XV

L'ora della prova, l'ora temuta e desiderata a un tempo, si

approssimava. Giuliana era pronta. Ella aveva resistito fermamente al

capriccio di Maria; aveva voluto rimanere sola nella sua stanza ad

aspettarmi. "Che le dirò? Che mi dirà ella? Quale sarà la mia

attitudine verso di lei?" Tutte le prevenzioni, tutti i propositi si

disperdevano. Non mi restava se non un'ansietà intollerabile. Chi

avrebbe potuto prevedere l'esito del colloquio? Io non mi sentivo

padrone di me, non delle mie parole, non dei miei atti. Soltanto

sentivo in me un viluppo di cose oscure e contrarie che al minimo urto

dovevano insorgere. Mai come in quell'ora avevo avuto chiara e

disperata la conscienza delle discordie intestine che mi straziavano,

la percezione degli elementi irreconciliabili che si agitavano nel mio

essere e si soverchiavano e si distruggevano a vicenda in un perpetuo

conflitto, ribelli a qualunque dominio. Alla commozione del mio

spirito si aggiungeva un particolare turbamento del senso, promosso

dalle imagini che in quel giorno mi avevano torturato senza tregua. Io

conoscevo bene, troppo bene, quel turbamento che meglio d'ogni altro

rimescola il fango infimo nell'uomo; conoscevo troppo bene quella

bassa specie di concupiscenza da cui nulla ci può difendere, quella

tremenda febbre sessuale che per alcuni mesi m'aveva tenuto avvinto a

una donna odiata e disprezzata, a Teresa Raffo. Ed ora i sentimenti di

bontà, di pietà e di forza, che m'erano necessari per sostenere il

confronto con Giuliana e per insistere nel proposito primitivo, si

movevano in me come vapori vaghi su un fondo limaccioso, pieno di

gorgogli sordi, infido.

Mancava poco a mezzanotte, quando io uscii dalla mia stanza per andare

verso quella di Giuliana. Tutti i rumori erano cessati. La Badiola

riposava in un silenzio profondo. Stetti in ascolto; e mi parve quasi

di sentir salire nel silenzio la respirazione calma di mia madre, di

mio fratello, delle mie figliuole, degli esseri inconsapevoli e puri.

Mi riapparve il volto di Maria addormentata, quale io l'avevo veduto

la notte innanzi; Mi apparvero anche gli altri volti; e in ciascuno

era un'espressione di riposo, di pace, di bontà. Un intenerimento

subitaneo m'invase. La felicità, nel giorno innanzi per un momento

intraveduta e scomparsa, ribalenò al mio spirito immensa. Se nulla

fosse accaduto, se io fossi rimasto nella piena illusione, che notte

sarebbe stata quella! Sarei andato verso Giuliana come verso una

persona divina. E quale cosa avrei potuto desiderare più dolce di quel

silenzio intorno all'ansietà del mio amore?

Passai per la stanza dove la sera innanzi avevo ricevuto dalla bocca

di mia madre la rivelazione improvvisa. Riudii l'orologio a pendolo

che aveva segnata l'ora; e, non so perché, quel tic tac sempre eguale

aumentò la mia ambascia. Non so perché, mi parve di sentir rispondere

alla mia l'ambascia di Giuliana, a traverso lo spazio che ancora ci

divideva, con un'accelerazione di palpiti concorde. Camminai diretto,

senza più soffermarmi, senza evitare lo strepito dei passi. Non

picchiai all'uscio ma d'un tratto l'apersi; entrai. Giuliana era là,

d'avanti a me, in piedi; con una mano poggiata all'angolo di un tavolo

immobile, più rigida di un'erma.

Vedo ancora tutto. Nulla mi sfuggì allora; nulla mi sfugge. Il mondo

reale era completamente svanito. Non restava più se non un mondo

fittizio in cui respiravo ansioso, col cuore compresso, incapace di

profferire una sillaba, ma pur tuttavia singolarmente lucido, come

d'avanti a una scena di teatro. Una candela ardeva sul tavolo,

aggiungendo evidenza a quell'aspetto di finzione scenica poiché la

fiammella mobile pareva agitare intorno a sé quel vago orrore che

lasciano nell'aria con un gran gesto disperato o minaccioso gli attori

d'un dramma.

