Quando mi svegliai dal sonno greve e quasi direi brutale che a una
certa ora della notte m'era piombato sopra di schianto, durai fatica a
ricuperare la nozione esatta della realtà.
Dopo un poco, al mio spirito scevro dalle eccitazioni notturne, la
realtà si presentò fredda, nuda, incommutabile. Che erano le angosce
recenti al paragone dello sgomento che allora m'invase?--Bisognava
vivere! Ed era come se qualcuno mi presentasse una coppa profonda,
dicendomi: "Se tu vuoi bere, oggi, se tu vuoi vivere, bisogna che tu
sprema qui dentro, fino all'ultima goccia, il sangue del tuo cuore."
Una ripugnanza, un disgusto, un ribrezzo indefinibili mi salirono
dall'intimo dell'essere. E, intanto, bisognava vivere, bisognava
accettare anche in quel mattino la vita! E bisognava, sopra tutto,
_agire!_
Il confronto ch'io feci dentro di me, tra quel risveglio reale e il
risveglio sognato e sperato a Villalilla il giorno innanzi, aumentò la
mia insofferenza. Pensai: "È impossibile che io accetti un tale stato;
è impossibile che io mi levi, che io mi vesta, che io esca di qui, che
io riveda Giuliana, che io le parli, che io seguiti a dissimulare
innanzi a mia madre, che io aspetti l'ora opportuna per un colloquio
definitivo, che in quel colloquio io stabilisca le condizioni della
nostra esistenza avvenire. È impossibile. E allora? La distruzione
assoluta istantanea di tutto ciò che in me soffre.... Liberarmi,
sfuggire.... _Non c'è altro._" E, considerando la facilità della cosa,
imaginando l'azione rapida, lo scatto dell'arma, l'effetto immediato
del piombo, l'oscurità consecutiva, io provai in tutto il corpo una
tensione particolare, angosciosa e pur mista d'un senso di sollievo,
quasi di dolcezza. "_Non c'è altro._" E, benché l'ansia di sapere mi
agitasse, pensai con sollievo che non avrei saputo più nulla di nulla,
che quella stessa ansia sarebbe d'un tratto cessata, che tutto in
somma avrebbe avuto fine. Udii battere alla porta. E la voce di mio
fratello gridò:
--Tullio, non ti sei ancora levato? Sono le nove. Posso entrare?
--Entra, Federico.
Egli entrò.
--Sai che è tardi? Sono passate le nove....
--Mi sono addormentato tardi, ed ero stanchissimo.
--Come stai?
--Così....
--La mamma è levata. M'ha detto che Giuliana sta a bastanza bene. Vuoi
che t'apra la finestra? È una mattinata stupenda.
Spalancò la finestra. Un flutto d'aria fresca, inondò la stanza; le
tende si gonfiarono come due vele; apparve nel vano l'azzurro.
--Vedi?
La luce viva scoprì forse nel mio volto i segni dello strazio perché
egli soggiunse:
--Ma anche tu stanotte ti sei sentito male?
--Credo d'aver avuto qualche po' di febbre.
Federico mi guardava con i suoi limpidi occhi glauchi; e in quel
momento mi parve di avere su l'anima tutto il peso delle menzogne e
delle dissimulazioni future. Oh, s'egli avesse saputo! Ma, come
sempre, la sua presenza fugò da me la viltà che già mi teneva. Una
energia fittizia, come dopo un sorso di cordiale, mi rialzò. Pensai:
"In che modo si condurrebbe egli nel mio caso?" Il mio passato, la mia
educazione, l'essenza stessa della mia natura contrastavano qualunque
riscontro probabile; però questo al meno era certo:--in caso di
sciagura, simile o dissimile, egli si sarebbe condotto da uomo forte e
caritatevole, avrebbe affrontato il dolore eroicamente, avrebbe
preferito al sacrificio degli altri il sacrificio di sé.
--Fammi sentire....--disse, accostandosi.
E mi toccò la fronte con la palma della mano, mi prese il polso.
--Ora sei libero, mi sembra. Ma che polso ineguale!
--Lasciami levare, Federico, che è tardi.
--Oggi, dopo mezzogiorno, vado al bosco d'Assòro. Se tu vuoi venire,
faccio sellare per te Orlando. Ti ricordi tu del bosco? Peccato che
Giuliana non stia bene! Altrimenti, condurremmo anche lei.... Vedrebbe
le carbonare accese.
Quando nominava Giuliana, pareva che la sua voce divenisse più
affettuosa, più dolce, quasi direi più fraterna. Oh, s'egli avesse
saputo!
--Addio, Tullio. Vado a lavorare. Quando comincerai ad aiutarmi?
--Oggi stesso, domani, quando vorrai.
Egli si mise a ridere.
--Che ardore! Basta: ti vedrò alla prova. Addio, Tullio.
Ed uscì con quel suo passo alacre e franco, poiché lo sollecitava di
continuo l'esortazione inscritta nel quadrante solare:--_Hora est
benefaciendi_.