La corrente continua di acqua ad alta temperatura aveva arrestata
l'emorragia, in circa dieci minuti. Ora la puerpera riposava nel suo
letto, dentro l'alcova. Era giorno chiaro.
Io stavo seduto al capezzale; e la consideravo in silenzio,
dolorosamente. Ella non dormiva, forse. Ma l'estrema debolezza le
toglieva ogni moto, ogni segno di vita; la faceva sembrare esanime.
Considerando il suo funereo pallore di cera, io vedevo ancora quelle
macchie di sangue, tutto quel povero sangue sparso che aveva inzuppato
i lenzuoli, attraversato i materassi, arrossato le mani del chirurgo.
"Chi le renderà tutto quel sangue?" Iniziavo un gesto istintivo per
toccarla, poiché mi pareva che ella dovesse essere diventata fredda,
di gelo. Ma mi tratteneva il timore di disturbarla. Più d'una volta,
nella mia contemplazione continua, assalito da una paura repentina,
feci l'atto di levarmi per andare a chiamare il dottore. Pensando,
rivolgevo tra le dita un fiocco di bambagia, lo disfilavo minutamente;
e, di tratto in tratto, per una inquietudine invincibile, lo
avvicinavo con infinita cautela alle labbra di Giuliana e dal palpito
dei fili leggeri misuravo la forza del respiro.
Ella giaceva supina, con la testa su un guanciale basso. I capelli
castagni un poco rilasciati le circondavano il volto, rendevano più
tenui e più cerei i lineamenti. Aveva una camicia chiusa intorno al
collo, chiusa intorno ai polsi; e le sue mani posavano sul lenzuolo,
prone, così pallide che soltanto le vene azzurre le distinguevano dal
lino. Una bontà soprannaturale emanava da quella povera creatura
dissanguata e immobile; una bontà che mi penetrava tutto l'essere, mi
colmava il cuore. Ed ella pareva ripetere: "Che hai tu fatto di me?"
La sua bocca disfiorata, dalli angoli cadenti, rivelatrice d'una
mortale stanchezza, e arida, che tanti spasimi avevano torta, che
avevano sforzata tanti gridi, sempre pareva ripetere: "Che hai tu
fatto di me?"
Io consideravo l'esilità della persona che a pena formava rilievo sul
piano del letto. Poiché l'evento s'era compiuto, poiché ella s'era al
fine liberata dell'orribile peso, poiché alfine l'altra vita s'era
distaccata dalla sua vita per sempre, quei moti istintivi di
repulsione, quelle improvvise ombre di rancore non più sorgevano a
turbare la mia tenerezza e la mia pietà. Ora non avevo per lei se non
un sentimento di tenerezza immensa, d'immensa pietà, come per la più
buona e per la più sventurata delle creature umane. Ora tutta la mia
anima era sospesa a quelle povere labbra che da un momento all'altro
avrebbero potuto rendere il respiro estremo. Con una sincerità
profonda pensavo, guardando quel pallore: "Come sarei felice se
potessi trasfondere la metà del mio sangue nelle sue vene!"
Pensavo, udendo il battito lieve d'un orologio posato sul tavolo da
notte, sentendo il tempo scorrere per quella fuga di minuti eguali:
"Ma _egli_ vive." E la fuga del tempo mi dava un'ansietà singolare,
assai diversa da quella altre volte provata, indefinibile.
