A pena giunsi in Roma, mi pentii d'esser partito. Trovai la città
infocata, fiammeggiante, quasi deserta; e n'ebbi sgomento. Trovai la
casa muta come un sepolcro, dove le medesime cose, le cose da me ben
conosciute, avevano un aspetto diverso, strano; e n'ebbi sgomento. Mi
sentii solo, in una solitudine spaventevole; ma non andai in cerca di
amici, non volli ricordare né riconoscere amici. Solo mi misi alla
caccia di un uomo contro il quale mi spingeva un odio implacabile:
alla caccia di Filippo Arborio.
Speravo d'incontrarlo subito in qualche luogo publico. Andai alla
trattoria che sapevo da lui frequentata. L'aspettai tutta una sera
premeditando il modo dell'affronto. Il passo d'ogni nuovo venuto mi
rimescolava il sangue. Ma egli non comparve. Interrogai i camerieri.
Da lungo tempo non l'avevano visto.
Feci una visita alla sala d'armi. La sala era vuota, immersa
nell'ombra verdognola prodotta dalle persiane chiuse, piena di quel
particolare odore che l'innaffio solleva da un pavimento di tavole. Il
maestro, abbandonato dagli allievi, mi accolse con grandi effusioni di
benevolenza. Io ascoltai attentamente il racconto minuto dei trionfi
riportati nelle gare dell'ultima academia. Poi gli chiesi notizie di
alcuni amici frequentatori della sala; infine gli chiesi notizie di
Filippo Arborio.
--Non è più a Roma, da quattro o cinque mesi--mi rispose il
maestro.--Ho sentito dire che è malato, d'una malattia nervosa molto
grave, e che difficilmente guarirà. Lo diceva il conte Galiffa. Ma non
so altro.
Soggiunse:
--Era molto fiacco, in fatti. Qui da me ha preso poche lezioni. Temeva
la stoccata; non poteva vedersi la punta d'avanti agli occhi....
--È ancora a Roma Galiffa?--gli domandai.
--No, è a Rimini.
Dopo alcuni momenti mi accomiatai.
La notizia inaspettata mi aveva colpito. Pensai: "Fosse vera!" E
m'augurai che si trattasse d'una di quelle terribili malattie del
midollo spinale o della sostanza cerebrale, che conducono un uomo alle
infime degradazioni, all'idiotismo, alle più tristi forme della follia
e quindi alla morte. Le nozioni apprese dai libri di scienza, i
ricordi d'una visita a un manicomio, le imagini anche più precise
lasciatemi impresse dal caso speciale di un mio amico, del povero
Spinelli, ora mi tornavano alla memoria rapidamente. E rivedevo il
povero Spinelli seduto su la gran poltrona di cuoio rosso, pallido
d'un pallor terreo, con tutti i lineamenti della faccia irrigiditi,
con la bocca dilatata e aperta, piena di saliva e d'un balbettio
incomprensibile. E rivedevo il gesto ch'egli faceva ad ogni tratto per
raccogliere nel fazzoletto quella saliva continua che gli colava dagli
angoli della bocca. E rivedevo la figura bionda e smilza e dolente
della sorella che metteva all'infermo un tovagliolo sotto il mento,
come a un bambino, e con la sonda faringea gli introduceva nello
stomaco i cibi ch'egli non avrebbe potuto inghiottire.
Pensavo: "Ho tutto da guadagnare. Se avessi un duello con un
avversario così celebre, se lo ferissi gravemente, se l'uccidessi, il
fatto, certo, non rimarrebbe segreto; correrebbe su tutte le bocche,
sarebbe divulgato, comentato da tutte le gazzette. E potrebbe anche
venire in chiaro la causa vera del duello! In vece questa malattia
provvidenziale mi salva da ogni pericolo, da ogni fastidio, da ogni
pettegolezzo. Io posso ben rinunziare a una voluttà sanguinaria, a un
castigo inflitto con la mia mano (e sono poi certo dell'esito?),
quando so paralizzato dalla malattia, ridotto all'impotenza l'uomo che
detesto. Ma la notizia sarà vera? E se si trattasse d'un disturbo
transitorio?" Mi venne una buona idea. Saltai in una vettura e mi feci
condurre alla libreria, dell'editore. Nella strada consideravo
mentalmente (con un vóto sincero) i due disturbi cerebrali più
terribili per un uomo di lettere, per un artefice della parola, per
uno stilista:--l'afasia e l'agrafia. E avevo la visione fantastica dei
sintomi.
