Chi non ha udito qualche volta proferire da uomini sventurati una
frase di questo genere? "In un'ora ho vissuto dieci anni." Una tal
cosa è inconcepibile. Bene, io la comprendo. Nei pochi minuti di quel
dialogo quasi pacato tra me e mia madre, io non vissi più di dieci
anni? L'accelerazione della vita umana interiore è il più meraviglioso
e il più spaventoso fenomeno dell'universo.
Ora, che doveva io fare? Impeti folli mi venivano, di fuggire lontano
nella notte, o di correre alle mie stanze per chiudermi, per rimaner
solo a considerare la mia ruina, a conoscerla tutta quanta. Ma seppi
resistere. La superiorità della mia natura si mostrò in quella notte.
Seppi svincolare dall'atroce torsione qualcuna delle mie facoltà più
virili. E pensai: "È necessario che nessuno dei miei atti apparisca
singolare, inesplicabile, a mia madre, a mio fratello, a qualunque
persona di questa casa."
Innanzi all'uscio della stanza di Giuliana m'arrestai, impotente a
frenare il tremore fisico che mi scoteva. Udendo giungere pel
corridoio suono di passi, entrai risoluto.
Miss Edith usciva dall'alcova su la punta dei piedi. Mi accennò di non
far rumore. Mi disse sotto voce:
--Sta per addormentarsi.
Se ne andò, socchiudendo l'uscio dietro di sè, pianamente.
La lampada ardeva sospesa nel mezzo della volta, con un chiarore
placido eguale. Su una sedia era posato il mantello amaranto; su
un'altra sedia, il busto di raso nero, il busto che Giuliana s'era
tolto a Villalilla nella mia breve assenza; su un'altra sedia, l'abito
grigio, quel medesimo ch'ella aveva portato con tanta finezza tra i
fiori di lilla eleganti. La vista di quelle cose mi diede un tale
spasimo che di nuovo ebbi l'impeto di fuggire. Mi volsi all'alcova,
discostai le cortine; vidi il letto, vidi sul guanciale la macchia
cupa dei capelli, non la faccia: vidi il rilievo del corpo rattratto
sotto le coperte. Mi si presentò allo spirito la verità brutale in
tutta la sua più ignobile brutalità. "Ella è stata posseduta da un
altro, ha ricevuta l'escrezione di un altro, porta nel ventre il seme
di un altro." E una serie d'imagini fisiche odiose mi si svolse
d'avanti agli occhi dell'anima, che io non potevo serrare. E non
furono soltanto le imagini di ciò che era accaduto, ma anche quelle di
ciò che doveva necessariamente accadere. Bisognò anche ch'io vedessi,
con una precisione inesorabile, Giuliana nel futuro (il mio Sogno, la
mia Idealità!) difformata da un ventre enorme, gravida d'un feto
adulterino....
Chi avrebbe potuto imaginare un castigo più feroce? E tutto era vero,
tutto era _certo_!
Quando il dolore eccede le forze, istintivamente l'uomo cerca nel
dubbio un'attenuazione momentanea della sofferenza insofferibile;
pensa: "Forse io m'inganno; forse la mia sciagura non è quale mi
appare; forse tutto questo dolore è irragionevole." E, per protrarre
la tregua, intende lo spirito perplesso ad acquistare una nozione più
esatta della realtà. Ma a me il dubbio non si presentò né pure per un
attimo; io non ebbi né pure un attimo d'incertezza. M'è impossibile
esplicare il fenomeno che si svolse nella mia coscienza divenuta
straordinariamente lucida. Pareva che per un segreto spontaneo
processo, compiutosi in una sfera ulteriore oscura, tutti gli
inavvertiti indizii relativi alla cosa tremenda si fossero coordinati
tra loro formando una nozione logica, completa, coerente, definitiva,
irrefragabile; la quale ora mi si manifestasse d'un tratto assorgendo
nella mia conscienza con la rapidità di un oggetto che, non più
trattenuto al fondo da legami ignoti, venga su la linea dell'acqua a
galleggiare e vi rimanga insommergibile. Tutti gli indizii, tutte le
prove erano là, in ordine. Io non dovevo compiere alcuno sforzo per
ricercarli, per scegliergli, per riunirli. Fatti insignificanti,
lontani, s'illuminavano nella nuova luce; lembi di vita recente si
ricolorivano. E l'avversione insolita di Giuliana per i fiori, per gli
odori, i suoi turbamenti singolari, le sue nausee mal dissimulate, i
suoi pallori subitanei, quella specie di nube continua tra ciglio e
ciglio, quella stanchezza immensa di certe sue attitudini e le pagine
segnate con l'unghia nel libro russo, il rimprovero del vecchio al
conte Besoukhow, la domanda estrema della piccola principessa Lisa, e
quel gesto con cui ella mi aveva tolto di mano il libro; e poi le
scene di Villalilla, le lacrime, i singhiozzi, le frasi ambigue, i
sorrisi sibillini, i quasi lugubri ardori, le volubilità quasi folli,
le evocazioni della morte, tutti gli indizii si aggruppavano intorno
alle parole di mia madre incise nel centro della mia anima.
