XLIX.

Quando la sera cadde, Raimondo non viveva più. Tutti i segni d'una

intossicazione acuta di acido carbonico erano in quel corpicciuolo

incadaverito. La piccola faccia era livida, quasi plumbea; il naso era

affilato; le labbra avevano una cupa tinta cerulea; un po' di bianco

opaco s'intravedeva di sotto alle palpebre ancora semichiuse; su una

coscia, presso l'inguine, appariva una chiazza rossastra. Pareva che

fosse già incominciato il disfacimento, tanto era miserabile l'aspetto

di quella carne infantile che poche ore innanzi tutta rosea e tenera

le dita di mia madre avevano accarezzata.

Mi rombavano negli orecchi i gridi, i singhiozzi, le parole insensate

che mia madre proferiva mentre Federico e le donne la trasportavano

fuori.

--Nessuno lo tocchi, nessuno lo tocchi! Io voglio lavarlo, io voglio

fasciarlo.... io....

Nulla più. I gridi erano cessati. Giungeva a quando a quando uno

sbattere di usci. Ero là, solo. Anche il medico era nella stanza; ma

io ero solo. Qualche cosa di straordinario avveniva in me; ma io non

ci vedevo ancora.

--Andate--mi disse il medico, dolcemente, toccandomi una

spalla--andate via di qui. Andate.

Io fui docile; obedii. M'allontanavo per l'andito con lentezza, quando

mi sentii di nuovo toccare. Ed era Federico; e mi abbracciò. Ma io non

piansi, non provai una commozione forte, non compresi le parole

ch'egli proferiva. Udii però nominare Giuliana.

--Conducimi da Giuliana--gli dissi.

Misi il braccio sotto il suo, mi lasciai condurre come un cieco.

Quando fummo dinnanzi alla porta, gli dissi:

--Lasciami.

Egli mi strinse forte il braccio; poi mi lasciò. Entrai solo.

L'Innocente · 第 67 / 72 题