XXX.

Il termine s'approssimava. La prima metà di ottobre era trascorsa. Il

dottor Vebesti era stato avvertito. Da un giorno all'altro potevano

sopraggiungere le doglie estreme.

La mia ansietà cresceva di ora in ora, diveniva intollerabile. Spesso

ero assalito da qualche impeto di follia simile a quello che un giorno

mi aveva travolto su l'argine dell'Assoro. Fuggivo lontano dalla

Badiola, restavo lunghe ore a cavallo, costringevo Orlando a saltare

le siepi e i fossi, lo spingevo al galoppo per sentieri perigliosi.

Tornavamo, io e il povero animale, grondanti, sfiniti, ma sempre

incolumi.

Il dottor Vebesti giunse. Tutti, alla Badiola, trassero un respiro,

ripresero fiducia, sperarono bene. Giuliana soltanto non si rianimò.

Più d'una volta io sorpresi nei suoi occhi il passaggio d'un pensiero

sinistro, la cupa luce dell'idea fissa, l'orrore d'un presentimento

lugubre.

Le doglie del parto incominciarono; durarono per un giorno intero con

qualche intervallo di riposo, ora più forti ora più deboli, ora

sopportabili ora laceranti. Ella stava in piedi appoggiata a un

tavolo, addossata a un armario, stringendo i denti per non gridare; o

si sedeva su una poltrona e rimaneva là quasi immobile, col viso tra

le mani, emettendo di tratto in tratto un gemito fioco: o mutava

continuamente di luogo, andava da un angolo all'altro, si soffermava

qua e là per stringere un qualunque oggetto tra le dita convulse. Lo

spettacolo della sua sofferenza mi dilaniava. Non potendo più reggere,

uscivo dalla stanza, mi allontanavo per qualche minuto; poi rientravo,

quasi involontariamente, attirato; e restavo là a guardarla soffrire,

senza poterla aiutare, senza poterle dire una parola di conforto.

--Tullio, Tullio, che cosa orribile! Ah, che cosa orribile! Non ho mai

sofferto tanto, mai, mai.

Era verso sera. Mia madre, miss Edith, il dottore erano discesi nella

sala da pranzo. Io e Giuliana eravamo rimasti soli. Non avevano ancora

portato i lumi. Entrava il crepuscolo violaceo d'ottobre; il vento

scoteva i vetri a quando a quando.

--Aiutami, Tullio! Aiutami!--ella gridò, fuori di sé per lo spasimo,

tendendo le braccia verso di me, guardandomi con gli occhi dilatati

ove il bianco era straordinariamente bianco in quella penombra che

rendeva livido il viso.

--Dimmi tu! Dimmi tu! Come potrei fare per aiutarti?--balbettavo,

smarrito, non sapendo che fare, accarezzandole i capelli su le tempie con

un gesto in cui avrei voluto mettere un potere soprannaturale.--Dimmi tu!

Dimmi tu! Che cosa?

Ella non si lamentava più; mi guardava, mi ascoltava, come dimentica

del suo dolore, quasi attonita, colpita forse dal suono della mia

voce, dall'espressione del mio smarrimento e della mia angoscia, dal

tremito delle mie dita su i suoi capelli, dalla desolata tenerezza di

quel gesto inefficace.

--Tu mi ami; è vero?--ella disse, non cessando di guardarmi come per

non perdere nessun segno della mia commozione.--Tu mi perdoni tutto.

Ella proruppe, esaltandosi di nuovo:

--Bisogna che tu mi ami, bisogna che tu mi ami molto, ora, perché

domani non ci sarò più, perché stanotte morirò, forse stasera morirò;

e tu ti pentiresti di non avermi amata, di non avermi perdonata, oh

certo ti pentiresti....

Ella pareva tanto sicura di morire che io rimasi agghiacciato dal

terrore subitamente.

--Bisogna che tu mi ami. Vedi: può essere che tu non abbia creduto a

quel che ti dissi una notte, può essere che tu non mi creda ora; ma

certo mi crederai quando non ci sarò più. Allora ti si farà la luce,

allora conoscerai la verità; e ti pentirai di non avermi amata a

bastanza, di non avermi perdonata....

Un nodo di pianto la soffocò.

--Sai tu perché mi dispiace di morire? Perché muoio senza che tu sappia

quanto t'ho amato.... quanto t'ho amato _dopo_, specialmente.... Ah che

castigo! Meritavo questa fine?

Ella si nascose la faccia tra le mani. Ma subito si scoperse. Mi

fissò, pallidissima. Pareva che un'idea più terribile ancora l'avesse

fulminata.

