XX.

Mia madre rianimata moltiplicò verso Giuliana le sue tenerezze.

Manifestò il suo caro sogno e il suo presentimento. Ella aspettava il

nipote, il piccolo Raimondo. Era _sicura_, questa volta.

Mio fratello anche aspettava Raimondo.

Maria e Natalia rivolgevano spesso a me, alla madre, alla nonna,

domande ingenue e graziose sul compagno futuro.

Così con presagi, con augurii, con speranze l'amor familiare

incominciava ad avvolgere il frutto invisibile, l'essere ancora

informe.

E i fianchi di Giuliana incominciavano ad ingrossarsi.

Un giorno eravamo rimasti io e Giuliana seduti sotto gli olmi. Mia

madre ci aveva lasciati da poco. Nei suoi discorsi affettuosi ella

aveva nominato Raimondo; aveva anzi rinnovato il diminutivo: Mondino,

richiamando lontanissimi ricordi di mio padre morto. Io e Giuliana le

avevamo sorriso. Ella aveva creduto che il suo sogno fosse il nostro

sogno. Ci aveva lasciati là perché continuassimo a sognare.

Era l'ora che segue lo scomparire del sole, un'ora lucida e calma. I

fogliami sul nostro capo non si movevano. A quando a quando uno stormo

di rondini veemente fendeva l'aria con un rombo d'ali, con uno scoppio

di gridi come a Villalilla.

Seguimmo con gli occhi la santa finché disparve. Allora ci guardammo,

in silenzio, costernati. Rimanemmo in silenzio per qualche tempo,

oppressi dall'immensità della nostra tristezza. E io, con una

terribile intensione di tutto il mio essere, astraendo da Giuliana,

sentii vivere accanto a me la creatura isolata come se null'altro in

quel momento vivesse accanto a me, null'altro. E non fu una sensazione

illusoria ma reale e profonda. Fu un raccapriccio che mi pervase tutte

le fibre. Sussultai forte; e levai di nuovo lo sguardo al viso della

mia compagna, per dissipare quella sensazione d'orrore. Ci guardammo,

perduti, non sapendo che dire, che fare contro l'eccesso dello

spasimo. E io vedevo nel viso di lei riflessa la mia angoscia,

indovinavo il mio aspetto. E, poiché i miei occhi andarono

istintivamente al grembo, come li rialzai scorsi nel viso di lei

quell'espressione di terror panico che hanno gli infermi d'una

infermità mostruosa quando qualcuno osserva la parte difformata dal

male incurabile.

Ella disse, a voce bassa, dopo un intervallo in cui ambedue avevamo

tentato di misurare la nostra pena e non avevamo trovato un termine;

ella disse:

--Hai tu pensato che questo potrebbe durare tutta la vita?

Io non aprii le labbra; ma la risposta sonò dentro di me risoluta:

"No, questo non durerà."

Ella soggiunse:

--Ricordati che con una parola tu puoi troncare ogni cosa, liberarti.

Io sono pronta. Ricordatene.

L'Innocente · 第 37 / 72 题