. Gli ordini di Roma

contro di essa sono atroci: la Giunta improvvisata di governo si

smarrisce invece nell'inazione: i magistrati municipali l'abbandonano

timidamente, lasciando ad alcuni gruppi di popolani più risoluti

preparare la battaglia. Ma pochi, male armati, peggio guidati, fra lo

sgomento della moltitudine e l'odio dei villani, che in tutte le

campagne parteggiavano ancora per il papa, debbono soccombere. Un osceno

e truce saccheggio insanguina la città, si profanano chiese, si violano

ospedali, orfanotrofi, monasteri, mentre da Roma escono vanti ribaldi

dell'impresa, e il vescovo della città, oggi papa col nome di Leone

XIII, celebra pompose esequie ai pochi sgherri caduti, scrivendo sul

loro catafalco con satanica ironia: _Beati mortui qui in Domino

moriuntur_. Con non meno crudele insensibilità il conte Cavour accusa i

caduti di faziosi e riconosce solennemente il diritto sovrano del papa.

Ma la reazione pontificia rattenuta dalla stessa volontà di Napoleone,

che frenava l'espansione piemontese, non osò invadere le Romagne; la

Cattolica, meschino villaggio marittimo fra Rimini e Pesaro, segnò il

limite della rivoluzione: da questo vigilava il generale Luigi Mezzacapo

coi volontari romagnoli arruolati in Toscana. Napoleone III gli aveva

permesso di difendersi e proibito di assalire.

Pareva allora che lì sarebbe il confine del nuovo stato piemontese.

L'incertezza politica, che confondeva dolorosamente le provincie

insorte, si sbrogliava, ma più dolorosamente in Toscana. Mentre i Ducati

e le Legazioni, vedendo ricusato il loro voto d'annessione al Piemonte,

cominciavano a tremare nella fede al nuovo re, in Firenze s'apriva la

prima scena del dramma bonapartista. L'urto delle diplomazie europee

v'era cresciuto di giorno in giorno dalla fuga del duca Leopoldo:

Russia, Prussia ed Inghilterra si ostinavano a riconoscerlo ancora

sovrano: Vittorio Emanuele ricusava la dittatura, promettendo un

protettorato indefinibile; il Buoncompagni, mandatovi commissario, male

si accontava coi governanti provvisori ancora ammalati di autonomia

amministrativa e intenti colla tradizionale avarizia del paese ad

economizzare fatica e denaro per la guerra dell'indipendenza. Finalmente

potè deciderli a ritirarsi e a nominare un altro governo, del quale

divenne mente e volontà il barone Bettino Ricasoli: nell'impossibilità

di convocare tosto il parlamento si costituì una consulta di quarantadue

membri per aiuto e sindacato dei ministri; ne fu presidente venerato per

sventura di cecità e lustro di vita Gino Capponi.

I momenti erano difficili. I duchisti mestavano fra la plebe delle

campagne e dei borghi, il partito francese capitanato dal Salvagnoli

aumentava d'iniziativa, all'annessione col Piemonte non si vedeva modo,

un moto republicano repugnava, l'Europa proteggeva il granduca.

Improvvisamente il principe Girolamo Bonaparte si presentò a Firenze

come pretendente inviato dall'imperatore, in assisa di generale,

guidando un corpo d'esercito con ipocrito pretesto di guerra nazionale.

Ma Bettino Ricasoli, Gino Capponi e il tribuno popolano Dolfi

organizzarono una mirabile resistenza morale intorno al principe, che

dovette presto persuadersi dell'impossibilità di crescere a re

d'Etruria. Quindi venne invitata la Consulta a decidere sulla

proclamazione della sovranità nazionale di Vittorio Emanuele, e il

decreto ne era già redatto, quando da Torino il conte di Cavour,

soccombendo da capo alle pressioni imperiali, vi oppose il veto. Allora

il popolo eccitato da Dolfi, mazziniano moderato ed agitatore

instancabile, forzò le troppe prudenze dei governi torinese e fiorentino

coll'ottenere che tutti i municipi deliberassero per l'immediata unione

della Toscana alla monarchia di Savoia. I municipi votarono con

patriottica unanimità la subita fusione dei due paesi. Il voto popolare

inanimì la Consulta, alla quale il commissario potè finalmente proporre

tre schemi di legge per l'istituzione della milizia cittadina, per la

riforma del codice penale e per il rinnovamento degli ordini municipali.

L'inaspettata pace di Villafranca venne a sgominare il pacifico lavoro.

Il popolo tumultuò devastando per insana vendetta la stamperia, donde

era uscito il giornale colla triste novella; il governo, cresciuto

d'animo nel pericolo, affermò invece solennemente che per qualsiasi

dolorosa traversia mai la Toscana sarebbe ricondotta sotto il giogo

lorenese od austriaco.

Ma alla pace di Villafranca il problema delle annessioni si complicò.

Iniziative dittatoriali.

La lotta politica in Italia, Volume 3 (of 3) Origini della lotta attuale (476-1887); Quinta edizione · 第 2 / 29 段