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ALFREDO ORIANI
LA LOTTA POLITICA IN ITALIA
ORIGINI DELLA LOTTA ATTUALE (476-1887)
QUINTA EDIZIONE
Curata e riveduta sul manoscritto da A. MALAVANI e G. FUMAGALLI
VOLUME III.
FIRENZE
SOC. ANONIMA EDITRICE «LA VOCE»
1921
ORIGINI DELLA LOTTA ATTUALE
(476-1887)
LIBRO SETTIMO
LA RIVOLUZIONE UNITARIA
CAPITOLO PRIMO.
La grande vigilia
Esaurimento della reazione.
Le condizioni della politica generale italiana al finire dell'anno 1857
non avevano mutato.
Se la diffusione sempre più rapida delle idee liberali accresceva il
fermento dell'insubordinazione contro i governi reazionari, non bastava
ancora a schiarire nella coscienza delle masse l'idea della rivoluzione,
infiammandovi le necessarie passioni. Si accettava l'egemonia del
Piemonte, ma non si vedeva modo a disfarsi di tanti principi e
dell'Austria: il mazzinianismo decresceva senza che la Società Nazionale
capitanata dal La Farina potesse sostituirlo.
Nessun segno di vita politica appariva nei governi reazionari: solo
qualche volgo nelle campagne, o qualche frazione di borghesi intenti a
razzolare guadagni tra le immondizie delle pubbliche amministrazioni, o
preti fanatici di reazione inquisitoriale li sostenevano ancora.
A Napoli re Ferdinando, sbigottito dall'attentato di Agesilao Milano e
dall'incendio della polveriera del Molo e della fregata _Carlo III_, si
era rinchiuso nel magnifico palazzo di Caserta, abbandonando il governo
alla ferocia della polizia: quindi la tragica impresa di Pisacane venne
a moltiplicargli i terrori e a provocare nuove rappresaglie contro i
liberali, mentre una difficile contenzione diplomatica si protraeva da
quasi un anno col Piemonte per la restituzione del _Cagliari_
sequestrato dalle navi borboniche. I terremoti desolavano le provincie;
la Sicilia dopo il moto infelice del Bentivegna dava ancora qualche
crollo; le diplomazie dopo il Congresso di Parigi non restavano dal
reclamare a favore degl'illustri prigionieri politici, così che il
governo per non inimicarsi anche l'opinione delle Cancellerie dovette
risolversi a mutare nel bando perpetuo la pena ad ottantotto detenuti.
Ma anche questo cangiavasi per arbitraria determinazione dei ministri in
una deportazione nell'America settentrionale: fortunatamente il capitano
della nave americana che li deportava, minacciato di processo dagli
esuli, li scaricò in Irlanda, ove il governo inglese fu loro largo di
soccorsi. Re Ferdinando nel giorno stesso della loro grazia commetteva
ad un nuovo consiglio di guerra il giudizio degli attentati contro la
sicurezza interna dello stato. Fu questo l'ultimo decreto del tiranno:
le sue estreme parole, fra gli spasimi di una tarda cancrena, poco prima
della guerra franco-sarda contro l'Austria, parvero al tempo stesso una
profezia e una confessione, giacchè, come di Giuliano l'Apostata, si
narra esclamasse disperatamente: hanno vinto la causa!
Con eguale presentimento di sconfitta Pio IX, ubbidendo ai suggerimenti
del cardinale Antonelli, tentava un viaggio nei propri dominî per
rialzarvi col fascino religioso della propria presenza il prestigio
della caduta autorità. Così il pontefice intendeva rispondere con una
serie di feste ufficiali al triste quadro del proprio governo, esibito
da Cavour al congresso di Parigi. Le campagne se ne commossero e corsero
esultanti ad inginocchiarsi dinanzi al demiurgo, ma le città rimasero
fredde. Sciaguratamente il partito moderato di Bologna, di Ravenna e più
tardi di Roma stessa, tolse valore a quella freddezza col presentare al
papa indirizzi politici, nei quali, invocando con incorreggibile
ingenuità le solite riforme, veniva a riconoscere la sovranità
pontificia. Tra i firmatari di questi indirizzi, che avrebbero voluto
essere di protesta ed invece erano di sudditanza, fu pure Marco
Minghetti.
Dalle Romagne passando nella Toscana, Pio IX, benchè sollecitato
vivamente dal clero, non seppe abbastanza adoprarsi per ottenere dal
granduca l'abbandono delle ultime leggi leopoldine: i ministri di questo
ricalcitrarono a tale suprema concessione, che avrebbe reso la Toscana
non meno soggetta alla Santa Sede che all'Austria. Infatti sino allora
tutta la politica del granduca era stata di sottomissione così
incondizionata all'imperatore da ricusare persino ambasciatore sardo il
conte Antonio Casati, perchè figlio di un fuoruscito lombardo. E il
Piemonte aveva sopportato lo sfregio. Più piccolo e peggiore il duca di
Modena, resistendo alle molte pressioni diplomatiche provocate dal conte
di Cavour, cui la profluvie degli emigrati sfuggenti ai governi della
penisola cominciava a procurare gravi imbarazzi nella politica interna,
mantenne il Wiederkehrn nel Comando di Carrara. Quest'ultima reazione
superava di crudeltà ogni altra, giacchè il truce soldato vi poteva
giudicare arbitrariamente di qualunque crimine, applicando senza appello
la pena capitale eseguibile ventiquattro ore dopo la sentenza anche per
solo reato di ritenzione d'armi, persino su minorenni e per delitti
anteriori allo stato d'assedio.
La duchessa di Parma con logica femminile aveva riassunto tutte le leggi
in quella stataria.