Entrai nella libreria. Da prima non distinsi nulla, con gli occhi
abbacinati dalla luce esterna. Udii una voce nasale, dall'accento
straniero, che mi chiedeva:
--Il signore desidera?...
Scorsi dietro il banco un uomo d'età inconoscibile, biondiccio,
scarno, dilavato, una specie d'albino; e mi rivolsi a lui,
indicandogli i titoli di alcuni libri. Ne comprai parecchi. Poi
domandai l'ultimo romanzo di Filippo Arborio. L'albino mi porse _Il
Segreto_. Allora m'atteggiai ad ammiratore fanatico del romanziere.
--Questo è l'ultimo?
--Sì, signore. La nostra casa ne ha annunziato un nuovo, da qualche
mese:--_Turris eburnea_!
--Ah, _Turris eburnea_!
Il cuore mi diede un balzo.
--Ma credo che non potremo publicarlo.
--Perché mai?
--Il romanziere è molto malato.
--Malato! Di che male?
--D'una paralisi bulbare progressiva--rispose l'albino distaccando le
tre parole terribili l'una dall'altra, con una certa affettazione di
saccente.
"Ah, il male di Giulio Spinelli!"
--Il caso è grave, dunque.
--Gravissimo--sentenziò l'albino.--Ella sa che la paralisi non si
arresta.
--Ma ora è al principio.
--Al principio; ma su la natura del male non c'è più dubbio. L'ultima
volta che fu qui, io l'udii parlare. Già pronunziava con difficoltà
alcune parole.
--Ah, voi l'udiste?
--Sì, signore. Aveva già la pronunzia indecisa, un po' tremolante in
alcune parole....
Io incitavo l'albino con l'estrema attenzione, quasi ammirativa, che
prestavo alle sue risposte. Credo ch'egli mi avrebbe volentieri
distinte le consonanti contro le quali s'era incagliata la lingua del
romanziere illustre.
--E ora dov'è?
--È a Napoli. I medici l'hanno sottoposto a una cura elettrica.
--Ah, a una cura elettrica!--ripetevo io con uno stupore ingenuo, come
un uomo ignaro, volendo solleticare la vanità dell'albino e prolungare
la conversazione.
Veramente, nella libreria stretta e lunga come un corridoio spirava un
filo di frescura, per un riscontro. La luce era mite. Un commesso
dormiva in pace, su una sedia, col mento sul petto, all'ombra d'un
globo terraqueo. Nessuno entrava. Il libraio aveva qualche lato
ridicolo che mi divertiva, così bianchiccio com'era, con quella bocca
di rosicante, con quella voce nasale. E in una quiete di biblioteca
era assai gradevole sentir dichiarare con tanta sicurezza l'infermità
incurabile dell'uomo detestato.
--I medici hanno dunque speranza di salvarlo--dicevo, per incitare
l'albino.
--Impossibile.
--Dobbiamo sperare che sia possibile, per la gloria delle lettere....
--Impossibile.
--Ma io credo che, nella paralisi progressiva, si dieno casi di
guarigione.
--No, signore, no. Egli potrà vivere ancora due, tre, quattro anni; ma
non guarire.
--E pure, io credo....
Non so da che mi venissero quella leggerezza d'animo nel prendermi
gioco del mio informatore e quella curiosa compiacenza nell'assaporare
un mio sentimento crudele. Certo, io godevo. E l'albino, punto dalla
mia contraddizione, senza opporre altro, montò su una scaletta di
legno posta contro uno scaffale elevato. Gracile com'era, pareva uno
di quei gatti randagi, scarsi di carne e di pelo, che si spenzolano
all'orlo dei tetti. Montando, urtò col capo un nastro ch'era teso da
un angolo all'altro della libreria pel riposo delle mosche. Un nuvolo
di mosche gli turbinò intorno con un ronzio fierissimo. Egli discese
portando un volume: l'autorità da addurre in favore della morte. E le
mosche implacabili discendevano con lui.
Mi mostrò il frontespizio. Era un trattato di patologia speciale
medica.
--Ora sentirà.
Cercò nelle pagine. Poiché il volume era intonso, discostò con le dita
due fogli congiunti; e aguzzando i suoi occhi bianchicci, lesse per
entro: "_La prognosi della paralisi bulbare progressiva è
sfavorevole...._" Soggiunse:
--Ora è persuaso?
--Sì. Ma che peccato! Un'intelligenza così rara!
