Il termine s'approssimava. La prima metà di ottobre era trascorsa. Il
dottor Vebesti era stato avvertito. Da un giorno all'altro potevano
sopraggiungere le doglie estreme.
La mia ansietà cresceva di ora in ora, diveniva intollerabile. Spesso
ero assalito da qualche impeto di follia simile a quello che un giorno
mi aveva travolto su l'argine dell'Assoro. Fuggivo lontano dalla
Badiola, restavo lunghe ore a cavallo, costringevo Orlando a saltare
le siepi e i fossi, lo spingevo al galoppo per sentieri perigliosi.
Tornavamo, io e il povero animale, grondanti, sfiniti, ma sempre
incolumi.
Il dottor Vebesti giunse. Tutti, alla Badiola, trassero un respiro,
ripresero fiducia, sperarono bene. Giuliana soltanto non si rianimò.
Più d'una volta io sorpresi nei suoi occhi il passaggio d'un pensiero
sinistro, la cupa luce dell'idea fissa, l'orrore d'un presentimento
lugubre.
Le doglie del parto incominciarono; durarono per un giorno intero con
qualche intervallo di riposo, ora più forti ora più deboli, ora
sopportabili ora laceranti. Ella stava in piedi appoggiata a un
tavolo, addossata a un armario, stringendo i denti per non gridare; o
si sedeva su una poltrona e rimaneva là quasi immobile, col viso tra
le mani, emettendo di tratto in tratto un gemito fioco: o mutava
continuamente di luogo, andava da un angolo all'altro, si soffermava
qua e là per stringere un qualunque oggetto tra le dita convulse. Lo
spettacolo della sua sofferenza mi dilaniava. Non potendo più reggere,
uscivo dalla stanza, mi allontanavo per qualche minuto; poi rientravo,
quasi involontariamente, attirato; e restavo là a guardarla soffrire,
senza poterla aiutare, senza poterle dire una parola di conforto.
--Tullio, Tullio, che cosa orribile! Ah, che cosa orribile! Non ho mai
sofferto tanto, mai, mai.
Era verso sera. Mia madre, miss Edith, il dottore erano discesi nella
sala da pranzo. Io e Giuliana eravamo rimasti soli. Non avevano ancora
portato i lumi. Entrava il crepuscolo violaceo d'ottobre; il vento
scoteva i vetri a quando a quando.
--Aiutami, Tullio! Aiutami!--ella gridò, fuori di sé per lo spasimo,
tendendo le braccia verso di me, guardandomi con gli occhi dilatati
ove il bianco era straordinariamente bianco in quella penombra che
rendeva livido il viso.
--Dimmi tu! Dimmi tu! Come potrei fare per aiutarti?--balbettavo,
smarrito, non sapendo che fare, accarezzandole i capelli su le tempie con
un gesto in cui avrei voluto mettere un potere soprannaturale.--Dimmi tu!
Dimmi tu! Che cosa?
Ella non si lamentava più; mi guardava, mi ascoltava, come dimentica
del suo dolore, quasi attonita, colpita forse dal suono della mia
voce, dall'espressione del mio smarrimento e della mia angoscia, dal
tremito delle mie dita su i suoi capelli, dalla desolata tenerezza di
quel gesto inefficace.
--Tu mi ami; è vero?--ella disse, non cessando di guardarmi come per
non perdere nessun segno della mia commozione.--Tu mi perdoni tutto.
Ella proruppe, esaltandosi di nuovo:
--Bisogna che tu mi ami, bisogna che tu mi ami molto, ora, perché
domani non ci sarò più, perché stanotte morirò, forse stasera morirò;
e tu ti pentiresti di non avermi amata, di non avermi perdonata, oh
certo ti pentiresti....
Ella pareva tanto sicura di morire che io rimasi agghiacciato dal
terrore subitamente.
--Bisogna che tu mi ami. Vedi: può essere che tu non abbia creduto a
quel che ti dissi una notte, può essere che tu non mi creda ora; ma
certo mi crederai quando non ci sarò più. Allora ti si farà la luce,
allora conoscerai la verità; e ti pentirai di non avermi amata a
bastanza, di non avermi perdonata....
Un nodo di pianto la soffocò.
--Sai tu perché mi dispiace di morire? Perché muoio senza che tu sappia
quanto t'ho amato.... quanto t'ho amato _dopo_, specialmente.... Ah che
castigo! Meritavo questa fine?
Ella si nascose la faccia tra le mani. Ma subito si scoperse. Mi
fissò, pallidissima. Pareva che un'idea più terribile ancora l'avesse
fulminata.
