E così ricominciò la mia fatica alla Badiola e continuò trista, senza
episodii notevoli, mentre l'ora s'indugiava nel quadrante solare
aggravata dalla monotonia delle cicale che frinivano su gli olmi.
_Hora est benefaciendi!_
E nel mio spirito si avvicendarono i soliti fermenti, le solite
inerzie, i soliti sarcasmi, le solite vane aspirazioni, le solite
crisi contraddittorie: l'abondanza e l'aridità. E più d'una volta,
considerando quella cosa grigia neutra mediocre fluida e onnipossente
che è la vita, pensai: "Chi sa! L'uomo è, sopra tutto, un animale
accomodativo. Non c'è turpitudine o dolore a cui non s'adatti. Può
anche essere che io finisca con un accomodamento. Chi sa!"
Mi sterilivo a furia d'ironie. "Chi sa che il figlio di Filippo
Arborio non sia, come si dice, _tutto il mio ritratto_.
L'accomodamento allora sarà anche più facile." E ripensavo alla triste
voglia di ridere che m'era venuta una volta sentendo dire d'un bimbo
(che io sapevo sicuramente adulterino) alla presenza dei legittimi
coniugi:
--Tutto suo padre!--E la somiglianza era straordinaria, per quella
misteriosa legge che i fisiologi chiamano _eredità d'influenza_.
Per quella legge il figlio talvolta non somiglia né al padre né alla
madre, ma somiglia all'uomo che ha avuto con la madre un contatto
anteriore alla fecondazione. Una donna maritata in seconde nozze, tre
anni dopo la morte del primo marito, genera figli che hanno tutti i
lineamenti del marito defunto e non somigliano in nulla a colui che li
ha procreati.
"Può essere dunque che Raimondo porti la mia impronta e sembri un
Hermil autentico" pensavo. "Può essere che io riceva speciali
congratulazioni per avere impresso con tanto vigore all'Erede il
suggello gentilizio!"
"E se l'aspettazione di mia madre, di mio fratello fosse delusa? Se
Giuliana desse alla luce una terza femmina?" Questa probabilità mi
quietava. Mi pareva che avrei avuta una repulsione minore verso la
neonata e che avrei potuto forse anche sopportarla. Ella col tempo si
sarebbe allontanata dalla mia casa, avrebbe preso un altro nome,
avrebbe vissuto in mezzo a un'altra famiglia.
Intanto, come più s'avvicinava il termine, l'impazienza diveniva più
fiera. Ero stanco di aver sempre avanti agli occhi quel ventre enorme
che cresceva senza misura. Ero stanco di dibattermi sempre nella
medesima sterile agitazione, tra i medesimi timori e le medesime
perplessità. Avrei voluto che gli eventi precipitassero, che in fine
una qualunque catastrofe si producesse. Qualunque catastrofe era
preferibile a quell'orribile agonia.
Un giorno, mio fratello domandò a Giuliana:
--E bene? Quanto tempo ancora?
Ella rispose:
--Ancora un mese!
Io pensai: "Se la storia del minuto di debolezza è vera, ella deve
conoscere il giorno preciso del concepimento."
Eravamo in settembre. L'estate era per morire. Era prossimo
l'equinozio d'autunno, il più dolce tempo dell'anno, quel tempo che
sembra portare in sé una specie di ebrietà aerea diffusa dalle uve
mature. L'incanto mi penetrava a poco a poco, mi ammolliva l'anima;
qualche volta mi dava un bisogno smanioso di tenerezze, di espansioni
delicate. Maria e Natalia passavano lunghe ore con me, sole con me,
nelle mie stanze o fuori per la campagna. Io non le avevo mai amate
d'un amore così profondo e così gentile. Da quelli occhi impregnati di
pensiero a pena consciente mi scendeva qualche volta nell'intimo
spirito un raggio di pace.