XLVIII.

La sera passò, la notte passò, la mattina seguente passò. Nulla di

straordinario accadde. Ma, nella sua visita al bambino, il medico non

nascose che esisteva un catarro delle narici e dei bronchi maggiori:

un'affezione leggèra, senza importanza. M'accorsi però ch'egli voleva

dissimulare una certa inquietudine. Diede alcune istruzioni,

raccomandò la massima cautela, promise di tornare nella giornata. Mia

madre non aveva requie.

Entrando nell'alcova, io dissi a Giuliana, sotto voce, senza guardarla

in viso:

--Sta peggio.

Non parlammo più, per lungo tempo. A quando a quando io m'alzavo e

andavo alla finestra per guardare la neve. Giravo per la camera, in

preda a un'ansietà insostenibile. Giuliana teneva il capo affondato

nel guanciale, stava quasi tutta nascosta sotto le coperte. Se

m'avvicinavo, ella apriva gli occhi e mi dava uno sguardo rapido dove

io non potevo leggere.

--Hai freddo?

--Sì.

Ma la stanza era tiepida. Tornavo sempre alla finestra per guardare la

neve, la campagna imbiancata su cui continuavano a cadere i fiocchi

lenti. Erano le due dopo mezzogiorno. Che avveniva nella stanza del

bambino? Nulla di straordinario, certo, perché nessuno veniva a

chiamarmi. Ma l'ansietà mi cresceva così che risolsi di andare a

vedere. Aprii l'uscio.

--Dove vai?--mi gridò Giuliana sollevandosi sul gomito.

--Vado _di là_, un momento. Vengo subito.

Ella rimaneva sollevata sul gomito, pallidissima.

--Non vuoi?--le chiesi.

--No: resta con me.

Ella non si lasciava ricadere sul guanciale. Uno strano sbigottimento

le alterava il volto; i suoi occhi vagavano inquieti, come dietro a

qualche ombra mobile. M'avvicinai, io stesso la riadagiai supina, le

toccai la fronte, le domandai con dolcezza:

--Che hai, Giuliana?

--Non so. Ho paura....

--Di che?

--Non so. Non ne ho colpa; sono malata; sono così.

Ma i suoi occhi vagavano invece di fissarmi.

--Che cerchi? Vedi qualche cosa?

--No, nulla.

Le toccai di nuovo la fronte. Aveva il calor naturale. Ma la mia

imaginazione incominciava a turbarsi.

--Vedi, non ti lascio; resto con te.

Sedetti, aspettai. Lo stato del mio animo era una sospensione

angosciosa nell'attesa di un evento prossimo. Io ero sicuro che

qualcuno sarebbe venuto a chiamarmi. Tendevo l'orecchio a qualunque

lieve strepito. Udivo di tanto in tanto sonare nella casa i

campanelli. Udii il rumore sordo d'una vettura su la neve. Dissi:

--Forse è il medico.

Giuliana non fiatò. Aspettai. Passò un tempo indefinito. A un tratto,

udii un rumore di porte che s'aprivano, un suono di passi che

s'avvicinavano. Balzai in piedi. Giuliana si sollevò, nel tempo

medesimo.

--Che sarà?

Ma io già sapevo quel che era, io sapevo perfino le parole precise che

mi avrebbe dette la persona entrando.

Cristina entrò. Appariva stravolta ma cercava di dissimulare la sua

agitazione. Balbettò, senza avanzarsi verso di noi, rivolgendosi a me

con lo sguardo:

--Senta una parola, signore.

Uscii dall'alcova.

--Che c'è?

Sotto voce, ella aggiunse:

--Il bambino sta male. Corra.

--Giuliana, vado di là un momento. Ti lascio Cristina. Torno subito.

Uscii. Arrivai di corsa nella stanza di Raimondo.

--Ah, Tullio, il bambino muore!--gridò mia madre disperata, curva su

la culla.--Guardalo! Guardalo!

Mi curvai anch'io su la culla. Era avvenuto un cambiamento repentino,

inaspettato, inesplicabile in apparenza, spaventevole. La piccola

faccia era diventata d'un colore cinereo, le labbra s'erano

illividite, gli occhi s'erano come appassiti, appannati, spenti. La

povera creatura pareva sotto l'azione d'un veleno violento.

Mi raccontava mia madre, con la voce interrotta:

--Un'ora fa, stava quasi bene. Tossiva sì, ma non aveva altro. Mi sono

allontanata, ho lasciata qui Anna. Credevo di ritrovarlo addormentato.