Pensavo: "_Egli_ vive, e la sua vita è tenace. A pena nato, non
respirava. Aveva ancora sul corpo, quando io l'ho veduto, tutti i
segni dell'asfissia. Se le cure della levatrice non l'avessero
salvato, ora non sarebbe più se non un piccolo cadavere livido, una
cosa innocua, trascurabile, forse dimenticabile. Io non d'altro dovrei
occuparmi che della guarigione di Giuliana. Non mi moverei di qui,
sarei il più assiduo e il più dolce degli infermieri, riuscirei a
compiere la trasfusione vitale, a compiere il miracolo, per forza
d'amore. Ella non potrebbe non guarire. Ella risorgerebbe a poco a
poco, rigenerata, con un sangue nuovo. Parrebbe una creatura nuova,
scevra d'ogni impurità. Ambedue ci sentiremmo purificati, degni l'uno
dell'altra, dopo una espiazione così lunga e così dolorosa. La
malattia, la convalescenza darebbero al triste ricordo una lontananza
indefinita. E io vorrei cancellare dall'anima di lei perfino l'ombra
del ricordo; vorrei darle il perfetto oblio, nell'amore. Qualunque
altro amore umano parrebbe futile al confronto del nostro, dopo questa
grande prova." Io m'esaltavo nella luce quasi mistica di
quell'avvenire imaginato, mentre sotto il mio sguardo fisso il volto
di Giuliana assumeva una specie d'immaterialità, un'espressione di
bontà soprannaturale, quasi che ella fosse già distaccata dal mondo,
quasi che con quel gran flutto di sangue ella avesse espulso quanto
ancora eravi d'acre e d'impuro nella sua sostanza e si fosse ridotta a
una mera essenza spirituale in conspetto della morte. La muta domanda
non più mi feriva, non più mi sembrava terribile: "Che hai tu fatto di
me?" Io rispondevo: "Non sei tu divenuta, per opera mia, _la sorella
del Dolore_? Non è salita la tua anima, nella sofferenza, a un'altezza
vertiginosa da cui ha potuto vedere il mondo in una luce insolita? Non
hai tu avuta da me la rivelazione della verità suprema? Che valgono i
nostri errori, le nostre cadute, le nostre colpe, se siamo giunti a
strappare dai nostri occhi qualche velo, se siamo giunti a sprigionare
quanto v'è di men basso nella nostra sostanza miserabile? A noi sarà
dato il più alto gaudio a cui possano ambire su la terra gli eletti:
rinascere conscientemente."
Io m'esaltavo. L'alcova era silenziosa, l'ombra era misteriosa, il
volto di Giuliana mi pareva trasumanato; e la mia contemplazione mi
pareva solenne, poiché sentivo nell'aria la presenza della morte
invisibile. Tutta la mia anima era sospesa a quelle pallide labbra che
da un attimo all'altro avrebbero potuto rendere il respiro estremo. E
quelle labbra si contrassero, misero un gemito. La contrattura
dolorosa alterò le linee del volto, vi si fermò per qualche tempo. Le
pieghe della fronte si approfondirono, la pelle delle palpebre ebbe un
tremolio leggero, un po' del bianco apparve tra i cigli.
Io mi chinai su la sofferente. Ella aprì gli occhi e li richiuse
subito. Pareva ch'ella non mi avesse veduto. Gli occhi non avevano
avuto sguardo, come colpiti da cecità. Era sopravvenuta forse
l'amaurosi anemica? Era ella diventata cieca a un tratto?
M'accorsi che entrava gente nella stanza: "Fosse il dottore!" Uscii
dall'alcova. Vidi infatti il dottore, mia madre e la levatrice che
entravano adagio. Li seguiva Cristina.
--Riposa?--mi domandò il dottore sotto voce.
--Si lagna. Chi sa quanto soffre ancora!
--Ha parlato?
--No.
--Non bisogna in nessun modo eccitarla. Ricordatevene.
--Ha aperto gli occhi, dianzi, per un momento. Pareva che non ci
vedesse.
Il dottore entrò nell'alcova, accennandoci di restare in dietro. Mia
madre mi disse:
--Vieni. Ora debbono rinnovare le medicature. Vieni via. Andiamo a
vedere Mondino. C'è di là Federico.
Ella mi prese una mano. Mi lasciai condurre.
--S'è addormentato--soggiunse.--Dorme placidamente. Oggi, dopo
mezzogiorno, arriverà la nutrice.
Benché ella fosse triste e inquieta per lo stato di Giuliana, gli
occhi le sorridevano mentre parlava del bambino; tutto il viso le
s'illuminava di tenerezza.
Per ordine del dottore era stata scelta una stanza lontana da quella
della puerpera: una grande stanza ariosa che custodiva molte memorie
della nostra infanzia. Entrando, vidi subito intorno alla culla
Federico, Maria e Natalia, che insieme chini guardavano il piccolo
dormente. Federico si volse e mi domandò, prima d'ogni altra cosa:
--Come sta Giuliana?
--Male.
--Non riposa?
--Soffre.
Rispondevo quasi duramente, mio malgrado. Una specie d'aridità m'aveva
d'un tratto occupata l'anima. Non altro provavo se non un'avversione
indomabile e innascondibile contro l'intruso, e rammarico e impazienza
per la tortura che le persone inconsapevoli m'infliggevano. Per quanto
mi sforzassi, non riuscivo a dissimulare. Eravamo ora io, mia madre,
Federico, Maria e Natalia, intorno alla culla, a guardare il sonno di
Raimondo.
Egli era stretto nelle fasce ed aveva la testa coperta d'una cuffia
ornata di pizzi e di nastri. Il viso appariva meno gonfio ma ancora
rossiccio, lucido su le gote come la cuticola delle piaghe
cicatrizzate di recente. Un po' di bava gli usciva dalli angoli della
bocca chiusa; le palpebre senza cigli, enfiate agli orli, coprivano i
globi oculari sporgenti; una lividura segnava la radice del naso
ancora deforme.
