XXIV.

A pena giunsi in Roma, mi pentii d'esser partito. Trovai la città

infocata, fiammeggiante, quasi deserta; e n'ebbi sgomento. Trovai la

casa muta come un sepolcro, dove le medesime cose, le cose da me ben

conosciute, avevano un aspetto diverso, strano; e n'ebbi sgomento. Mi

sentii solo, in una solitudine spaventevole; ma non andai in cerca di

amici, non volli ricordare né riconoscere amici. Solo mi misi alla

caccia di un uomo contro il quale mi spingeva un odio implacabile:

alla caccia di Filippo Arborio.

Speravo d'incontrarlo subito in qualche luogo publico. Andai alla

trattoria che sapevo da lui frequentata. L'aspettai tutta una sera

premeditando il modo dell'affronto. Il passo d'ogni nuovo venuto mi

rimescolava il sangue. Ma egli non comparve. Interrogai i camerieri.

Da lungo tempo non l'avevano visto.

Feci una visita alla sala d'armi. La sala era vuota, immersa

nell'ombra verdognola prodotta dalle persiane chiuse, piena di quel

particolare odore che l'innaffio solleva da un pavimento di tavole. Il

maestro, abbandonato dagli allievi, mi accolse con grandi effusioni di

benevolenza. Io ascoltai attentamente il racconto minuto dei trionfi

riportati nelle gare dell'ultima academia. Poi gli chiesi notizie di

alcuni amici frequentatori della sala; infine gli chiesi notizie di

Filippo Arborio.

--Non è più a Roma, da quattro o cinque mesi--mi rispose il

maestro.--Ho sentito dire che è malato, d'una malattia nervosa molto

grave, e che difficilmente guarirà. Lo diceva il conte Galiffa. Ma non

so altro.

Soggiunse:

--Era molto fiacco, in fatti. Qui da me ha preso poche lezioni. Temeva

la stoccata; non poteva vedersi la punta d'avanti agli occhi....

--È ancora a Roma Galiffa?--gli domandai.

--No, è a Rimini.

Dopo alcuni momenti mi accomiatai.

La notizia inaspettata mi aveva colpito. Pensai: "Fosse vera!" E

m'augurai che si trattasse d'una di quelle terribili malattie del

midollo spinale o della sostanza cerebrale, che conducono un uomo alle

infime degradazioni, all'idiotismo, alle più tristi forme della follia

e quindi alla morte. Le nozioni apprese dai libri di scienza, i

ricordi d'una visita a un manicomio, le imagini anche più precise

lasciatemi impresse dal caso speciale di un mio amico, del povero

Spinelli, ora mi tornavano alla memoria rapidamente. E rivedevo il

povero Spinelli seduto su la gran poltrona di cuoio rosso, pallido

d'un pallor terreo, con tutti i lineamenti della faccia irrigiditi,

con la bocca dilatata e aperta, piena di saliva e d'un balbettio

incomprensibile. E rivedevo il gesto ch'egli faceva ad ogni tratto per

raccogliere nel fazzoletto quella saliva continua che gli colava dagli

angoli della bocca. E rivedevo la figura bionda e smilza e dolente

della sorella che metteva all'infermo un tovagliolo sotto il mento,

come a un bambino, e con la sonda faringea gli introduceva nello

stomaco i cibi ch'egli non avrebbe potuto inghiottire.

Pensavo: "Ho tutto da guadagnare. Se avessi un duello con un

avversario così celebre, se lo ferissi gravemente, se l'uccidessi, il

fatto, certo, non rimarrebbe segreto; correrebbe su tutte le bocche,

sarebbe divulgato, comentato da tutte le gazzette. E potrebbe anche

venire in chiaro la causa vera del duello! In vece questa malattia

provvidenziale mi salva da ogni pericolo, da ogni fastidio, da ogni

pettegolezzo. Io posso ben rinunziare a una voluttà sanguinaria, a un

castigo inflitto con la mia mano (e sono poi certo dell'esito?),

quando so paralizzato dalla malattia, ridotto all'impotenza l'uomo che

detesto. Ma la notizia sarà vera? E se si trattasse d'un disturbo

transitorio?" Mi venne una buona idea. Saltai in una vettura e mi feci

condurre alla libreria, dell'editore. Nella strada consideravo

mentalmente (con un vóto sincero) i due disturbi cerebrali più

terribili per un uomo di lettere, per un artefice della parola, per

uno stilista:--l'afasia e l'agrafia. E avevo la visione fantastica dei

sintomi.