--E se io morissi--balbettò--se io morissi _lasciando vivo...._

--Taci!

--Tu intendi....

--Taci, Giuliana!

Io ero più debole di lei. Il terrore m'aveva sopraffatto e non mi

lasciava né pure la forza di proferire una parola consolante, di

opporre a quelle imaginazioni di morte una parola di vita. Anch'io ero

sicuro dell'atroce fine. Guardavo, nell'ombra violacea, Giuliana che

mi guardava; e mi parve di scorgere in quel povero viso estenuato i

segni dell'agonia, i segni d'un disfacimento già avanzato e

inarrestabile. Ed ella non potè soffocare una specie di ululo che non

aveva nulla di umano; e si aggrappò al mio braccio.

--Aiutami, Tullio! Aiutami!

Stringeva forte, assai forte, ma non a bastanza per me che avrei

voluto sentirmi penetrare nel braccio le sue unghie, smanioso di uno

spasimo fisico che mi accomunasse allo spasimo di lei. E, tenendo

puntata la fronte contro il mio omero, metteva un mugolio continuo.

Era quel suono che rende irriconoscibile la voce nostra nell'eccesso

della sofferenza corporea, quel suono che agguaglia l'uomo che soffre

al bruto che soffre: il lamento istintivo d'ogni carne addolorata,

umana o bestiale.

Ogni tanto ella ritrovava la sua voce per ripetere:

--Aiutami!

E mi comunicava le vibrazioni violente del suo strazio. E io sentivo

il contatto del suo ventre ove il piccolo essere malefico si agitava

contro la vita della madre, implacabile, senza darle tregua. Un'onda

di odio mi sorse dalle radici più profonde, mi parve affluire alle

mani tutta con un impulso micidiale. Era intempestivo l'impulso; ma la

visione del delitto già consumato mi balenò dentro. "Tu non vivrai."

--Oh, Tullio, Tullio, soffocami, fammi morire! Non posso, non posso,

intendi?, non posso più reggere; non voglio più soffrire.

Ella gridava esasperata, guardandosi intorno con occhi di pazza, come

per cercare qualche cosa o qualcuno che le desse l'aiuto che io non

potevo darle.

--Càlmati, càlmati, Giuliana.... Forse è venuto il momento. Coraggio!

Siediti qui. Coraggio, anima! Ancora un poco! Sono io qui, con te. Non

aver paura.

E corsi a suonare il campanello.

--Il dottore! Che venga subito il dottore!

Giuliana non si lamentava più. Ella pareva a un tratto aver cessato di

soffrire o almeno d'accorgersi del suo male, colpita da un nuovo

pensiero. Visibilmente, ella considerava qualche cosa dentro di sé;

era assorta. Io ebbi appena il tempo di notare la mutazione

istantanea.

--Ascolta, Tullio. Se mi venisse il delirio....

--Che dici?

--Se dopo, nella febbre, mi venisse il delirio e io morissi

delirando....

--E bene?

Ella aveva tale accento di terrore, le sue reticenze erano così

affannose che io tremavo a verga a verga come preso dal pànico, non

comprendendo ancora dove ella volesse giungere.

--E bene?

--Tutti saranno là, intorno a me.... Se nel delirio io parlassi, io

_rivelassi_.... Intendi? Intendi? Una parola basterebbe. E nel delirio

non si sa quel che si dice. Tu dovresti....

Mia madre, il dottore, la levatrice sopraggiunsero, in quel punto.

--Ah dottore--sospirò Giuliana--credevo di morire.

--Coraggio, coraggio!--fece il dottore, con la sua voce

cordiale.--Senza paura. Tutto andrà bene.

E mi guardò.

--Credo--soggiunse sorridendo--che vostro marito stia peggio di voi.

E mi accennò la porta.

--Via, via. Non bisogna star qui.

Incontrai gli occhi inquieti, sbigottiti e pietosi di mia madre.

--Sì, Tullio; è meglio che tu vada--ella disse.--Federico t'aspetta.

Guardai Giuliana. Senza curarsi degli altri, ella mi guardava

fissamente, con gli occhi lucidi, pieni d'un bagliore straordinario.

Era in quello sguardo tutta l'intensione dell'anima disperata.

--Non mi moverò dalla stanza accanto--dichiarai con fermezza,

seguitando a guardare Giuliana.

Mentre uscivo, scorsi la levatrice che disponeva i guanciali sul letto

del travaglio, sul letto di miseria; e rabbrividii, come a un soffio

di morte.

L'Innocente · 第 48 / 72 题