Incominciò da quel giorno l'ultimo periodo precipitoso di quella
lucida demenza che doveva condurmi al delitto. Incominciò da quel
giorno la premeditazione del mezzo più facile e più sicuro per far
morire l'Innocente.
Fu una premeditazione fredda, acuta e assidua che assorbì tutte le mie
facoltà interiori. L'idea fissa mi possedeva intero, con una forza e
una tenacità incredibili. Mentre tutto il mio essere si agitava in un
orgasmo supremo, l'idea fissa lo dirigeva allo scopo come su per una
lama d'acciaio chiara, rigida, senza fallo. La mia perspicacia pareva
triplicata. Nulla mi sfuggiva, dentro e fuori di me. La mia
circospezione non si rilasciò mai un istante. Nulla io dissi, nulla io
feci che potesse destare sospetto, muovere stupore. Simulai,
dissimulai senza tregua, non soltanto verso mia madre, mio fratello,
gli altri inconsapevoli, ma anche verso Giuliana.
Io mi mostrai a Giuliana rassegnato, pacificato, talvolta quasi
immemore. Evitai studiosamente qualunque allusione all'intruso. Cercai
in tutti i modi rianimarla, inspirarle fiducia, indurla all'osservanza
delle norme che dovevano renderle la salute. Moltiplicai le mie
premure. Volli avere per lei tenerezze così profonde e così obliose
che ella potesse in quelle rigustare i sapori della vita più freschi e
più sinceri. Ancora una volta ebbi la sensazione di trasfondermi nel
corpo fragile dell'inferma, di comunicarle un po' della mia forza, di
dare un impulso al suo debole cuore. Pareva che io la spingessi a
vivere di giorno in giorno, quasi insufflandole un vigore fittizio,
nell'attesa dell'ora tragica e liberatrice. Ripetevo dentro di me:
"Domani!" E il domani giungeva, trascorreva, si dileguava senza che
l'ora fosse scoccata. Ripetevo: "Domani!"
Ero convinto che la salvezza della madre stesse nella morte del
figliuolo. Ero convinto che, scomparso l'intruso, ella sarebbe
guarita. Pensavo: "Ella non potrebbe non guarire. Ella risorgerebbe a
poco a poco, rigenerata, con un sangue nuovo. Parrebbe una creatura
nuova, scevra d'ogni impurità. Ambedue ci sentiremo purificati, degni
l'uno dell'altra, dopo una espiazione così lunga e così dolorosa. La
malattia, la convalescenza darebbero al triste ricordo una lontananza
indefinita. E io vorrei cancellare dall'anima di lei perfino l'ombra
del ricordo; vorrei darle il perfetto oblio, nell'amore. Qualunque
altro amore umano parrebbe futile al confronto del nostro, dopo questa
grande prova." La visione dell'avvenire m'accendeva d'impazienza.
L'incertezza mi diveniva intollerabile. Il delitto mi appariva scevro
di orrore. Io mi rimproveravo acremente le perplessità nelle quali
m'indugiavo con troppa prudenza; ma nessun lampo ancora aveva
attraversato il mio cervello, non ero ancor riuscito a trovare il
_mezzo_ sicuro.
Bisognava che Raimondo sembrasse morire di morte naturale. Bisognava
che anche al medico non potesse balenare alcun sospetto. Dei diversi
_metodi_ studiati nessuno mi parve eligibile, praticabile. E intanto,
mentre aspettavo il lampo rivelatore; la trovata luminosa, io mi
sentivo attratto da uno strano fascino verso la vittima.
