Per alcuni giorni Giuliana vacillò tra la vita e la morte. La sua
debolezza era tale che qualunque più lieve sforzo era seguito da un
deliquio. Ella doveva mantenersi costantemente supina, in una
immobilità perfetta. Qualunque tentativo di sollevarsi provocava segni
di anemia cerebrale. Nulla valeva a vincere le nausee da cui ella era
assalita, a toglierle di sul petto l'incubo, ad allontanare il rombo
che ella udiva di continuo.
Io rimasi giorno e notte al suo capezzale, sempre vigile, tenuto in
piedi da una energia instancabile di cui ero meravigliato io stesso.
Con tutte le potenze della mia vita io sostenni quella vita che stava
per spengersi. Mi pareva che dall'altra parte del capezzale fosse la
Morte in agguato pronta a cogliere l'attimo opportuno per strappare la
preda. Io aveva talora veramente la sensazione di trasfondermi nel
corpo fragile dell'inferma, di comunicarle un po' della mia forza, di
dare un impulso al suo cuore stanco. Le miserie della malattia non
m'ispirarono mai alcuna ripugnanza, mai alcun disgusto. Nessuna
materialità offese mai la delicatezza dei miei sensi. I miei sensi
acutissimi non ad altro erano intenti che a percepire le più piccole
mutazioni nello stato dell'inferma. Prima ch'ella proferisse una
parola, prima ch'ella facesse un cenno, io indovinavo il suo
desiderio, il suo bisogno, il grado della sua sofferenza. Per
divinazione, fuori d'ogni suggerimento del medico, ero giunto a
trovare modi nuovi e ingegnosi di alleviarle un dolore, di calmarle
uno spasimo. Io solo sapevo persuaderla al cibo, persuaderla al sonno.
Ricorrevo a tutte le arti della preghiera e della blandizia per farle
inghiottire qualche sorso di cordiale. L'assediavo così ch'ella, non
potendo più rifiutarsi, doveva risolversi allo sforzo salutare,
vincere la nausea. E nulla era per me più dolce del sorriso tenuissimo
con cui ella si piegava alla mia volontà. Ogni suo più piccolo atto
d'obedienza mi dava al cuore una commozione profonda. Quando ella
diceva con quella voce tanto debole:--Va bene così? Sono buona?--la
gola mi si chiudeva, gli occhi mi si velavano.
Spesso ella si lamentava d'un dolore pulsatile alle tempie, che non le
dava tregua. Io le passavo lungo le tempie l'estremità delle mie dita,
per magnetizzare il suo dolore. Le accarezzavo piano piano i capelli,
per addormentarla. Quando m'accorgevo che ella dormiva, dal suo
respiro, io avevo una sensazione illusoria di ristoro quasi che il
beneficio del sonno si spandesse anche su me. D'innanzi a quel sonno
io diventavo religioso, ero invaso da un fervore indefinito, provavo
il bisogno di credere in un qualche Essere superiore, onniveggente,
onnipotente, a cui rivolgevo i miei voti. Salivano spontanei
dall'intimo della mia anima preludii di orazioni, nella forma
cristiana. Talvolta l'eloquenza interiore m'esaltava fino alle sommità
della vera Fede. Si risvegliavano in me tutte le tendenze mistiche
trasmessemi da un lungo ordine di progenitori cattolici.
Mentre si svolgeva la mia orazione interna, io contemplavo la
dormente. Ella era pur sempre pallida come la sua camicia. Per la
trasparenza della pelle, io avrei potuto numerar le sue vene su le
guance, sul mento, sul collo. La contemplavo quasi sperando di
cogliere gli effetti benefici del riposo, il diffondersi lento del
sangue nuovo generato dal cibo, i primi segni iniziali della
guarigione. Avrei voluto per una facoltà soprannaturale assistere al
misterioso lavorio riparatore che si compieva in quel corpo affranto.
E speravo sempre: "Quando si sveglierà, si sentirà più forte."