Invece nel Lombardo-Veneto il rigore tirannico e poliziesco scemava. La
cancelleria imperiale, avvisando lo scacco sofferto al Congresso di
Parigi e l'invadente influenza del Piemonte, dopo aver revocato i
sequestri sui beni dei fuorusciti, pensò destramente di giovarsi colle
superstiti idee federaliste contro il pericolo dell'unificazione
piemontese. Quindi nominò vicerè l'arciduca Massimiliano, gentile ed
onesto cavaliere, lasciando intravedere la lusinga di una costituzione
del Lombardo-Veneto in regno separato sotto l'alta sovranità
dell'imperatore. Il nuovo principe sarebbe così stato l'unica virtù di
questa cattiva idea. Molti però del partito moderato, ai quali la
tradizione servile ed un falso orgoglio municipale toglievano di
comprendere la verità dell'idea nazionale tanto da non fare differenza
fra una conquista piemontese e una semi-autonomia austriaca, aderirono
al disegno come Cesare Cantù: alcuni di essi giunsero a mandare legati
presso il conte di Cavour per convincerlo a dimettere ogni altra idea
sul Lombardo-Veneto, che sarebbe stato felicissimo sotto Massimiliano
d'Asburgo, re o vicerè indipendente. Però il popolo proseguì
nell'ostilità sdegnosamente passiva ed irreconciliabile coll'Austria,
mentre un gruppo di publicisti capitanati da Carlo Tenca sosteneva nel
giornale _Il Crepuscolo_ i principii dell'indipendenza e della
nazionalità.
Tutto il buon volere dell'arciduca, ricondottosi a Vienna per carpire al
sospettoso imperatore qualche altra concessione politica, si franse
contro il sentimento patriottico del popolo, che, pure riconoscendogli
il merito delle intenzioni, seguitò a cogliere tutte le occasioni per
esprimere il proprio odio alla tirannia straniera.
D'altronde la vicinanza del Piemonte alimentava troppe speranze.
Se le cospirazioni, specialmente dopo gli ultimi insuccessi, non
attiravano più che giovani inesperti o veterani indomabili, un'altra
maggiore lusinga di guerra veniva dal Piemonte, che, malgrado l'esiguità
del proprio stato, ingrossava sempre il bilancio militare. Si
attendevano alleanze, si guardava alla Francia. L'ultimo attentato di
Felice Orsini contro Napoleone III scatenò una fiera tempesta: i
repubblicani applaudirono al forte regicida: i moderati imprecarono al
settario, che per vendicare la omai lontana offesa alla repubblica
romana aveva quasi tolto all'Italia l'unico possibile alleato. Nella
politica estera del conte di Cavour si stringevano tutti i nodi
dell'aggrovigliata politica nazionale. Intanto per naturale reazione al
temperarsi del rigore austriaco nel Lombardo-Veneto s'inasprirono i
rapporti fra i due governi di Vienna e di Torino.
Ultime difficoltà del Piemonte.
La stampa torinese sbertava le nuove benignità imperiali; i diari
governativi di Milano e di Venezia vilipendevano stato e dinastia sarda.
La ragione stava nello scontro di due idee politiche implacabilmente
nemiche e costrette a servirsi di un medesimo disegno. Così il conte di
Cavour, nella contenzione diplomatica col conte di Buol per reciproci
lagni di contumelie suggerite o permesse ai propri giornali, potè ancora
avere il sopravvento; mentre, per scusarsi del monumento offerto dai
milanesi ai reduci della Crimea, nel medesimo giorno dell'ingresso
dell'imperatore Francesco Giuseppe a Milano, dovette rigettarne la
responsabilità sul municipio di Torino, cui il dono era mandato e
proibire che sopra vi si mettesse «alcuna iscrizione, dalla quale
potesse risultare che quel monumento era un dono d'Italiani sudditi
dell'Austria». Nullameno le relazioni diplomatiche furono troncate fra i
due governi. La guerra pareva imminente, quando la congiura di Felice
Orsini venne forse ad affrettarla. Questo ardente e formidabile
cospiratore, dopo la più romanzesca vita di avventure politiche e
militari e un ultimo dissidio con Mazzini, volle con bombe da lui stesso
inventate tentare l'eccidio di Napoleone III a postuma vendetta della
republica romana, e a fomento di nuova republica francese. L'attentato
al solito abortì (14 gennaio 1858), massacrando un numero veramente
eccessivo di innocenti. Napoleone, forse ancora più irritato che
atterrito, stabilì per tutta la Francia lo stato d'assedio, dividendola
in cinque grandi maresciallati; insistette a tutti i gabinetti per
concordare una legge internazionale contro i settari; reclamò con
burbanza dall'Inghilterra, ospite antica di tutti i fuorusciti,
l'estradizione di Mazzini, di Ledru-Rollin, di Kossuth e di Blanc.
L'Inghilterra rispose sdegnosamente col rovesciare il ministero
Palmerston chiaritosi favorevole a tali pretensioni: il Piemonte, anche
più vessato dell'Inghilterra, dovette cedere destreggiandosi.
Forse nessun momento della sua storia fu politicamente e
diplomaticamente più difficile. Tutta la politica cavouriana, intesa da
quasi otto anni alla preparazione di una riscossa nazionale mercè
un'alleanza francese, si trovava compromessa: disgustare Napoleone III
era un perdere ogni speranza; acconsentire alle sue pretese un venir
meno alla propria autonomia. L'imperatore esigeva la soppressione del
giornale mazziniano _L'Italia del Popolo_, la proibizione ai fuorusciti
di scrivere nelle effemeridi politiche, il giudizio pei reati di stampa
contro sovrani stranieri sottratto ai giurati e attribuito ai giudici
senza nemmeno richiesta della parte offesa, e l'espulsione dal regno
degli esuli republicani. Cavour resistè. I clericali vincitori alle
ultime elezioni lo urgevano con recriminazioni reazionarie; i radicali
lo insultavano per avere con una politica servile perduta la causa
italiana e condotto il Piemonte alla soggezione francese; l'Austria alla
testa di tutti i governi italiani denunciava Torino per un covo di
settari; i successi della guerra di Crimea e del Congresso di Parigi
tornavano in nulla. Ma il suo spirito agile raddoppiò di elasticità:
accusò tutti i governi reazionari italiani di moltiplicare le espulsioni
politiche dei loro sudditi per creare imbarazzi al Piemonte; ai
clericali rispose facendo stampare le lettere diplomatiche di Giuseppe
de Maistre, nelle quali il terribile papista profetizzava alla Sardegna
la necessità di combattere l'Austria e di guidare in Italia una
rivoluzione nazionale; con fine lentezza tenne a bada il gabinetto
francese, trattando colla diplomazia privata dell'imperatore, cui riuscì
ad ammansire; ricusò di sopprimere _L'Italia del Popolo_ e seppe
ucciderla colla persecuzione abusando della condiscendenza dei
magistrati, giacchè dei centocinquanta sequestri subìti dal giornale
quelli giudicati dai giurati conclusero sempre all'assolutoria, mentre
tutti gli altri esauriti dai giudici finirono in condanne; con una legge
De Foresta restrinse la libertà di stampa e largheggiò di pene contro
coloro, che attaccassero i governi stranieri o elogiassero anche
storicamente fatti o teoriche di regicidio; al Villamarina legato sardo
a Parigi scrisse con ammirabile nobiltà di resistere a tutte le
pressioni imperiali, perchè Vittorio Emanuele sarebbe pronto piuttosto a
perdere la corona andando ramingo per le Americhe che a tradire
l'autonomia del proprio stato o a menomarne l'indipendenza. Poi nella
seduta del 16 aprile (1858), difendendo la nuova legge sulla stampa,
accusò con terribile abilità di menzogna tutto il partito mazziniano di
aver sempre sostenuto la teorica dell'assassinio politico e di
macchinare in quei giorni stessi un complotto contro la vita di Vittorio
Emanuele. Quest'ultima assurda calunnia finiva di esautorare moralmente
il partito republicano.