La strana sensazione si dissipò quando al fine, non potendo più

sopportare quel silenzio e l'immobilità marmorea di Giuliana, proferii

le prime parole. Il suono della mia voce fu diverso da quel che

credevo al momento d'aprire le labbra. Involontariamente, la mia voce

fu dolce, tremula, quasi timida.

--M'aspettavi?

Ella teneva le palpebre abbassate. Senza sollevarle, rispose:

--Sì.

Io guardavo il suo braccio, quel braccio immobile come un puntello,

che pareva sempre più irrigidirsi su la mano poggiata all'angolo del

tavolo. Temevo che quel sostegno fragile, a cui era affidata tutta la

persona, da un momento all'altro cedesse ed ella stramazzasse di

schianto.

--Tu sai perché io sono venuto--soggiunsi, con estrema lentezza,

svellendomi dal cuore le parole a una a una.

Ella tacque.

--È vero--seguitai--è vero.... quel che ho saputo da mia madre?

Ancora tacque. Parve raccogliere tutte le sue forze. Strana cosa: in

quell'intervallo io non credetti assolutamente impossibile che ella

rispondesse no.

Rispose (più tosto che udire le parole io le vidi disegnarsi su le

labbra esangui):

--È vero.

Ricevei in mezzo al petto un urto che forse fu più fiero di quel che

m'avevan dato le parole di mia madre. Già tutto io sapevo; avevo già

vissuto ventiquattro ore nella certezza; e pure quella conferma così

chiara e precisa mi atterrò, come se per la prima volta mi si

rivelasse la verità incommutabile.

--È vero!--ripetei, istintivamente, parlando a me stesso, avendo una

sensazione simile forse a quella che avrei avuta se mi fossi ritrovato

vivo e conscio in fondo a una voragine.

Allora Giuliana sollevò le palpebre; fissò le sue pupille nelle mie

con una specie di spasmodica violenza.

--Tullio--disse--ascoltami.

Ma la soffocazione le spense la voce nella gola.

--Ascoltami. Io so quel che debbo fare. Ero risoluta a tutto per

risparmiarti quest'ora: ma il destino ha voluto che fino a quest'ora

io vivessi per soffrire la cosa più orribile, la cosa di cui avevo uno

spavento folle (ah, tu m'intendi) mille volte più che della morte:

Tullio, Tullio, il tuo sguardo....

Un'altra soffocazione l'arrestò, nel punto in cui la sua voce diveniva

così straziante che mi dava l'impressione fisica d'un dilaceramento

delle fibre più segrete. Io mi lasciai cadere su una sedia, accanto al

tavolo; e mi presi la testa fra le palme, aspettando ch'ella

seguitasse.

--Dovevo morire, prima di giungere a quest'ora. Da tanto tempo dovevo

morire! Sarebbe stato meglio, certo, che io non fossi venuta qui.

Sarebbe stato meglio che, tornando da Venezia, tu non m'avessi più

trovata. Io sarei morta, e tu non avresti conosciuta questa vergogna;

mi avresti rimpianta, forse mi avresti sempre adorata. Io sarei

rimasta forse per sempre il tuo grande amore, il tuo _unico_ amore,

come dicevi ieri.... Non avevo paura della morte, sai; non ho paura.

Ma il pensiero delle nostre bambine, di nostra madre, m'ha fatto

differire di giorno in giorno l'esecuzione. Ed è stata un'agonia,

Tullio, una agonia inumana, dove ho consumato non una ma mille vite. E

sono ancora viva!

Soggiunse, dopo una pausa:

--Com'è possibile che, con una salute così miserabile, io abbia tanta

resistenza a soffrire? Sono disgraziata anche in questo. Vedi: io

pensavo, consentendo a venire qui con te, io pensavo: "Certamente mi

ammalerò; quando sarò giunta là, mi dovrò mettere a letto; e non mi

leverò più. Sembrerà che io muoia di morte naturale. Tullio non saprà

mai nulla, non sospetterà mai di nulla. Tutto sarà finito." In vece,

mi veggo ancora in piedi; e tu sai ogni cosa; e tutto è perduto, senza

riparo.

Era sommessa la sua voce, debolissima, e pure lacerante come un grido

acuto e iterato. Io mi stringevo le tempie e sentivo il battito così

forte che n'avevo quasi ribrezzo come se le arterie fossero scoppiate

fuori della cute e aderissero nude alle mie palme con la loro tunica

molle e calda.

