XXXV.

Uno strano rammarico mi pungeva, ora che l'inferma andava di giorno in

giorno migliorando. Mi si moveva in fondo al cuore un vago rimpianto

verso i tristi giorni grigi passati dentro l'alcova, mentre giungeva

cupa dalle campagne autunnali la monotonia della pioggia. Quelle

mattine, quelle sere, quelle notti, benché penose, avevano una loro

grave dolcezza. La mia opera di carità mi pareva ogni giorno più

bella. Un'abondanza d'amore m'inondava l'anima e sommergeva talvolta i

pensieri oscuri, mi dava talvolta l'oblio della cosa tremenda, mi

suscitava qualche illusione consolante, qualche sogno indefinito.

Provavo io talvolta là dentro un sentimento simile a quello che si

prova nell'ombra delle cappelle segrete: mi sentivo in un rifugio

contro le violenze della vita, contro le occasioni del peccato. Mi

pareva talvolta che le cortine leggère mi separassero da un abisso.

M'assalivano repentine paure dell'ignoto. Ascoltavo nella notte il

silenzio di tutta la casa intorno a me; e vedevo, con gli occhi

dell'anima, in fondo a una stanza remota, al lume d'una lampada, la

culla ove dormiva l'intruso, il diletto di mia madre, il mio erede. Mi

scoteva un gran brivido di orrore; e rimanevo a lungo sbigottito sotto

il balenìo sinistro d'un solo pensiero. Le cortine mi separavano da un

abisso.

Ma ora che Giuliana di giorno in giorno andava migliorando, venivano a

mancare le ragioni dell'isolamento; e a poco a poco la comune vita

domestica invadeva la stanza tranquilla. Mia madre, mio fratello,

Maria, Natalia, miss Edith entravano assai più spesso, si trattenevano

assai più a lungo. Raimondo s'imponeva alla tenerezza materna. Non era

più possibile né a me né a Giuliana evitarlo. Bisognava prodigargli i

baci, sorridergli. Bisognava simulare e dissimulare con arte, patire

tutte le più raffinate crudeltà del caso, lentamente perire.

Nutrito d'un latte sano e sostanziale, circondato d'infinite cure,

Raimondo perdeva a poco a poco quel suo aspetto di cosa ributtante,

incominciava a ingrossarsi, a sbiancarsi, a prendere forme più chiare,

a tenére bene aperti i suoi occhi grigi. Ma tutti i suoi moti m'erano

odiosi, dall'atto delle labbra intorno il capezzolo all'agitazione

confusa delle piccole mani. Mai gli riconobbi una grazia, un vezzo;

mai ebbi per lui un pensiero che non fosse ostile. Quando ero

costretto a toccarlo, quando mia madre me lo porgeva perché io lo

baciassi, provavo per tutta la pelle lo stesso raccapriccio che

m'avrebbe dato il contatto d'un animale immondo. Tutte lo fibre si

ribellavano; e i miei sforzi erano disperati.

Ogni giorno mi recava un supplizio nuovo; e mia madre era il gran

carnefice. Una volta, rientrando nella stanza all'improvviso e

discostando le cortine dell'alcova, scorsi sul letto il bambino posato

a fianco di Giuliana. Non c'era nessuno presente. Eravamo là riuniti

noi tre soli. Il bambino, stretto nelle fasce bianche, dormiva

tranquillo.

--L'ha lasciato qui la mamma--balbettò Giuliana.

Io fuggii come un pazzo.

Un'altra volta Cristina venne a chiamarmi. La seguii nella camera

della culla. Mia madre stava là seduta tenendo su le ginocchia il

bambino ignudo.

--Te l'ho voluto far vedere prima d'infasciarlo--ella mi

disse.--Guarda!

Il bambino sentendosi libero agitava le gambe e le braccia,

stravolgeva in qua e in là gli occhi, si ficcava le dita nella bocca

sbavazzando. Ai polsi, ai malleoli, dietro le ginocchia, su gli

inguini la carne si arrotondava in anelli, velata di cipria; sul

ventre gonfio l'ombelico era ancora sporgente, deforme, bianco di

cipria. Le mani di mia madre palpavano con delizia le minute membra,

mi mostravano a una a una tutte le particolarità, s'indugiavano su

quella pelle nitida e liscia pel bagno recente. E pareva che il

bambino ne godesse.

--Senti, senti com'è già sodo!--diceva ella, invitandomi a palparlo.

E bisognò ch'io lo toccassi.

--Senti come pesa!

E bisognò che io lo sollevassi, che io sentissi palpitare quel

corpicciuolo tiepido e morbido tra le mie mani invase da un tremito

che non era di tenerezza.

--Guarda!

E mia madre sorridendo strinse tra l'indice e il pollice le papille su

quel petto delicato che chiudeva la vita tenace degli esseri malefici.

--Amore, amore, amore della nonna!--ella ripeteva, vellicando con un

dito il mento del bambino che non sapeva ridere.

La cara testa grigia, che s'era già reclinata col medesimo atto su due

culle benedette, ora un poco più canuta si reclinava inconsapevole sul

figliuolo d'un altro, su un intruso. Mi pareva che ella non si fosse

mostrata così tenera verso Maria, verso Natalia, verso le vere

creature del mio sangue.

Ella stessa volle fasciarlo. Gli fece sul ventre il segno della croce.

--Non sei ancora cristiano!

E volgendosi a me:

--Bisogna che fissiamo oramai il giorno del battesimo.

L'Innocente · 第 53 / 72 题