Tutte le ire e le recriminazioni di Napoleone III contro i rivoluzionari
non valsero questa denunzia contro di essi del massimo ministro
rivoluzionario italiano, che ligio alla costituzione aveva pure osato di
arrischiare ogni interesse della propria politica per resistergli. La
publica opinione nazionale ne fu scossa: Mazzini in una lettera
apologetica ribattè indarno l'atroce accusa, giacchè poco dopo due altre
lettere di Felice Orsini all'imperatore prima di salire il patibolo, e
da questi licenziate alla stampa, venivano a riconfermare nel volgo la
medesima sinistra impressione. In esse il fortissimo ribelle, còlto da
improvviso pentimento, scongiurava i rivoluzionari dal sistema
dell'assassinio politico, ed affidava con fatidico voto all'imperatore
la missione di liberare l'Italia.
Dopo l'accusa di Manin, la denuncia di Cavour, la confessione di Orsini,
fu quasi perduto ogni credito morale pel partito republicano. Tutta la
rivoluzione passava nel campo monarchico: la tradizione regia aveva
vinto.
Le simpatie guadagnate da Cavour nei maggiori governi europei gli
derivavano dalla sua guerra implacabile al partito rivoluzionario.
Nullameno nessuna alleanza era ancora stretta. La lunga e disastrosa
preparazione minacciava di esaurire il piccolo stato: in parlamento,
nelle ultime discussioni pel prestito dei quaranta milioni necessari al
compimento delle opere del Cenisio e della Spezia, solo una suprema
speranza d'imminente guerra nazionale aveva potuto decidere della
votazione.
La politica apparente del gabinetto francese, presieduto dal conte
Walewski, era tutt'altro che rivoluzionaria; quella personale
dell'imperatore si nascondeva fra ambagi inintelligibili anche ai più
abili diplomatici. Il conte di Cavour non poteva sperare che in questa,
ma nessuna destrezza di espedienti o di suggestioni sarebbe mai riuscita
a decidere l'imperatore ad una guerra contro l'Austria in pro della
rivoluzione italiana, senza l'oscura necessità che spingeva il secondo
impero entro l'orbita del primo, condannandolo ad essere rivoluzionario
suo malgrado, e a dover vivere e morire di guerre.
L'idea napoleonica.
Dopo pochi anni, il prestigio ottenuto dall'impero coll'impresa di
Crimea e col congresso di Parigi accennava a decrescere paurosamente. Il
sodalizio delle dinastie non aveva ancora accettato nel proprio seno
l'imperatore; l'opposizione scarsa di rappresentanti nelle Camere era
guidata dai maggiori uomini francesi: Victor Hugo esule bastava solo a
mantenere contro l'impero l'odio della coscienza nazionale,
attirandogli, coll'irresistibile potenza di una lirica unica nella
storia d'Europa, il disprezzo della coscienza universale. Il partito
clericale, sostenendo Napoleone per l'appoggio da lui prestato al papa,
si scindeva in legittimisti ed orleanisti, irreconciliabili per
interessi dinastici; la borghesia avida di lucri non poteva sognarli al
solito che da una effimera supremazia francese; il popolo sempre avido
di gloria aspettava la pompa di nuovi trionfi. Nell'opinione europea
l'impero napoleonico restava ancora un'avventura. L'Austria era uscita
più forte dal congresso di Parigi; la Russia esausta ed indarno blandita
da Napoleone gli teneva il broncio; l'Inghilterra, malgrado
l'oscillazione de' suoi partiti whig e tory al potere, si ostinava nei
trattati del 1815; la Prussia si manteneva ligia all'Austria e alle
tradizioni reazionarie: l'iniziativa rivoluzionaria doveva quindi venire
dalla Francia ridivenuta imperiale come all'indomani della sua grande
rivoluzione dell'89. Nato di rivoluzione, l'impero bonapartista non
poteva vivere che di rivoluzione: l'inerzia lo avrebbe ucciso e un
ritorno a maggior reazione rovesciato. La iniziativa Francese cominciata
coll'89 doveva proseguire: tutte le rivoluzioni europee del secolo ne
erano derivate, svolgendosi con processo più o meno simile al suo: ad
una sistematica contraddizione di questa iniziativa la coscienza
francese si sarebbe ritirata al tutto dall'impero: senza il sogno
napoleonico di dominare nuovi stati con nuovi protettorati dinastici o
politici, l'impero perdeva il proprio carattere europeo per restringersi
ad un'interna prepotenza militare, incompatibile cogl'istinti della
moderna democrazia.
