XVII.

Molte cose quella stretta violenta aveva soffocate. "Selvaggio!

Selvaggio!" Io rivedevo le lacrime mute che avevano riempito a

Giuliana il cavo degli occhi; riudivo il rantolo ch'ella aveva emesso

nel sussulto supremo, un rantolo d'agonizzante. E mi ripassava per

l'anima un'onda di quella tristezza, non somigliante a nessun'altra,

che dopo l'atto m'era piombata sopra. "Ah, veramente selvaggio!" La

prima suggestione del delitto non era entrata in me proprio allora?

Non s'era affacciata alla mia conscienza, durante la furia,

un'intenzione micidiale?

E ripensavo alle amare parole di Giuliana: "Ho la vita tenace". Non la

tenacità della sua vita mi pareva straordinaria ma quella dell'_altra

vita_ ch'ella portava dentro; e contro quella a punto io m'esasperavo,

contro quella incominciavo a macchinare.

Non erano ancora manifesti nella persona di Giuliana i segni esterni:

l'allargamento dei fianchi, l'aumento del volume nel ventre. Ella si

trovava dunque ancora ai primi mesi: forse al terzo, forse al

principio del quarto. Le aderenze che univano il feto alla matrice

dovevano esser deboli. L'aborto doveva essere facilissimo. Come mai le

violente commozioni della giornata di Villalilla e di quella notte,

gli sforzi, gli spasimi, le contratture, non l'avevano provocato?

Tutto m'era avverso, tutti i casi congiuravano contro di me. E la mia

ostilità diveniva più acre.

Impedire che il figlio nascesse era il mio segreto proposito. Tutto

l'orrore della nostra condizione veniva dalla antiveggenza di quella

natività, dalla minaccia dell'intruso. Come mai Giuliana, al primo

sospetto, non aveva tentato ogni mezzo per distruggere il concepimento

infame? Era stata ella trattenuta da un pregiudizio, da una paura, da

una ripugnanza instintiva di madre? Aveva ella un senso materno anche

per il feto adulterino?

E io consideravo la vita avvenire, divinata con una specie di

chiaroveggenza.--Giuliana dava alla luce un maschio, unico erede del

nostro antico nome. Il figliuolo non mio cresceva, incolume; usurpava

l'amore di mia madre, di mio fratello; era careggiato, adorato a

preferenza di Maria e di Natalia, delle mie creature. La forza

dell'abitudine quietava i rimorsi in Giuliana, ed ella si abbandonava

al suo sentimento materno, senza ritegno. E il figliuolo non mio

cresceva protetto da lei, per le cure assidue di lei; si faceva

robusto e bello; diveniva capriccioso come un piccolo despota;

s'impadroniva della mia casa.--Queste visioni a poco a poco si

particolarizzavano. Certe rappresentazioni fantastiche assumevano il

rilievo e il movimento di una scena reale; e qualche tratto d'una tal

vita fittizia s'imprimeva così forte nella mia conscienza da restarvi

notato per un certo tempo con tutti i caratteri di una realtà. La

figura del fanciullo era infinitamente variabile; i suoi atti, i suoi

gesti erano diversissimi. Ora io me lo figuravo esile, pallido,

taciturno, con una grossa testa pesante inchinata sul petto; ora tutto

roseo, rotondo, gaio, loquace, pieno di vezzi e di blandizie,

singolarmente amorevole verso di me, buono; ora in vece tutto nervi,

bilioso, un po' felino, pieno d'intelligenza e d'istinti malvagi, duro

con le sorelle, crudele verso gli animali, incapace di tenerezze,

indisciplinabile. A poco a poco questa ultima figurazione si

sovrappose alle altre, le eliminò permanendo, si raffermò in un tipo

preciso, si animò di una intensa vita fittiva, prese perfino un nome:

il nome già da tempo stabilito per l'erede mascolino, il nome di mio

padre: Raimondo.

Il piccolo fantasma perverso era una emanazion diretta del mio odio;

aveva contro di me la stessa inimicizia che io avevo contro di lui;

era un nemico, un avversario col quale stavo per impegnare la lotta.

Egli era la mia vittima ed io ero la sua. Ed io non potevo sfuggirgli,

egli non poteva sfuggirmi. Eravamo ambedue chiusi in un cerchio

d'acciaio.

I suoi occhi erano grigi come quelli di Filippo Arborio. Tra le varie

espressioni del suo sguardo una mi colpiva più spesso, in una scena

imaginaria che ogni tanto si ripeteva. La scena era questa:--Io

entrava senza sospetto in una stanza immersa nell'ombra, piena d'un

silenzio singolare. Credevo d'esser solo, là dentro. A un tratto,

volgendomi, m'accorgevo della presenza di Raimondo che mi guardava

fiso con i suoi occhi grigi e malvagi. M'assaliva subitamente la

tentazione del delitto, così forte che, per non gittarmi sul piccolo

essere malefico, fuggivo.

L'Innocente · 第 34 / 72 题