Era incredibile la sua forza nel dissimulare, alla presenza degli
inconsapevoli. Ella riusciva ancora a sorridere! I noti timori per la
salute di lei mi davano modo di giustificare certe tristezze che non
sapevo nascondere. Tali timori a punto, comuni a mia madre e a mio
fratello, facevano sì che nella casa la nuova concezione non fosse
festeggiata come le altre e fossero evitati i soliti pronostici ed
ogni discorso allusivo. Ed era fortuna.
Ma giunse finalmente alla Badiola il dottor Vebesti.
La sua visita fu rassicurante. Egli trovò Giuliana molto indebolita,
osservò in lei qualche disordine nervoso, l'impoverimento del sangue,
un disturbo nutritivo generale dell'organismo; ma affermò che il
processo della gravidanza non presentava anomalie notevoli e che,
migliorate le condizioni generali, anche il processo del parto avrebbe
potuto compiersi regolarmente. Inoltre egli mostrò di confidar molto
nella tempra eccezionale di Giuliana, dalla quale anche pel passato
aveva avuto prove straordinarie di resistenza. Ordinò una cura
igienica e dietetica atta a ricostituirla, approvò il soggiorno alla
Badiola, raccomandò il metodo, l'esercizio moderato, la tranquillità
di spirito.
--Conto specialmente su voi--mi disse, con serietà.
Io rimasi deluso. Avevo riposta in lui una speranza di salvezza ed
ecco, la perdevo. Prima del suo arrivo, avevo sperato: "Se dichiarasse
necessario, per guarentire la madre, sacrificare il figlio ancora
informe e non vitale! Se dichiarasse necessario provocare ad arte
l'aborto per evitare la catastrofe sicura all'epoca della maturità!...
Giuliana sarebbe salva, guarirebbe; ed io anche sarei salvo, mi
sentirei rinascere. Credo che potrei quasi dimenticare, o, almeno,
rassegnarmi. Il tempo chiude tante piaghe e il lavoro consola di tante
tristezze. Credo che potrei conquistare la pace, a poco a poco, ed
emendarmi, seguire l'esempio di mio fratello, diventar migliore,
diventare un Uomo, vivere per gli altri, abbracciare la religione
nuova. Credo che potrei ritrovare in questo stesso dolore la mia
dignità.--L'uomo a cui è dato soffrire più degli altri, è _degno_ di
soffrire più degli altri.--Non è un versetto del vangelo di mio
fratello? C'è dunque una elezione di dolore. Giovanni di Scòrdio, per
esempio, è un eletto. Chi possiede quel sorriso possiede un dono
divino. Credo che potrei meritare quel dono...." Avevo sperato.
Contraddicendo al mio fervore espiatorio, avevo sperato in una
diminuzione di pena!
In fatto, volendo rigenerarmi nella sofferenza, avevo paura di
soffrire: un'atroce paura d'affrontare il vero dolore. La mia anima
era già sfinita; e, pur avendo intraveduta la grande via ed essendo
agitata da aspirazioni cristiane, si metteva per un sentiero obliquo
in fondo al quale era l'abisso inevitabile.
Parlando col dottore, mostrando un po' d'incredulità per le sue
previsioni rassicuranti, mostrando qualche inquietudine, io trovai il
modo di esporgli il mio pensiero. Gli feci intendere che desideravo
allontanato per Giuliana il pericolo a qualunque costo e che, se fosse
stato necessario, avrei rinunziato al terzogenito senza rammarico. Lo
pregai di non nascondermi nulla.
Egli di nuovo mi rassicurò. Mi dichiarò che, anche in un caso
disperato, non avrebbe ricorso all'aborto perché nelle condizioni in
cui trovavasi Giuliana, una emorragia sarebbe stata perniciosissima.
Mi ripetè che bisognava anzi tutto promuovere e sostenere la
rigenerazione del sangue, ricostruire l'organismo infiacchito, cercare
con ogni mezzo che l'incinta giungesse all'epoca del parto restaurata
di forze, fiduciosa, tranquilla. Soggiunse:
--Credo che la signora abbia specialmente bisogno di consolazioni
morali. Io sono un vecchio amico. So che ella ha molto sofferto. Voi
potrete sollevarla.