Giuliana andava ricuperando le forze di giorno in giorno, con
lentezza. La mia assiduità non veniva meno. Delle dichiarazioni fatte
dal dottor Vebesti io anzi mi valevo per moltiplicare le mie
vigilanze, per non lasciare che altri prendesse le mie veci, per
resistere a mia madre e a mio fratello che mi consigliavano il riposo.
Il mio corpo s'era oramai abituato alla dura disciplina e non si
stancava quasi più. Tutta la mia vita era tra le pareti di quella
stanza, nell'intimità di quell'alcova, nel cerchio in cui respirava la
cara malata.
Avendo ella bisogno d'una calma assoluta, dovendo ella parlar poco per
non stancarsi, io m'adoperavo ad allontanar dal suo letto anche le
persone familiari. Quell'alcova dunque rimaneva segregata dal resto
della casa. Per ore ed ore io e Giuliana rimanemmo soli. E poiché ella
era tenuta dal male ed io ero intento al mio ufficio pietoso, talvolta
ci avveniva di dimenticare la nostra sventura, di smarrire la nozione
della realtà e di non serbare altra conscienza che quella del nostro
immenso amore. Mi pareva talvolta che nulla più esistesse di là dalle
cortine, tanta era l'intensione di tutto il mio essere verso la
sofferente. Nulla veniva a ricordarmi la cosa tremenda. Io vedevo
d'innanzi a me una sorella che soffriva e non avevo altra
sollecitudine che di alleggerire la sua pena.
Non di rado questi veli d'oblio furono lacerati con violenza. Mia
madre parlò di Raimondo. Le cortine si aprirono per lasciar passare
l'intruso.
Lo portò mia madre sulle braccia. Ed io ero là. Sentii d'esser
divenuto pallido, perché tutto il sangue m'affluì al cuore. Che provò
Giuliana?
Io guardavo quel viso rossiccio, grosso come il pugno di un uomo,
mezzo nascosto dalla cuffia trapunta; e con un'avversione feroce, che
annullava nella mia anima qualunque altro sentimento, pensai: "Come
farò a liberarmi di te? Perché non moristi soffocato?" Il mio odio non
aveva ritegno; era istintivo, cieco, indomabile, quasi direi carnale;
pareva in fatti che avesse la sua sede nella mia carne, che sorgesse
da tutte le mie fibre, da tutti i miei nervi, da tutte le mie vene.
Nulla poteva reprimerlo, nulla poteva distruggerlo. Bastava la
presenza dell'intruso, in qualunque ora, in qualunque congiuntura,
perché dentro di me avvenisse una specie d'annullazione istantanea ed
io fossi posseduto da un solo unico sentimento: dall'odio contro di
lui.
Disse mia madre a Giuliana:
--Guarda, in pochi giorni, come è già mutato! Somiglia più a te che a
Tullio; ma non molto a nessuno dei due. È ancora troppo piccolo.
Vedremo in seguito.... Gli vuoi dare un bacio?
Ella accostò la fronte del bambino alle labbra dell'inferma. Che provò
Giuliana?
Ma il bambino cominciò a piangere. Io ebbi la forza di dire a mia
madre, senza acredine:
--Portalo via; ti prego. Giuliana ha bisogno di calma. Queste scosse
le fanno molto male.
Mia madre uscì dall'alcova. I vagiti crescevano e mi davano pur sempre
la stessa sensazione di laceramento doloroso e la voglia di correre a
soffocarli per non udirli più. Li udimmo per qualche istante mentre si
allontanavano. Quando al fine cessarono, il silenzio mi parve enorme;
mi cadde sopra come un macigno, mi oppresse. Ma non m'indugiai in
quella pena, perché subito pensai che Giuliana aveva bisogno di
soccorso.
--Ah, Tullio, Tullio, non è possibile....
--Taci, taci, se tu mi ami, Giuliana. Taci; ti prego.
Io la supplicavo, con la voce, col gesto. Tutto il mio orgasmo ostile
era caduto; e io non d'altro mi dolevo se non del dolore di lei, non
altro temevo se non il danno recato all'inferma, l'urto ricevuto da
quella vita così fragile.
--Se tu mi ami, non devi pensare a null'altro che a guarire. Vedi? Io
non penso che a te, non soffro che per te. Bisogna che tu non ti
tormenti; bisogna che tu ti abbandoni tutta alla mia tenerezza, per
guarire....
Ella disse con la sua voce tremante e fievole:
--Ma chi sa quel che tu provi dentro! Povera anima!
--No, no, Giuliana, non ti tormentare! Io non soffro che per te, nel
vederti soffrire. Io dimentico tutto, se tu sorridi. Se tu ti senti
bene, io sono felice. Se tu mi ami, dunque devi guarire, devi essere
calma, ubbidiente, paziente. Quando sarai guarita, quando sarai più
forte allora.... _chi sa_! Dio è buono.
Ella mormorò:
--Dio, abbi misericordia di noi.
"In che modo?" Io pensai. "Facendo morire l'intruso." Ambedue alzavamo
dunque un augurio di morte, anch'ella dunque non vedeva altro scampo
che nella distruzione del figliuolo. Non v'era altro scampo. E mi
tornò alla memoria il breve dialogo che avevamo avuto in un tramonto
lontano, sotto gli olmi; e mi tornò alla memoria la confessione
dolorosa. "Ma ora ch'egli è nato, l'aborre ella ancora? Può ella
provare un'avversione sincera contro la carne della sua carne? Prega
ella sinceramente Iddio perché si riprenda la sua creatura?" E mi
tornò la folle speranza che mi era balenata in quella sera tragica:
"Se entrasse in lei la suggestione del delitto e divenisse a poco a
poco tanto forte da trascinarla!..." Non avevo io pensato per un
attimo a un mal riuscito tentativo delittuoso, vedendo la levatrice
stropicciare sul dorso e su le piante dei piedi il corpicciuolo
paonazzo del bimbo tramortito? Era stato, anche quello, un pensiero
folle. Certo Giuliana non avrebbe mai osato....
E io guardai le sue mani lungo il lenzuolo, prone, così pallide che
soltanto le vene azzurre le distinguevano dal lino.