XXVIII.

Un giorno andavo in cerca di Giuliana, per la Badiola. Erano le prime

ore del pomeriggio. Non avendola trovata nelle sue stanze, non

avendola trovata altrove, entrai nell'appartamento di mia madre. Le

porte erano aperte; non si udivano voci né rumori; le tende leggère

delle finestre palpitavano; s'intravedeva pei vani il verde degli

olmi; una lene aura di rezzo spirava fra le pareti chiare.

Mi avanzai verso il santuario, con cautela. Prevedendo il caso che mia

madre dormisse, camminavo piano per non disturbarla. Discostai le

portiere, mi affacciai dalla soglia. Udii infatti un respiro di

dormiente. Vidi mia madre addormentata su una poltrona accanto alla

finestra; vidi, fuor della spalliera d'un'altra poltrona, i capelli di

Giuliana. Entrai.

Stavano l'una di contro all'altra, e in mezzo a loro stava un tavolo

basso con sopra una canestra piena di cuffie minuscole. Mia madre

teneva ancora fra le dita una di quelle cuffie, in cui riluceva un

ago. Il sonno era venuto a inchinarle il capo, nell'atto del lavoro.

Col mento sul petto, ella dormiva; sognava forse. La gugliata bianca

era rimasta a mezzo, ma ella filava forse nel sogno un filo più

prezioso.

Giuliana anche dormiva, ma con la testa abbandonata alla spalliera,

con le mani posate lungo i bracciuoli. I suoi lineamenti s'erano come

distesi nella dolcezza del sonno; ma la sua bocca conservava una piega

triste, un'ombra d'afflizione: socchiusa, mostrava un poco della

gengiva esangue; ma alla radice del naso, tra i sopraccigli, rimaneva

il piccolo solco scavato dal grande dolore. E la fronte era madida:

una stilla rigava lenta una tempia. E le mani, più bianche della

mussolina da cui escivano, parevano confessare con la loro posa esse

sole una immensa stanchezza. Su nessuna di queste spirituali apparenze

io mi fermai come sul grembo che conteneva ormai l'essere già

completo. E ancora una volta, astraendo da quelle apparenze, astraendo

da Giuliana, sentii vivere quella creatura isolata come se null'altro

in quel momento vivesse accanto a me, intorno a me, null'altro. E

ancora una volta non fu una sensazione illusoria ma reale e profonda;

fu un raccapriccio che mi agitò tutte le fibre.

Girai gli occhi; e rividi tra le dita di mia madre la cuffia in cui

riluceva l'ago; rividi nella canestra tutti quei merletti leggèri e

quei nastri rosei e cilestri che tremolavano al soffio del vento. Mi

si strinse il cuore così forte che credetti mancare. Quanta tenerezza

rivelavano le dita di mia madre sognante su quella gentile cosa bianca

che doveva coprire il capo del figliuolo non mio!

Restai là qualche minuto. Quel luogo era veramente il santuario della

casa, il penetrale. Su una parete pendeva il ritratto di mio padre,

che somigliava molto a Federico; su l'altra, il ritratto di Costanza,

che somigliava un poco a Maria. Le due figure, esistenti

dell'esistenza superiore che danno le memorie dei cari ai cari

scomparsi, avevano gli occhi magnetici e seguaci, una specie

d'onniveggenza. Altre reliquie dei due scomparsi santificavano quel

luogo. In un angolo, su un plinto, stava chiusa in cristalli, coperta

d'un velo nero, la maschera formata sul cadavere dell'uomo che mia

madre amava d'un amore più forte della morte. E pure nulla era lugubre

là dentro. Una sovrana pace vi regnava e pareva diffondersi per tutta

la casa come da un cuore si diffonde la vita, armonicamente.

L'Innocente · 第 46 / 72 题