Mia madre aveva detto: "_È impossibile ingannarsi._ Fino a due o tre
giorni fa Giuliana negava o almeno _diceva di non esserne certa_....
Sapendoti così apprensivo, _m'ha pregata di non parlartene_...." La
verità non poteva essere più chiara. Tutto, dunque, omai era certo!
Entrai nell'alcova; m'appressai al letto. Dietro di me le cortine
ricaddero; la luce divenne più fievole. L'ansietà mi tolse il respiro,
tutto il sangue mi si fermò nelle arterie, quando io giunsi al
capezzale e mi chinai per guardare più da vicino la testa di Giuliana
quasi celata dal lenzuolo. Io non so che sarebbe avvenuto s'ella
avesse alzato la faccia ed avesse parlato, in quel momento.
Dormiva ella? Soltanto la fronte, fino ai sopraccigli, era scoperta.
Rimasi là qualche minuto, in piedi, aspettando. Ma dormiva ella? Non
si moveva, giacendo sul fianco. La bocca nascosta dal lenzuolo non
dava segno di respirazione al mio udito. Soltanto la fronte, fino ai
sopraccigli, era scoperta.
Come mi sarei contenuto s'ella si fosse accorta della mia presenza?
Non era quella l'ora delle interrogazioni, l'ora del colloquio. S'ella
avesse sospettato che tutto m'era noto, a quali estremità si sarebbe
spinta in quella notte? Avrei io dunque dovuto simulare un'ingenua
tenerezza, avrei dovuto mostrarmi perfettamente ignaro, persistere
nella espressione del sentimento che m'aveva dettato le dolci parole,
quattro ore innanzi, a Villalilla. "Stasera, stasera, nel tuo
letto.... Vedrai come saprò tenerti. Ti addormenterò. Mi dormirai
tutta la notte sul cuore...."
Girando lo sguardo in torno smarrito, scorsi sul tappeto gli scarpini
lucidi e sottili, su la spalliera d'una sedia le lunghe calze di seta
cinerina, le giarrettiere d'amoerro, un altro oggetto di segreta
eleganza, tutte cose di cui i miei occhi d'amante s'erano già
dilettati nelle intimità recenti. E la gelosia dei sensi mi morse con
tanta furia che fu un prodigio se io mi trattenni dal gittarmi su
Giuliana per risvegliarla e per gridarle le parole folli e crude che
mi suggeriva la collera subitanea.
Mi ritrassi vacillando, uscii dall'alcova. Pensai con un cieco
sgomento: "Come finiremo?"
Mi disponevo ad andarmene. "Scenderò. Dirò a mia madre che Giuliana
dorme, che ha un sonno molto calmo; le dirò che anch'io ho bisogno di
riposo. Mi ritirerò nella mia stanza. Domattina poi...." Ma rimanevo
là perplesso, incapace di varcare la soglia, assalito da mille paure.
Mi volsi ancora verso l'alcova, con un moto repentino, come se avessi
sentito uno sguardo sopra di me. Mi parve che le cortine
ondeggiassero; ma fu un abbaglio. E pure qualche cosa come un'onda
magnetica a traverso le cortine veniva a penetrarmi; qualche cosa a
cui non resistevo. Entrai nell'alcova una seconda volta,
rabbrividendo.
Giuliana giaceva nella medesima attitudine. Dormiva? Soltanto la
fronte, fino ai sopraccigli, era scoperta.
Mi sedetti, presso al capezzale; ed aspettai. Guardavo quella fronte
pallida come il lenzuolo, tenue e pura come una particela, sororale,
che tante volte le mie labbra avevano baciata religiosamente, che
tante volte avevano baciata le labbra di mia madre.