L'Italia già conquistata dalla prima rivoluzione e dal primo impero
francese, smembrata, sottomessa all'Austria, matura alla propria
rivoluzione, si presentava come una fatalità di politica e di guerra a
Napoleone III. In Italia solamente il secondo impero poteva espandersi e
rinvigorirsi. Le mene murattiane a Napoli tradivano già il rinnovarsi di
questo disegno bonapartista; la politica oramai decennale del Piemonte
mirava alla Francia; lo spirito italiano guardava alla stella
dell'impero come a quella di un nuovo mattino; la costituzione in Italia
d'un forte stato boreale e costituzionale, e l'impianto a Firenze e a
Napoli d'altri principi bonapartisti darebbe alla Francia, colla gloria
d'aver risuscitato a vita politica il popolo più illustre del mondo, il
vantaggio d'un'alleanza perpetua italiana contro l'Austria e di un
predominio incontestabile sul Mediterraneo. La Francia riaprirebbe così
un'altra epoca d'ascendente universale. Il cesarismo, effimera mistura
di reazione e di rivoluzione, di dispotismo e di democrazia, non poteva
sottrarsi alla fatalità di questa politica apparentemente avventuriera e
anticipatamente condannata a produrre risultati troppo diversi dalle
intenzioni. Nè il terrore dell'attentato, nè l'estremo voto di Orsini
decisero dunque l'imperatore Napoleone III alla guerra d'Italia come
vantarono con puerile rettorica molti scrittori radicali: tutta la
meravigliosa destrezza del conte di Cavour non sarebbe bastata ad
impigliarvelo.
Alleanza Franco-Sarda.
Infatti l'imperatore mandò spontaneamente al conte di Cavour le due
ultime lettere di Orsini perchè le stampasse nella Gazzetta Ufficiale:
poco dopo gli fece rimettere da uno dei propri diplomatici più familiari
un'altra lettera con un disegno d'alleanza e una proposta di matrimonio
fra il principe Girolamo Napoleone e una figlia di Vittorio Emanuele.
Costantino Nigra fu il primo inviato del conte di Cavour a Parigi per
studiare il terreno; il dottor Conneau si mutò in agente diplomatico per
recare al conte di Cavour l'invito al convegno di Plombières nei Vosgi,
ove si gettarono le vere basi dell'alleanza: il trattato si strinse
quattro mesi dopo. Per esso l'imperatore s'impegnava a condurre in
Italia duecentomila soldati contro l'Austria; suo sarebbe il comando
superiore delle schiere alleate; a guerra vinta il Piemonte si
aggregherebbe il Lombardo-Veneto, i Ducati, le Legazioni e le Marche; il
Piemonte cedeva fin d'ora la Savoia e s'impegnava moralmente a cedere
Nizza. Era fatalmente un disegno federativo; nè l'imperatore, nè il
conte di Cavour potevano andare oltre. Quegli anzi, nascondendo la parte
maggiore del proprio pensiero politico, intendeva a fondare un secondo
regno d'Etruria per mezzo delle velleità autonomistiche dei federali
toscani guidati dal Salvagnoli e dal Montanelli, aggregandovi i Ducati e
molta porzione dello stato pontificio; a Napoli possibilmente si sarebbe
installato Luciano Murat. Ma l'imperatore e il conte di Cavour tentavano
reciprocamente d'impaniarsi in questa trama. D'unità d'Italia sarebbe
stato assurdo parlare, giacchè l'impero non aveva altra base morale che
il clero, e non poteva togliere Roma al papa; la Russia proteggeva per
tradizione i Borboni; una vera rivoluzione era impossibile in Italia ed
inaccettabile alle diplomazie. Anzi l'avversione al partito
rivoluzionario era tale che nella convenzione militare susseguita al
trattato politico fra il generale Niel e il generale Lamarmora si
sarebbe escluso ogni concorso di volontari, se il conte di Cavour con
sapiente patriottismo non si fosse ostinato a volerlo. Solo le milizie
volontarie potevano dare alla guerra franco-sarda guidata
dall'imperatore il carattere d'una impresa nazionale, creando
probabilmente ostacoli ai segreti disegni di nuovi stati bonapartisti.
Nei prodromi della nuova rivoluzione sembrava dominare ancora il
principio federalista. Utopie diplomatiche e partigiane vi si
imbrogliavano: dopo il matrimonio del principe Girolamo colla
principessa Clotilde di Savoia il concetto d'un regno d'Etruria per essi
si popolarizzò; a Parigi Laguerronière, letterato cortigiano, stampò un
opuscolo enigmatico inspirato da Napoleone, nel quale si trattava d'una
confederazione italiana fuori d'ogni dominio straniero, sul tipo di
quella presentata dal Gioberti con la presidenza del papa, e intesa
precipuamente a rattenere la rivoluzione. Poichè l'Inghilterra sarebbe
ostile ad un altro regno bonapartista nel sud, si pensava di lasciarvi
ad essa la scelta del nuovo re; nessuno all'infuori di Mazzini osava
reclamare Roma. Il conte di Cavour, per resistere a questa eccessiva
dilatazione bonapartista, non aveva di primo tempo trovato altro
espediente che il maritare la principessa Clotilde al principe Leopoldo
Hohenzollern, nato di Stefania Beauharnais «onde farne un re dell'Italia
centrale, ove i Lorenesi si mantenessero ligi all'Austria».
Intanto si disponevano gli approcci.
A Varsavia fu mandato il principe Girolamo per spingere la Russia a
guerra coll'Austria, lasciandola libera ai padroneggiare il moto delle
genti slave, mentre la Francia dominerebbe quello delle schiatte latine:
ed era ancora il vecchio sogno di Napoleone I. Ma la Russia declinò
l'invito per dichiararsi neutrale ed imporre la conservazione a Napoli
dei Borboni; la Prussia non volle staccarsi dall'Austria e propose di
provvedere alle cose d'Italia per comuni accordi pacifici;
nell'Inghilterra l'opinione liberale del pubblico frenava a stento il
mal volere del recente gabinetto tory.
Poichè Napoleone si era riserbato di scegliere il modo ed il momento
d'una rottura coll'Austria, il conte di Cavour badava alacremente a
crescere in Italia il fermento rivoluzionario, però dominandolo. In
questo gli fu di largo giovamento la Società Nazionale del La Farina,
che riassumendo il proprio programma politico nel motto: «Indipendenza,
Unità e Casa Savoia», preparava possibili accordi per altri disegni
durante o dopo la guerra. Nello scadimento del partito mazziniano la sua
opera divenne improvvisamente più franca e feconda: Giuseppe Garibaldi
entrò nel suo comitato centrate a Torino, altri comitati raggrupparono i
migliori patrioti nelle provincie suscitandovi una disciplinata
agitazione unitaria, mentre il conte di Cavour si riserbava il diritto
di poterla in caso di pericolo rinnegare in parlamento. In un manifesto
del 14 dicembre 1858 la Società Nazionale chiese all'Italia la dittatura
di Vittorio Emanuele durante la guerra, affermando che la sollevazione
italiana non implicherebbe nessuna questione di libertà e di ordinamento
sociale atta a spaurire i governi: abile mossa, che abituava
all'unificazione morale. L'idea piemontese giganteggiava: le
acclamazioni a Vittorio Emanuele prorompevano da tutte le piazze;
nessuna critica poteva turbare la nuova fede, le speranze deliravano.
