XLVI.

Il dottore diceva:

--Non c'è nessun motivo d'inquietudine. Si tratta d'un raffreddore

leggerissimo. I bronchi sono liberi.

Egli si chinò di nuovo sul petto denudato di Raimondo ad ascoltare.

--Manca assolutamente qualunque rumore. Potete assicurarvene voi

stesso, col vostro orecchio--soggiunse volgendosi a me.

Anch'io appoggiai l'orecchio sul fragile petto, e ne sentii il tepore

blando.

--In fatti....

E guardai mia madre che trepidava dall'altra parte della culla.

I soliti sintomi della bronchite mancavano. Il bambino era tranquillo,

aveva qualche lieve accesso di tosse a lunghi intervalli, prendeva il

latte con la frequenza consueta, dormiva d'un sonno grave ed eguale.

Io stesso, ingannato dalle apparenze, dubitavo: "Dunque il mio

tentativo è stato inutile. Pare ch'egli non debba morire. Che vita

tenace!" E mi tornò il rancore primitivo contro di lui, più acre. Il

suo aspetto calmo e roseo mi esasperò. Avevo dunque sofferto tutte

quelle angosce, m'ero esposto a quel pericolo per nulla! Si mesceva

alla mia collera sorda una specie di stupore superstizioso per la

straordinaria tenacità di quella vita: "Credo che non avrò il coraggio

di ricominciare. E allora? Sarò io la sua vittima; e non potrò

sfuggirgli." E il piccolo fantasma perverso, il fanciullo bilioso e

felino, pieno d'intelligenza e d'istinti malvagi, mi riapparve; di

nuovo mi fissò con i suoi duri occhi grigi, in atto di sfida. E le

scene terribili nell'ombra delle stanze deserte, le scene che aveva un

tempo create la mia imaginazione ostile, mi si ripresentarono; di

nuovo assunsero il rilievo, il movimento, tutti i caratteri della

realtà.

Era una giornata bianca, con un presentimento di neve. L'alcova di

Giuliana mi parve ancora un rifugio. L'intruso non doveva uscire dalla

sua stanza, non poteva venire a perseguitarmi fin là dentro. E io

m'abbandonai tutto alla mia tristezza senza nasconderla.

Pensavo, guardando la povera malata: "Ella non guarirà, non si

leverà." Le strane parole della sera innanzi mi tornavano alla

memoria, mi turbavano. Senza dubbio, l'intruso era per lei un

carnefice com'era per me. Senza dubbio, ella non poteva pensare ad

altro che a lui, morendone a poco a poco. Tutto quel peso su quel

cuore così debole!

Con la discontinuità delle imagini che si svolgono nel sogno, si

risollevavano nel mio spirito alcuni frammenti della vita passata:

ricordi d'un'altra malattia, d'una lontana convalescenza. Mi indugiai

a ricomporre quei frammenti, a ricostrurre quel periodo così dolce e

così doloroso in cui avevo gittato il seme della mia sventura. La

diffusa bianchezza della luce mi rammentava quel pomeriggio lento che

io e Giuliana avevamo passato leggendo un libro di poesia, chinandoci

insieme su la stessa pagina, seguendo con gli occhi la stessa riga. E

io rivedevo il suo indice affilato sul margine e il segno dell'unghia.

_"Accueillez la voix qui persiste

Dans son naïf épithalame.

Allez, rien n'est meilleur à l'âme

Que de faire une âme moins triste!"_

"Io le presi il polso; e chinando il capo lentamente, fino a porre le

labbra nel cavo della sua mano, mormorai:

--Tu.... potresti dimenticare?

Ella mi chiuse la bocca, e pronunziò la sua gran parola:

--Silenzio."

Rivivevo quel lembo di vita, in sensazione reale e profonda; e

continuavo, continuavo a rivivere, giungevo alla mattina della prima

levata, alla mattina terribile. Riudivo la voce ridente e interrotta;

rivedevo il gesto dell'offerta, e lei stesa nella poltrona dopo il

colpo improvviso, e il séguito. Perché la mia anima non poteva più

distaccare da sé quelle imagini? Era vano, era vano il rimpianto.

"_Troppo tardi_."

--A che pensi?--mi chiese Giuliana che forse fino allora, durante il

mio silenzio, non d'altro aveva sofferto che della mia tristezza.

Io non le nascosi il mio pensiero. Ella disse, con una voce che le

usciva dall'intimo petto fioca ma più penetrante d'un grido:

--Ah, io avevo i cieli per te nella mia anima!

Soggiunse, dopo una pausa lunga in cui ella forse aveva assorbito nel

cuore le lacrime che non apparivano:

--Ora, io non posso consolarti! Non c'è consolazione per te né per me;

non ci potrà esser mai.... Tutto è perduto.

Io dissi:

--Chi sa!

E ci guardammo; ed era manifesto che ambedue pensavamo in quel punto

alla medesima cosa: alla possibile morte di Raimondo.

Esitai un istante; e poi volli domandarle, alludendo al dialogo

avvenuto una sera sotto gli olmi:

--Hai pregato Iddio?

La voce mi tremava forte.

Ella rispose (l'udii a pena):

--Sì.

E chiuse gli occhi, e si voltò sul fianco, affondò la testa nel

guanciale, si ritrasse, si ristrinse in sé stessa sotto le coperte,

come presa da un gran freddo.

L'Innocente · 第 64 / 72 题