Uno strano rammarico mi pungeva, ora che l'inferma andava di giorno in
giorno migliorando. Mi si moveva in fondo al cuore un vago rimpianto
verso i tristi giorni grigi passati dentro l'alcova, mentre giungeva
cupa dalle campagne autunnali la monotonia della pioggia. Quelle
mattine, quelle sere, quelle notti, benché penose, avevano una loro
grave dolcezza. La mia opera di carità mi pareva ogni giorno più
bella. Un'abondanza d'amore m'inondava l'anima e sommergeva talvolta i
pensieri oscuri, mi dava talvolta l'oblio della cosa tremenda, mi
suscitava qualche illusione consolante, qualche sogno indefinito.
Provavo io talvolta là dentro un sentimento simile a quello che si
prova nell'ombra delle cappelle segrete: mi sentivo in un rifugio
contro le violenze della vita, contro le occasioni del peccato. Mi
pareva talvolta che le cortine leggère mi separassero da un abisso.
M'assalivano repentine paure dell'ignoto. Ascoltavo nella notte il
silenzio di tutta la casa intorno a me; e vedevo, con gli occhi
dell'anima, in fondo a una stanza remota, al lume d'una lampada, la
culla ove dormiva l'intruso, il diletto di mia madre, il mio erede. Mi
scoteva un gran brivido di orrore; e rimanevo a lungo sbigottito sotto
il balenìo sinistro d'un solo pensiero. Le cortine mi separavano da un
abisso.
Ma ora che Giuliana di giorno in giorno andava migliorando, venivano a
mancare le ragioni dell'isolamento; e a poco a poco la comune vita
domestica invadeva la stanza tranquilla. Mia madre, mio fratello,
Maria, Natalia, miss Edith entravano assai più spesso, si trattenevano
assai più a lungo. Raimondo s'imponeva alla tenerezza materna. Non era
più possibile né a me né a Giuliana evitarlo. Bisognava prodigargli i
baci, sorridergli. Bisognava simulare e dissimulare con arte, patire
tutte le più raffinate crudeltà del caso, lentamente perire.
Nutrito d'un latte sano e sostanziale, circondato d'infinite cure,
Raimondo perdeva a poco a poco quel suo aspetto di cosa ributtante,
incominciava a ingrossarsi, a sbiancarsi, a prendere forme più chiare,
a tenére bene aperti i suoi occhi grigi. Ma tutti i suoi moti m'erano
odiosi, dall'atto delle labbra intorno il capezzolo all'agitazione
confusa delle piccole mani. Mai gli riconobbi una grazia, un vezzo;
mai ebbi per lui un pensiero che non fosse ostile. Quando ero
costretto a toccarlo, quando mia madre me lo porgeva perché io lo
baciassi, provavo per tutta la pelle lo stesso raccapriccio che
m'avrebbe dato il contatto d'un animale immondo. Tutte lo fibre si
ribellavano; e i miei sforzi erano disperati.
Ogni giorno mi recava un supplizio nuovo; e mia madre era il gran
carnefice. Una volta, rientrando nella stanza all'improvviso e
discostando le cortine dell'alcova, scorsi sul letto il bambino posato
a fianco di Giuliana. Non c'era nessuno presente. Eravamo là riuniti
noi tre soli. Il bambino, stretto nelle fasce bianche, dormiva
tranquillo.
--L'ha lasciato qui la mamma--balbettò Giuliana.
Io fuggii come un pazzo.
Un'altra volta Cristina venne a chiamarmi. La seguii nella camera
della culla. Mia madre stava là seduta tenendo su le ginocchia il
bambino ignudo.
--Te l'ho voluto far vedere prima d'infasciarlo--ella mi
disse.--Guarda!
Il bambino sentendosi libero agitava le gambe e le braccia,
stravolgeva in qua e in là gli occhi, si ficcava le dita nella bocca
sbavazzando. Ai polsi, ai malleoli, dietro le ginocchia, su gli
inguini la carne si arrotondava in anelli, velata di cipria; sul
ventre gonfio l'ombelico era ancora sporgente, deforme, bianco di
cipria. Le mani di mia madre palpavano con delizia le minute membra,
mi mostravano a una a una tutte le particolarità, s'indugiavano su
quella pelle nitida e liscia pel bagno recente. E pareva che il
bambino ne godesse.
--Senti, senti com'è già sodo!--diceva ella, invitandomi a palparlo.
E bisognò ch'io lo toccassi.
--Senti come pesa!
E bisognò che io lo sollevassi, che io sentissi palpitare quel
corpicciuolo tiepido e morbido tra le mie mani invase da un tremito
che non era di tenerezza.
--Guarda!
E mia madre sorridendo strinse tra l'indice e il pollice le papille su
quel petto delicato che chiudeva la vita tenace degli esseri malefici.
--Amore, amore, amore della nonna!--ella ripeteva, vellicando con un
dito il mento del bambino che non sapeva ridere.
La cara testa grigia, che s'era già reclinata col medesimo atto su due
culle benedette, ora un poco più canuta si reclinava inconsapevole sul
figliuolo d'un altro, su un intruso. Mi pareva che ella non si fosse
mostrata così tenera verso Maria, verso Natalia, verso le vere
creature del mio sangue.
Ella stessa volle fasciarlo. Gli fece sul ventre il segno della croce.
--Non sei ancora cristiano!
E volgendosi a me:
--Bisogna che fissiamo oramai il giorno del battesimo.