--E se io morissi--balbettò--se io morissi _lasciando vivo...._
--Taci!
--Tu intendi....
--Taci, Giuliana!
Io ero più debole di lei. Il terrore m'aveva sopraffatto e non mi
lasciava né pure la forza di proferire una parola consolante, di
opporre a quelle imaginazioni di morte una parola di vita. Anch'io ero
sicuro dell'atroce fine. Guardavo, nell'ombra violacea, Giuliana che
mi guardava; e mi parve di scorgere in quel povero viso estenuato i
segni dell'agonia, i segni d'un disfacimento già avanzato e
inarrestabile. Ed ella non potè soffocare una specie di ululo che non
aveva nulla di umano; e si aggrappò al mio braccio.
--Aiutami, Tullio! Aiutami!
Stringeva forte, assai forte, ma non a bastanza per me che avrei
voluto sentirmi penetrare nel braccio le sue unghie, smanioso di uno
spasimo fisico che mi accomunasse allo spasimo di lei. E, tenendo
puntata la fronte contro il mio omero, metteva un mugolio continuo.
Era quel suono che rende irriconoscibile la voce nostra nell'eccesso
della sofferenza corporea, quel suono che agguaglia l'uomo che soffre
al bruto che soffre: il lamento istintivo d'ogni carne addolorata,
umana o bestiale.
Ogni tanto ella ritrovava la sua voce per ripetere:
--Aiutami!
E mi comunicava le vibrazioni violente del suo strazio. E io sentivo
il contatto del suo ventre ove il piccolo essere malefico si agitava
contro la vita della madre, implacabile, senza darle tregua. Un'onda
di odio mi sorse dalle radici più profonde, mi parve affluire alle
mani tutta con un impulso micidiale. Era intempestivo l'impulso; ma la
visione del delitto già consumato mi balenò dentro. "Tu non vivrai."
--Oh, Tullio, Tullio, soffocami, fammi morire! Non posso, non posso,
intendi?, non posso più reggere; non voglio più soffrire.
Ella gridava esasperata, guardandosi intorno con occhi di pazza, come
per cercare qualche cosa o qualcuno che le desse l'aiuto che io non
potevo darle.
--Càlmati, càlmati, Giuliana.... Forse è venuto il momento. Coraggio!
Siediti qui. Coraggio, anima! Ancora un poco! Sono io qui, con te. Non
aver paura.
E corsi a suonare il campanello.
--Il dottore! Che venga subito il dottore!
Giuliana non si lamentava più. Ella pareva a un tratto aver cessato di
soffrire o almeno d'accorgersi del suo male, colpita da un nuovo
pensiero. Visibilmente, ella considerava qualche cosa dentro di sé;
era assorta. Io ebbi appena il tempo di notare la mutazione
istantanea.
--Ascolta, Tullio. Se mi venisse il delirio....
--Che dici?
--Se dopo, nella febbre, mi venisse il delirio e io morissi
delirando....
--E bene?
Ella aveva tale accento di terrore, le sue reticenze erano così
affannose che io tremavo a verga a verga come preso dal pànico, non
comprendendo ancora dove ella volesse giungere.
--E bene?
--Tutti saranno là, intorno a me.... Se nel delirio io parlassi, io
_rivelassi_.... Intendi? Intendi? Una parola basterebbe. E nel delirio
non si sa quel che si dice. Tu dovresti....
Mia madre, il dottore, la levatrice sopraggiunsero, in quel punto.
--Ah dottore--sospirò Giuliana--credevo di morire.
--Coraggio, coraggio!--fece il dottore, con la sua voce
cordiale.--Senza paura. Tutto andrà bene.
E mi guardò.
--Credo--soggiunse sorridendo--che vostro marito stia peggio di voi.
E mi accennò la porta.
--Via, via. Non bisogna star qui.
Incontrai gli occhi inquieti, sbigottiti e pietosi di mia madre.
--Sì, Tullio; è meglio che tu vada--ella disse.--Federico t'aspetta.
Guardai Giuliana. Senza curarsi degli altri, ella mi guardava
fissamente, con gli occhi lucidi, pieni d'un bagliore straordinario.
Era in quello sguardo tutta l'intensione dell'anima disperata.
--Non mi moverò dalla stanza accanto--dichiarai con fermezza,
seguitando a guardare Giuliana.
Mentre uscivo, scorsi la levatrice che disponeva i guanciali sul letto
del travaglio, sul letto di miseria; e rabbrividii, come a un soffio
di morte.