--La mia unica preoccupazione era di nasconderti la verità, non per

me, ma per te, per la tua salvezza. Tu non saprai mai quali terrori mi

abbiano agghiacciata, quali angosce mi abbiano soffocata. Tu, dal

giorno che siamo giunti qui fino a ieri, hai sperato, hai sognato, sei

stato quasi felice. Ma imagina la mia vita qui, col mio segreto,

accanto a tua madre, in questa casa benedetta! Mi dicesti ieri a

Villalilla, mentre eravamo a tavola, raccontandomi quelle cose tanto

dolci che mi straziavano, mi dicesti: "Tu non sapevi nulla, non

t'accorgevi di nulla." Ah, non è vero! Tutto sapevo, tutto indovinavo.

E, quando sorprendevo nei tuoi occhi la tenerezza, mi sentivo cadere

l'anima. Ascoltami, Tullio. Ho nella bocca la verità, la pura verità.

Io sono qui, d'avanti a te, come una moribonda. Non potrei mentire.

Credi a quel che ti dico. Non penso a discolparmi, non penso a

difendermi. Oramai tutto è finito. Ma voglio dirti una cosa che è la

verità. Tu sai come ti ho amato dal primo giorno che ci vedemmo. Per

anni, per anni, ti sono stata devota, ciecamente, e non negli anni

della felicità soltanto ma in quelli della sventura, quando in te

s'era stancato l'amore. Tu lo sai, Tullio. Hai potuto sempre fare di

me quel che hai voluto. Hai trovato sempre in me l'amica, la sorella,

la moglie, l'amante, pronta a qualunque sacrificio per il tuo piacere.

Non credere, Tullio, non credere che io ti ricordi la mia lunga

devozione per accusarti; no, no. Né pure una stilla di amarezza ho

nell'anima per te; intendi? né pure una stilla. Ma lascia, in

quest'ora, che io ti ricordi la devozione e la tenerezza durate per

tanti anni e che io ti parli d'amore, del mio amore _non interrotto,

non cessato mai,_ intendi?, _non cessato mai_. Credo che la mia

passione per te non sia stata mai così intensa come in queste ultime

settimane. Tu mi raccontavi ieri tutte quelle cose.... Ah se io

potessi raccontarti la mia vita di questi ultimi giorni! Tutto sapevo

di te, tutto indovinavo; ed ero costretta a fuggirti. Più di una volta

sono stata per caderti nelle braccia, per chiudere gli occhi e

lasciarmi prendere da te, nei momenti di debolezza e di stanchezza

estrema. L'altra mattina, la mattina di sabato, quando tu entrasti qui

con quei fiori, io ti guardai e mi sembrasti _quello d'una volta_,

così acceso, com'eri, sorridente, gentile, con gli occhi lucidi. E mi

mostrasti le scalfitture che avevi nelle mani! Un impeto mi venne, di

prenderti le mani e di baciartele.... Chi mi diede la forza di

contenermi? _Non mi sentivo degna._ E vidi in un lampo tutta la

felicità che tu mi offrivi con quei fiori, tutta la felicità a cui

dovevo rinunziare per sempre. Ah, Tullio, il mio cuore è a tutta prova

se ha potuto resistere a certe strette. Ho la vita tenace.

Ella pronunziò quest'ultima frase con una voce più sorda, con un

accento indefinibile, quasi d'ironia e d'ira. Io non osavo alzare il

viso e guardarla. Le sue parole mi davano un'atroce sofferenza; e pure

io tremavo quando ella faceva una pausa. Temevo che ad un tratto le

mancassero le forze e che ella non potesse più continuare. E io

aspettavo dalla sua bocca altre confessioni, altri lembi d'anima.

--Grande errore--ella continuò--grande errore non esser morta prima

del tuo ritorno da Venezia. Ma la povera Maria, ma la povera Natalia,

come le avrei lasciate?

Ella esitò un poco.

--Te anche, forse avrei lasciato male.... Ti avrei lasciato qualche

rimorso. La gente ti avrebbe accusato. Non avremmo potuto nascondere a

nostra madre.... Ella ti avrebbe domandato: "perché ha voluto morire?"

Sarebbe giunta a conoscere la verità che le abbiamo nascosta fino ad

ora.... Povera santa!

Le si chiudeva la gola, forse; perché la sua voce si affiochiva,

prendeva un tremolìo di pianto contenuto. Lo stesso nodo serrava la

mia gola.

