Fu tra le quattro e le cinque del mattino. Le doglie s'erano protratte
fino a quell'ora, con qualche intervallo di riposo. Verso le tre il
sonno m'aveva colto, all'improvviso, sul divano dove stavo seduto,
nella stanza contigua. Cristina mi svegliò; mi disse che Giuliana
voleva vedermi.
Nella confusione del risveglio, balzai in piedi ancora abbacinato dal
sonno.
--Ho dormito? Che accade mai? Giuliana....
--Non si spaventi. Non è accaduto nulla. I dolori si sono calmati.
Venga a vedere.
Entrai. Vidi subito Giuliana.
Ella era adagiata su i guanciali, pallida come la sua camicia, quasi
esanime. Incontrai subito i suoi occhi, perché erano volti alla porta
in attesa di me. I suoi occhi mi sembrarono più larghi, più profondi,
più cavi, cerchiati d'un maggior cerchio d'ombra.
--Vedi--ella disse con una voce spirante--sto ancora così.
E non cessò di guardarmi. I suoi occhi, come quelli della principessa
Lisa, dicevano: "Aspettavo un aiuto da te, e tu non mi aiuti, né pur
tu!"
--Il dottore?--domandai a mia madre, ch'era là con un'aria abbattuta.
Ella mi accennò una porta. Io mi diressi verso quella. Entrai. Vidi il
dottore presso a un tavolo su cui erano varii medicinali, una busta
nera, un termometro, fasce, compresse, fiaschi, alcuni tubi di forma
speciale. Il dottore aveva tra le mani un tubo elastico a cui stava
adattando un catetere; e dava istruzioni a Cristina, sotto voce.
--Ma dunque?--io gli chiesi bruscamente. Che c'è?
--Nulla di allarmante, per ora.
--E tutti questi preparativi?
--Precauzioni.
--Ma quanto durerà ancora quest'agonia?
--Siamo alla fine.
--Parlatemi franco; vi prego. Prevedete una disgrazia? Parlatemi
franco.
--Non si annuncia per ora nessun pericolo grave. Temo però una
emorragia; e prendo le mie precauzioni. L'arresterò. Abbiate fiducia
in me e siate calmo. Ho notato che la vostra presenza agita molto
Giuliana. In quest'ultimo breve periodo ella ha bisogno di tutte le
forze che le rimangono. È necessario che voi vi allontaniate.
Promettetemi d'obedirmi. Entrerete quando vi chiamerò.
Ci giunse un grido.
--Ricominciano i dolori--egli disse.--Ci siamo. Calma, dunque!
E si diresse verso la porta. Io lo seguii. Ambedue ci avvicinammo a
Giuliana. Ella m'afferrò il braccio e me lo strinse come in una morsa.
Le restava dunque ancora quella forza?
--Coraggio! Coraggio! Ci siamo. Tutto andrà bene. È vero,
dottore?--balbettai.
--Sì, sì. Non c'è tempo da perdere. Lasciate, Giuliana, che vostro
marito esca di qui.
Ella guardò il dottore e me, con gli occhi spalancati. Lasciò il mio
braccio.
--Coraggio!--ripetei soffocato.
La baciai su la fronte molle di sudore, mi volsi per andarmene.
--Ah, Tullio!--ella gridò dietro di me con un grido lacerante che
significava: "Non ti vedrò più."
Io feci l'atto di tornare a lei.
--Via, via--ordinò il dottore, con un gesto imperioso.
Volli obedire. Qualcuno serrò l'uscio dietro di me. Rimasi qualche
minuto là, in piedi, ad ascoltare; ma le ginocchia mi vacillavano, ma
il battito del cuore soverchiava qualunque altro strepito. Andai a
gittarmi sul divano; mi misi il fazzoletto tra i denti, affondai la
faccia in un cuscino. Soffrivo anch'io uno strazio fisico, simile
forse a quello d'un'amputazione mal praticata e lentissima. Gli urli
della partoriente mi giungevano a traverso l'uscio. E ad ognuno di
quelli urli io pensavo: "Questo è l'ultimo." Negli intervalli udivo un
mormorio di voci feminili: forse i conforti di mia madre, della
levatrice. Un urlo più acuto e più inumano degli altri. "Questo è
l'ultimo." E balzai in piedi esterrefatto.