Non v'appariva segno di contaminazione; alla vista era sempre la
stessa. E nulla al mondo poteva omai cancellare la macchia che
vedevano su quel pallore gli occhi della mia anima!
Alcune parole, proferite da me nell'ultima ebrezza, mi tornarono alla
memoria. "Io ti veglierò, ti leggerò sul viso i sogni che sognerai."
Ripensai: "Ella ripeteva ad ogni tratto:--Sì, sì." Domandai a me
medesimo: "Di che vita ella vive, entro di sé? Quali sono i suoi
propositi? Che ha ella risoluto?" E guardavo la sua fronte. E non più
considerai il mio dolore; ma mi piegai tutto a raffigurare il suo
dolore, a comprendere il suo dolore.
Certo, doveva essere una disperazione inumana, la sua; senza tregua,
senza limite. Il mio castigo era anche il suo castigo, ed era per lei
forse un castigo anche più terribile. Laggiù, a Villalilla, pel viale,
sul sedile, nella casa, ella aveva certo sentita la verità nelle mie
parole, aveva certo letta la verità nella mia faccia. Ella aveva
creduto al mio amore immenso.
"_.... Tu eri nella mia casa mentre io ti cercavo lontano._ Ah, dimmi
tu: questa rivelazione non vale tutte le tue lacrime? Non vorresti
averne versate anche più, anche più, per una tale prova?
--_Sì, anche più!..._"
Così aveva ella risposto, così tutta la sua anima aveva risposto, con
un soffio che veramente m'era parso divino. "_Sì, anche più!..._"
Ella avrebbe voluto aver versato altre lacrime, avrebbe voluto aver
sofferto un altro martirio per quella rivelazione! E, vedendo ai suoi
piedi appassionato come non mai l'uomo da anni perduto e pianto,
vedendo aprirsi d'innanzi a sé un gran paradiso ignoto, ella s'era
sentita impura, aveva avuta la sensazione materiale della sua
impurità, aveva dovuto sopportare la mia testa sul grembo fecondato
dal seme di un altro uomo. Ah come mai, veramente le sue lacrime non
mi avevano piagata la faccia? Come mai avevo potuto io beverle senza
avvelenarmi?
Rivissi in un attimo tutta la nostra giornata d'amore. Rividi tutte le
espressioni, anche le più fuggevoli, apparse sul volto di Giuliana dal
momento del nostro ingresso a Villalilla; e tutte le compresi. Una
gran luce s'era fatta in me. "Ah quando io le parlavo del domani, le
parlavo dell'avvenire!... Che spaventosa parola doveva essere per lei
quel _Domani_ su le mie labbra!" E mi tornò alla memoria il breve
dialogo avvenuto sul limitare del balcone al conspetto del cipresso.
Ella aveva ripetuto sommessamente, con un sorriso tenue: "Morire!"
Aveva parlato di fine prossima. Aveva domandato: "Che faresti tu se io
ti morissi all'improvviso? Se, per esempio, _domani_ io fossi morta?"
Più tardi, nella nostra stanza, ella aveva gridato stringendosi a me:
"No, no, Tullio; non si parla dell'avvenire.... Pensa a oggi, all'ora
che passa!" Non tradivano tali atti, tali parole un proposito di
morte, una risoluzione tragica? Era manifesto ch'ella aveva risoluto
di uccidersi, ch'ella si sarebbe uccisa, forse in quella notte
medesima, prima del _domani_ indifferibile, non essendoci per lei
altro scampo.
Quando cessò il raccapriccio che mi venne dal pensiero del pericolo
imminente, io considerai in me stesso: "Sarebbero più gravi le
conseguenze della morte di Giuliana o quelle della sua incolumità?
Poiché la ruina è senza riparo e l'abisso è senza fondo, una
catastrofe immediata è forse preferibile alla prolungazione indefinita
del dramma spaventevole." E la mia imaginazione mi faceva assistere
alle fasi della nuova maternità di Giuliana, mi faceva vedere il nuovo
essere procreato, l'intruso che avrebbe portato il mio nome, che
sarebbe stato il mio erede, che avrebbe usurpato le carezze di mia
madre, delle mie figliuole, di mio fratello. "Certo, soltanto la morte
può interrompere il corso fatale di questi eventi. Ma il suicidio
resterebbe segreto? Con qual mezzo Giuliana si ucciderebbe? Accertata
la morte volontaria, che penserebbero mia madre, mio fratello? Qual
colpo ne riceverebbe mia madre? E Maria? E Natalia? E che farei allora
io della mia vita?"
