Molte cose quella stretta violenta aveva soffocate. "Selvaggio!
Selvaggio!" Io rivedevo le lacrime mute che avevano riempito a
Giuliana il cavo degli occhi; riudivo il rantolo ch'ella aveva emesso
nel sussulto supremo, un rantolo d'agonizzante. E mi ripassava per
l'anima un'onda di quella tristezza, non somigliante a nessun'altra,
che dopo l'atto m'era piombata sopra. "Ah, veramente selvaggio!" La
prima suggestione del delitto non era entrata in me proprio allora?
Non s'era affacciata alla mia conscienza, durante la furia,
un'intenzione micidiale?
E ripensavo alle amare parole di Giuliana: "Ho la vita tenace". Non la
tenacità della sua vita mi pareva straordinaria ma quella dell'_altra
vita_ ch'ella portava dentro; e contro quella a punto io m'esasperavo,
contro quella incominciavo a macchinare.
Non erano ancora manifesti nella persona di Giuliana i segni esterni:
l'allargamento dei fianchi, l'aumento del volume nel ventre. Ella si
trovava dunque ancora ai primi mesi: forse al terzo, forse al
principio del quarto. Le aderenze che univano il feto alla matrice
dovevano esser deboli. L'aborto doveva essere facilissimo. Come mai le
violente commozioni della giornata di Villalilla e di quella notte,
gli sforzi, gli spasimi, le contratture, non l'avevano provocato?
Tutto m'era avverso, tutti i casi congiuravano contro di me. E la mia
ostilità diveniva più acre.
Impedire che il figlio nascesse era il mio segreto proposito. Tutto
l'orrore della nostra condizione veniva dalla antiveggenza di quella
natività, dalla minaccia dell'intruso. Come mai Giuliana, al primo
sospetto, non aveva tentato ogni mezzo per distruggere il concepimento
infame? Era stata ella trattenuta da un pregiudizio, da una paura, da
una ripugnanza instintiva di madre? Aveva ella un senso materno anche
per il feto adulterino?
E io consideravo la vita avvenire, divinata con una specie di
chiaroveggenza.--Giuliana dava alla luce un maschio, unico erede del
nostro antico nome. Il figliuolo non mio cresceva, incolume; usurpava
l'amore di mia madre, di mio fratello; era careggiato, adorato a
preferenza di Maria e di Natalia, delle mie creature. La forza
dell'abitudine quietava i rimorsi in Giuliana, ed ella si abbandonava
al suo sentimento materno, senza ritegno. E il figliuolo non mio
cresceva protetto da lei, per le cure assidue di lei; si faceva
robusto e bello; diveniva capriccioso come un piccolo despota;
s'impadroniva della mia casa.--Queste visioni a poco a poco si
particolarizzavano. Certe rappresentazioni fantastiche assumevano il
rilievo e il movimento di una scena reale; e qualche tratto d'una tal
vita fittizia s'imprimeva così forte nella mia conscienza da restarvi
notato per un certo tempo con tutti i caratteri di una realtà. La
figura del fanciullo era infinitamente variabile; i suoi atti, i suoi
gesti erano diversissimi. Ora io me lo figuravo esile, pallido,
taciturno, con una grossa testa pesante inchinata sul petto; ora tutto
roseo, rotondo, gaio, loquace, pieno di vezzi e di blandizie,
singolarmente amorevole verso di me, buono; ora in vece tutto nervi,
bilioso, un po' felino, pieno d'intelligenza e d'istinti malvagi, duro
con le sorelle, crudele verso gli animali, incapace di tenerezze,
indisciplinabile. A poco a poco questa ultima figurazione si
sovrappose alle altre, le eliminò permanendo, si raffermò in un tipo
preciso, si animò di una intensa vita fittiva, prese perfino un nome:
il nome già da tempo stabilito per l'erede mascolino, il nome di mio
padre: Raimondo.
Il piccolo fantasma perverso era una emanazion diretta del mio odio;
aveva contro di me la stessa inimicizia che io avevo contro di lui;
era un nemico, un avversario col quale stavo per impegnare la lotta.
Egli era la mia vittima ed io ero la sua. Ed io non potevo sfuggirgli,
egli non poteva sfuggirmi. Eravamo ambedue chiusi in un cerchio
d'acciaio.
I suoi occhi erano grigi come quelli di Filippo Arborio. Tra le varie
espressioni del suo sguardo una mi colpiva più spesso, in una scena
imaginaria che ogni tanto si ripeteva. La scena era questa:--Io
entrava senza sospetto in una stanza immersa nell'ombra, piena d'un
silenzio singolare. Credevo d'esser solo, là dentro. A un tratto,
volgendomi, m'accorgevo della presenza di Raimondo che mi guardava
fiso con i suoi occhi grigi e malvagi. M'assaliva subitamente la
tentazione del delitto, così forte che, per non gittarmi sul piccolo
essere malefico, fuggivo.