Entrai nella libreria. Da prima non distinsi nulla, con gli occhi

abbacinati dalla luce esterna. Udii una voce nasale, dall'accento

straniero, che mi chiedeva:

--Il signore desidera?...

Scorsi dietro il banco un uomo d'età inconoscibile, biondiccio,

scarno, dilavato, una specie d'albino; e mi rivolsi a lui,

indicandogli i titoli di alcuni libri. Ne comprai parecchi. Poi

domandai l'ultimo romanzo di Filippo Arborio. L'albino mi porse _Il

Segreto_. Allora m'atteggiai ad ammiratore fanatico del romanziere.

--Questo è l'ultimo?

--Sì, signore. La nostra casa ne ha annunziato un nuovo, da qualche

mese:--_Turris eburnea_!

--Ah, _Turris eburnea_!

Il cuore mi diede un balzo.

--Ma credo che non potremo publicarlo.

--Perché mai?

--Il romanziere è molto malato.

--Malato! Di che male?

--D'una paralisi bulbare progressiva--rispose l'albino distaccando le

tre parole terribili l'una dall'altra, con una certa affettazione di

saccente.

"Ah, il male di Giulio Spinelli!"

--Il caso è grave, dunque.

--Gravissimo--sentenziò l'albino.--Ella sa che la paralisi non si

arresta.

--Ma ora è al principio.

--Al principio; ma su la natura del male non c'è più dubbio. L'ultima

volta che fu qui, io l'udii parlare. Già pronunziava con difficoltà

alcune parole.

--Ah, voi l'udiste?

--Sì, signore. Aveva già la pronunzia indecisa, un po' tremolante in

alcune parole....

Io incitavo l'albino con l'estrema attenzione, quasi ammirativa, che

prestavo alle sue risposte. Credo ch'egli mi avrebbe volentieri

distinte le consonanti contro le quali s'era incagliata la lingua del

romanziere illustre.

--E ora dov'è?

--È a Napoli. I medici l'hanno sottoposto a una cura elettrica.

--Ah, a una cura elettrica!--ripetevo io con uno stupore ingenuo, come

un uomo ignaro, volendo solleticare la vanità dell'albino e prolungare

la conversazione.

Veramente, nella libreria stretta e lunga come un corridoio spirava un

filo di frescura, per un riscontro. La luce era mite. Un commesso

dormiva in pace, su una sedia, col mento sul petto, all'ombra d'un

globo terraqueo. Nessuno entrava. Il libraio aveva qualche lato

ridicolo che mi divertiva, così bianchiccio com'era, con quella bocca

di rosicante, con quella voce nasale. E in una quiete di biblioteca

era assai gradevole sentir dichiarare con tanta sicurezza l'infermità

incurabile dell'uomo detestato.

--I medici hanno dunque speranza di salvarlo--dicevo, per incitare

l'albino.

--Impossibile.

--Dobbiamo sperare che sia possibile, per la gloria delle lettere....

--Impossibile.

--Ma io credo che, nella paralisi progressiva, si dieno casi di

guarigione.

--No, signore, no. Egli potrà vivere ancora due, tre, quattro anni; ma

non guarire.

--E pure, io credo....

Non so da che mi venissero quella leggerezza d'animo nel prendermi

gioco del mio informatore e quella curiosa compiacenza nell'assaporare

un mio sentimento crudele. Certo, io godevo. E l'albino, punto dalla

mia contraddizione, senza opporre altro, montò su una scaletta di

legno posta contro uno scaffale elevato. Gracile com'era, pareva uno

di quei gatti randagi, scarsi di carne e di pelo, che si spenzolano

all'orlo dei tetti. Montando, urtò col capo un nastro ch'era teso da

un angolo all'altro della libreria pel riposo delle mosche. Un nuvolo

di mosche gli turbinò intorno con un ronzio fierissimo. Egli discese

portando un volume: l'autorità da addurre in favore della morte. E le

mosche implacabili discendevano con lui.

Mi mostrò il frontespizio. Era un trattato di patologia speciale

medica.

--Ora sentirà.

Cercò nelle pagine. Poiché il volume era intonso, discostò con le dita

due fogli congiunti; e aguzzando i suoi occhi bianchicci, lesse per

entro: "_La prognosi della paralisi bulbare progressiva è

sfavorevole...._" Soggiunse:

--Ora è persuaso?

--Sì. Ma che peccato! Un'intelligenza così rara!

Le mosche non si quietavano. Facevano tutte insieme un ronzio

irritante. Assalivano me, l'albino, il commesso addormentato sotto il

globo terraqueo.