Non riuscivo, veramente, a concepire la mia vita senza Giuliana. Io
amavo quella povera creatura anche nella sua impurità. Tranne
quell'impeto subitaneo di collera suscitatomi dalla gelosia carnale,
io non avevo ancor provato contro di lei un senso d'odio o di rancore
o di disdegno. Non m'era balenato alcun pensiero di vendetta. In vece,
io avevo di lei una misericordia profonda. Io accettavo, fin da
principio, tutta la responsabilità della sua caduta. Un sentimento
fiero e generoso mi sollevò, mi esaltò. "Ella ha saputo chinare il
capo sotto i miei colpi, ha saputo soffrire, ha saputo tacere; mi ha
dato l'esempio del coraggio virile, dell'abnegazione eroica. Ora è
venuta la mia volta. Io le debbo il contraccambio. Debbo salvarla ad
ogni costo." E questa sollevazione dell'anima, questa cosa buona, mi
veniva da lei.
La guardai da presso. Rimaneva come immobile, nella medesima
attitudine, con la fronte scoperta. Pensai: "Ma dorme? Se invece
fingesse di dormire per allontanare ogni sospetto, per farsi credere
calma, per esser lasciata sola? Certo, se il suo proposito è di non
arrivare a domani, ella cerca di favorirne l'esecuzione con ogni
mezzo. Ella simula il sonno. Se il sonno fosse reale, non sarebbe così
tranquillo, così fermo, in lei che ha i nervi sovreccitati. Ora la
scuoto...." ma esitai: "Se realmente dormisse? Talvolta, dopo una
grande dispersione di forza nervosa, anche in mezzo alle più fiere
inquietudini morali il sonno piomba grave come una sincope. Oh le
durasse questo sonno fino a domani e potesse ella domani levarsi
rinfrancata, a bastanza forte per sostenere il colloquio tra noi
inevitabile!" Guardavo fissamente quella fronte pallida come il
lenzuolo; e, chinandomi un poco più, m'accorsi che diveniva madida.
Una stilla di sudore spuntava sul sopracciglio. E quella stilla mi
suscitò l'idea del sudor freddo che annuncia l'azione dei veleni
narcotici. Subito mi balenò un sospetto. "La morfina!" E per istinto
il mio sguardo corso al tavolo da notte, di là dal capezzale, come a
cercarvi la fiala di vetro contrassegnata dal piccolo teschio nero,
dal noto simbolo mortuario.
Erano su quel tavolo una boccia d'acqua, un bicchiere, un candeliere,
un fazzoletto, alcune forcine che rilucevano; non v'era altro. Feci un
esame rapido di tutta l'alcova. Un'ansietà angosciosa mi stringeva.
"Giuliana ha la morfina. Ne ha sempre avuta una certa quantità,
liquida, per le iniezioni. Son sicuro che ha pensato di avvelenarsi
con quella. Dove tiene nascosta la bottiglietta?" Io avevo fissa
dentro le pupille l'imagine della piccola fiala di vetro veduta una
volta tra le mani di Giuliana, distinta da quel segno sinistro che
usano i farmacisti per distinguere un tossico. La fantasia eccitata mi
suggerì: "E se ella avesse già bevuto?... Quel sudore...." Tremavo, su
la sedia; e un dibattito rapido si agitava dentro di me. "Ma quando?
Ma come? Ella non è rimasta mai sola.--Basta un attimo per vuotare una
fiala.--Ma in lei non sarebbe forse mancato il vomito....--E
quell'accesso di vomito convulso, dianzi, a pena ella è giunta qui?
Avendo premeditato il suicidio, forse ella portava seco la morfina.
Non può essere ch'ella l'abbia bevuta prima di giungere alla Badiola,
in carrozza, nell'ombra? In fatti, ella ha impedito che Federico
andasse a chiamare il medico...." Io non conoscevo bene i sintomi
dell'avvelenamento per morfina. Nel dubbio, la fronte bianca e madida,
la immobilità perfetta di Giuliana mi atterrivano. Stavo per
scuoterla. "Ma se m'inganno? Ella si sveglia ed io che cosa le dico?"