--Ci pensai. Anche pensai, quando tu volesti condurmi qui, che ero

divenuta indegna di lei, indegna d'essere baciata su la fronte,

d'essere chiamata figliuola. Ma tu sai come noi siamo deboli, come

facilmente ci abbandoniamo alla forza delle cose. Io non speravo più

nulla; sapevo bene che, fuori della morte, non c'era altro scampo per

me; sapevo bene che ogni giorno più il cerchio si stringeva. E pure,

lasciavo passare i giorni a uno a uno, senza risolvermi. E avevo un

mezzo sicuro per morire!

Ella s'arrestò. Obedendo a un impulso repentino, io levai il viso e la

guardai fissamente. Un gran fremito la scosse. E tanto fu manifesto il

male che io le facevo guardandola, che di nuovo abbassai la fronte.

Ripresi la mia attitudine.

Ella stava ancora in piedi. Sedette.

Seguì un intervallo di silenzio.

--Credi tu--ella mi domandò, con una timidezza penosa--credi tu che la

colpa sia grave, quando l'anima non consente?

Bastò quell'accenno alla _colpa_ per rimescolare in me d'un tratto il

torbido fondo che s'era quietato; e una specie di rigurgito amaro mi

salì alla bocca. Involontariamente mi uscì dalle labbra il sarcasmo.

Dissi, facendo segno di sorridere:

--Povera anima!

Apparve sul volto di Giuliana un'espressione di dolore così intensa

che io subito provai una fitta di pentimento acutissima. M'accorsi che

non avrei potuto farle una ferita più cruda e che l'ironia in

quell'ora, contro quella creatura sommessa, era la peggiore delle

viltà.

--Perdonami--ella disse con l'aspetto di una donna colpita a morte (e

mi parve proprio ch'ella avesse l'occhio dolce, triste, quasi

infantile che avevo veduto qualche volta ai feriti adagiati nelle

barelle)--perdonami. Anche tu ieri parlasti di anima.... Tu pensi ora:

"_Queste sono le cose che le donne dicono, per farsi perdonare._" Ma

io non cerco di farmi perdonare. So che il perdono è impossibile, che

l'oblio è impossibile. So che non c'è scampo. Intendi? Volevo soltanto

farmi perdonare da te i baci che ho presi da tua madre....

Ancora era sommessa la sua voce, debolissima, e pure lacerante come un

grido acuto e iterato.

--Mi sentivo su la fronte un peso di dolore così grande che non per

me, Tullio, ma per quel dolore, soltanto, per quel dolore accettavo su

la fronte i baci di tua madre. E se io ero indegna, quel dolore era

degno. Tu puoi perdonarmi.

Ebbi un moto di bontà, di pietà ma non cedetti. Io non la guardavo

negli occhi. Il mio sguardo andava involontariamente al grembo, come

per scoprire i segni della cosa tremenda; e facevo sforzi enormi per

non contorcermi negli accessi di spasimo, per non darmi ad atti

insensati.

--Certi giorni differivo d'ora in ora l'esecuzione del mio proposito;

e il pensiero di questa casa, di ciò che sarebbe accaduto dopo in

questa casa, mi toglieva il coraggio. E così svanì anche la speranza

di poterti nascondere la verità, di poterti salvare; perché fin dai

primi giorni la mamma indovinò il mio stato. Ti ricordi tu di quel

giorno che là alla finestra, per l'odore delle violacciocche, ebbi un

disturbo? Fin da allora, la mamma se ne accorse. Imagina i miei

terrori! Io pensavo: "Se mi uccido, Tullio avrà la rivelazione dalla

madre. Chi sa fin dove giungeranno le conseguenze del male che ho

fatto!" E mi divoravo l'anima, giorno e notte, per trovare il modo di

salvarti. Quando tu domenica mi domandasti: "Vuoi che andiamo martedì

a Villalilla?", io acconsentii senza riflettere, mi abbandonai al

destino, mi affidai alla forza del caso, alla ventura. Ero certa che

quello sarebbe stato il mio ultimo giorno. Questa certezza mi

esaltava, mi dava una specie di demenza. Ah, Tullio, ripensa alle tue

parole di ieri e dimmi se comprendi ora il mio martirio.... Lo

comprendi?

