XXXII.

La corrente continua di acqua ad alta temperatura aveva arrestata

l'emorragia, in circa dieci minuti. Ora la puerpera riposava nel suo

letto, dentro l'alcova. Era giorno chiaro.

Io stavo seduto al capezzale; e la consideravo in silenzio,

dolorosamente. Ella non dormiva, forse. Ma l'estrema debolezza le

toglieva ogni moto, ogni segno di vita; la faceva sembrare esanime.

Considerando il suo funereo pallore di cera, io vedevo ancora quelle

macchie di sangue, tutto quel povero sangue sparso che aveva inzuppato

i lenzuoli, attraversato i materassi, arrossato le mani del chirurgo.

"Chi le renderà tutto quel sangue?" Iniziavo un gesto istintivo per

toccarla, poiché mi pareva che ella dovesse essere diventata fredda,

di gelo. Ma mi tratteneva il timore di disturbarla. Più d'una volta,

nella mia contemplazione continua, assalito da una paura repentina,

feci l'atto di levarmi per andare a chiamare il dottore. Pensando,

rivolgevo tra le dita un fiocco di bambagia, lo disfilavo minutamente;

e, di tratto in tratto, per una inquietudine invincibile, lo

avvicinavo con infinita cautela alle labbra di Giuliana e dal palpito

dei fili leggeri misuravo la forza del respiro.

Ella giaceva supina, con la testa su un guanciale basso. I capelli

castagni un poco rilasciati le circondavano il volto, rendevano più

tenui e più cerei i lineamenti. Aveva una camicia chiusa intorno al

collo, chiusa intorno ai polsi; e le sue mani posavano sul lenzuolo,

prone, così pallide che soltanto le vene azzurre le distinguevano dal

lino. Una bontà soprannaturale emanava da quella povera creatura

dissanguata e immobile; una bontà che mi penetrava tutto l'essere, mi

colmava il cuore. Ed ella pareva ripetere: "Che hai tu fatto di me?"

La sua bocca disfiorata, dalli angoli cadenti, rivelatrice d'una

mortale stanchezza, e arida, che tanti spasimi avevano torta, che

avevano sforzata tanti gridi, sempre pareva ripetere: "Che hai tu

fatto di me?"

Io consideravo l'esilità della persona che a pena formava rilievo sul

piano del letto. Poiché l'evento s'era compiuto, poiché ella s'era al

fine liberata dell'orribile peso, poiché alfine l'altra vita s'era

distaccata dalla sua vita per sempre, quei moti istintivi di

repulsione, quelle improvvise ombre di rancore non più sorgevano a

turbare la mia tenerezza e la mia pietà. Ora non avevo per lei se non

un sentimento di tenerezza immensa, d'immensa pietà, come per la più

buona e per la più sventurata delle creature umane. Ora tutta la mia

anima era sospesa a quelle povere labbra che da un momento all'altro

avrebbero potuto rendere il respiro estremo. Con una sincerità

profonda pensavo, guardando quel pallore: "Come sarei felice se

potessi trasfondere la metà del mio sangue nelle sue vene!"

Pensavo, udendo il battito lieve d'un orologio posato sul tavolo da

notte, sentendo il tempo scorrere per quella fuga di minuti eguali:

"Ma _egli_ vive." E la fuga del tempo mi dava un'ansietà singolare,

assai diversa da quella altre volte provata, indefinibile.