Mi pareva che la prima parola di lei, il primo sguardo scambiato tra
lei e me, la prima comunicazione diretta tra lei e me, dovessero
cagionarmi un effetto straordinario, d'una violenza imprevedibile,
inimaginabile. Mi pareva che non avrei potuto dominarmi, dissimulare,
e che ella subito, guardandomi, avrebbe indovinata la mia
consapevolezza. E allora?
Tesi l'orecchio, sperando e temendo che sopraggiungesse mia madre. Poi
(non avrei tremato così nel sollevare il lembo d'un lenzuolo funebre
per rivedere la sembianza di una persona estinta) scopersi a poco poco
il volto di Giuliana.
Ella aprì gli occhi.
--Ah, Tullio, sei tu?
Ella aveva la sua voce naturale. Cosa inaspettata: io potevo parlare.
--Dormivi?--le dissi, evitando di guardarla nelle pupille.
--Sì, m'ero assopita.
--Io dunque t'ho svegliata.... Perdonami.... Volevo scoprirti la
bocca. Temevo che tu non respirassi bene.... che le coperte ti
affogassero....
--Sì, è vero. Ora ho caldo, troppo caldo.... Levami qualcuna di queste
coperte; ti prego.
E io mi alzai per alleggerirla di qualche coperta. M'è ora impossibile
definire il mio stato di conscienza relativo a quelli atti che io
facevo, a quelle parole che io dicevo e udivo, a quelle cose che
accadevano naturalmente come se nulla fosse mutato, come se io e
Giuliana fossimo ignari e immuni, come se là dentro non fossero
l'adulterio, il disinganno, il rimorso, la gelosia, la paura, la
morte, tutte le atrocità umane, in quell'alcova tranquilla. Ella mi
domandò:
--È molto tardi?
--No, non è ancora mezzanotte.
--La mamma è andata a letto?
--Non ancora.
Dopo una pausa:
--E tu.... non vai? Devi essere stanco....
Non seppi rispondere. Dovevo rispondere che rimanevo? pregarla di
lasciarmi rimanere? ripeterle le parole tènere proferite su la
poltrona, nella _nostra_ stanza, a Villalilla? Ma, rimanendo, in che
modo avrei passata la notte? Là, sulla sedia, a vegliare, o nel letto
accanto a lei? in che modo mi sarei condotto? Avrei potuto simulare
sino in fondo?
Ella soggiunse:
--È meglio che tu vada, Tullio.... per questa sera.... Io non ho
bisogno più di nulla; non ho bisogno d'altro che di riposo. Se tu
rimanessi.... sarebbe male.... È meglio che tu vada, per questa sera,
Tullio.
--Ma tu potresti aver bisogno....
--No. E poi, in ogni caso, c'è Cristina che dorme qui accanto.
--Io mi stendo là, sul canapè, con una coperta....
--Perché vuoi soffrire? Tu sei molto stanco: si vede dalla faccia....
E poi, se io ti sapessi là, non dormirei. Sii buono, Tullio!
Domattina, presto, tu verrai a vedermi. Ora abbiamo bisogno di riposo,
tutt'e due: d'un riposo completo....
Ella aveva la voce fioca e carezzevole, senza alcun accento insolito.
Tranne l'insistenza nel persuadermi ad andarmene, null'altro accusava
in lei il proposito funesto. Ella pareva prostrata di forze ma calma.
Di tratto in tratto chiudeva gli occhi, come se il sonno le aggravasse
le palpebre.--Che fare? Lasciarla? Ma la sua calma a punto mi
spaventava. Una tale calma non poteva venirle che dalla fermezza del
proposito. Che fare? Tutto considerato, anche la mia presenza durante
la notte sarebbe stata vana. Ella avrebbe potuto benissimo mandare ad
effetto il suo pensiero, essendosi preparata, avendo pronto il mezzo.