Ella si chinò, si protese verso di me, come per spingermi dentro

l'anima la sua domanda angosciosa; e, tenendo le dita intrecciate, si

torceva le mani.

--Non m'avevi mai parlato così; non avevi mai avuta quella voce.

Quando là, al sedile, tu mi domandasti: "_È troppo tardi, forse?_", io

ti guardai e il tuo viso mi fece paura. Potevo risponderti: "Sì, è

troppo tardi?" Potevo spezzarti il cuore a un tratto? Che sarebbe

accaduto di noi? E allora volli concedermi l'ultima ebrezza, diventai

folle, non vidi più che la morte e la mia passione.

Ella era divenuta stranamente rauca. Io la guardavo; e mi pareva di

non riconoscerla, tanto era trasfigurata. Una convulsione contraeva

tutte le linee del suo viso; il labbro inferiore le tremava forte; gli

occhi le ardevano d'un ardore febrile.

--Mi condanni?--domandò rauca ed acre.--Mi disprezzi per quel che feci

ieri?

Si coprì il viso con le mani. Poi, dopo una pausa, con un accento

indefinibile di strazio, di voluttà e di orrore, con un accento

venutole chi sa da quale abisso dell'essere, ella soggiunse:

--Iersera, _per non distruggere quel che di te m'era rimasto nel

sangue_, indugiavo a prendere il veleno.

Le mani le ricaddero. Ella scosse da sé la debolezza, con un atto

risoluto. La sua voce divenne più ferma.

--Il destino ha voluto che io vivessi fino a quest'ora. Il destino ha

voluto che tu sapessi da tua madre la verità: da tua madre! Iersera,

quando tu rientrasti qui, sapevi tutto. E tacesti, e d'avanti a tua

madre mi baciasti la guancia che io ti offrivo. Lascerai che prima di

morire io ti baci le mani. Non ti chiedo altro. T'ho aspettato per

obbedirti. Sono pronta a tutto. Parla.

Io dissi:

--È necessario che tu viva.

--Impossibile, Tullio; impossibile--ella esclamò.--Hai tu pensato _a

quel che accadrebbe se io vivessi_?

--Ho pensato. È necessario che tu viva.

--Orrore!

Ed ella ebbe un sussulto violento, un moto istintivo di raccapriccio,

forse perché sentì nelle sue viscere _quell'altra vita_, il nascituro.

--Ascoltami, Tullio. Oramai tu sai tutto; oramai non debbo uccidermi

per nasconderti una vergogna, per evitare di ritrovarmi innanzi a te.

Tu sai tutto; e siamo qui, e possiamo ancora guardarci, possiamo

ancora parlare! Si tratta di ben altro. Io non penso di eludere la tua

vigilanza per darmi la morte. Io voglio anzi che tu mi aiuti a

scomparire nel modo più naturale che sia possibile per non destare

sospetti qui nella casa. Ho due veleni: la morfina e il sublimato

corrosivo. Forse non servono. Forse è difficile tener celato un

avvelenamento. E bisogna che la mia morte sembri involontaria,

cagionata da un caso qualunque, da una disgrazia. Intendi? In questo

modo noi raggiungeremo lo scopo. Il segreto rimarrà fra noi due....

Ella ora parlava rapidamente, con una espressione di serietà ferma,

come se ragionasse per persuadermi ad accettare un accordo utile non

un patto di morte, non una parte di complice nell'attuazione d'un

proposito insensato. Io lasciavo ch'ella continuasse. Una specie di

fascino strano mi faceva rimaner là a guardare, ad ascoltare quella

creatura così fragile, così pallida, così malata, in cui entravano

onde di energia morale così veementi.

--Ascoltami, Tullio. Ho un'idea. Federico m'ha raccontato la tua

follia di oggi, il pericolo che hai corso oggi su l'argine

dell'Assoro, m'ha raccontato tutto. Io pensavo, tremando: "Chi sa per

quale impeto di dolore s'è gittato a quel rischio!" E, ancora

pensando, m'è parso di comprendere. Ho avuta una divinazione. E tutte

le altre tue sofferenze future, mi si sono affacciate all'anima:

sofferenze da cui nulla ti potrebbe difendere, sofferenze che

aumenterebbero di giorno in giorno, inconsolabili, intollerabili. Ah,

Tullio, certo tu le hai già presentite e pensi che non potresti

sostenerle. Un solo mezzo c'è per salvare te, me, le nostre anime, il

nostro amore; sì, lasciami dire: _il nostro amore_. Lasciami ancora

credere alle tue parole di ieri e lasciami ripetere che io ti amo ora

come non t'ho amato mai. A punto per questo, a punto perché noi ci

amiamo, bisogna che io sparisca dal mondo, bisogna che tu non mi veda

più.

