Nella violenza delle mie agitazioni diverse e contrarie, nel primo
tumulto del dolore, sotto la minaccia dei pericoli imminenti, io non
m'era ancora fermato a considerare l'Altro. Ma anche, fin dal
principio, non avevo avuto né pur l'ombra di un dubbio su la giustezza
del mio antico sospetto. Subito, nel mio spirito, l'Altro aveva preso
l'imagine di Filippo Arborio; e, al primo impeto di gelosia carnale
che m'aveva assalito dentro l'alcova, l'imagine abominevole s'era
accoppiata con quella di Giuliana in una serie di visioni orrende.
Ora, mentre io e Federico andavamo cavalcando verso la foresta, lungo
quel fiume tortuoso che io avevo contemplato nel torbido pomeriggio
del sabato santo, l'Altro veniva con noi. Tra me e mio fratello
s'intrapponeva la figura di Filippo Arborio, vivificata dal mio odio,
resa dal mio odio così intensamente viva che io provavo, guardandola,
_in sensazione reale_, un orgasmo fisico, qualche cosa di simile al
fremito selvaggio da cui ero stato preso talvolta trovandomi sul
terreno, di fronte all'avversario spogliato di camicia, al segnale
dell'attacco.
La vicinanza di mio fratello aumentava straordinariamente il mio male.
Al paragone di Federico, la figura di quell'uomo, così fine, così
nervosa, così feminea, si rimpiccioliva, s'immiseriva, diveniva
spregevole per me ed ignobile. Sotto l'influsso del nuovo ideale di
forza e di semplicità virile, ispiratomi dall'esempio fraterno, io non
soltanto odiavo ma disprezzavo quell'essere complicato ed ambiguo che
pure apparteneva alla mia stessa razza e aveva comuni con me alcune
particolarità di constituzione cerebrale, come appariva dalla sua
opera d'arte. Io me lo imaginavo, a simiglianza d'uno dei suoi
personaggi letterarii, affetto dalle più tristi malattie dello
spirito, obliquo, doppio, crudelmente curioso, isterilito
dall'abitudine dell'analisi e dell'ironia riflessa, di continuo
occupato a convertire i più caldi e spontanei moti dell'animo in
nozioni chiare e glaciali, avvezzo a considerare qualunque creatura
umana come un soggetto di pura speculazione psicologica, incapace
d'amore, incapace d'un atto generoso, d'una rinuncia, d'un sacrificio,
indurito nella menzogna, ottuso dal disgusto, lascivo, cinico, vile.
Da un tale uomo Giuliana era stata sedotta, era stata posseduta:
certo, non amata. La _maniera_ non appariva anche in quella dedica
scritta sul frontespizio del _Segreto_, in quella dedica enfatica che
era l'unico documento a me noto risguardante la relazione passata tra
il romanziere e mia moglie? Certo, ella era stata nelle mani di colui
una cosa di voluttà, non altro. Espugnare la Torre d'avorio,
corrompere una donna pubblicamente vantata incorruttibile,
esperimentare un metodo di seduzione sopra un soggetto tanto
raro:--impresa ardua ma piena di attrattive, degna in tutto di un
artista raffinato, del difficile psicologo che aveva scritto _La
Cattolicissima_ e _Angelica Doni_.
Come più riflettevo, i fatti mi apparivano nella loro crudità bruta.
Certo, Filippo Arborio aveva incontrata Giuliana in uno di quei
periodi in cui la donna così detta "spirituale", che ha sofferta una
lunga astinenza, è commossa da aspirazioni poetiche, da desiderii
indefiniti, da languori vaghi; i quali non sono se non le larve di cui
si mascherano i bassi stimoli dell'appetito sessuale. Filippo Arborio,
esperto, avendo indovinato la special condizione fisica della donna
ch'egli voleva possedere, s'era servito del metodo più conveniente e
più sicuro, che è questo:--parlare d'idealità, di zone superiori, di
alleanze mistiche, ed occupare nel tempo medesimo le mani alla
scoperta d'altri misteri; unire in somma un brano di pura eloquenza a
una delicata manomessione.--E Giuliana, _la Turris eburnea_, la grande
taciturna, la creatura composta d'oro duttile e d'acciaio, l'Unica,
s'era prestata a quel vecchio giuoco, s'era lasciata prendere a quel
vecchio inganno, aveva anch'ella obedito alla vecchia legge della
fragilità muliebre. E il duetto sentimentale era finito con una copula
disgraziatamente feconda....
