XLIV.

S'approssimava la sera. Scesi alla cappella, vidi i preparativi della

Novena: il presepe, i fiori, le candele vergini. Uscii senza sapere

perché; guardai la finestra della stanza di Raimondo. Camminai a passi

rapidi su e giù per lo spiazzo, sperando di domare il tremore

convulso, il freddo acuto che mi penetrava le ossa, le contratture che

mi serravano lo stomaco vacuo.

Era un crepuscolo glaciale, polito, quasi direi tagliente. Un lividore

verdastro si dilatava su l'orizzonte lontano, in fondo alla valle

plumbea ove s'internava l'Assoro tortuoso. Il fiume luccicava, solo.

Uno sgomento repentino m'invase. Pensai: "Ho paura?" Mi pareva che

qualcuno, invisibile, mi guardasse l'anima. Provavo lo stesso

malessere che danno talvolta gli sguardi troppo fissi, magnetici.

Pensai: "Ho paura? Di che? Di compiere l'atto o di essere scoperto da

qualcuno?" Mi sgomentavano le ombre dei grandi alberi, l'immensità del

cielo, i luccichii dell'Assoro, tutte quelle voci vaghe della

campagna. Sonò l'Angelus. Rientrai, quasi di fuga, come inseguito.

Incontrai mia madre nell'andito non ancora illuminato.

--Di dove vieni, Tullio?

--Di fuori. Ho passeggiato un poco.

--Giuliana t'aspetta.

--A che ora comincia la Novena?

--Alle sei.

Erano le cinque e un quarto. Mancavano tre quarti d'ora. Bisognava

vigilare.

--Vado, mamma.

Dopo qualche passo la richiamai.

--Federico non è tornato?

--No.

Salii alla stanza di Giuliana. Ella m'aspettava. Cristina preparava la

piccola tavola.

--Dove sei stato fino a ora?--mi chiese la povera malata, con un lieve

tono di rimprovero.

--Sono stato là, con Maria, con Natalia.... Sono stato a vedere la

cappella.

--Già, stasera comincia la Novena--ella mormorò tristamente, accorata.

--Di qui potrai sentire forse i suoni.

Ella restò pensosa per qualche istante. Mi sembrò molto triste, d'una

di quelle tristezze un po' molli che rivelano un cuore gonfio di

pianto, un bisogno di lacrime.

--A che pensi?--le chiesi.

--Mi ricordo del mio primo Natale alla Badiola. Te ne ricordi tu?

Ella era tenera e commossa; e richiamava la mia tenerezza, si

abbandonava a me per essere blandita, per essere cullata, perché io le

premessi il cuore e le bevessi le lacrime. Conoscevo quei suoi

languori dolenti, quei suoi affanni indefiniti. Ma pensavo, ansioso:

"Bisogna che lo non la secondi. Bisogna che io non mi lasci legare. Il

tempo fugge. Se ella mi prende, mi sarà difficile distaccarmi da lei.

Se ella piange, io non potrò allontanarmi. Bisogna che io mi contenga.

Il tempo precipita. Chi rimarrà a guardia di Raimondo? Non mia madre,

certo. Probabilmente la nutrice. Tutti gli altri si raccoglieranno

nella cappella. Qui metterò Cristina. Io sarò sicuro. Il caso non

potrebbe essermi più favorevole. Bisogna che fra venti minuti io sia

libero."

Evitai di eccitare la malata, finsi di non comprenderla, non

corrisposi alle sue effusioni, cercai di distrarla con oggetti

materiali, feci in modo che Cristina non ci lasciasse soli come nelle

altre sere d'intimità, mi occupai della cena con esagerata premura.

--Perché stasera non mangi con me?--ella mi chiese.

--Non posso prender nulla, ora; non sto bene. Mangia tu qualche cosa;

ti prego!

Per quanti sforzi io facessi non riuscivo a dissimulare interamente

l'ansietà che mi divorava. Più volte ella mi guardò con l'intenzione

manifesta di penetrarmi. Poi d'un tratto s'accigliò, diventò

taciturna. Toccò a pena a pena qualche cibo, bagnò a pena a pena le

labbra nel bicchiere. Io raccolsi tutto il mio coraggio allora, per

andarmene. Finsi di aver udito il rumore d'una vettura. Mi misi in

ascolto, dissi:

--Forse è tornato Federico. Ho bisogno di vederlo subito.... Permetti

che vada giù un momento. Rimane qui Cristina.

