Il giorno dopo, io e Federico andammo a visitare Giovanni di Scòrdio,
Era l'ultimo pomeriggio di novembre. Andammo a piedi, a traverso i
campi arati.
Camminavamo in silenzio, pensosi. Il sole inclinava all'orizzonte,
lento. Una polvere d'oro impalpabile fluttuava nell'aria quieta sul
nostro capo. La terra umida aveva un color bruno vivace, un aspetto di
possanza tranquilla, quasi direi una pacata consapevolezza della sua
virtù. Dalle glebe saliva un fiato visibile, simile a quello spirante
dalle narici dei buoi. Le cose bianche in quella luce mite assumevano
una straordinaria bianchezza, una candidezza di neve. Una vacca di
lontano, la camicia d'un agricoltore, un telo spaso, le mura d'una
cascina risplendevano come in un plenilunio.
--Sei triste--mi disse Federico dolcemente.
--Sì, amico mio: molto triste. Dispero.
Seguì ancora un lungo silenzio. Dalle fratte stormi d'uccelli si
levavano frullando. Giungeva fioco lo scampanìo d'una mandra lontana.
--Di che disperi?--mi chiese mio fratello, con la stessa benignità.
--Della salvezza di Giuliana, della mia salvezza.
Egli tacque; non proferì nessuna parola di consolazione. Forse il
dolore lo stringeva, dentro.
--Ho un presentimento--soggiunsi.--Giuliana non si leverà.
Egli tacque. Passavamo per un sentiero alberato; e le foglie cadute
stridevano sotto i nostri piedi; e, dove le foglie non erano, il suolo
risonava come per cavità sotterranee, cupo.
--Quando ella sarà morta--soggiunsi--io che farò?
Uno sgomento repentino m'assalse, una specie di pànico; e guardai mio
fratello che taceva accigliato, mi guardai d'in torno per la muta
desolazione di quell'ora diurna; e mai come in quell'ora sentii il
vuoto spaventevole della vita.
--No, no, Tullio--disse mio fratello--Giuliana _non può morire_.
Egli affermava una cosa vana, senza valore alcuno d'innanzi alla
condanna del Destino. E pure egli aveva pronunziato quelle parole con
una semplicità che mi scosse, tanto mi parve straordinaria. Così
talvolta i fanciulli pronunziano a un tratto parole inaspettate e
gravi che ci colpiscono nel mezzo dell'anima; e pare che una voce
fatidica parli per le loro labbra inconsapevoli.
--Leggi nel futuro?--gli domandai, senz'ombra d'ironia.
--No. Ma questo è il mio presentimento; e io ci credo.
Ancora una volta mi venne dal buon fratello un lampo di confidenza;
ancora una volta per lui s'allargò un poco il duro cerchio che mi
serrava il cuore. Il respiro fu breve. Nel resto del cammino egli mi
parlò di Raimondo.
Come giungemmo in vicinanza del luogo ove abitava Giovanni di Scòrdio,
egli scorse nel campo la figura alta del vecchio.
--Guarda! È là. Va seminando. Gli portiamo l'invito in un'ora solenne.
Ci appressammo. Io tremavo forte, dentro di me, come se mi accingessi
a una profanazione. Andavo in fatti a profanare una bella e grande
cosa; andavo a chiedere la paternità spirituale di quel vecchio
venerabile per un figliuolo adulterino.
--Guarda che figura!--esclamò Federico soffermandosi e indicando il
seminatore.--Ha l'altezza d'un uomo, e pure sembra un gigante.
Ci soffermammo dietro un albero, sul limite del campo a guardare.
Intento all'opera, Giovanni non ci aveva ancora veduti.
Egli avanzava pel campo dirittamente, con una lentezza misurata. Gli
copriva il capo una berretta di lana verde e nera con due ali che
scendevano lungo gli orecchi all'antica foggia frigia. Un sàccolo
bianco gli pendeva dal collo per una striscia di cuoio, scendendogli
davanti alla cintura pieno di grano. Con la manca egli teneva aperto
il sàccolo, con la destra prendeva la semenza e la spargeva. Il suo
gesto era largo, gagliardo e sapiente, moderato da un ritmo eguale. Il
grano involandosi dal pugno brillava talvolta nell'aria come faville
d'oro, e cadeva su le porche umide egualmente ripartito. Il seminatore
avanzava con lentezza, affondando i piedi nudi nella terra cedevole,
levando il capo nella santità della luce. Il suo gesto era largo,
gagliardo e sapiente; tutta la sua persona era semplice, sacra e
grandiosa.
Entrammo nel campo.
--Salute, Giovanni!--esclamò Federico, andando incontro al
vecchio.--Sia benedetta la tua semenza. Sia benedetto il tuo pane
futuro.
--Salute!--io ripetei.
Il vecchio tralasciò l'opera; si scoperse il capo.
--Copriti, Giovanni, se non vuoi che ci scopriamo--disse Federico.
Il vecchio si coprì, confuso, quasi timido, sorridendo. Domandò,
umile:
--Perché tanto onore?
Io dissi, con una voce che mi sforzai di rendere ferma:
--Sono venuto a pregarti di tenere a battesimo il mio figliuolo.
Il vecchio mi guardò attonito, poi guardò mio fratello. La sua
confusione crebbe. Egli mormorò:
--A me tanto onore!
--Che mi rispondi?
--Sono il tuo servo. Dio ti renda merito dell'onore che vuoi farmi
oggi e Dio sia lodato per questa gioia che dà alla mia vecchiaia.
Tutte le benedizioni del cielo scendano sul tuo figliuolo!
--Grazie, Giovanni.
E gli stesi la mano. E vidi che quei tristi occhi profondi
s'inumidirono di tenerezza. Il cuore mi si gonfiò d'un'angoscia
smisurata.
Il vecchio mi domandò:
--Come lo chiami?
--Raimondo.
--Come tuo padre, di felice memoria. Quello era un uomo! E voi gli
somigliate.
Disse mio fratello:
--Sei solo a seminare il grano.
--Solo. Io lo getto e io lo ricopro.
E indicò l'erpice e il bidente che rilucevano su la terra bruna. D'in
torno si vedevano i semi non anche ricoperti, i buoni germi delle
spiche future.
Disse mio fratello:
--Continua dunque. Ti lasciamo alla tua opera. Tu verrai domattina
alla Badiola. Addio, Giovanni. Sia benedetta la tua semenza.
Ambedue stringemmo quelle mani infaticabili, santificate dalla semenza
che spargevano, dal bene che avevano sparso. Il vecchio fece l'atto
d'accompagnarci verso la callaia. Ma si soffermò, esitante. Disse:
--Vi chiedo una grazia.
--Parla, Giovanni.
Egli aprì il sacco che gli pendeva dal collo.
--Prendete un pugno di grano e gettatelo nel mio campo.
Io pel primo affondai la mano nel frumento, ne presi quanto potei, lo
sparsi. Mio fratello m'imitò.
--Questo ora vi dico--soggiunse Giovanni di Scòrdio, con la voce
commossa, guardando la terra seminata.--Dio voglia che il mio
figlioccio sia buono come il pane che nascerà da questa semenza. Così
sia.