Si dimenticava l'umiliazione di sorgere dietro un'iniziativa francese;
l'unità d'Italia, alla quale tutti aspiravano, era momentaneamente
negletta per concentrare ogni sforzo all'espulsione dell'Austria. Il
mirabile fenomeno politico di questo vasto moto nazionale, che
s'indigava volontariamente entro le linee ancora incerte di un disegno
di Napoleone III riveduto da Cavour, tradiva, attraverso l'incredibile
docilità d'una disciplina improvvisata, la fiacchezza della coscienza
nazionale e dell'idea rivoluzionaria: la nuova passione di guerra
piuttosto che ira di schiavi appariva bramosia di liberti. L'adesione
alla monarchia di Savoia era sudditanza, quella all'impero francese
sommissione. I superstiti mazziniani avvampavano di sdegno; l'intera
massa dei patrioti abbandonava invece ogni ideale per il possibile,
preparando nella aspettazione dell'iniziativa franco-sarda nuove virtù
di guerra e di concordia, senza chiedersi come l'Italia sarebbe
all'indomani di un trionfo o di un abbandono francese.
Cavour, aggiungendo disegno a disegno, complicazione a complicazione,
aveva sollecitato indarno l'alleanza dei Borboni e dei Lorenesi contro
l'Austria.
Il discorso di Vittorio Emanuele all'apertura del parlamento (10 gennaio
1859) affermava che il re, malgrado il rispetto ai trattati, non poteva
essere insensibile al grido di dolore che s'alzava verso di lui da tante
parti d'Italia; e parve un grido di guerra. L'Austria, cullatasi fino
allora nel dispregio del piccolo nemico e nell'orgoglio della propria
posizione tanto migliore di quella di Francia, si riscosse: le
diplomazie s'impensierirono; l'Italia si esaltò.
Sir James Hudson con motto profondo disse: «È la folgore che cade sui
trattati del 1815». Infatti il moderno diritto di nazionalità doveva
ottenere dalla rivoluzione italiana la sua prima grande consacrazione.
Il risveglio dell'Austria precipitò gli armamenti e complicò l'opera
delle diplomazie. Nel Lombardo-Veneto ricominciarono i rigori: corpi
d'esercito s'ammassarono di giorno in giorno alla frontiera, mentre la
gioventù patriottica guadava a torme il Ticino per arruolarsi
nell'esercito sardo. Cavour aveva richiamato Garibaldi per commettergli
la costituzione d'un corpo di volontari; così lo avrebbe avuto nella
guerra alleato ed ostaggio.
Ma la politica sempre più ambigua dell'imperatore, arbitro della
situazione, gettava il Piemonte nelle più umilianti perplessità. Da
Londra il gabinetto tory di lord Malmesbury lo ammoniva, quasi
minacciando, di guardarsi da ogni provocazione all'Austria; a Napoleone
invece mostrava lo spettro rosso della demagogia pronto a ricomparire
fra le imprevedibili difficoltà d'una guerra; quindi a Vienna ingrossava
la voce perchè l'Austria rinunziasse all'intervento nello stato
pontificio e spingesse i principi sulla via delle riforme.
Di rimpatto Napoleone prometteva all'Inghilterra di non soccorrere il
Piemonte, se questo fosse primo alla guerra.
Si parlò d'un congresso per la pace: la proposta venne da Pietroburgo;
Napoleone parve accettarla. Ma la questione peggiorò; l'Austria, che si
ricusava superbamente alle esortazioni pacifiche dell'Inghilterra,
aderendo all'idea del congresso, ne volle escluso il Piemonte come
incapace di rappresentare l'Italia, della quale gli altri principi, per
suggestione della cancelleria viennese, non v'interverrebbero. Ma le
potenze, dopo aver accolto il Piemonte al congresso per la pace di
Crimea, non potevano eliminarlo da quest'altro per la pacificazione
d'Italia: allora l'Austria pretese che il Piemonte disarmasse e, poichè
anche questo non le fu concesso, propose un disarmo simultaneo.
Bisognava cedere; Cavour abilmente volle però sottrarre al disarmo le
milizie volontarie, affermandosi pronto a raccoglierle sotto le Alpi e a
licenziarle quando le potenze si fossero accordate sullo scioglimento
della questione italiana. Così l'idea nazionale, incarnata nelle milizie
volontarie, sovrastava alla stessa alleanza franco-sarda. L'Austria
rifiutò questa condizione, ed impose bruscamente il disarmo.
La crisi diplomatica fu lunga e dolorosa. Napoleone sempre oscillante di
spirito, non osava risolvere: per un momento impose a Cavour di cedere a
tutte le pretese austriache, questi gli rispose con parole d'obbedienza:
tutto sembrava perduto. Forse la situazione politica costringeva
l'imperatore a questa alternativa di spinte e di controspinte al
Piemonte, per lasciare all'Austria la responsabilità dell'attacco e
preparare in Francia la publica opinione alla guerra. Infatti la Francia
non vi pareva ben disposta. Il partito clericale temeva di Roma,
malgrado le publiche assicurazioni che l'imperatore aveva fatto dare a
Pio IX dal generale Goyon; il partito conservatore abborriva da una
guerra fatalmente rivoluzionaria nell'idea e nei risultati; il partito
d'opposizione la qualificava d'avventura dinastica, giacchè modi e
concetti rivoluzionari ne erano negati clamorosamente anche dal conte di
Cavour.
La burbanzosa bruscherìa dell'Austria nel concedere tre soli giorni al
Piemonte per la risposta sul disarmo troncò ogni difficoltà.
Coll'assalire per la prima, essa violava i trattati del 1815, e la
guerra rivoluzionaria dell'alleanza franco-sarda si mutava
diplomaticamente in una guerra di difesa.