Pensavo: "_Egli_ vive, e la sua vita è tenace. A pena nato, non

respirava. Aveva ancora sul corpo, quando io l'ho veduto, tutti i

segni dell'asfissia. Se le cure della levatrice non l'avessero

salvato, ora non sarebbe più se non un piccolo cadavere livido, una

cosa innocua, trascurabile, forse dimenticabile. Io non d'altro dovrei

occuparmi che della guarigione di Giuliana. Non mi moverei di qui,

sarei il più assiduo e il più dolce degli infermieri, riuscirei a

compiere la trasfusione vitale, a compiere il miracolo, per forza

d'amore. Ella non potrebbe non guarire. Ella risorgerebbe a poco a

poco, rigenerata, con un sangue nuovo. Parrebbe una creatura nuova,

scevra d'ogni impurità. Ambedue ci sentiremmo purificati, degni l'uno

dell'altra, dopo una espiazione così lunga e così dolorosa. La

malattia, la convalescenza darebbero al triste ricordo una lontananza

indefinita. E io vorrei cancellare dall'anima di lei perfino l'ombra

del ricordo; vorrei darle il perfetto oblio, nell'amore. Qualunque

altro amore umano parrebbe futile al confronto del nostro, dopo questa

grande prova." Io m'esaltavo nella luce quasi mistica di

quell'avvenire imaginato, mentre sotto il mio sguardo fisso il volto

di Giuliana assumeva una specie d'immaterialità, un'espressione di

bontà soprannaturale, quasi che ella fosse già distaccata dal mondo,

quasi che con quel gran flutto di sangue ella avesse espulso quanto

ancora eravi d'acre e d'impuro nella sua sostanza e si fosse ridotta a

una mera essenza spirituale in conspetto della morte. La muta domanda

non più mi feriva, non più mi sembrava terribile: "Che hai tu fatto di

me?" Io rispondevo: "Non sei tu divenuta, per opera mia, _la sorella

del Dolore_? Non è salita la tua anima, nella sofferenza, a un'altezza

vertiginosa da cui ha potuto vedere il mondo in una luce insolita? Non

hai tu avuta da me la rivelazione della verità suprema? Che valgono i

nostri errori, le nostre cadute, le nostre colpe, se siamo giunti a

strappare dai nostri occhi qualche velo, se siamo giunti a sprigionare

quanto v'è di men basso nella nostra sostanza miserabile? A noi sarà

dato il più alto gaudio a cui possano ambire su la terra gli eletti:

rinascere conscientemente."

Io m'esaltavo. L'alcova era silenziosa, l'ombra era misteriosa, il

volto di Giuliana mi pareva trasumanato; e la mia contemplazione mi

pareva solenne, poiché sentivo nell'aria la presenza della morte

invisibile. Tutta la mia anima era sospesa a quelle pallide labbra che

da un attimo all'altro avrebbero potuto rendere il respiro estremo. E

quelle labbra si contrassero, misero un gemito. La contrattura

dolorosa alterò le linee del volto, vi si fermò per qualche tempo. Le

pieghe della fronte si approfondirono, la pelle delle palpebre ebbe un

tremolio leggero, un po' del bianco apparve tra i cigli.

Io mi chinai su la sofferente. Ella aprì gli occhi e li richiuse

subito. Pareva ch'ella non mi avesse veduto. Gli occhi non avevano

avuto sguardo, come colpiti da cecità. Era sopravvenuta forse

l'amaurosi anemica? Era ella diventata cieca a un tratto?

M'accorsi che entrava gente nella stanza: "Fosse il dottore!" Uscii

dall'alcova. Vidi infatti il dottore, mia madre e la levatrice che

entravano adagio. Li seguiva Cristina.

--Riposa?--mi domandò il dottore sotto voce.

--Si lagna. Chi sa quanto soffre ancora!

--Ha parlato?

--No.

--Non bisogna in nessun modo eccitarla. Ricordatevene.

--Ha aperto gli occhi, dianzi, per un momento. Pareva che non ci

vedesse.

Il dottore entrò nell'alcova, accennandoci di restare in dietro. Mia

madre mi disse:

--Vieni. Ora debbono rinnovare le medicature. Vieni via. Andiamo a

vedere Mondino. C'è di là Federico.

Ella mi prese una mano. Mi lasciai condurre.

--S'è addormentato--soggiunse.--Dorme placidamente. Oggi, dopo

mezzogiorno, arriverà la nutrice.

Benché ella fosse triste e inquieta per lo stato di Giuliana, gli

occhi le sorridevano mentre parlava del bambino; tutto il viso le

s'illuminava di tenerezza.

Per ordine del dottore era stata scelta una stanza lontana da quella

della puerpera: una grande stanza ariosa che custodiva molte memorie

della nostra infanzia. Entrando, vidi subito intorno alla culla

Federico, Maria e Natalia, che insieme chini guardavano il piccolo

dormente. Federico si volse e mi domandò, prima d'ogni altra cosa:

--Come sta Giuliana?

--Male.

--Non riposa?

--Soffre.

Rispondevo quasi duramente, mio malgrado. Una specie d'aridità m'aveva

d'un tratto occupata l'anima. Non altro provavo se non un'avversione

indomabile e innascondibile contro l'intruso, e rammarico e impazienza

per la tortura che le persone inconsapevoli m'infliggevano. Per quanto

mi sforzassi, non riuscivo a dissimulare. Eravamo ora io, mia madre,

Federico, Maria e Natalia, intorno alla culla, a guardare il sonno di

Raimondo.

Egli era stretto nelle fasce ed aveva la testa coperta d'una cuffia

ornata di pizzi e di nastri. Il viso appariva meno gonfio ma ancora

rossiccio, lucido su le gote come la cuticola delle piaghe

cicatrizzate di recente. Un po' di bava gli usciva dalli angoli della

bocca chiusa; le palpebre senza cigli, enfiate agli orli, coprivano i

globi oculari sporgenti; una lividura segnava la radice del naso

ancora deforme.

