XXXIX.

Incominciò da quel giorno l'ultimo periodo precipitoso di quella

lucida demenza che doveva condurmi al delitto. Incominciò da quel

giorno la premeditazione del mezzo più facile e più sicuro per far

morire l'Innocente.

Fu una premeditazione fredda, acuta e assidua che assorbì tutte le mie

facoltà interiori. L'idea fissa mi possedeva intero, con una forza e

una tenacità incredibili. Mentre tutto il mio essere si agitava in un

orgasmo supremo, l'idea fissa lo dirigeva allo scopo come su per una

lama d'acciaio chiara, rigida, senza fallo. La mia perspicacia pareva

triplicata. Nulla mi sfuggiva, dentro e fuori di me. La mia

circospezione non si rilasciò mai un istante. Nulla io dissi, nulla io

feci che potesse destare sospetto, muovere stupore. Simulai,

dissimulai senza tregua, non soltanto verso mia madre, mio fratello,

gli altri inconsapevoli, ma anche verso Giuliana.

Io mi mostrai a Giuliana rassegnato, pacificato, talvolta quasi

immemore. Evitai studiosamente qualunque allusione all'intruso. Cercai

in tutti i modi rianimarla, inspirarle fiducia, indurla all'osservanza

delle norme che dovevano renderle la salute. Moltiplicai le mie

premure. Volli avere per lei tenerezze così profonde e così obliose

che ella potesse in quelle rigustare i sapori della vita più freschi e

più sinceri. Ancora una volta ebbi la sensazione di trasfondermi nel

corpo fragile dell'inferma, di comunicarle un po' della mia forza, di

dare un impulso al suo debole cuore. Pareva che io la spingessi a

vivere di giorno in giorno, quasi insufflandole un vigore fittizio,

nell'attesa dell'ora tragica e liberatrice. Ripetevo dentro di me:

"Domani!" E il domani giungeva, trascorreva, si dileguava senza che

l'ora fosse scoccata. Ripetevo: "Domani!"

Ero convinto che la salvezza della madre stesse nella morte del

figliuolo. Ero convinto che, scomparso l'intruso, ella sarebbe

guarita. Pensavo: "Ella non potrebbe non guarire. Ella risorgerebbe a

poco a poco, rigenerata, con un sangue nuovo. Parrebbe una creatura

nuova, scevra d'ogni impurità. Ambedue ci sentiremo purificati, degni

l'uno dell'altra, dopo una espiazione così lunga e così dolorosa. La

malattia, la convalescenza darebbero al triste ricordo una lontananza

indefinita. E io vorrei cancellare dall'anima di lei perfino l'ombra

del ricordo; vorrei darle il perfetto oblio, nell'amore. Qualunque

altro amore umano parrebbe futile al confronto del nostro, dopo questa

grande prova." La visione dell'avvenire m'accendeva d'impazienza.

L'incertezza mi diveniva intollerabile. Il delitto mi appariva scevro

di orrore. Io mi rimproveravo acremente le perplessità nelle quali

m'indugiavo con troppa prudenza; ma nessun lampo ancora aveva

attraversato il mio cervello, non ero ancor riuscito a trovare il

_mezzo_ sicuro.

Bisognava che Raimondo sembrasse morire di morte naturale. Bisognava

che anche al medico non potesse balenare alcun sospetto. Dei diversi

_metodi_ studiati nessuno mi parve eligibile, praticabile. E intanto,

mentre aspettavo il lampo rivelatore; la trovata luminosa, io mi

sentivo attratto da uno strano fascino verso la vittima.

