Ricordo la gita a Villalilla, con Maria e Natalia e miss Edith, in una
mattina un po' velata. È un ricordo velato, in fatti, indistinto,
confuso, come d'un lungo sogno straziante e dolce.
Il giardino non aveva più le sue miriadi di grappoli turchinicci, non
aveva più la sua delicata selva di fiori né il suo profumo triplice
armonioso come una musica, né il suo riso aperto, né il clamore
continuo delle sue rondini. Non altro aveva di lieto se non le voci e
le corse delle due bambine inconsapevoli. Molte rondini erano partite;
altre partivano. Eravamo giunti in tempo per salutare l'ultimo stormo.
Tutti i nidi erano abbandonati, vacui, esanimi. Qualcuno era infranto,
e su gli avanzi della creta tremolava qualche piuma esile. L'ultimo
stormo era adunato sul tetto lungo le gronde, e aspettava ancora
qualche compagna dispersa. Le migratrici stavano in fila su l'orlo del
canale, talune rivolte col becco altre col dorso, per modo che le
piccole code forcute e i piccoli petti candidi si alternavano. E, così
aspettando, gittavano nell'aria calma i richiami. E di tratto in
tratto, a due, a tre, giungevano le compagne in ritardo. E
s'approssimava l'ora della dipartita. I richiami cessavano.
Un'occhiata di sole languida scendeva su la casa chiusa, su i nidi
deserti. Nulla era più triste di quelle esili piume morte che qua e
là, trattenute dalla creta, tremolavano.
Come sollevato da un colpo di vento subitaneo, da una raffica, lo
stormo si levò con un gran frullo di ali, sorse nell'aria in guisa
d'un vortice, rimase un istante a perpendicolo su la casa; poi, senza
incertezze, quasi che davanti gli si fosse disegnata una traccia, si
mise compatto in viaggio, si allontanò, si dileguò, disparve.
Maria e Natalia, ritte in piedi su un sedile per seguire più a lungo
con lo sguardo le fuggitive, tendevano le braccia e gridavano:
--Addio, addio, addio, rondinelle!
Ho di tutto il resto un ricordo indistinto, come d'un sogno.
Maria volle entrare nella casa. Io stesso aprii la porta. Là, su per
quei tre gradini, Giuliana m'aveva seguito furtiva, leggera come
un'ombra, e m'aveva allacciato e m'aveva bisbigliato: "Entra, entra."
Nell'andito ancora pendeva il nido fra le grottesche della volta. "Ora
sono tua, tua, tua!" ella aveva bisbigliato, senza distaccarsi dal mio
collo ma girando flessuosamente per venirmi sul petto, per incontrare
la mia bocca.--L'andito era muto, le scale erano mute; il silenzio
occupava tutta la casa. Là avevo udito il rombo cupo e remoto, simile
a quello che conservano in loro certe conchiglie profonde. Ma ora il
silenzio era simile a quello delle tombe. Là stava sepolta la mia
felicità.
Maria, Natalia cianciavano senza tregua, non cessavano mai
d'interrogarmi, si mostravano curiose di tutto, andavano ad aprire i
cassetti dei canterani, gli armarii. Miss Edith le seguiva per
moderarle.
--Guarda, guarda che ho trovato!--gridò Maria correndomi in contro.
Aveva trovato in fondo a un cassetto un mazzo di spigo e un guanto.
Era un guanto di Giuliana; era macchiato di nero su la punta delle
dita; nel rovescio, presso all'orlo, portava una scritta ancora
leggibile: "_Le more: 27 agosto 1880. Memento!_" Mi tornò chiaro alla
memoria, in un lampo, l'episodio delle more, uno dei più lieti
episodii della nostra felicità primitiva, un frammento d'idillio.
--Non è un guanto della mamma?--mi domandò Maria.--Rendimelo,
rendimelo. Voglio portarlo io alla mamma....
Ho di tutto il resto un ricordo indistinto, come d'un sogno.
Calisto, il vecchio guardiano, mi parlò di tante cose; e io non capii
quasi nulla. Più volte mi ripeté un augurio:
--Un maschio, un bel maschio, e Dio lo benedica! Un bel maschio!
Quando noi fummo fuori, Calisto chiuse la casa.
--E questi benedetti nidi?--egli disse scotendo la bella testa canuta.
--Non li toccare, Calisto.
Tutti i nidi erano abbandonati, vacui, esanimi. Le ultime ospiti erano
partite. Un'occhiata di sole languida scendeva su la casa chiusa, su i
nidi deserti. Nulla era più triste di quelle esili piume morte che qua
e là, trattenute dalla creta, tremolavano.