Erano le dieci quando io uscii. La gran luce di quel mattino d'aprile,
che inondava la Badiola per le finestre e per i balconi spalancati,
m'intimidiva. Come portare la maschera sotto quella luce?
Cercai di mia madre, prima d'entrare nelle stanze di Giuliana.
--Ti sei levato tardi--ella disse, vedendomi.
--Come stai!
--Bene.
--Sei pallido.
--Credo d'aver avuto un po' di febbre, stanotte, ma ora sto bene.
--Hai veduta Giuliana?
--Non ancora.
--Ha voluto levarsi, quella benedetta figliuola! Dice che non si sente
più nulla; ma ha un viso....
--Vado da lei.
--E bisogna che tu non trascuri di scrivere al dottore. Non dar retta
a Giuliana. Scrivi oggi stesso.
--Tu le hai detto.... che io _so_?
--Sì, le ho detto che tu _sai_.
--Vado, mamma.
La lasciai d'avanti ai suoi grandi armarii di noce, profumati d'ireos,
dove due donne accumulavano la bella biancheria di bucato, l'opulenza
di Casa Hermil. Maria, nella sala del pianoforte, prendeva la lezione
da miss Edith; e le scale cromatiche si succedevano rapide ed eguali.
Passava Pietro, il più fedele dei servitori, canuto, un po' curvo,
portando un vassoio pieno di cristalli che tintinnivano poiché le
braccia tremavano di vecchiaia. Tutta la Badiola, inondata d'aria e di
luce, aveva un aspetto di letizia tranquilla. V'era non so qual
sentimento di bontà diffuso per ogni dove: qualche cosa come il
sorriso tenue e inestinguibile dei Lari.
Mai quel sentimento, quel sorriso m'avevano penetrata l'anima così a
dentro. Tanta pace, tanta bontà circondavano l'ignobile segreto che io
e Giuliana dovevamo custodire in noi senza morirne.
"Ed ora?" pensai, al colmo dell'angoscia, girando per l'andito come un
estraneo smarrito, non potendo dirigere il mio passo verso il luogo
temuto, quasi che il mio corpo si rifiutasse d'obedire all'impulso
della volontà, "Ed ora? Ella sa che io conosco il vero. Tra noi due
ogni dissimulazione è omai inutile. Ed è necessario che noi ci
guardiamo in faccia, che noi parliamo della cosa tremenda. Ma non è
possibile che questo duello avvenga stamani. Le conseguenze sono
imprevedibili. Ed è necessario, ora più che mai, è necessario che
nessuno dei nostri atti apparisca singolare, inesplicabile a mia
madre, a mio fratello, a qualunque persona di questa casa. Il mio
turbamento di iersera, le mie inquietudini, le mie tristezze si
possono spiegare con la preoccupazione del pericolo a cui Giuliana va
incontro essendo incinta; ma logicamente, agli occhi altrui, questa
preoccupazione deve rendermi verso di lei più tenero, più sollecito,
più premuroso che mai. La mia prudenza oggi dev'essere estrema.
Bisogna che io eviti ad ogni costo una scena tra me e Giuliana, oggi.
Bisogna che io sfugga l'occasione di rimaner solo con lei, oggi. Ma
bisogna anche ch'io trovi subito il modo di farle comprendere il
sentimento che determina queste mie attitudini verso di lei, il
proposito che regola la mia condotta. E se ella persistesse nella
volontà di uccidersi? Se ella avesse soltanto differita di qualche ora
l'esecuzione? Se ella stesse già aspettando l'opportunità?" Questo
timore troncò gli indugi e mi spinse ad agire. Somigliavo quei soldati
orientali che erano spinti alla battaglia a colpi di frusta.
Mi diressi verso la sala del pianoforte. Vedendomi, Maria interruppe i
suoi esercizi e corse a me tutta leggera e allegra, come a un
liberatore. Ella aveva la grazia, l'agilità, la leggerezza delle
creature alate. La sollevai tra le mie braccia per baciarla.
--Mi porti con te?--mi chiese ella.--Sono stanca. È un'ora che miss
Edith mi tiene qui.... Non ne posso più. Portami con te, fuori! _Let
us take a walk before breakfast._
--Dove?
--_Where you please, it is the same to me._
--Ma andiamo prima dalla mamma....
--Eh, ieri voi ve n'andaste a Villalilla e noi rimanemmo alla Badiola.
