Il dottor Jemma, cavaliere del Sacro Sepolcro di Gerusalemme, un bel
vecchio gioviale, portò a Giuliana in dono matutino un mazzo di
crisantemi bianchi.
--Oh, i fiori che io prediligo!--disse Giuliana.--Grazie.
Prese il mazzo, lo guardò a lungo insinuandovi le dita affilate: e una
triste rispondenza correva tra il suo pallore e il pallore dei fiori
autunnali. Erano crisantemi ampii come rose aperte, folti, grevi;
avevano il colore delle carni malaticce, esangui, quasi disfatte, la
bianchezza livida che copre le guance delle piccole mendicanti
intirizzite dal gelo. Alcuni portavano lievissime venature violacee,
altri pendevano un poco nel giallo, delicatamente.
--Tieni--ella mi disse.--Mettili nell'acqua.
Era di mattina; era di novembre; era di poco trascorso l'anniversario
d'un giorno nefasto che quei fiori rammemoravano.
_Che farò senza Euridice?..._
Mi sonò nella memoria l'aria di Orfeo, mentre mettevo in un vaso i
crisantemi bianchi. Si risollevarono nel mio spirito alcuni frammenti
della scena singolare accaduta un anno innanzi; e rividi Giuliana in
quella luce dorata e tepida, in quel profumo così molle, in mezzo a
tutti quelli oggetti improntati di grazia feminile, dove il fantasma
della melodia antica pareva mettere il palpito d'una vita segreta,
spandere l'ombra d'un non so che mistero.--Avevano suscitato anche in
lei qualche ricordo quei fiori?
Una mortale tristezza mi pesava su l'anima, una tristezza d'amante
inconsolabile. L'Altro ricomparve. I suoi occhi erano grigi come
quelli dell'intruso.
Il dottore mi disse, dall'alcova:
--Potete aprire la finestra. È bene che la stanza sia molto aerata,
che entri molto sole.
--Oh sì, sì, apri!--esclamò l'inferma.
Apersi. In quel punto entrò mia madre con la nutrice che portava su le
braccia Raimondo. Io restai fra le tende, mi chinai sul davanzale,
guardai la campagna. Udivo dietro di me le voci familiari.
Era sul finire di novembre, era già passata anche l'estate dei morti.
Una grande chiarità vacua si spandeva su la campagna umida, sul
lineamento nobile e pacato dei colli. Sembrava che per le cime degli
oliveti indistinte vagasse un vapore argenteo. Qualche filo di fumo
qua e là biancicava al sole. Ora sì ora no il vento portava un crepito
di foglie labili. Il resto era silenzio e pace.
Io pensavo: "Perché ella cantava, quella mattina? Perché udendola
provai quel turbamento, quell'ansietà? Ella mi pareva _un'altra
donna_. Amava ella dunque colui? A quale stato del suo animo
rispondeva quell'effusione insolita? Ella cantava, perché amava. Forse
anche m'inganno. Ma non saprò mai il vero!" Non era più la torbida
gelosia dei sensi ma un rammarico più alto, che mi si partiva dal
centro dell'anima. Pensavo: "Quale ricordo ha ella di colui? Quante
volte il ricordo l'ha punta? Il figlio è un legame vivente. Ella
ritrova in Raimondo qualche cosa dell'uomo che l'ha posseduta: ella
ritroverà somiglianze più certe. Non è possibile ch'ella dimentichi il
padre di Raimondo. Forse ella lo ha sempre d'avanti agli occhi. Che
proverebbe se lo sapesse condannato?"
E m'indugiai nell'imaginare i progressi della paralisi, nel formare
dentro di me imagini di colui a similitudine di quelle che mi dava il
ricordo del povero Spinelli. E me lo rappresentavo seduto su una gran
poltrona di cuoio rosso, pallido d'un pallor terreo, con tutti i
lineamenti della faccia irrigiditi, con la bocca dilatata e aperta,
piena di saliva e d'un balbettio incomprensibile. E lo vedevo fare ad
ogni tratto sempre il medesimo gesto per raccogliere in un fazzoletto
quella saliva continua che gli colava dagli angoli della bocca....
--Tullio!
Era la voce di mia madre. Mi volsi, andai verso l'alcova.
Giuliana stava supina, molto abbattuta, silenziosa. Il dottore
esaminava sul capo del bambino un principio di crosta lattea.
--Faremo dunque il battesimo dopo domani--disse mia madre.--Il dottore
crede che Giuliana dovrà rimanere ancora qualche tempo a letto.
--Come la trovate, dottore?--domandai al vecchio, accennando
l'inferma.
--Mi pare che ci sia un po' di sosta nel miglioramento--rispose,
scotendo la bella testa canuta.--La trovo debole, molto debole.
Bisogna accrescere la nutrizione, fare qualche sforzo....
Giuliana interruppe, guardandomi con un sorriso stanchissimo:
--M'ha ascoltato il cuore.
--E bene?--io chiesi, volgendomi subito al vecchio.
Mi parve di vedergli passare su la fronte un'ombra.
--È un cuore sanissimo--rispose subito.--Non ha bisogno che di
sangue.... e di tranquillità. Su, su, animo! Come va l'appetito
stamani?
L'anemica mosse le labbra a un atto quasi di disgusto. Fissava la
finestra aperta quel lembo di cielo delicato.
--È una giornata fredda, oggi?--domandò con una specie di timidezza,
ritraendo le mani sotto le coperte.
E rabbrividì visibilmente.