La mattina dopo, la cerimonia del battesimo si compi senza festa,
senza pompa, per riguardo allo stato di Giuliana. Il bambino fu
portato nella cappella per la comunicazione interna. Mia madre, mio
fratello, Maria, Natalia, miss Edith, la levatrice, la nutrice, il
cavaliere Jemma andarono ad assistere. Io rimasi al capezzale
dell'inferma.
Una grave sonnolenza la teneva. Il respiro le esciva affannato dalla
bocca semiaperta, pallida come la più pallida delle rose fiorite
all'ombra. L'ombra occupava l'alcova. Io pensavo, guardandola: "Dunque
non la salverò? Avevo allontanata la morte; ed ecco, la morte ritorna.
Certo, se non accade un mutamento repentino, ella morirà. Prima,
quando riuscivo a tener lontano da lei Raimondo, quando riuscivo a
darle qualche illusione e qualche oblio con la mia tenerezza, pareva
ch'ella volesse guarire. Ma da che ella vede il figliuolo, da che è
ricominciato il supplizio, va di giorno in giorno perdendosi,
dissanguandosi peggio che se l'emorragia le continuasse. Io assisto
alla sua agonia. Ella non mi ascolta più, non m'obedisce più, come
prima. Da chi le verrà la morte? Da _lui_. Egli, egli l'ucciderà,
sicuramente...." Un'onda di odio mi sorse dalle radici più profonde,
mi parve affluire alle mani tutta con un impulso micidiale. Vidi il
piccolo essere malefico che si gonfiava di latte, che prosperava in
pace, senza alcun pericolo, circondato d'infinite cure. "Mia madre ama
più lui che Giuliana! Mia madre si occupa più di lui che di questa
povera morente! Ah, bisogna che io lo tolga di mezzo, ad ogni costo."
E la visione del delitto già consumato mi balenò dentro: la visione
del morticino in fasce, del piccolo cadavere innocuo su la bara. "Il
battesimo è il suo viatico. E Giovanni lo regge su le sue braccia...."
Una curiosità subitanea mi punse. Lo spettacolo doloroso mi attirò.
Giuliana era ancora assopita. Uscii dall'alcova adagio; uscii dalla
stanza; chiamai Cristina, la misi a guardia; poi mi diressi verso il
coretto, a passo veloce, con un'ansia che mi soffocava.
L'usciuolo era aperto. Scorsi un uomo inginocchiato d'innanzi alla
grata. Riconobbi Pietro, il vecchio servitore fedele, quello che
m'aveva veduto nascere ed aveva assistito al mio battesimo. Egli si
levò, con un po' di pena.
--Rimani, rimani, Pietro--gli dissi sotto voce, mettendogli una mano
su la spalla per costringerlo a inginocchiarsi di nuovo.
E m'inginocchiai al suo fianco, appoggiai la fronte alla grata,
guardai nella cappella sottoposta. Vedevo tutto, con una chiarezza
perfetta; udivo le formule rituali.
La cerimonia era già incominciata. Seppi da Pietro che il bambino
aveva già ricevuto il sale. Era ministro il parroco di Tussi, don
Gregorio Artese. Questi e il patrino recitavano ora il Credo: l'uno a
voce alta, l'altro a voce bassa di séguito. Giovanni reggeva il
bambino sul braccio destro, su la mano che il giorno innanzi aveva
seminato il frumento. La sinistra posava tra i nastri e i merletti
candidi. E quelle mani ossute, asciutte, brune, che parevano fuse in
un bronzo animato, quelle mani incallite su gli strumenti
dell'agricoltura, santificate dal bene che avevano sparso, dalla vasta
opera che avevano fornita, ora nel reggere quell'infante avevano una
delicatezza e quasi una timidezza così gentili che io non potevo
desistere dal guardarle. Raimondo non piangeva; moveva di continuo la
bocca piena d'una bava liquida che gli colava pel mento sul bavaglio
trapunto.
Dopo l'esorcismo, il parroco bagnò il dito nella saliva e toccò i
piccoli orecchi rosei proferendo la parola miracolosa:
--_Ephpheta._
Quindi toccò le nari dicendo:
--_In odorem suavitatis...._
Quindi intinse il pollice nell'olio dei Catacumeni; e, mentre Giovanni
teneva supino su le sue braccia l'infante, unse a questi in modo di
croce il sommo del petto; e, come Giovanni lo rivolse prono, unse il
sommo del dorso tra le scapole, in modo di croce, dicendo:
--_Ego te linio oleo salutis in Christo Jesu Domino nostro...._
E con un fiocco di bambagia deterse le parti che aveva unte.