Pareva ch'ella provasse un gran sollievo quando teneva fra le sue mani
fredde la mia mano. Talvolta ella me la prendeva e la metteva sul
guanciale e sopra ci posava la gota, con un atto infantile; e, così
rimanendo, a poco a poco si assopiva. Ero capace di conservare a lungo
a lungo l'immobilità del braccio intormentito, per non risvegliarla.
Talvolta ella diceva:
--Perché non dormi anche tu qui, con me? Tu non dormi mai!
E voleva che io posassi la testa sul suo guanciale.
--Dormiamo dunque.
Io fingevo di addormentarmi, per darle il buon esempio. Quando
riaprivo gli occhi, incontravo i suoi occhi sbarrati che mi
guardavano.
--E bene?--esclamavo.--Che fai?
--E tu?--rispondeva ella.
Nei suoi occhi era un'espressione di tenerezza così buona che io mi
sentivo struggere dentro. Tendevo le labbra e la baciavo su le
palpebre. Ella voleva fare la stessa cosa a me. Poi ripeteva:
--Ora dormiamo.
E scendeva un velo d'oblio su la nostra sventura, talvolta.
Spesso i suoi poveri piedi erano gelati. Io li toccavo, di sotto alle
coperte, e mi parevano di marmo. Ella diceva in fatti:
--Sono morti.
Erano scarni, sottili, così minuti che quasi mi entravano nel pugno.
Avevo per loro una grande pietà. Io stesso riscaldavo per loro sul
braciere il panno di lana, non mi stancavo di prenderne cura. Avrei
voluto intiepidirli con l'alito, coprirli di baci. Si mescolavano alla
mia nuova pietà ricordi lontani d'amore, ricordi del tempo felice
quando io non tralasciavo mai di calzarli al mattino e di nudarli a
sera con le mie proprie mani per una consuetudine quasi votiva, stando
in ginocchio.
Un giorno, dopo lunghe veglie, ero così stanco che un sonno
irresistibile mi colse a punto mentre tenevo le mani sotto le coperte
e avvolgevo nel panno caldo i piccoli piedi morti. Reclinai la testa,
e restai là addormentato nell'atto.
Come mi svegliai, vidi nell'alcova mia madre, mio fratello, il
dottore, che mi guardavano sorridendo. Rimasi confuso.
--Povero figliuolo! Non ne puoi più--disse mia madre ravviandomi i
capelli con uno dei suoi gesti più affettuosi.
E Giuliana:
--Mamma, portalo via tu. Federico, portalo via.
--No, no, non sono stanco--io ripetevo.--Non sono stanco.
Il dottore annunziò la sua partenza. Dichiarò la puerpera fuor di
pericolo, in via di miglioramento accertato.--Bisognava seguitare a
promuovere con tutti i mezzi la rigenerazione del sangue. Il suo
collega Jemma di Tussi, col quale aveva conferito e s'era trovato
d'accordo, avrebbe seguitata la cura, che, del resto, era
semplicissima. Più che nei medicinali egli aveva fiducia
nell'osservanza rigorosa delle diverse norme igieniche e dietetiche da
lui stabilite.
--In verità--soggiunse accennando a me--non potrei desiderare un
infermiere più intelligente, più vigile, più devoto. Ha fatto miracoli
e ne farà ancora. Io parto tranquillo.
Mi sembrò che il cuore mi balzasse alla gola e mi soffocasse. L'elogio
inaspettato di quell'uomo severo, alla presenza di mia madre, di mio
fratello, mi diede una commozione profonda; fu un compenso
straordinario. Guardai Giuliana e vidi che i suoi occhi s'erano empiti
di lacrime. E, sotto il mio sguardo, all'improvviso ella ruppe in un
pianto. Feci uno sforzo sovrumano per frenarmi, ma non riuscii. Mi
parve che l'anima mi si stemprasse. Tutte le bontà del mondo erano nel
mio petto, raccolte, in quell'ora indimenticabile.