In uno di tali accessi risolsi di lasciare la Badiola, di partire per
Roma, di andare alla ventura.
Mi si offriva il pretesto. Non prevedendo un'assenza tanto lunga, noi
avevamo lasciata la casa in condizioni provvisorie. Bisognava dare
assetto a molte cose; bisognava disporre tutto in modo che la nostra
assenza potesse prolungarsi fuor d'un termine fisso.
Annunziai la mia partenza. Persuasi di questa necessità mia madre, mio
fratello, Giuliana. Promisi di sbrigarmi in pochi giorni. Mi preparai.
Alla vigilia, la sera, tardi, mentre chiudevo una valigia, udii
battere all'uscio della camera. Gridai:
--Avanti!
Vidi entrare Giuliana, sorpreso.
--Oh, sei tu?
Le mossi incontro. Ella ansava un poco, forse affaticata dalle scale.
La feci sedere. Le offersi una tazza di tè freddo con un sottile disco
di limone, una bevanda a lei grata un tempo, che era pronta por me.
Ella vi bagnò a pena le labbra e me la rese. I suoi occhi rivelavano
l'inquietudine. Disse al fine, timidamente:
--Dunque parti?
--Sì--io risposi--domattina, come sai.
Seguì un intervallo di silenzio, lungo. Dalle finestre aperte entrava
una frescura deliziosa; su i davanzali batteva la luna piena; giungeva
il canto corale dei grilli, simile al suono d'un flauto un po' roco e
indefinitamente lontano.
Ella mi domandò, con la voce alterata:
--Quando tornerai? Dimmi la verità.
--_Non so_--risposi.
Seguì un'altra pausa. Il vento leggero ricorreva a volta a volta, e le
tende si gonfiavano. Ogni àsolo recava nella stanza, fino a noi, la
voluttà della notte d'estate.
--Mi abbandoni?
Nella sua voce era uno scoramento così profondo che i nodi aspri
dentro di me si sciolsero a un tratto; e il rammarico e la pietà mi
invasero.
--No--risposi--non temere, Giuliana. Ma ho bisogno di una tregua. Non
ne posso più. Ho bisogno d'un respiro.
Ella disse:
--Hai ragione.
--Credo che tornerò presto, come ho promesso. Ti scriverò. Anche tu,
forse, non vedendomi soffrire, avrai un sollievo.
Ella disse:
--Nessun sollievo mai.
Un pianto soffocato tremava nelle sue parole. Ella soggiunse a un
tratto, con un accento di lacerante angoscia:
--Tullio, Tullio, dimmi la verità. Mi odii? Dimmi la verità!
Ella m'interrogava con gli occhi, assai più angosciosi delle sue
parole. Parve fissare in me per un istante la sua stessa anima. E quei
poveri occhi dilatati, quella fronte così pura, quella bocca convulsa,
quel mento smagrito, tutto quel tenue viso dolente a contrasto con la
difformità inferiore ignominiosa, e quelle mani, quelle tenui mani
dolenti che si tendevano verso di me con un gesto supplichevole, mi
fecero pena come non mai, e m'impietosirono e m'intenerirono.
--Credimi, Giuliana, credimi per sempre. Non ho nessun rancore contro
di te, non ne avrò mai. Non dimentico che ti debbo il contraccambio;
non dimentico nulla. Non ne hai già le prove? Rassicurati. Pensa ora a
_liberarti_. E poi.... chi sa! Ma, in qualunque caso, io non ti
mancherò, Giuliana. Ora lascia che io parta. Forse qualche giorno di
lontananza mi farà bene. Tornerò calmato. Sarà necessaria molta calma,
poi. Tu avrai bisogno di tutto il mio aiuto....
Ella disse:
--Grazie. Farai di me quel che vorrai.
Un canto umano ora giungeva nella notte, coprendo il suono roco del
flauto silvestre:--forse un coro di trebbiatori, da qualche aia remota
sotto la luna.
--Senti?--io dissi.
Ascoltammo. Il vento asolava. Tutta la voluttà della notte d'estate
veniva a gonfiarmi il cuore.
--Vuoi che andiamo a sedere di là, sul terrazzo?--chiesi a Giuliana
dolcemente.
Ella acconsentì, si levò. Passammo nell'altra stanza, ove non era
altro lume che quello del plenilunio. Un gran flutto candido, qualche
cosa come un latte immateriale, inondava il pavimento. In quel flutto
ella camminò d'avanti a me, per uscire sul terrazzo; e io potei vedere
la sua ombra difforme disegnarsi cupa nel chiarore.
Ah dov'era la creatura esile e pieghevole che avrei stretta fra le mie
braccia? Dov'era l'amante che avevo rinvenuta sotto i fiori di lilla
in un meriggio d'aprile?--Ebbi nel cuore, in un attimo, tutti i
rimpianti, tutti i desiderii, tutte le disperazioni.
Giuliana s'era seduta e aveva poggiata la testa al ferro della
ringhiera. La sua faccia illuminata in pieno era più bianca di
qualunque cosa intorno, più bianca del muro. Ella teneva le palpebre
socchiuse. I cigli le spandevano a sommo delle gote un'ombra che mi
turbava più d'uno sguardo.
Come avrei potuto parlare?
Mi volsi verso la valle, mi piegai su la ringhiera stringendo il ferro
freddo tra le dita. Vidi sotto di me un'immensa massa di apparenze
confuse, dove non distinsi se non lo scintillio dell'Assoro. Il canto
giungeva or sì or no, secondo l'alito della frescura; e nelle pause si
riudiva il suono di quel flauto un po' roco e indefinitamente lontano.
Nessuna notte m'era parsa mai tanto piena di dolcezza e d'affanno.
Dall'estremo fondo della mia anima irruppe un grido, altissimo se bene
non udibile, verso la felicità perduta.