La vidi alterata nel volto come chi sia per rompere in un pianto. Non

aspettai il suo consenso. Uscii in fretta; ma non trascurai di

ripetere a Cristina che rimanesse fino a che io non fossi risalito.

A pena fuori, fui costretto a fermarmi per resistere alla soffocazione

dell'ambascia. Pensai: "Se non riesco a dominare i miei nervi, tutto è

perduto." Tesi l'orecchio, ma non udii se non il rombo delle mie

arterie. M'avanzai per l'andito fino alle scale. Non incontrai

nessuno. La casa era silenziosa. Pensai: "Tutti già sono nella

cappella, anche i domestici. Non c'è nulla da temere." Aspettai due o

tre minuti ancora, per ricompormi. In quei due o tre minuti

l'intensione del mio spirito cadde. Ebbi uno smarrimento strano. Mi

passarono pel cervello pensieri vaghi, insignificanti, estranei

all'atto che stavo per compiere. Contai macchinalmente i balaustri

della ringhiera.

"Certo Anna è rimasta. La stanza di Raimondo non è lontana dalla

cappella. I suoni annunzieranno il principio della Novena." Mi diressi

verso la porta. Prima di giungervi, udii il preludio delle cornamuse.

Entrai senza esitare. Non m'ero ingannato.

Anna stava in piedi, presso la sua sedia, atteggiata in modo così vivo

ch'io subito indovinai ch'ella era allora allora balzata in piedi

udendo le cornamuse della sua montagna, il preludio della pastorale

antica.

--Dorme?--domandai.

Ella m'accennò di sì col capo.

I suoni continuavano, velati dalla distanza, dolci come in un sogno,

un po' rochi, lunghi, lenti. Le voci chiare delle ceramelle modulavano

la melodia ingenua e indimenticabile su l'accompagnamento delle

cornamuse.

--Va anche tu alla Novena--io le dissi.--Resto io qui. Da quanto tempo

s'è addormentato?

--Ora.

--Va, va dunque alla Novena.

Gli occhi le brillarono.

--Vado?

--Sì. Resto io qui.

Le aprii la porta io stesso; la chiusi dietro di lei. Corsi verso la

culla, su la punta dei piedi; guardai da presso. L'Innocente dormiva

nelle sue fasce, supino, tenendo le piccole mani chiuse a pugno col

pollice in dentro. A traverso il tessuto delle palpebre apparivano per

me le sue iridi grige. Ma non sentii sollevarmi dal profondo nessun

impeto cieco di odio né d'ira. La mia avversione contro di lui fu meno

acre che nel passato. Mi mancò quell'impulso istintivo che più d'una

volta avevo sentito correre fino alle estremità delle mie dita pronte

a qualunque violenza criminale. Io non obedii se non all'impulso d'una

volontà fredda e lucida, in una perfetta consapevolezza.

Tornai alla porta, la riaprii; m'assicurai che l'andito era deserto.

Corsi allora alla finestra. Mi vennero alla memoria alcune parole di

mia madre; mi balenò il dubbio che Giovanni di Scòrdio potesse

trovarsi là sotto, nello spiazzo. Con infinite precauzioni aprii. Una

colonna d'aria gelata m'investì. Mi sporsi sul davanzale, ad

esplorare. Non vidi nessuna forma sospetta, non udii se non i suoni

della Novena diffusi. Mi ritrassi, mi avvicinai alla culla, vinsi con

uno sforzo l'estrema ripugnanza; presi adagio adagio il bambino,

comprimendo l'ansia; tenendolo discosto dal mio cuore che batteva

troppo forte, lo portai alla finestra; l'esposi all'aria che doveva

farlo morire.

Non mi smarrii; nessuno dei miei sensi s'oscurò. Vidi le stelle del

cielo che oscillavano come se un vento superno le agitasse; vidi i

moti illusorii ma terrifici che la luce mobile della lampada metteva

nella portiera; udii distintamente la ripresa della pastorale, i

latrati d'un cane lontano. Un guizzo del bambino mi fece trasalire.