Non potevo dare un passo. Alcuni minuti trascorsero; trascorse un
tempo incalcolabile. Come lampi velocissimi, m'attraversarono il
cervello pensieri, imagini. "È nato? E se ella fosse morta? E se
ambedue fossero morti? la madre e il figlio? No, no. Ella certamente è
morta; ed egli è vivo. Ma perché nessun vagito? L'emorragia, il
sangue...." Vidi il lago rosso, e, in mezzo, Giuliana boccheggiante.
Vinsi il terrore che m'irrigidiva e mi slanciai contro l'uscio.
L'apersi, entrai.
Udii subito la voce del chirurgo che mi gridava aspra:
--Non v'accostate! Non la scuotete! Volete ucciderla?
Giuliana pareva morta, più pallida del suo guanciale, immobile. Mia
madre stava china sopra di lei reggendo una compressa. Grandi macchie
di sangue rosseggiavano sul letto, macchie di sangue tingevano il
pavimento. Il chirurgo preparava un "irrigatore" con una sollecitudine
calma ed esatta:--le sue mani non tremavano, se bene la sua fronte
fosse corrugata. Un bacino d'acqua bollente fumigava in un angolo.
Cristina aggiungeva acqua con una brocca in un altro bacino, tenendovi
immerso il termometro. Un'altra donna portava nella stanza contigua un
fascio d'ovatta. C'era nell'aria l'odore dell'ammoniaca e dell'aceto.
Le minime particolarità della scena, abbracciata con un solo sguardo,
mi rimasero impresse indelebilmente.
--A 50 gradi--disse il dottore, volgendosi verso Cristina.--Attenta!
Io cercavo intorno, non udendo il vagito. Qualcuno mancava là dentro.
--E il bambino?--chiesi tremando.
--È di là, nell'altra stanza. Andate a vederlo--mi rispose il
dottore.--Rimanete là.
Gli indicai Giuliana con un gesto disperato.
--Non temete. Qua l'acqua, Cristina.
Entrai nell'altra stanza. Mi giunse all'orecchio un vagito
fievolissimo, a pena udibile. Vidi su uno strato d'ovatta un
corpicciuolo rossastro, qua e là violaceo, sotto le mani scarne della
levatrice, che lo stropicciavano nel dorso e nelle piante dei piedi.
--Venga, venga, signore; venga a vedere--disse la levatrice
continuando a stropicciare.--Venga a vedere che bel maschio. Non
respirava; ma ora non c'è più pericolo. Guardi che maschio!
Ella rivoltò il bambino, lo coricò sul dorso, mi mostrò il sesso.
--Guardi!
Afferrò il bambino e lo agitò nell'aria. I vagiti divennero un po' più
forti.
Ma io avevo negli occhi un scintillio strano che m'impediva di veder
bene; avevo in tutto l'essere una ottusità strana che m'impediva la
percezione esatta di tutte quelle cose reali e violente.
--Guardi!--mi ripetè ancora la levatrice coricando di nuovo su
l'ovatta il bambino che vagiva.
Ora vagiva forte. Respirava, viveva! Mi chinai su quel corpicciuolo
palpitante che odorava di licopodio; mi chinai a guardarlo, a
esaminarlo, per riconoscere la somiglianza aborrita. Ma la piccola
faccia turgida, ancora un po' livida, con i globi oculari sporgenti,
con la bocca gonfia, col mento obliquo, difforme, quasi non aveva
aspetto umano; e non m'ispirò se non ribrezzo.
--A pena nato--balbettai--a pena nato, non respirava....
--No, signore. Un po' d'apoplessia....
--Come mai?
--Aveva il cordone attorcigliato intorno al collo. E poi, forse il
contatto del sangue nero....
Ella parlava attendendo alla cura del bambino; e io guardavo quelle
mani scarne che lo avevano salvato e che ora avviluppavano
delicatamente il cordone ombelicale in una pezzetta spalmata di burro.
--Giulia, dammi la fascia.
E, fasciando il ventre del bambino, soggiunse:
--Questo oramai è assicurato. Dio lo benedica!
E le sue mani esperte presero la testina molliccia come per plasmarla.
Il bambino vagiva sempre più forte; vagiva con una specie di rabbia,
agitandosi tutto, conservando quell'apparenza apoplettica, quel
rossore paonazzo, quell'aspetto di cosa ributtante. Vagiva sempre più
forte come per darmi una prova della sua vitalità, come per
provocarmi, per esasperarmi.
Viveva, viveva. E la madre?
Rientrai nell'altra stanza, all'improvviso, demente.
--Tullio!
Era la voce di Giuliana, debole come quella d'un'agonizzante.