--Quanti anni _aveva_?--chiesi io, sbagliando involontariamente il

tempo del verbo, come se parlassi d'un defunto.

--Chi, signore?

--Filippo Arborio.

--Trentacinque anni, credo.

--Così giovine!

Avevo una strana voglia di ridere, una voglia puerile di ridere sul

naso all'albino e di lasciarlo là stupefatto. Era una eccitazione

singolarissima, un po' convulsiva, non mai provata, indefinita. Mi

agitava lo spirito qualche cosa di simile a quella ilarità bizzarra e

irrefrenabile che ci agita qualche volta tra le sorprese d'un sogno

incoerente. Il trattato era rimasto aperto sul banco; e io mi chinai a

guardare su una pagina una vignetta: un volto umano contorto da una

smorfia atroce e grottesca. "_Emiatrofia sinistra della faccia._" E le

mosche implacabili ronzavano, ronzavano senza posa.

Ma una preoccupazione mi tornò. Domandai:

--L'editore non ha ricevuto ancora il manoscritto della _Turris

eburnea_?

--No, signore. L'annunzio fu dato; ma non esiste se non il titolo.

--Solo il titolo?

--Sì, signore. L'annunzio in fatti è stato soppresso.

--Grazie. Vi prego di mandarmi questi libri a casa, dentr'oggi.

Diedi il mio indirizzo e uscii.

Sul marciapiede ebbi una sensazione particolare di smarrimento. Mi

pareva d'aver lasciato dietro di me un lembo di vita artificiale,

fittizia, falsa. Quel che avevo fatto, quel che avevo detto, quel che

avevo provato, e la figura dell'albino, e la sua voce, e il suo gesto:

tutto mi pareva artificiale, assumeva l'inesistenza d'un sogno, il

carattere d'una impressione avuta da una lettura recente, non dal

contatto della realtà.

Montai in vettura; tornai a casa. La sensazione vaga si dissipò. Mi

raccolsi per riflettere. Mi assicurai che tutto era reale,

indubitabile. Si formarono facilmente dentro di me imagini

dell'infermo a similitudine di quelle che mi dava il ricordo del

povero Spinelli. Mi punse una nuova curiosità. "Se andassi a Napoli

per vederlo?" E mi rappresentai lo spettacolo miserevole di quell'uomo

intellettuale degradato dal morbo, balbuziente come un mentecatto. Non

provavo più alcuna gioia. Ogni eccitazione d'odio era estinta. Una

tristezza cupa mi piombò sopra.--La ruina di quell'uomo non influiva

sul mio stato, non riparava alla mia ruina. Nulla era mutato in me,

nella mia esistenza, nella previsione del mio avvenire.

E ripensai il titolo dell'annunziato libro di Filippo Arborio: _Turris

eburnea_. I dubbii mi si affollarono nello spirito.--Si trattava d'un

riscontro puramente casuale con l'appellativo della nota dedica? O lo

scrittore aveva inteso creare un personaggio letterario a simiglianza

di Giuliana Hermil, narrare la sua avventura recente?--E di nuovo la

torturante interrogazione mi si ripresentò.--In che modo s'era svolta

quell'avventura dal principio alla fine?

E riudii le parole gridate da Giuliana nella notte indimenticabile:

"T'amo, t'ho amato sempre, sono stata sempre tua, sconto con

quest'inferno un minuto di debolezza, intendi?, _un minuto di

debolezza...._ È la verità. Non senti che è la verità?"

Ahimé, quante volte noi crediamo sentire la verità in una voce che

mentisce! Nulla ci può difendere dall'inganno. Ma se quella che io

avevo sentita nella voce di Giuliana era la verità pura, allora dunque

veramente ella era stata sorpresa da colui in un languore dei sensi,

nella mia casa stessa, ed aveva patita la violazione in una specie

d'inconsapevolezza, e risvegliandosi aveva provato orrore e disgusto

dell'atto irreparabile, e aveva scacciato colui e non l'aveva più

riveduto?

Questa imaginazione, in fatti, non aveva contro di sé nessuna delle

apparenze; le quali a punto davano a supporre che qualunque legame tra

Giuliana e colui fosse stato troncato da gran tempo decisamente.

"Nella mia casa stessa!" io ripensavo, intanto. E nella casa muta come

un sepolcro, nelle stanze deserte e piene d'afa, ero perseguitato

dall'imagine inevitabile.

L'Innocente · 第 42 / 72 题