Intanto il conte di Cavour, spingendo vivamente i preparativi di guerra,
otteneva dal parlamento poteri straordinari di governo: per contrastare
alle mene bonapartiste in Firenze e in Napoli, allargava il moto
rivoluzionario; accusava i mazziniani intransigenti di fare le parti
dell'Austria; aveva nominato Enrico Cialdini comandante supremo del
corpo di volontari costituito da Garibaldi. Questi doveva rimanere
subalterno attirando la gioventù colla gloria del proprio nome, ma non
guidarla alla vittoria: Lamarmora ministro della guerra negò con tanta
ostinazione di riconoscere i gradi agli ufficiali garibaldini che i loro
brevetti dovettero essere firmati dal ministro dell'interno. Poi i
volontari furono male armati, frazionati, sospettosamente sorvegliati.
L'effervescenza degli animi cresceva d'ora in ora; la gioventù
scaldavasi a questi primi clamori di guerra; solo i mazziniani
resistevano nel nome dell'unità nazionale negata dal trattato
franco-sardo e della democrazia compromessa dai momentanei dispotismi
regii ed imperiali. Da Londra emanarono una protesta di astensione dalla
guerra, cui fallirono poco dopo generosamente accorrendo da ogni parte
sotto le bandiere.
Il Piemonte esausto faceva gli ultimi sforzi, ma sottomesso fatalmente
alla Francia. Quindi l'incendio rivoluzionario, che avrebbe dovuto
avvampare per tutte le città d'Italia come nel 1848, non scoppiava: i
volontari corsi in Piemonte non superavano i trentamila; le Provincie
libere non si ribellavano, quantunque sicure che l'Austria impegnata in
tanta guerra non avrebbe potuto invaderle per sostenere i principi
alleati. E questi avevano milizie troppo scarse e fiacche per resistere
ad una vera insurrezione popolare.
L'Austria accennava già a ritirare le truppe da tutti i luoghi occupati
per concentrarle nel teatro della guerra: le ammonizioni di Cavour
sconsiglianti da iniziative popolari non sarebbero bastate ad impedirle,
se più intensa fosse stata nella nazione la coscienza dì patria e
maggiore l'energia del carattere. I patrioti abitatori delle Provincie
negli ultimi dieci anni erano tutti in Piemonte, onde lo spirito delle
masse non mai da tormenti di tirannide spinte alla disperazione della
rivolta, si effondeva ora nei vanti delle future vittorie francesi:
mentre ai tirannelli abbandonati dall'Austria non restava più nemmeno il
coraggio di sostenere con essa una guerra decisiva per la loro
esistenza.
Solo la Toscana e le provincie limitrofe di Massa e Carrara, troppo
straziate dal duca di Modena, tumultuarono all'annunzio della
dichiarazione di guerra. Il granduca Leopoldo non osò resistere; il
principe Carlo suo secondogenito non seppe farsi ubbidire dagli
artiglieri, ordinando loro di bombardare Firenze dal forte di Belvedere:
quindi il tumulto si sciolse in chiasso pacifico, e il popolo con berta
ancora rispettosa augurò il buon viaggio al granduca fuggente.
I governi provvisorii di Firenze e di Massa e Carrara offersero la
dittatura a Vittorio Emanuele; ma questi sottoposto alla volontà
dell'imperatore, non osò accettare, malgrado la dittatura conferitagli
dalla Società nazionale e dal parlamento.
Così cominciava la nuova rivoluzione unitaria.
CAPITOLO SECONDO.
La conquista regia
Guerra Franco-Sarda.
L'intimazione dell'Austria al Piemonte, irritando l'orgoglio francese,
agevolò a Napoleone il concorso della publica opinione. Se nelle sfere
politiche e nei saloni mondani di Parigi la nuova guerra trovava vivi
oppositori per complicate ragioni d'interessi, quelli fra i maggiori
spiriti che per modernità di pensiero e di coscienza, da Flaubert a
Quinet e da Michelet ad Hugo, rappresentavano l'iniziativa francese, vi
erano favorevoli. La contraddizione del disegno napoleonico collo
spirito democratico di quest'impresa non bastava a nasconderne loro la
verità. L'esercito era fremente di entusiasmo; il popolo, attraverso le
vanterie inguaribili della propria indole, insuperbiva di ridiscendere
ad una guerra di emancipazione. L'eroica coscienza francese sentiva di
riaffermare così il proprio primato sulla coscienza europea.
E la guerra incominciò.
Il 29 aprile 1859 il generale austriaco Giulay passa il Ticino con
100,000 soldati, avanzando senza incontrare resistenza verso Vercelli:
la Lomellina è stata con patriottica abnegazione inondata, l'esercito
piemontese, forte di 70,000 uomini e appoggiato sulle fortezze di Casale
e di Alessandria, evita lo scontro, giacchè una dolorosa sfiducia sta
per consigliare ai suoi generali una ritirata; ma Alfonso Lamarmora, cui
un rancore di Vittorio Emanuele aveva negato l'onore meritato di un
seggio al consiglio di guerra, riesce ad impedirla. Il 12 maggio
Napoleone sbarca a Genova fra deliranti acclamazioni di popolo; le prime
colonne dell'esercito francese sono già calate dalle Alpi ed entrate a
Torino. Il generale austriaco, che con un attacco rapido e vigoroso
avrebbe potuto sgominare l'esercito sardo impedendone la congiunzione
col francese, ora stenta a fronteggiare gli alleati. D'ambo i lati le
forze si pareggiano. L'imperatore Napoleone assume il comando
dell'esercito italiano umiliando l'orgoglio nazionale d'Italia, ma
ottiene migliore unità di disegno e di opera; il generale austriaco deve
al solito dipendere dal consiglio aulico di guerra residente a Vienna.
D'altronde la sua incapacità lo predestina alla sconfitta, mentre una
nobile emulazione raddoppia il valore degli alleati, e l'entusiasmo di
patria muta le inesperte milizie volontarie in eroi.