--Ma a chi somiglia?--disse mia madre.--Non so ancora trovare una

somiglianza....

--È troppo piccolo,--disse Federico.--Bisogna aspettare qualche

giorno.

Mia madre due o tre volte guardò me e il bambino, come per meglio

confrontarne le fattezze.

--No--disse.--Somiglia forse più a Giuliana.

--Ora non somiglia a nessuno--interruppi. È orribile. Non vedi?

--Orribile! È bellissimo! Guarda quanti capelli!

Ed ella sollevò con le dita la cuffia, adagio adagio, e scoprì il

cranio molliccio su cui stavano appiccicati pochi capelli bruni.

--Lasciami toccare, nonna!--pregò Maria, stendendo la mano verso il

capo del fratello.

--No, no. Vuoi svegliarlo?

Quel cranio pareva composto d'una cera un po' ammollita dal calore,

untuosa, nerigna; e pareva che il minimo tocco vi avrebbe lasciata una

traccia. Mia madre lo ricoprì. Poi si chinò a baciare la fronte, con

infinita delicatezza.

--Anch'io, nonna--pregò Maria.

--Ma piano, per carità!

La culla era troppo alta.

--Tirami su!--disse Maria a Federico.

Federico la sollevò nelle sue braccia; e io vidi la bella bocca rosea

di mia figlia atteggiarsi al bacio prima di giungere a sfiorare quella

fronte, e vidi i lunghi riccioli piovere su le fasce bianche.

Anche Federico depose il suo bacio. Poi mi guardò. Non sorrisi.

--E io? E io?

Era Natalia, che s'attaccava alla sponda della culla.

--Piano, per carità!

Federico sollevò anche lei. E di nuovo io vidi i lunghi riccioli

piovere su le fasce bianche, in quell'ultima dolce reclinazione. Stavo

là quasi irrigidito: e il mio sguardo doveva certo esprimere il

sentimento cupo che mi possedeva. Quei baci di labbra a me tanto care

non avevano tolto all'intruso quell'aspetto di cosa ributtante ma me

l'avevano anzi reso più odioso. Io sentivo che mi sarebbe stato

impossibile toccare quella carne estranea, piegarmi a un qualunque

atto apparente di amore paterno. Mia madre mi guardava, inquieta.

--Tu non lo baci?--mi domandò.

--No, mamma, no. Ha fatto troppo male a Giuliana. Non so

perdonargli....

E mi ritrassi, con un moto istintivo, con un moto di manifesta

ripugnanza. Mia madre restò un momento attonita, senza parola.

--Ma che dici, Tullio? Che colpa ne ha questo povero bambino? Sii

giusto!

Mia madre aveva certo notata la sincerità della mia avversione. Non

riuscivo a dominarmi. Tutti i miei nervi si ribellavano.

--Non posso ora, non posso.... Lasciami stare, mamma. Mi passerà.

La mia voce era aspra e risoluta. Io ero tutto convulso. Un nodo mi

serrava la gola, i muscoli della faccia mi si contraevano. Dopo tante

ore d'orgasmo violento, tutto il mio essere aveva bisogno di una

distensione. Credo che un grande scoppio di pianto mi avrebbe giovato:

ma il nodo era durissimo.

--Mi fai molta pena, Tullio,--disse mia madre.

--Vuoi che lo baci?--ruppi io, fuori di me.

E m'accostai alla culla, mi chinai sul bambino, lo baciai.

Il bambino si svegliò; si mise a vagire, da prima fioco, poi con una

specie di furore crescente. Vidi che la pelle del volto gli diveniva

più rossa e gli si raggrinzava nello sforzo, mentre la lingua

bianchiccia gli tremolava nella bocca dilatata. Benché fossi al colmo

della disperazione, m'accorsi dell'errore commesso. Sentii gli sguardi

di Federico, di Maria, di Natalia fissi sopra di me, intollerabili.

--Perdonami, mamma--balbettai.--Non so più quel che faccio. Sono

irragionevole. Perdonami.

Ella aveva tolto dalla culla il bambino e lo reggeva su le braccia,

senza poterlo quietare. I vagiti mi ferivano acutamente, mi

laceravano.

--Andiamo, Federico.

Uscii in fretta. Federico mi seguì.

--Giuliana sta molto male. Non comprendo come si possa pensare ad

altri che a lei, in questi momenti--dissi, come per giustificarmi.--Tu

non l'hai veduta. Sembra che muoia.

L'Innocente · 第 50 / 72 题