Spesso entravo all'improvviso nella stanza della nutrice, palpitando
così forte che temevo ella udisse i battiti. Si chiamava Anna; era una
femmina di Montegorgo Pausula; esciva da una grande razza di viragini
alpestri. Aveva talvolta l'aspetto d'una Cibele di rame, a cui
mancasse la corona di torri. Portava la foggia del suo paese: una
gonna di scarlatto a mille pieghe diritte e simmetriche, un busto nero
a ricami d'oro, da cui pendevano due maniche lunghe dove ella di rado
introduceva le braccia. Il suo capo si levava su dalla camicia
bianchissima, oscuro; ma il bianco degli occhi e il bianco dei denti
vincevano d'intensità il candore del lino. Gli occhi parevano di
smalto, rimanevano quasi sempre immobili, senza sguardo, senza sogno,
senza pensiero. La bocca era larga, socchiusa, taciturna, illustrata
da una chiostra di denti fitti ed eguali. I capelli, così neri che
davano riflessi di viola, partiti su la fronte bassa, terminavano in
due trecce dietro gli orecchi attorte come le corna dell'ariete. Ella
stava quasi di continuo assisa reggendo il poppante, in attitudini
statuarie, né triste né lieta.
Io entrava. La stanza per lo più era nell'ombra. Io vedevo
biancheggiare le fasce di Raimondo su le braccia della cupa femmina
possente che mi fissava con quelli occhi d'idolo inanimato senza
parlare e senza sorridere.
Rimanevo là, talvolta, a guardare il poppante appeso alla mammella
rotonda, singolarmente chiara in confronto del viso, rigata di vene
azzurrognole. Poppava ora piano ora forte, ora svogliato ora mosso da
un'avidità subitanea. La guancia molle secondava il moto delle labbra,
la gola palpitava ad ogni sorso, il naso quasi scompariva premuto
dalla mammella gonfia. Mi pareva visibile il benessere sparso per quel
tenero corpo dall'onda di quel latte fresco, sano e sostanziale. Mi
pareva che ad ogni nuovo sorso la vitalità dell'intruso divenisse più
tenace, più resistente, più malefica. Provavo un sordo rammarico nel
notare ch'egli cresceva, ch'egli fioriva, ch'egli non portava in sé
alcun indizio d'infermità tranne quelle lievi croste biancastre
innocue. Pensavo: "Ma tutte le agitazioni, tutte le sofferenze della
madre, mentre egli era ancora nel ventre, non gli hanno nociuto? O
egli ha veramente qualche vizio organico non ancora manifesto, che
potrebbe svilupparsi in séguito e ucciderlo?"
Un giorno, vincendo la ripugnanza, avendolo trovato senza fasce nella
culla, lo palpai, lo esaminai dal capo alle piante, misi l'orecchio
sul suo petto per ascoltargli il cuore. Egli ritraeva le piccole gambe
e poi spingava forte; agitava le mani piene di fossette e di pieghe;
si ficcava in bocca le dita terminate da unghie minuscole che
sporgevano in fuori per un cerchiolino chiaro. Gli anelli della carne
si arrotondavano morbidi ai polsi, ai malleoli, dietro i ginocchi, su
le cosce, su gli inguini, sul pube.
Più volte lo guardai anche mentre dormiva, lo guardai a lungo,
pensando e ripensando al mezzo, distratto dalla visione interiore del
morticino in fasce disteso su la bara tra corone di crisantemi
bianchi, tra quattro candele accese. Egli aveva il sonno calmissimo.
Giaceva supino, tenendo le mani chiuse a pugno col pollice in dentro.
A quando a quando le sue labbra umide facevano l'atto di poppare. Se
mi giungeva al cuore l'innocenza di quel sonno, se l'atto inconscio di
quelle labbra m'impietosiva, io dicevo a me stesso, come per
raffermare il mio proposito: "Deve morire." E mi rappresentavo le
sofferenze già patite per lui, le sofferenze recenti, le imminenti, e
quanto d'affetto egli usurpava a danno delle mie creature, e l'agonia
di Giuliana, e tutti i dolori e tutte le minacce che chiudeva la
nuvola ignota sul nostro capo. E così rinfocolavo la mia volontà
micidiale, così rinnovavo sul dormente la condanna. In un angolo,
all'ombra, stava seduta a custodia la femmina di Montegorgo,
taciturna, immobile come un idolo; e il bianco degli occhi e il bianco
dei denti non lucevano meno dei larghi cerchi d'oro.