Pareva che gli fosse venuto il sonno.... Torno e lo vedo in questo

stato. Sentilo: è quasi freddo!

Io gli toccai la fronte, una guancia. La temperatura della pelle era

in fatti diminuita.

--E il medico?

--Non è ancora venuto! Ho mandato a chiamarlo.

--Un uomo a cavallo ci voleva.

--Sì, è andato Ciriaco.

--A cavallo? Sei sicura? Non c'è tempo da perdere.

Non era una simulazione la mia. Ero sincero. Non potevo lasciar morire

così quell'innocente, senza soccorrerlo, senza fare un tentativo per

salvarlo. D'innanzi a quell'aspetto quasi cadaverico, mentre il mio

delitto stava per compiersi, la pietà, il rimorso, il dolore mi

afferrarono l'anima. Non ero meno smanioso di mia madre, aspettando il

medico. Sonai il campanello. Si presentò un domestico.

--È partito Ciriaco?

--Sì, signore.

--A piedi?

--No, signore; in calesse.

Federico sopraggiunse, ansante.

--Che è accaduto?

Gridò mia madre, sempre curva su la culla:

--Il bambino muore!

Federico accorse, guardò.

--Soffoca--egli disse.--Non vedete? Non respira più.

E afferrò il bambino, lo tolse dalla culla, lo sollevò, lo scosse.

--No, no! Che fai? Tu l'uccidi--gridò mia madre.

In quel punto la porta s'aprì e una voce annunziò:

--Il medico.

Entrò il dottor Jemma.

--Stavo per arrivare. Ho incontrato il calesse. Che c'è?

Senza aspettare la risposta, s'avvicinò a mio fratello che teneva

ancora su le braccia Raimondo; glie lo levò, l'esaminò, si oscurò in

viso. Disse:

--Calma! Calma! Bisogna sfasciarlo.

E lo posò sul letto della nutrice, aiutò mia madre a toglierlo dalle

fasce.

Il corpicciuolo nudo apparve. Aveva lo stesso colore cinereo del

volto. Le estremità pendevano rilasciate, flosce. La mano grassa del

medico palpò la pelle qua e là.

--Fategli qualche cosa, dottore!--supplicava mia madre.--Salvatelo!

Ma il medico pareva irresoluto. Tastò il polso, appoggiò l'orecchio

sul petto, mormorò:

--Un vizio del cuore.... Impossibile.

Domandò:

--Ma com'è sopravvenuto questo cambiamento? All'improvviso?

Mia madre volle raccontargli come, ma prima di finire scoppiò a

piangere. Il medico si risolse a far qualche tentativo. Cercò di

scuotere il torpore in cui era immerso il bambino, cercò di eccitarlo

a gridare, di produrre il vomito, di richiamare un moto respiratorio

energico. Mia madre stava a guardarlo, con gli occhi sbarrati da cui

sgorgavano le lacrime.

--Giuliana lo sa?--mi chiese mio fratello.

--No, forse no.... forse ha indovinato.... forse Cristina.... Resta

qui tu. Corro a vedere; poi torno.

Guardai il bambino tra le mani del medico, guardai mia madre; uscii

dalla stanza; corsi a Giuliana. D'innanzi alla porta mi fermai: "Che

le dirò? Le dirò il vero?" Entrai, vidi che Cristina era nel vano

della finestra; mi presentai nell'alcova, che le cortine ora

chiudevano. Ella stava rattratta sotto le coperte. Essendomi

avvicinato, m'accorsi ch'ella tremava come nel ribrezzo della febbre.

--Giuliana, vedi: sono qui.

Ella si scoperse, e volse la faccia verso di me. Mi domandò sotto

voce:

--Vieni _di là_?

--Sì.

--Dimmi tutto.

Io m'ero chinato su lei; e ci parlavamo da vicino, sommessamente.

--Sta male.

--Molto?

--Sì, molto.

--Muore?

--Chi sa! Forse.

Ella con un moto subitaneo mise fuori le braccia e mi si avviticchiò

al collo. La mia guancia premeva la sua; e io la sentivo tremare,

sentivo la gracilità di quel povero petto malato; e dentro mi

balenavano, mentre stavo così stretto da lei, visioni della stanza

lontana: vedevo gli occhi del bambino appassiti appannati opachi, le

labbra livide; vedevo scorrere le lacrime di mia madre. Nessuna gioia

era in quell'allacciamento. Il mio cuore era serrato; la mia anima era

disperata ed era _sola_, così china su l'abisso oscuro di quell'altra

anima.

L'Innocente · 第 66 / 72 题