Un orribile sarcasmo mi torceva l'anima. Mi pareva d'avere non nella
bocca ma dentro di me la convulsione provocata da quell'erba che ci fa
morire a modo di chi ride.
Spronai il cavallo; e lo misi al galoppo, lungo l'argine del fiume.
L'argine era periglioso, strettissimo nelle lunate, minacciato di
frana in taluni punti, in altri ingombrato dai rami di qualche grosso
albero torto, in altri attraversato da radici a fior di terra enormi.
Io avevo perfetta conscienza del pericolo a cui mi esponevo; e, in
vece di trattenere, spingevo sempre più il cavallo, non con
l'intenzione d'incontrare la morte ma volendo trovare in quell'ansietà
una tregua allo spasimo intollerabile. Conoscevo già l'efficacia di
una tale follia. Dieci anni fa, quando'ero assai giovine, addetto
all'ambasciata in Costantinopoli, per sfuggire a certi accessi di
tristezza prodotti da ricordi recenti di passione, nelle notti di luna
entravo a cavallo in uno di quei cimiteri musulmani densi di tombe, su
le pietre lisce in pendio, correndo mille volte il rischio di
uccidermi in una caduta. Stando con me in groppa, la morte cacciava
ogni altra cura.
--Tullio! Tullio! Férmati!--mi gridava Federico a distanza.--Férmati!
Io non gli davo ascolto. Più d'una volta, per prodigio, evitai di
battere la fronte contro qualche ramo orizzontale. Più d'una volta per
prodigio impedii al cavallo di urtare contro un tronco. Più d'una
volta, nei passi angusti, vidi certa la caduta nel fiume che mi
luccicava sotto. Ma quando udii dietro di me un altro galoppo e
m'accorsi che Federico m'inseguiva alla gran carriera, temendo per
lui, con una strappata violenta arrestai il povero animale che
s'impennò, rimase un istante inalberato come per precipitarsi
nell'acqua, poi ricadde. Io ero incolume.
--Ma sei impazzito?--mi gridò Federico, sopraggiungendo, pallidissimo.
--T'ho fatto paura? Perdonami. Credevo che non ci fosse pericolo.
Volevo provare il cavallo.... Poi non lo potevo più fermare.... È un
po' duro, di bocca....
--Duro di bocca Orlando!
--Non ti pare?
Egli mi guardò fiso, con un'espressione inquieta. Io tentai di
sorridere. Il suo pallore insolito mi faceva pena e tenerezza.
--Non so come tu non ti sia spezzato il capo contro uno di questi
alberi; non so come tu non sia precipitato....
--E tu?
Per inseguirmi egli aveva corso lo stesso pericolo, forse anche
maggiore perché il suo cavallo era più pesante ed egli aveva dovuto
metterlo a tutta carriera volendo raggiungermi in tempo. Ambedue
considerammo la via dietro di noi.
--È un miracolo--egli disse.--Già, salvarsi dall'Assòro è quasi
impossibile. Non vedi?
Ambedue considerammo sotto di noi il fiume mortifero. Cupo,
luccicante, rapido, pieno di mulinelli e di gorghi, l'Assòro correva
tra gli argini cretacei con un silenzio che lo rendeva più torvo. Il
paesaggio rispondeva a quell'aspetto di perfidia e di minaccia. Il
cielo pomeridiano s'era impregnato di vapori e biancheggiava
stancamente con un riverbero diffuso, sopra una distesa di macchioni
rossastri che la primavera non aveva ancor vinti. Le foglie morte si
mescevano quivi con le viventi nuove, gli stecchi aridi con i
virgulti, i cadaveri coi neonati vegetali, in un denso intrico
allegorico. Su la turbolenza del fiume, sul contrasto della boscaglia
biancheggiava il cielo stancamente, dissolvendosi.