Le mosche non si quietavano. Facevano tutte insieme un ronzio
irritante. Assalivano me, l'albino, il commesso addormentato sotto il
globo terraqueo.
--Quanti anni _aveva_?--chiesi io, sbagliando involontariamente il
tempo del verbo, come se parlassi d'un defunto.
--Chi, signore?
--Filippo Arborio.
--Trentacinque anni, credo.
--Così giovine!
Avevo una strana voglia di ridere, una voglia puerile di ridere sul
naso all'albino e di lasciarlo là stupefatto. Era una eccitazione
singolarissima, un po' convulsiva, non mai provata, indefinita. Mi
agitava lo spirito qualche cosa di simile a quella ilarità bizzarra e
irrefrenabile che ci agita qualche volta tra le sorprese d'un sogno
incoerente. Il trattato era rimasto aperto sul banco; e io mi chinai a
guardare su una pagina una vignetta: un volto umano contorto da una
smorfia atroce e grottesca. "_Emiatrofia sinistra della faccia._" E le
mosche implacabili ronzavano, ronzavano senza posa.
Ma una preoccupazione mi tornò. Domandai:
--L'editore non ha ricevuto ancora il manoscritto della _Turris
eburnea_?
--No, signore. L'annunzio fu dato; ma non esiste se non il titolo.
--Solo il titolo?
--Sì, signore. L'annunzio in fatti è stato soppresso.
--Grazie. Vi prego di mandarmi questi libri a casa, dentr'oggi.
Diedi il mio indirizzo e uscii.
Sul marciapiede ebbi una sensazione particolare di smarrimento. Mi
pareva d'aver lasciato dietro di me un lembo di vita artificiale,
fittizia, falsa. Quel che avevo fatto, quel che avevo detto, quel che
avevo provato, e la figura dell'albino, e la sua voce, e il suo gesto:
tutto mi pareva artificiale, assumeva l'inesistenza d'un sogno, il
carattere d'una impressione avuta da una lettura recente, non dal
contatto della realtà.
Montai in vettura; tornai a casa. La sensazione vaga si dissipò. Mi
raccolsi per riflettere. Mi assicurai che tutto era reale,
indubitabile. Si formarono facilmente dentro di me imagini
dell'infermo a similitudine di quelle che mi dava il ricordo del
povero Spinelli. Mi punse una nuova curiosità. "Se andassi a Napoli
per vederlo?" E mi rappresentai lo spettacolo miserevole di quell'uomo
intellettuale degradato dal morbo, balbuziente come un mentecatto. Non
provavo più alcuna gioia. Ogni eccitazione d'odio era estinta. Una
tristezza cupa mi piombò sopra.--La ruina di quell'uomo non influiva
sul mio stato, non riparava alla mia ruina. Nulla era mutato in me,
nella mia esistenza, nella previsione del mio avvenire.
E ripensai il titolo dell'annunziato libro di Filippo Arborio: _Turris
eburnea_. I dubbii mi si affollarono nello spirito.--Si trattava d'un
riscontro puramente casuale con l'appellativo della nota dedica? O lo
scrittore aveva inteso creare un personaggio letterario a simiglianza
di Giuliana Hermil, narrare la sua avventura recente?--E di nuovo la
torturante interrogazione mi si ripresentò.--In che modo s'era svolta
quell'avventura dal principio alla fine?
E riudii le parole gridate da Giuliana nella notte indimenticabile:
"T'amo, t'ho amato sempre, sono stata sempre tua, sconto con
quest'inferno un minuto di debolezza, intendi?, _un minuto di
debolezza...._ È la verità. Non senti che è la verità?"
Ahimé, quante volte noi crediamo sentire la verità in una voce che
mentisce! Nulla ci può difendere dall'inganno. Ma se quella che io
avevo sentita nella voce di Giuliana era la verità pura, allora dunque
veramente ella era stata sorpresa da colui in un languore dei sensi,
nella mia casa stessa, ed aveva patita la violazione in una specie
d'inconsapevolezza, e risvegliandosi aveva provato orrore e disgusto
dell'atto irreparabile, e aveva scacciato colui e non l'aveva più
riveduto?
Questa imaginazione, in fatti, non aveva contro di sé nessuna delle
apparenze; le quali a punto davano a supporre che qualunque legame tra
Giuliana e colui fosse stato troncato da gran tempo decisamente.
"Nella mia casa stessa!" io ripensavo, intanto. E nella casa muta come
un sepolcro, nelle stanze deserte e piene d'afa, ero perseguitato
dall'imagine inevitabile.