Fosti tu, proprio tu, che non volesti condurci; perché la mamma
voleva. Cattivo! _We should like to go there. Tell me how you amused
yourselves...._
Ella cantava come un uccello, in quella lingua non sua,
deliziosamente. Quel cinguettio non intermesso accompagnava la mia
ansietà, mentre andavamo verso le stanze di Giuliana. Poiché io
esitavo, Maria battè alla porta chiamando:
--Mamma!
Giuliana aprì, ella medesima, non sospettando la mia presenza. Mi
vide. Sussultò forte come se avesse veduto un fantasma, uno spettro,
qualche cosa di terrifico.
--Sei tu?--balbettò, tanto piano che a pena l'udii, mentre le labbra
nel muoversi le si scoloravano: divenuta a un tratto, dopo il
sussulto, più rigida di un'erma.
E ci guardammo, là, su la soglia; ci fissammo; fissammo per un istante
l'uno su l'altra la nostra stessa anima. Tutto disparve in torno;
tutto fra noi due fu detto, fu compreso, fu risoluto, in un istante.
Dopo, che avvenne? Non so bene, non ricordo bene. Ricordo che per
qualche tempo ebbi di ciò che avveniva una conscienza quasi direi
intermittente, come per una successione di brevi eclissi. Era, credo,
un fenomeno simile in parte a quello prodotto dall'indebolimento
dell'attenzione volontaria in certi infermi. Smarrivo la facoltà
dell'attenzione: non vedevo, non udivo, non afferravo più il senso
delle parole, non comprendevo più. Poi, dopo un poco, ricuperavo
quella facoltà, esaminavo d'intorno a me le cose e le persone,
ridiventavo attento e consciente.
Giuliana era seduta; aveva Natalia su le ginocchia. Anch'io ero
seduto. E Maria andava da lei a me e da me a lei, con una mobilità
continua, parlando senza posa, incitando la sorella, rivolgendoci una
quantità di domande a cui non rispondevamo se non con qualche cenno
del capo. Quel favellìo vivace riempiva il nostro silenzio. In uno dei
frammenti che io udii, Maria diceva alla sorella:
--Ah, tu hai dormito con la mamma, stanotte. È vero?
E Natalia:
--Sì, perché io sono piccola.
--Ah, ma la notte che viene, sai, tocca a me. È vero, mamma? Prendi me
nel tuo letto, la notte che viene....
Giuliana taceva, non sorrideva, assorta. Poiché Natalia le stava su le
ginocchia volgendole le spalle, ella la teneva cinta con le braccia
alla vita; e le sue mani posavano nel grembo della figliuola
congiunte, più bianche della vestetta bianca su cui posavano, e
affilate, e dolenti, così dolenti che rivelavano esse sole una
immensità, di tristezza. Giungendole la testa di Natalia a fiore del
mento, ella reclinata pareva premere la bocca su quei riccioli; così
che quando io le gettavo uno sguardo, non vedevo la parte inferiore
del volto, non le vedevo l'espressione della bocca. Né incontravo mai
gli occhi. Ma ogni volta vedevo le palpebre abbassate, un poco rosse,
che ogni volta mi turbavano a dentro come se lasciassero trasparire la
fissità della pupilla che coprivano.
Aspettava ella che io dicessi qualche parola? Salivano intanto alla
sua bocca nascosta parole improfferibili?
Quando alfine con uno sforzo mi riuscì di sottrarmi a quello stato
d'inazione in cui s'erano avvicendate lucidità e oscurità
straordinarie, io dissi, (ed ebbi, credo, l'accento che avrei avuto
nel continuare un dialogo già iniziato, nell'aggiungere nuove parole
alle dette) io dissi piano:
--La mamma vuole che io avvisi il dottore Vebesti. Le ho promesso di
scrivere. Scriverò.
Ella non sollevò le palpebre; rimase muta. Maria, nella sua profonda
inconsapevolezza, la guardò attonita; poi guardò me.
Io m'alzai, per uscire,
--Oggi, dopo mezzogiorno, andrò al bosco d'Assòro, con Federico. Ci
vedremo stasera, al ritorno?
Poiché ella non accennava a rispondere, ripetei con una voce che
significava tutte le cose non espresse:
--Ci vedremo, stasera, al ritorno?
Le sue labbra tra i riccioli di Natalia spirarono:
--Sì.