"Un tonfo improvviso; e non avrei più pensato, non avrei più sofferto,
non avrei più portato il peso della mia carne miserabile. Ma forse
avrei trascinato con me nel precipizio mio fratello: una forma nobile
di vita, un Uomo. Io sono salvo per miracolo com'egli è salvo per
miracolo. La mia follia lo ha esposto al rischio estremo. Un mondo di
cose belle e di cose buone sarebbe scomparso con lui. Quale fatalità
vuole che io sia così nocivo alle persone che mi amano?"
Guardai Federico. Egli era divenuto pensoso e grave. Non osai
interrogarlo; ma provai un acuto rammarico d'averlo contristato.--Che
pensava egli? Qual pensiero alimentava il suo turbamento? Aveva forse
indovinato che io dissimulavo una sofferenza inconfessabile e che
soltanto l'aculeo d'una idea fissa m'aveva spinto alla corsa mortale?
Seguitammo lungo l'argine, l'uno dietro l'altro, al passo. Poi
volgemmo per un sentiero che s'inoltrava nella macchia; e, come il
sentiero era abbastanza largo, di nuovo cavalcammo l'uno a fianco
dell'altro mentre i cavalli sbuffavano avvicinando le froge come per
parlarsi in segreto e mescolavano la schiuma dei loro freni.
Pensavo, gittando di tratto in tratto un'occhiata a Federico e
vedendolo ancora severo: "Certo, se io gli rivelassi la verità, egli
non mi crederebbe. Egli non potrebbe credere al fallo di Giuliana,
alla contaminazione della sorella. Io non so decidere veramente, tra
l'affetto di lui e l'affetto di mia madre per Giuliana, quale sia più
profondo. Non ha egli sempre tenuto sul suo tavolo il ritratto della
nostra povera Costanza e il ritratto di Giuliana riuniti come in un
dittico per la stessa adorazione? Anche stamani! come s'addolciva la
sua voce nominandola!" Subitamente, per contrasto, la bruttura mi si
ripresentò anche più turpe. Era il corpo intraveduto nello spogliatoio
della sala d'armi quello che si atteggiava nelle mie visioni. E il mio
odio pur troppo operava su quell'imagine come l'acido nitrico su i
tratti segnati nella lastra di rame. L'incisione diveniva sempre più
netta.
Allora, mentre mi durava nel sangue l'eccitamento della corsa, per
quell'esuberanza di coraggio fisico, per quell'istinto di combattività
ereditario che tanto spesso si risvegliava in me al rude contatto
degli altri uomini, io sentii che non avrei potuto rinunziare ad
affrontare Filippo Arborio. "Andrò a Roma, cercherò di lui, lo
provocherò in qualche modo, lo costringerò a battersi, farò di tutto
per ucciderlo o per renderlo invalido." Io me lo imaginavo
pusillanime. Mi tornò alla memoria una mossa un po' ridicola che gli
era sfuggita, nella sala d'armi, al ricevere in pieno petto una botta
dal maestro. Mi tornò alla memoria la sua curiosità nel chiedermi
notizia del mio duello: quella curiosità puerile che fa spalancare gli
occhi a chi non s'è trovato mai nel cimento. Mi ricordai che, durante
il mio assalto, egli aveva tenuto lo sguardo sempre fisso su me. La
conscienza della mia superiorità, la certezza di poterlo sopraffare mi
sollevarono. Nella mia visione, un rivo rosso rigò quella sua pallida
carne ributtante. Alcuni frammenti di sensazioni reali, provate in
altri tempi a fronte di altri uomini, concorsero a particolarizzare
quello spettacolo imaginario nel quale m'indugiavo. E vidi colui
sanguinoso e inerte su un pagliericcio, in un casale lontano, mentre i
due medici accigliati gli si curvavano sopra. Quante volte io,
ideologo e analista e sofista in epoca di decadenza, m'ero compiaciuto
