Un giorno andavo in cerca di Giuliana, per la Badiola. Erano le prime
ore del pomeriggio. Non avendola trovata nelle sue stanze, non
avendola trovata altrove, entrai nell'appartamento di mia madre. Le
porte erano aperte; non si udivano voci né rumori; le tende leggère
delle finestre palpitavano; s'intravedeva pei vani il verde degli
olmi; una lene aura di rezzo spirava fra le pareti chiare.
Mi avanzai verso il santuario, con cautela. Prevedendo il caso che mia
madre dormisse, camminavo piano per non disturbarla. Discostai le
portiere, mi affacciai dalla soglia. Udii infatti un respiro di
dormiente. Vidi mia madre addormentata su una poltrona accanto alla
finestra; vidi, fuor della spalliera d'un'altra poltrona, i capelli di
Giuliana. Entrai.
Stavano l'una di contro all'altra, e in mezzo a loro stava un tavolo
basso con sopra una canestra piena di cuffie minuscole. Mia madre
teneva ancora fra le dita una di quelle cuffie, in cui riluceva un
ago. Il sonno era venuto a inchinarle il capo, nell'atto del lavoro.
Col mento sul petto, ella dormiva; sognava forse. La gugliata bianca
era rimasta a mezzo, ma ella filava forse nel sogno un filo più
prezioso.
Giuliana anche dormiva, ma con la testa abbandonata alla spalliera,
con le mani posate lungo i bracciuoli. I suoi lineamenti s'erano come
distesi nella dolcezza del sonno; ma la sua bocca conservava una piega
triste, un'ombra d'afflizione: socchiusa, mostrava un poco della
gengiva esangue; ma alla radice del naso, tra i sopraccigli, rimaneva
il piccolo solco scavato dal grande dolore. E la fronte era madida:
una stilla rigava lenta una tempia. E le mani, più bianche della
mussolina da cui escivano, parevano confessare con la loro posa esse
sole una immensa stanchezza. Su nessuna di queste spirituali apparenze
io mi fermai come sul grembo che conteneva ormai l'essere già
completo. E ancora una volta, astraendo da quelle apparenze, astraendo
da Giuliana, sentii vivere quella creatura isolata come se null'altro
in quel momento vivesse accanto a me, intorno a me, null'altro. E
ancora una volta non fu una sensazione illusoria ma reale e profonda;
fu un raccapriccio che mi agitò tutte le fibre.
Girai gli occhi; e rividi tra le dita di mia madre la cuffia in cui
riluceva l'ago; rividi nella canestra tutti quei merletti leggèri e
quei nastri rosei e cilestri che tremolavano al soffio del vento. Mi
si strinse il cuore così forte che credetti mancare. Quanta tenerezza
rivelavano le dita di mia madre sognante su quella gentile cosa bianca
che doveva coprire il capo del figliuolo non mio!
Restai là qualche minuto. Quel luogo era veramente il santuario della
casa, il penetrale. Su una parete pendeva il ritratto di mio padre,
che somigliava molto a Federico; su l'altra, il ritratto di Costanza,
che somigliava un poco a Maria. Le due figure, esistenti
dell'esistenza superiore che danno le memorie dei cari ai cari
scomparsi, avevano gli occhi magnetici e seguaci, una specie
d'onniveggenza. Altre reliquie dei due scomparsi santificavano quel
luogo. In un angolo, su un plinto, stava chiusa in cristalli, coperta
d'un velo nero, la maschera formata sul cadavere dell'uomo che mia
madre amava d'un amore più forte della morte. E pure nulla era lugubre
là dentro. Una sovrana pace vi regnava e pareva diffondersi per tutta
la casa come da un cuore si diffonde la vita, armonicamente.