A Montebello la cavalleria piemontese, sostenendo bravamente un forte
assalto del generale Urban, dà tempo al generale francese Forey di
accorrere colla propria divisione e di respingerlo: poi le battaglie si
succedono con terribile crescendo. Mentre il generalissimo austriaco si
concentra ostinatamente sul Po e sul Ticino, l'esercito francese coperto
dalle truppe piemontesi gira inosservato il fianco destro del nemico; il
Generale Cialdini con quattro divisioni italiane sostenute da un
reggimento di zuavi sloggia da Palestro il presidio tedesco; poi,
riassalito l'indomani da più forti colonne le schiaccia, e passa oltre.
Vittorio Emanuele, umiliato come re di Piemonte dal supremo comando
dell'imperatore, non è più che un soldato, ma vi ha sfolgorato di gloria
improvvisa, gettandosi alla testa dei zuavi entro la Sesia rigonfia
dalle pioggie e trascinandoli furenti alla vittoria. Quindi gli alleati,
concentrati a Novara, costringono il nemico a ritirarsi sulla riva del
Ticino: la battaglia ripresa presso il villaggio di Magenta si risolve
in maggiore sconfitta per gli austriaci; i granatieri della guardia
imperiale francese vi sfoggiano eroismo, il generale Mac-Mahon vi
conquista il titolo di duca; però una sola divisione italiana col
generale Fanti ha potuto cooperarvi a vittoria già sicura.
Tutta la Lombardia è conquistata: gli austriaci sgombrano
simultaneamente da Milano, dai Ducati, dalle Legazioni.
Intanto Giuseppe Garibaldi nel giorno stesso della vittoria di
Montebello aveva passato arditamente la Sesia per gettarsi sulla
Lombardia. La sua opera contraddetta da Mazzini, quasi strangolata da
Cavour quantunque bene accetta al re, era passata per tutta una triste
filiera di umiliazioni e di disinganni. Garibaldi, chiamato al ministero
per la costituzione di un corpo di volontari, aveva dovuto sottomettersi
al comando del generale Cialdini; gli si era proibito di formare i
corpi; era stato relegato a Rivoli verso Susa, mentre si stabilivano due
depositi di volontari a Cuneo e a Savigliano. La commissione di
arruolamento istituita a Torino sceglieva la più forte gioventù pei
corpi di linea e ne abbandonava i meno prestanti ai battaglioni di
volontari: poi, siccome questi aumentavano, si chiamò dalla Toscana già
ribellatasi il generale Ulloa per costituire un secondo corpo di
cacciatori degli Appennini. Quelli di Garibaldi si chiamavano cacciatori
delle Alpi. Una feroce gelosia di caserma irritava contro di lui tutte
le vanità accademiche degli altri generali: dopo il comando di Cialdini
chiamato alla difesa di Casale, Garibaldi dovette subire quello del
vecchio generale De Sonnaz; malgrado gli ordini del re, Cavour ricusò di
concedergli i volontari rimasti inerti ai depositi; per un momento gli
si fè sperare di gettarlo attraverso i Ducati per sollevare l'Italia
centrale, ma Cavour si oppose ancora.
L'abile ministro comprendeva fin troppo bene la necessità di avere una
truppa rivoluzionaria per italianizzare la guerra franco-sarda, ma di
tenerla subalterna per non perdere nel sentimento delle masse il
prestigio delle future vittorie.
Il conte di Campello, ministro della republica romana, aveva decretato
che la legione di Garibaldi non dovesse oltrepassare i cinquecento
uomini; il conte di Cavour con migliore ragione politica la volle
limitata a tremila.
Nullameno la piccola truppa riuscì mirabile. V'erano volontari d'ogni
grado, d'ogni classe, d'ogni merito: veterani del quarantotto come
Medici e Cosenz, giovani come Bronzetti e De Cristoforis che dovevano
improvvisarsi eroi, milionari ed artisti, intere famiglie di fratelli
come i Cairoli, politici ignorati che poi divennero ministri, popolani
fieramente poveri, aristocratici squisitamente liberali, gente di mare e
di terra, di un coraggio intrattabile come Bixio o di una mitezza
poetica come Gradenigo.
Tutta la loro politica si riassumeva nell'amore di patria: non
discutevano di bandiera, sopportavano ogni ingiustizia senza lamento,
non chiedevano gradi, non aspiravano ad onori. Una democrazia
incredibile regnava nel loro campo, l'entusiasmo vi teneva luogo di
disciplina, l'amicizia e la fede vi rendevano gli ordini indiscussi. La
gloria del generale era la superbia di tutti: nobili e prodi come i
paladini delle antiche leggende, ignoravano d'iniziarne un'altra:
cavalieri di una democrazia reclutata fra tutte le classi sociali,
anelavano colla più moderna delle contraddizioni alla guerra senza
risentirne le malvagie passioni: e così creavano col più generoso degli
eroismi la più bella originalità della rivoluzione italiana.
Ad un ordine del re, Garibaldi passa finalmente la Sesia, delude
abilmente gli austriaci al guado del Ticino, da Sesto Calende si difila
su Varese. Ma nemmeno la sua presenza basta a decidere il popolo
lombardo ad una vera insurrezione: i villani gli ricusano quelle
spiegazioni che dànno spontaneamente agli austriaci; i paesi lo
accolgono festanti come un liberatore e tacciono sgomenti appena nella
sua rapida marcia li oltrepassa. Emilio Visconti-Venosta, un mazziniano
convertito non troppo onorevolmente alla monarchia sarda, segue quale
commissario cavouriano Garibaldi per istituire governi provvisori e
sorvegliare le sue mosse.
Ma Urban, uno dei più fieri generali austriaci, è spiccato contro
Garibaldi con oltre quindicimila uomini. Questi, che a Varese aveva con
un pugno di volontari respinto un corpo della guarnigione di Milano,
forte di tremila uomini, vi si trincera intrepidamente senza cannoni,
senza cavalleria, con fucili poco servibili. Il 25 maggio fuga alla
baionetta le prime colonne nemiche; quindi, ingannando con marcia
coperta Urban, inteso a sorprendere la piccola città, lo persegue a San
Fermo, entra a Como. Di là, padrone del lago, diffonde l'insurrezione
per tutti i paesi delle sue rive fino su alla Valtellina, tenta di
sorprendere con ardita fazione il forte di Laveno sui Lago Maggiore, ma
fallisce perchè il maggiore Bixio non può decidere le barche doganiere
della sponda piemontese a secondarlo nell'assalto. Poco dopo, stretto da
nuove mosse dell'Urban vincitore di Varese e minacciante Como, può a
stento fronteggiarlo, finchè alla notizia della vittoria di Magenta
questi è costretto a ritirarsi; e Garibaldi risale il lago, da Lecco
marcia su Bergamo, ributta una colonna austriaca a Seriate, occupa
Brescia. Il suo piccolo esercito è raddoppiato, la Lombardia quasi tutta
sgombra. Nello stesso giorno che Garibaldi libera Brescia, l'esercito
francese proseguendo la vittoria di Magenta sconfigge a Melegnano
l'ottavo corpo austriaco comandato dal generale Benedek, e Napoleone e
Vittorio Emanuele entrano trionfatori in Milano.