d'essere il discendente di quel Raimondo Hermil de Penedo che alla
Goletta operò prodigi di valore e di ferocia sotto gli occhi di Carlo
Quinto! Lo sviluppo eccessivo della mia intelligenza e la mia
_multanimità_ non avevano potuto modificare il fondo della mia
sostanza, il substrato nascosto in cui erano inscritti tutti i
caratteri ereditarii della mia razza. In mio fratello, organismo
equilibrato, il pensiero s'accompagnava sempre all'opera; in me il
pensiero predominava ma senza distruggere le mie facoltà di azione che
anzi non di rado si esplicavano con una straordinaria potenza. Io ero
insomma un violento e un appassionato consciente, nel quale
l'ipertrofia di alcuni centri cerebrali rendeva impossibile la
coordinazione necessaria alla vita normale dello spirito. Lucidissimo
sorvegliatore di me stesso, avevo tutti gli impeti delle nature
primitive indisciplinabili. Più d'una volta io ero stato tentato da
improvvise suggestioni delittuose. Più d'una volta ero rimasto
sorpreso dall'insurrezione spontanea d'un istinto crudele.
--Ecco le Carbonare--disse mio fratello, mettendo il cavallo al
trotto.
Si udivano i colpi delle scuri nella foresta e si vedevano le spire
del turno salire tra gli alberi. La colonia dei carbonai ci salutò.
Federico interrogava i lavoratori intorno all'andamento delle opere,
li consigliava, li ammoniva, osservando con occhio esperto i fornelli.
Tutti stavano davanti a lui in attitudini di reverenza e lo ascolvano
attenti. Il lavoro d'in torno pareva esser divenuto più fervido, più
facile, più giocondo, come il crepitio del fuoco efficace. Gli uomini
correvano qua e là a gittar terra dove il fumo usciva con troppa
copia, a chiudere con zolle i varchi aperti dalle esplosioni;
correvano e vociavano. Gridi gutturali d'abbattitori si mescevano a
quelle voci rudi. Rimbombava nell'interno lo schianto di qualche
albero caduto. Fischiavano, in qualche pausa, i merli. E la grande
foresta immobile contemplava i roghi alimentati dalle sue vite.
Mentre mio fratello compiva l'esame delle opere, io mi allontanai
lasciando al cavallo la scelta dei sentieri che si diramavano pel
folto. I rumori si affiochivano dietro di me, gli echi morivano. Un
silenzio grave scendeva dalle cime. Io pensavo: "Come farò per
risollevarmi? Quale sarà la mia vita da domani in poi? Potrò seguitare
a vivere nella casa di mia madre col mio segreto? Potrò accomunare la
mia esistenza con quella di Federico? Chi mai, che cosa mai al mondo
potrà risuscitare nella mia anima una scintilla di fede?" Lo strepito
delle opere si spegneva dietro di me; la solitudine diventava
perfetta. "Lavorare, praticare il bene, vivere per gli altri....
Potrei _ora_ ritrovare in queste cose il vero senso della vita? E
veramente il senso della vita non si ritrova pieno nella felicità
personale ma in queste cose soltanto? L'altro giorno, mentre mio
fratello parlava, io credevo di comprendere la sua parola; credevo che
la _dottrina della verità_ mi si rivelasse per la sua bocca. La
dottrina della verità, secondo mio fratello, non sta nelle leggi, non
sta nei precetti, ma semplicemente e unicamente nel senso che l'uomo
dà alla vita. Mi pareva d'aver compreso. Ora, d'un tratto, sono
ritornato nel buio; sono ridiventato cieco. Non comprendo più nulla.
Chi mai, che cosa mai al mondo mi potrà consolare del bene che ho
perduto?" E l'avvenire mi apparve spaventoso, senza speranza.