Egli si svegliava.

Pensai: "Ora piange. Quanto tempo è passato? Un minuto, forse; né pure

un minuto. Basterà quest'impressione breve perché egli muoia? È stato

egli colpito?" Il bambino agitò le braccia d'innanzi a sé, storse la

bocca, l'aprì; tardò un poco a emettere il vagito che mi parve mutato,

più esile, più tremulo, ma forse soltanto perché sonava in un'aria

diversa mentre io l'avevo udito sempre in luoghi chiusi. Quel vagito

esile, tremulo, m'empì di sgomento, mi diede a un tratto una paura

folle. Corsi alla culla, posai il bambino. Tornai alla finestra per

chiuderla; ma prima di chiuderla, mi sporsi sul davanzale, gittai

nell'ombra uno sguardo, non vidi null'altro che le stelle. Chiusi.

Benché incalzato dal pànico, evitai il rumore. E dietro di me il

bambino piangeva, piangeva più forte. "Sono salvo?" Corsi alla porta,

guardai nell'andito, origliai. L'andito era deserto; passava l'onda

lenta dei suoni.

"Sono salvo dunque. Chi può avermi veduto?" Pensai ancora a Giovanni

di Scòrdio, guardando la finestra; ebbi ancora un'inquietudine. "Ma

no, giù non c'era nessuno. Ho guardato due volte." Mi ravvicinai alla

culla, raddrizzai il corpo del bambino, lo copersi con cura,

m'assicurai che nulla era fuor di posto. Ora però avevo una ripugnanza

invincibile ai contatti. Egli piangeva, piangeva. Che potevo fare per

quietarlo? Aspettai.

Ma quel vagito continuo in quella grande stanza solitaria, quel lagno

inarticolato della vittima ignara mi straziava così atrocemente che

non potendo più resistere m'alzai per sottrarmi in qualche modo alla

tortura. Uscii nell'andito, socchiusi la porta dietro di me; rimasi là

vigilando. La voce del bambino giungeva a a pena a pena, si confondeva

nell'onda lenta dei suoni. I suoni continuavano, velati dalla

lontananza, dolci come in un sogno, un po' rochi, lunghi, lenti. Le

voci chiare delle ceramelle modulavano la melodia semplice su

l'accompagnamento delle cornamuse. La pastorale si spandeva per la

grande casa pacifica, giungeva forse alle stanze più remote.--L'udiva

Giuliana? Che pensava, che sentiva Giuliana? Piangeva?

Non so perché, m'entrò nel cuore questa certezza: "Ella piange." E

dalla certezza nacque una visione intensa che mi diede una sensazione

reale e profonda. I pensieri e le imagini che mi attraversavano il

cervello erano incoerenti, frammentarii, assurdi, composti di elementi

che l'uno all'altro non rispondevano, inafferrabili, d'una natura

dubbia. M'assalì la paura della follia. Mi domandai: "Quanto tempo è

passato?" E m'accorsi che avevo completamente smarrita la nozione del

tempo.

I suoni cessarono. Pensai: "La divozione è finita. Anna sta per

risalire. Verrà forse mia madre. Raimondo non piange più!" Rientrai

nella stanza, gittai uno sguardo in torno per assicurarmi ancora una

volta che non rimaneva alcuna traccia dell'attentato. M'appressai alla

culla, non senza un vago timore di trovare il bambino esanime. Egli

dormiva, supino, tenendo le piccole mani chiuse a pugno col pollice in

dentro. "Dorme! È incredibile. Pare che nulla sia accaduto." Quel che

avevo fatto parve assumere l'inesistenza d'un sogno. Ebbi come un

mancamento repentino di pensieri, un intervallo vacuo, aspettando.

A pena riconobbi nell'andito il passo greve della nutrice, le andai in

contro. Mia madre non la seguiva. Senza guardarla in faccia, le dissi:

--Dorme ancora.

E m'allontanai rapidamente: salvo!

L'Innocente · 第 62 / 72 题