La grossa metropoli lombarda, istrutta dai dolorosi ricordi dell'ultima
rivoluzione, e conscia di essere lo scopo della guerra, appena evacuata
dal nemico proclamava a delirio di popolo la propria annessione al
Piemonte secondo il plebiscito del quarantotto, deputando assessori
municipali al campo di Vittorio Emanuele come ambasciatori del voto
popolare.
Il proclama di Napoleone III alto nei concetti e sonoro nelle frasi,
indirizzandosi ai milanesi, si volgeva a tutti gl'italiani per invitarli
ad arruolarsi sotto il vessillo di Vittorio Emanuele, e diceva: «Io non
vengo tra voi con un sistema preconcetto, per spodestare sovrani e per
imporre la mia volontà: il mio esercito non si occuperà che di due cose:
combattere i vostri nemici e mantenere l'ordine interno; esso non porrà
ostacolo alcuno alla libera manifestazione dei vostri voti».
Sotto la cortesia delle parole s'intendeva già l'accento del padrone; ma
la passione rivoluzionaria del momento, lusingata da quell'invocazione
agli italiani, che sembrava associare alla liberazione di Milano tutti i
popoli delle altre Provincie, non l'intendeva.
Per contrario il proclama di Vittorio Emanuele, invece di esprimere
l'italianità di quella guerra emancipatrice, non s'indirizzava che ai
Lombardo-Veneti e non prometteva loro che un libero e durevole
reggimento, appena si fosse assicurata l'indipendenza della patria.
La guerra franco-sarda non era ancora italiana nè di idea nè di scopo.
Infatti, ripresa poco dopo con maggiore alacrità, doveva arrestarsi
troppo presto a rovescio d'ogni previsione.
Gli austriaci, intesi a forte concentramento sul Mincio, sgombrano
Pavia, Piacenza, Pizzighettone, il castello di Brescia, Bologna,
Ferrara, Ancona, riordinando con nuovi contingenti l'esercito ed
ingrossandolo di altri centomila uomini; lo stesso imperatore Francesco
dal proprio campo di Verona assume il comando supremo. Gli alleati,
sospettosi di un tranello nella troppo precipitosa ritirata, si avanzano
lentamente con marcia parallela verso il Mincio. Gli austriaci chiusi
nel formidabile quadrilatero avrebbero potuto resistere con molto
vantaggio e ristabilire le sorti della guerra; invece, riprendendo
improvvisamente l'offensiva, occupano le alture di Solferino e di San
Martino. La battaglia vi scoppia quindi il 24 giugno sopra cinque leghe
di estensione, impegnando tutte le forze d'ambo le parti; l'accanimento
più feroce vi moltiplica la strage, cinquantamila fra morti e feriti
ingombrano il terreno, ma la vittoria rimane agli alleati; gli
austriaci, ricacciati da tutti i poggi, debbono ripassare il Mincio.
Garibaldi, battuto pochi giorni prima dall'Urban a Castenedolo per aver
ubbidito ad un ordine dal quartier generale di occupare Lonato in
presenza di tutto l'esercito austriaco forte di duecentomila uomini, e
che parve insidioso persino al generale Cialdini, era stato mandato
nella Valtellina col pretesto di presidiarvi i passi delle Alpi contro
una impossibile invasione di nuovo esercito tedesco, e vi aveva
sloggiato le ultime guarnigioni nemiche dallo Stelvio.
La pace francese.
Mentre la vittoria di Solferino raddoppiava le speranze d'Italia, la
guerra si arrestò bruscamente. La sera del 7 luglio il generale Fleury
aveva portato al campo austriaco di Verona una proposta di armistizio:
quattro giorni dopo i due imperatori segnarono a Villafranca i
preliminari di pace; a Zurigo se ne sarebbe firmato il trattato.
Vittorio Emanuele re ed alleato non ne era stato nemmeno avvisato.
Fu uno schianto: si urlò al tradimento. Vittorio Emanuele gemè
tristamente: povera Italia! Cavour, dimenticando la tanto vantata
prudenza, diè nelle furie. Nullameno le necessità del proprio disegno e
la logica inesorabile dei fatti imponevano all'imperatore Napoleone
questo abbandono, che Mazzini solo aveva preveduto colla chiaroveggenza
dell'odio partigiano.
I preliminari di pace stabilivano:
«L'imperatore d'Austria e l'imperatore dei Francesi favorivano la
creazione di una confederazione italiana: questa confederazione sarà
sotto la presidenza onoraria del Santo Padre.
«L'imperatore d'Austria cede all'imperatore dei Francesi i suoi diritti
sulla Lombardia, ad eccezione delle fortezze di Mantova e di Peschiera,
dimodochè la frontiera dei possedimenti austriaci partendo dall'estremo
raggio della fortezza di Peschiera si estenda in linea diretta lungo il
Mincio sino alle Grazie e di là a Scorzarolo e a Luzzara sul Po, dove le
frontiere presenti continueranno a formare i limiti dell'Austria.
L'imperatore dei francesi rimetterà i territori ceduti al re di
Sardegna.
«La Venezia farà parte della confederazione italiana, restando sotto la
corona dell'imperatore d'Austria. Il granduca di Toscana e il duca di
Modena entreranno nei loro stati concedendo un'amnistia generale.
«I due imperatori chiederanno al Santo Padre d'introdurre ne' suoi stati
le riforme indispensabili.
«È concessa d'ambe le parti piena ed intera amnistia alle persone
compromesse in occasione degli ultimi avvenimenti nei territori delle
parti belligeranti».