Allora depose la stola paonazza, il colore della doglia e della
tristezza; e prese la stola bianca in segno di gioia, ad annunziare
che la macchia originale stava per essere cancellata. E chiamò
Raimondo per nome, e gli rivolse le tre domande solenni. E il patrino
rispose:
--_Credo, credo, credo._
La cappella era singolarmente sonora. Da una delle alte finestre ovali
entrava una zona di sole andando a ferire una lapide marmorea del
pavimento sotto il quale erano i sepolcri profondi ove molti dei miei
maggiori dormivano in pace. Mia madre e mio fratello stavano l'una
accanto all'altro, dietro a Giovanni; Maria e Natalia si sollevavano
su la punta dei piedi per giungere a vedere il piccolo, curiose, di
tratto in tratto sorridendo e bisbigliando fra loro. Giovanni si
volgeva un poco, qualche volta, a quei bisbigli, con un atto benigno
in cui si mostrava tutta l'ineffabile tenerezza senile verso i
fanciulli traboccante da quel gran cuore di avo abbandonato.
--_Raymunde, vis baptizari?_--domandò il ministro.
--_Volo_--rispose il patrino, ripetendo la parola suggerita.
Il chierico presentò il bacile d'argento ove luccicava l'acqua
battesimale. Mia madre tolse la cuffia al battezzando, mentre il
patrino lo porgeva prono all'abluzione. Il capo rotondo, su cui potei
distinguere le eruzioni biancastre della crosta lattea, penzolò verso
il bacile. E il parroco, attingendo l'acqua con un vascolo, la versò
tre volte su quel capo, facendo ogni volta il segno della croce.
--_Ego te baptizo in nomine Patris, et Filii, et Spiritus sancti._
Raimondo si mise a vagire forte; più forte mentre gli asciugavano il
capo. E, come Giovanni lo risollevò, io vidi quel viso arrossato
dall'afflusso di sangue e dallo sforzo, aggrinzato dai moti della
bocca, macchiato di bianchiccio anche su la fronte. Ed ebbi dai vagiti
pur sempre la stessa sensazione di laceramento doloroso, la stessa
esasperazione d'ira. Nulla di lui m'irritava quanto la voce, quanto
quel miagolio ostinato che mi aveva ferito così crudamente la prima
volta nell'alba lugubre d'ottobre. Era per i miei nervi un urto
intollerabile.
Il prete intinse il pollice nel sacro Crisma ed unse la fronte al
battezzato, recitando la formula rituale che i vagiti coprivano.
Quindi gli impose la veste bianca, il simbolo dell'Innocenza.
--_Accipe vestem candidam...._
Diede quindi al patrino il cero benedetto.
--_Accipe lampadem ardentem...._
L'Innocente si quietò. I suoi occhi si fissarono su la fiammella che
tremolava in cima al lungo cero dipinto. Giovanni di Scòrdio reggeva
sul braccio destro il nuovo cristiano e nella mano sinistra il simbolo
del fuoco divino, con un'attitudine semplice e grave, guardando il
sacerdote che recitava la formula. Egli avanzava di tutto il capo gli
astanti. Nessuna cosa d'in torno era candida come la sua canizie, né
pure la veste dell'Innocente.
--_Vade in pace, et Dominus sit tecum._
--_Amen._
Mia madre prese dal braccio del vecchio l'Innocente, se lo strinse al
petto, lo baciò. Mio fratello anche lo baciò. Tutti gli astanti, l'un
dopo l'altro, lo baciarono.
Pietro, al mio fianco, ancora in ginocchio, piangeva. Sconvolto, fuori
di me, balzai in piedi, uscii, attraversai di corsa gli anditi, entrai
all'improvviso nella stanza di Giuliana.
Cristina mi domandò sotto voce, sbigottita:
--Che è accaduto, signore?
--Nulla, nulla. È sveglia?
--No, signore. Pare che dorma.
Discostai le cortine, entrai adagio nell'alcova. Da prima nell'ombra
non scorsi se non il biancore del guanciale. M'appressai, mi chinai.
Giuliana teneva gli occhi aperti, e mi guardava fissamente. Forse
indovinò al mio aspetto tutte le mie angosce; ma non parlò. Richiuse
gli occhi, come per non riaprirli più.