Fu straordinaria l'elevazione morale che rialzò la voce, tutta la

persona di lei, in quell'istante. Un gran fremito mi agitò;

un'illusione fugace s'impadronì del mio spirito. Credetti che

veramente in quell'istante il mio amore e l'amore di quella donna si

trovassero di fronte alti d'una smisurata altezza ideale e scevri di

miseria umana, non macchiati di colpa, intatti. Riebbi per pochi

attimi la stessa sensazione provata in principio quando il mondo reale

m'era parso completamente vanito. Poi, come sempre, il fenomeno

inevitabile si compì. Quello stato di conscienza non mi appartenne

più, si fece obbiettivo, mi diventò _estraneo_.

--Ascoltami--seguitò ella, abbassando la voce, come per tema che

qualcuno udisse.--Ho mostrato a Federico un gran desiderio di rivedere

il bosco, le carbonaie, tutti quei luoghi. Domattina Federico non

potrà accompagnarci perché dovrà tornare a Casal Caldore. Andremo noi

due soli. Federico m'ha detto che potrò montare Favilla. Quando saremo

su l'argine.... farò quel che tu hai fatto stamani. Accadrà una

disgrazia. Federico m'ha detto che è impossibile salvarsi

dall'Assoro.... Vuoi?

Se bene ella proferisse parole coerenti, sembrava in preda a una

specie di delirio. Un rossore insolito le accendeva la sommità delle

gote, e gli occhi le splendevano straordinariamente.

Una visione del fiume sinistro mi passò nello spirito, rapida.

Ella ripetè, tendendosi verso di me:

--Vuoi?

Io m'alzai, le presi le mani. Volevo calmare la sua febbre. Una pena e

una pietà immense mi premevano. E la mia voce fu dolce, fu buona;

tremò di tenerezza.

--Povera Giuliana! Non t'agitare così. Tu soffri troppo; il dolore ti

fa insensata, povera anima! Bisogna che tu abbia molto coraggio;

bisogna che tu non pensi più alle cose che hai dette.... Pensa a

Maria, a Natalia.... Io ho accettato questo castigo. Per tutto il male

che ho fatto, forse meritavo questo castigo. L'ho accettato; lo

sopporterò. Ma è necessario che tu viva. Mi prometti, Giuliana, per

Maria, per Natalia, per quanto hai cara la mamma, per le cose che io

ti dissi ieri, mi prometti che in nessun modo cercherai di morire?

Ella teneva il capo chino. E d'un tratto, liberando le sue mani,

afferrò le mie e si mise a baciarmele furiosamente; e io sentii su la

mia pelle il caldo della sua bocca, il caldo delle sue lacrime. E,

come io tentavo di sottrarmi, ella dalla sedia cadde in ginocchio,

senza lasciarmi le mani, singhiozzando, mostrandomi la sua faccia

sconvolta, dove il pianto colava a rivi, dove la contrazione della

bocca rivelava l'indicibile spasimo da cui tutto l'essere era

convulso. E, senza poterla rialzare, senza poter più parlare,

soffocato da un accesso violento d'ambascia, soggiogato dalla forza

dello spasimo che contraeva quella povera bocca smorta, abbandonato da

qualunque rancore, da qualunque orgoglio, non provando se non la cieca

paura della vita, non sentendo nella donna prostrata e in me se non la

sofferenza umana, l'eterna miseria umana, il danno delle trasgressioni

inevitabili, il peso della nostra carne bruta, l'orrore delle fatalità

inscritte nelle radici stesse del nostro essere e inabolibili, tutta

la corporale tristezza del nostro amore, anch'io caddi in ginocchio

d'innanzi a lei per un bisogno instintivo di prostrarmi, di

uguagliarmi anche nell'attitudine alla creatura che soffriva e che mi

faceva soffrire. E anch'io ruppi in singhiozzi. E ancora una volta,

dopo tanto, rimescolammo le nostre lacrime, ahi me!, che erano così

cocenti e che non potevano mutare il nostro destino.

L'Innocente · 第 32 / 72 题