Spesso entravo all'improvviso nella stanza della nutrice, palpitando

così forte che temevo ella udisse i battiti. Si chiamava Anna; era una

femmina di Montegorgo Pausula; esciva da una grande razza di viragini

alpestri. Aveva talvolta l'aspetto d'una Cibele di rame, a cui

mancasse la corona di torri. Portava la foggia del suo paese: una

gonna di scarlatto a mille pieghe diritte e simmetriche, un busto nero

a ricami d'oro, da cui pendevano due maniche lunghe dove ella di rado

introduceva le braccia. Il suo capo si levava su dalla camicia

bianchissima, oscuro; ma il bianco degli occhi e il bianco dei denti

vincevano d'intensità il candore del lino. Gli occhi parevano di

smalto, rimanevano quasi sempre immobili, senza sguardo, senza sogno,

senza pensiero. La bocca era larga, socchiusa, taciturna, illustrata

da una chiostra di denti fitti ed eguali. I capelli, così neri che

davano riflessi di viola, partiti su la fronte bassa, terminavano in

due trecce dietro gli orecchi attorte come le corna dell'ariete. Ella

stava quasi di continuo assisa reggendo il poppante, in attitudini

statuarie, né triste né lieta.

Io entrava. La stanza per lo più era nell'ombra. Io vedevo

biancheggiare le fasce di Raimondo su le braccia della cupa femmina

possente che mi fissava con quelli occhi d'idolo inanimato senza

parlare e senza sorridere.

Rimanevo là, talvolta, a guardare il poppante appeso alla mammella

rotonda, singolarmente chiara in confronto del viso, rigata di vene

azzurrognole. Poppava ora piano ora forte, ora svogliato ora mosso da

un'avidità subitanea. La guancia molle secondava il moto delle labbra,

la gola palpitava ad ogni sorso, il naso quasi scompariva premuto

dalla mammella gonfia. Mi pareva visibile il benessere sparso per quel

tenero corpo dall'onda di quel latte fresco, sano e sostanziale. Mi

pareva che ad ogni nuovo sorso la vitalità dell'intruso divenisse più

tenace, più resistente, più malefica. Provavo un sordo rammarico nel

notare ch'egli cresceva, ch'egli fioriva, ch'egli non portava in sé

alcun indizio d'infermità tranne quelle lievi croste biancastre

innocue. Pensavo: "Ma tutte le agitazioni, tutte le sofferenze della

madre, mentre egli era ancora nel ventre, non gli hanno nociuto? O

egli ha veramente qualche vizio organico non ancora manifesto, che

potrebbe svilupparsi in séguito e ucciderlo?"

Un giorno, vincendo la ripugnanza, avendolo trovato senza fasce nella

culla, lo palpai, lo esaminai dal capo alle piante, misi l'orecchio

sul suo petto per ascoltargli il cuore. Egli ritraeva le piccole gambe

e poi spingava forte; agitava le mani piene di fossette e di pieghe;

si ficcava in bocca le dita terminate da unghie minuscole che

sporgevano in fuori per un cerchiolino chiaro. Gli anelli della carne

si arrotondavano morbidi ai polsi, ai malleoli, dietro i ginocchi, su

le cosce, su gli inguini, sul pube.

Più volte lo guardai anche mentre dormiva, lo guardai a lungo,

pensando e ripensando al mezzo, distratto dalla visione interiore del

morticino in fasce disteso su la bara tra corone di crisantemi

bianchi, tra quattro candele accese. Egli aveva il sonno calmissimo.

Giaceva supino, tenendo le mani chiuse a pugno col pollice in dentro.

A quando a quando le sue labbra umide facevano l'atto di poppare. Se

mi giungeva al cuore l'innocenza di quel sonno, se l'atto inconscio di

quelle labbra m'impietosiva, io dicevo a me stesso, come per

raffermare il mio proposito: "Deve morire." E mi rappresentavo le

sofferenze già patite per lui, le sofferenze recenti, le imminenti, e

quanto d'affetto egli usurpava a danno delle mie creature, e l'agonia

di Giuliana, e tutti i dolori e tutte le minacce che chiudeva la

nuvola ignota sul nostro capo. E così rinfocolavo la mia volontà

micidiale, così rinnovavo sul dormente la condanna. In un angolo,

all'ombra, stava seduta a custodia la femmina di Montegorgo,

taciturna, immobile come un idolo; e il bianco degli occhi e il bianco

dei denti non lucevano meno dei larghi cerchi d'oro.

L'Innocente · 第 57 / 72 题