L'imagine indeterminata del nascituro crebbe, si dilatò, come quelle
orribili cose informi che noi vediamo talvolta negli incubi, ed occupò
tutto il campo. Non si trattava d'un rimpianto, d'un rimorso, d'un
ricordo indistruttibile, d'una qualunque più amara cosa interiore, ma
di un essere vivente. Il mio avvenire era legato a un essere vivente
d'una vita tenace e malefica; era legato a un estraneo, a un intruso,
a una creatura abominevole contro di cui non soltanto la mia anima ma
la mia carne, tutto il mio sangue e tutte le mie fibre votavano
un'avversione bruta, feroce, implacabile fino alla morte, oltre la
morte. Pensavo: "Chi avrebbe potuto imaginare un supplizio peggiore
per torturarmi insieme l'anima e la carne? Il più ingegnosamente
efferato dei tiranni non saprebbe concepire certe crudeltà ironiche,
le quali sono soltanto del Destino. Era presumibile che la malattia
avesse resa sterile Giuliana. Or bene, ella si dà a un uomo, commette
il suo primo fallo, e rimane incinta, ignobilmente, con la facilità di
quelle femmine calde che i villani sforzano dietro le siepi, su l'erba
in tempo di foia. E, a punto mentre ella è piena delle sue nausee, io
mi pasco di sogni, m'abbevero d'ideale, ritrovo le ingenuità della mia
adolescenza, non m'occupo di altro che di cogliere fiori.... (Oh quei
fiori, quegli stomachevoli fiori, offerti con tanta timidezza!) E,
dopo una grande ubbriacatura tra sentimentale e sensuale, ricevo la
dolce notizia--da chi?--da mia madre! E, dopo la notizia, ho
un'esaltazione generosa, faccio in buona fede una parte nobile, mi
sacrifico in silenzio, come un eroe di Octave Feuillet! Che eroe! Che
eroe!" Il sarcasmo mi torceva l'anima, mi contraeva tutte le fibre. E
di nuovo, allora, mi prese la follia della fuga.
Guardai davanti a me. In vicinanza, tra i fusti, irreale come un
inganno di occhi allucinati, brillava l'Assoro. "Strano!" pensai,
provando un brivido particolare. Non m'ero accorto, prima di quel
momento, che il cavallo senza guida s'era inoltrato per un sentiero
che conduceva al fiume. Pareva quasi che l'Assoro mi avesse attirato.
Stetti in forse, per un istante, tra il proseguire sino alla riva e il
ritornare indietro. Scossi da me il fascino dell'acqua, e il cattivo
pensiero. Voltai il cavallo.
Un grave accasciamento succedeva alla convulsione interna. Mi sembrò che
a un tratto la mia anima fosse divenuta una povera cosa gualcita,
avvizzita, rimpicciolita, una cosa miserabile. Mi ammollii; ebbi pietà
di me, ebbi pietà di Giuliana, ebbi pietà di tutte le creature su cui il
dolore imprime le sue stimate, di tutte le creature che tremano
abbrancate dalla vita come trema un vinto sotto il pugno del vincitore
inesecrabile. "Che siamo noi? Che sappiamo noi? Che vogliamo? Nessuno
mai ha ottenuto quel che avrebbe amato; nessuno otterrà quel che
amerebbe. Cerchiamo la bontà, la virtù, l'entusiasmo, la passione che
riempirà la nostra anima, la fede che calmerà le nostre inquietudini,
l'idea che difenderemo con tutto il nostro coraggio, l'opera a cui ci
voteremo, la causa per cui moriremo con gioia. E la fine di tutti gli
sforzi è una stanchezza vacua, il sentimento della forza che si disperde
e del tempo che si dilegua...." E la vita m'apparve in quell'ora come
una visione lontana, confusa e vagamente mostruosa. La demenza,
l'imbecillità, la povertà, la cecità, tutti i morbi, tutte le disgrazie;
l'agitazione oscura continua di forze inconscienti, ataviche e bestiali
nell'intimo della nostra sostanza; le più alte manifestazioni dello
spirito instabili, fugaci, sempre subordinate a uno stato fisico, legate
alla funzione d'un organo; le transfigurazioni istantanee prodotte da
una causa impercettibile, da un nulla; la parte immancabile di egoismo
nei più nobili atti; la inutilità di tante energie morali dirette verso
uno scopo incerto, la futilità degli amori creduti eterni, la fragilità
delle virtù credute incrollabili, la debolezza delle più sane volontà,
tutte le vergogne, tutte le miserie m'apparvero in quell'ora. "Come si
può vivere? Come si può amare?"
