Il patto dunque tra me e Giuliana pareva concluso. Ella viveva.
Ambedue seguitavamo a vivere simulando, dissimulando. Avevamo, come i
dipsomani, due vite alterne: una tranquilla, tutta composta di dolci
apparenze, di tenerezze filiali, di affetti puri, di atti benigni;
l'altra agitata, febrile, torbida, incerta, senza speranza, dominata
dall'idea fissa, incalzata sempre da una minaccia, precipitante verso
una catastrofe ignota.
Io avevo qualche raro momento in cui l'anima, sfuggendo all'assedio di
tante cattive cose, liberandosi dal male che la avvolgeva come di
mille tentacoli, si slanciava con un grande anelito verso l'alto
ideale di bontà più volte intraveduto. Mi tornavano alla memoria le
singolari parole da mio fratello dette sul limite del bosco d'Assoro,
riguardanti Giovanni di Scòrdio: "_Farai bene, Tullio, a non
dimenticare quel sorriso._" E quel sorriso su la bocca appassita del
vecchio prendeva un significato profondo, diventava straordinariamente
luminoso, m'esaltava come la rivelazione d'una suprema verità.
Quasi sempre, in quei rari momenti, un altro sorriso mi riappariva;
quello di Giuliana ancora inferma sui guanciali, il sorriso
impreveduto che "s'attenuava, s'attenuava senza estinguersi." E il
ricordo del lontano pomeriggio quieto in cui avevo inebriato
d'un'ebrezza ingannevole la povera convalescente dalle mani così
bianche; il ricordo della mattina in cui ella s'era levata per la
prima volta e a mezzo della stanza m'era caduta fra le braccia ridendo
e ansando; il ricordo del gesto veramente divino con cui ella m'aveva
offerto l'amore, l'indulgenza, la pace, il bisogno, l'oblio, tutte le
cose belle e tutte le cose buone, mi davano rimpianti e rimorsi senza
fine disperati. La dolce e terribile domanda che Andrea Bolkonsky
aveva letto sul viso estinto della principessa Lisa, io la leggevo di
continuo sul viso ancor vivente di Giuliana: "Che avete fatto di me?"
Nessun rimprovero era uscito dalla sua bocca; per diminuire la gravità
della sua colpa ella non aveva saputo rinfacciarmi nessuna delle mie
infamie, ella era stata umile d'innanzi al suo carnefice, non una
stilla di amaro aveva inasprito le sue parole; e pure i suoi occhi mi
ripetevano: "Che hai tu fatto di me?"
Uno strano ardore di sacrificio m'infiammava subitamente, mi spingeva
ad abbracciare la mia croce. La grandezza dell'espiazione mi pareva
degna del mio coraggio. Mi sentivo una sovrabbondanza di forze,
l'anima eroica, l'intelletto illuminato. Andando verso la _sorella_
dolorosa, io pensavo: "Troverò la buona parola per consolarla, troverò
l'accento fraterno per mitigare il suo dolore, per rialzare la sua
fronte." Ma, giunto alla presenza di lei, non parlavo più. Le mie
labbra parevano premute da un suggello infrangibile; tutto il mio
essere pareva colpito da un malefizio. La luce interiore si spengeva a
un tratto, come per un soffio gelido, d'ignota origine. E nella
oscurità incominciava a muoversi vagamente, quel sordo rancore che io
già troppo conoscevo e non potevo reprimere.
Era l'indizio d'un accesso. Balbettavo qualche parola, smarrito,
evitando di guardare Giuliana negli occhi; e andavo via, fuggivo.
Più d'una volta rimasi. Perdutamente, quando l'orgasmo diventava
insostenibile, io cercavo la bocca di Giuliana; ed erano baci
prolungati fino alla soffocazione, erano strette quasi rabbiose, che
ci lasciavano più affranti, più tristi, divisi da un abisso più cupo,
avviliti da una macchia di più.
"Selvaggio! Selvaggio!" Un'intenzione micidiale era in fondo a quelli
impeti, un'intenzione che non osavo confessare a me stesso.--Se una
volta alfine le contratture dello spasmo, in una di quelle strette,
avessero distaccato dalla matrice il germe tenace!--Io non consideravo
il mortale pericolo a cui esponevo Giuliana. Era evidente che, se un
caso simile fosse avvenuto, la vita della madre avrebbe corso un grave
rischio. E bene io da prima, nella mia demenza, non pensai se non alla
probabilità di distruggere il figlio. Soltanto più tardi considerai
che l'una vita era schiava dell'altra e che con i miei folli tentativi
insidiavo l'una e l'altra insieme.
Giuliana in fatti, che forse sospettava di quali elementi ignobili si
formasse il mio desiderio, non mi resisteva. Le mute lacrime
dell'anima calpestata non più le riempivano il cavo degli occhi. Ella
rispondeva al mio ardore con un ardore quasi lugubre. Veramente ella
aveva talvolta "sudori d'agonizzante e aspetti di cadavere", che mi
atterrivano. E una volta mi gridò, fuori di sé, con la voce soffocata:
--Sì, sì, uccidimi!
Compresi. Ella sperava la morte, l'aspettava da me.