--Ma a chi somiglia?--disse mia madre.--Non so ancora trovare una
somiglianza....
--È troppo piccolo,--disse Federico.--Bisogna aspettare qualche
giorno.
Mia madre due o tre volte guardò me e il bambino, come per meglio
confrontarne le fattezze.
--No--disse.--Somiglia forse più a Giuliana.
--Ora non somiglia a nessuno--interruppi. È orribile. Non vedi?
--Orribile! È bellissimo! Guarda quanti capelli!
Ed ella sollevò con le dita la cuffia, adagio adagio, e scoprì il
cranio molliccio su cui stavano appiccicati pochi capelli bruni.
--Lasciami toccare, nonna!--pregò Maria, stendendo la mano verso il
capo del fratello.
--No, no. Vuoi svegliarlo?
Quel cranio pareva composto d'una cera un po' ammollita dal calore,
untuosa, nerigna; e pareva che il minimo tocco vi avrebbe lasciata una
traccia. Mia madre lo ricoprì. Poi si chinò a baciare la fronte, con
infinita delicatezza.
--Anch'io, nonna--pregò Maria.
--Ma piano, per carità!
La culla era troppo alta.
--Tirami su!--disse Maria a Federico.
Federico la sollevò nelle sue braccia; e io vidi la bella bocca rosea
di mia figlia atteggiarsi al bacio prima di giungere a sfiorare quella
fronte, e vidi i lunghi riccioli piovere su le fasce bianche.
Anche Federico depose il suo bacio. Poi mi guardò. Non sorrisi.
--E io? E io?
Era Natalia, che s'attaccava alla sponda della culla.
--Piano, per carità!
Federico sollevò anche lei. E di nuovo io vidi i lunghi riccioli
piovere su le fasce bianche, in quell'ultima dolce reclinazione. Stavo
là quasi irrigidito: e il mio sguardo doveva certo esprimere il
sentimento cupo che mi possedeva. Quei baci di labbra a me tanto care
non avevano tolto all'intruso quell'aspetto di cosa ributtante ma me
l'avevano anzi reso più odioso. Io sentivo che mi sarebbe stato
impossibile toccare quella carne estranea, piegarmi a un qualunque
atto apparente di amore paterno. Mia madre mi guardava, inquieta.
--Tu non lo baci?--mi domandò.
--No, mamma, no. Ha fatto troppo male a Giuliana. Non so
perdonargli....
E mi ritrassi, con un moto istintivo, con un moto di manifesta
ripugnanza. Mia madre restò un momento attonita, senza parola.
--Ma che dici, Tullio? Che colpa ne ha questo povero bambino? Sii
giusto!
Mia madre aveva certo notata la sincerità della mia avversione. Non
riuscivo a dominarmi. Tutti i miei nervi si ribellavano.
--Non posso ora, non posso.... Lasciami stare, mamma. Mi passerà.
La mia voce era aspra e risoluta. Io ero tutto convulso. Un nodo mi
serrava la gola, i muscoli della faccia mi si contraevano. Dopo tante
ore d'orgasmo violento, tutto il mio essere aveva bisogno di una
distensione. Credo che un grande scoppio di pianto mi avrebbe giovato:
ma il nodo era durissimo.
--Mi fai molta pena, Tullio,--disse mia madre.
--Vuoi che lo baci?--ruppi io, fuori di me.
E m'accostai alla culla, mi chinai sul bambino, lo baciai.
Il bambino si svegliò; si mise a vagire, da prima fioco, poi con una
specie di furore crescente. Vidi che la pelle del volto gli diveniva
più rossa e gli si raggrinzava nello sforzo, mentre la lingua
bianchiccia gli tremolava nella bocca dilatata. Benché fossi al colmo
della disperazione, m'accorsi dell'errore commesso. Sentii gli sguardi
di Federico, di Maria, di Natalia fissi sopra di me, intollerabili.
--Perdonami, mamma--balbettai.--Non so più quel che faccio. Sono
irragionevole. Perdonami.
Ella aveva tolto dalla culla il bambino e lo reggeva su le braccia,
senza poterlo quietare. I vagiti mi ferivano acutamente, mi
laceravano.
--Andiamo, Federico.
Uscii in fretta. Federico mi seguì.
--Giuliana sta molto male. Non comprendo come si possa pensare ad
altri che a lei, in questi momenti--dissi, come per giustificarmi.--Tu
non l'hai veduta. Sembra che muoia.