Risonavano le scuri nella foresta: un grido breve e selvaggio
accompagnava ogni colpo. Qua e là negli spiazzi i grandi mucchi, in
forma di coni tronchi o di piramidi quadrangolari, fumigavano. Le
colonne del fumo si levavano dense e diritte come i fusti arborei,
nell'aria senza vento. Per me tutto era simbolo, in quell'ora.
Diressi il cavallo verso una carbonaia vicina, avendo riconosciuto
Federico.
Egli era smontato; e parlava con un vecchio di alta statura, dalla
faccia rasa.
--Oh, finalmente!--mi gridò, vedendomi.--Temevo che tu ti fossi
smarrito.
--No, non sono andato molto lontano....
--Vedi qui Giovanni di Scòrdio, un Uomo--disse, mettendo una mano su
la spalla del vecchio.
Guardai il nominato. Un sorriso singolarmente dolce apparve su la
bocca appassita di colui. Non avevo mai veduto sotto una fronte umana
occhi tanto tristi.
--Addio, Giovanni. Coraggio!--soggiunse mio fratello, con quella voce
che pareva avere talvolta, come certi liquori, la potenza d'elevare il
tono vitale.--Noi, Tullio, possiamo riprendere la via della Badiola. È
già tardi. Ci aspettano.
Rimontò a cavallo. Salutò di nuovo il vecchio. Passando presso ai
fornelli, dava qualche avvertimento ai lavoratori per le operazioni
della notte prossima in cui doveva apparire il _gran fuoco_. Ci
allontanammo, cavalcando l'uno a fianco dell'altro.
Il cielo si apriva sul nostro capo, lentamente. I veli dei vapori
fluttuavano, si disperdevano, si ricomponevano, così che l'azzurro
pareva di continuo impallidire come se nella sua liquidità un latte di
continuo si diffondesse e si dileguasse. Era vicina quell'ora medesima
in cui, il giorno innanzi, a Villalilla, io e Giuliana avevamo
guardato il giardino ondeggiante in una luce ideale. La boscaglia in
torno cominciava a dorarsi. Gli uccelli cantavano, invisibili.
--Hai osservato bene Giovanni di Scòrdio, quel vecchio?--mi chiese
Federico.
--Sì--risposi.--Credo che non dimenticherò il suo sorriso e i suoi
occhi.
--Quel vecchio è un santo--soggiunse Federico.--Nessun uomo ha
lavorato e sofferto quanto quel vecchio. Ha quattordici figliuoli e
tutti a uno a uno si sono distaccati da lui come i frutti maturi si
distaccano dall'albero. La moglie, una specie di carnefice, è morta.
Egli è rimasto solo. I figli l'hanno spogliato e rinnegato. Tutta
l'ingratitudine umana s'è accanita contro di lui. Egli non ha
esperimentata la perversità degli estranei ma quella delle sue
creature. Intendi? Il suo stesso sangue s'è inviperito in altri esseri
ch'egli ha sempre amato ed aiutato, che ama ancora, che non sa
maledire, che certamente benedirà nell'ora della morte, anche se lo
lasceranno morir solo. Non è straordinaria, quasi incredibile, questa
pertinacia d'un uomo nella bontà? Dopo tutto quel che ha sofferto,
egli ha potuto conservare il sorriso che tu gli hai veduto! _Farai
bene, Tullio, a non dimenticare quel sorriso...._