Questo mezzo era veramente la morfina? E dove teneva ella nascosta la
fiala? sotto il guanciale? Nel cassetto del tavolo da notte? In che
modo farne ricerca? Bisognava palesare tutto, dire all'improvviso: "Io
so che tu ti vuoi uccidere." Ma quale scena sarebbe seguita? Non
sarebbe stato possibile nascondere il resto. E che notte, allora,
sarebbe stata quella?--Tante perplessità esaurivano ogni mia energia,
mi dissolvevano. I miei nervi si rilasciavano. La stanchezza fisica
diveniva sempre più grave. Tutto il mio organismo entrava in quello
stato di sfinimento estremo in cui ogni funzione volontaria sta per
essere sospesa, in cui azioni e reazioni non si corrispondono più o
non si compiono. Io mi sentivo incapace di resistere più oltre, di
lottare, di operare in una qualunque maniera utile. Il sentimento
della mia debolezza, il sentimento della necessità di ciò che accadeva
ed era per accadere mi paralizzavano. Il mio essere pareva colpito
come da una paralisia repentina. Io provavo un bisogno cieco di
sfuggire anche a quell'ultima oscura conscienza dell'essere. E
finalmente tutte le mie ansietà si risolsero in un pensiero disperato.
"Avvenga che può, c'è anche per me la morte."
--Sì, Giuliana,--dissi--ti lascio in pace. Dormi. Ci vedremo domani.
--Non ti reggi!
--Già, è vero; non mi reggo.... Addio. Buona notte!
--Non mi dai un bacio, Tullio?
Un brivido di ripugnanza istintiva mi attraversò. Esitai.
In quel punto entrava mia madre.
--Come? Sei sveglia?--esclamò mia madre.
--Sì, ma ora mi riaddormento.
--Sono stata a vedere le bambine. Natalia era desta. M'ha domandato
subito: "È tornata la mamma?" Voleva venire....
--Perché non dici a Edith che me la porti? S'è messa a letto Edith?
--No.
--Addio, Giuliana--interruppi.
E m'appressai, e mi chinai a baciarle la guancia ch'ella mi porgeva
sollevandosi un poco su i gomiti.
--Addio, mamma. Vado a coricarmi perché ho un sonno che m'acceca.
--E non prendi nulla? Federico è rimasto giù ad aspettarti....
--No, mamma; non ho voglia. Buona notte!
E baciai su la guancia anche lei. Ed uscii senza indugio, senza
volgere uno sguardo a Giuliana; raccolsi le poche forze che mi
restavano e, a pena fuori della soglia, mi misi a correre verso le mie
stanze, per tema di cadere prima di aver raggiunta la mia porta.
Mi gettai bocconi sul letto. M'agitava quell'orgasmo che precede i
grandi scoppi di pianto, quando il nodo dell'angoscia sta per
disciogliersi, quando la tensione sta per allentarsi. Ma l'orgasmo
durava, e il pianto non veniva. La sofferenza era orribile. Un peso
enorme mi gravava in tutto il corpo, un peso che io sentivo non sopra
ma dentro di me come se le mie ossa e i miei muscoli fossero divenuti
di piombo compatto. E il mio cervello pensava ancora! E la mia
conscienza era ancora vigile!
"No, non dovevo lasciarla, non dovevo consentire ad andarmene così.
Certo, quando mia madre si sarà ritirata, ella si ucciderà, il suono
della sua voce quando ha espresso il desiderio di rivedere
Natalia!..." Un'allucinazione s'impadronì di me, subitamente.--Mia
madre usciva dalla stanza. Giuliana si levava a sedere sul letto, si
metteva in ascolto. Poi, sicura d'essere alfine sola, prendeva dal
cassetto del tavolo da notte la bottiglia della morfina; non esitava
un attimo; con un gesto risoluto, la vuotava d'un fiato; si ritraeva
sotto le coperte; si metteva supina, ad aspettare....--La visione
imaginaria del cadavere giunse a una tale intensità che io, come un
ossesso, m'alzai; girai tre o quattro volte intorno alla stanza
urtando contro i mobili, inciampando nei tappeti, gesticolando
paurosamente. Aprii una finestra.
La notte era tranquilla, piena d'un gracidare di rane monotono e
continuo. Le stelle palpitavano.
L'Orsa brillava in contro, distinta. Il tempo fluiva.
Rimasi alcuni minuti al davanzale, in attesa, fissando la grande
costellazione che pareva alla mia vista perturbata avvicinarsi. Non
sapevo, veramente, che attendessi. Mi smarrivo. Avevo un sentimento
particolare della vacuità di quel cielo immenso. All'improvviso, in
quella specie di pausa dubitosa, come se un qualche influsso oscuro
avesse operato sul mio essere nella profondità dell'inconscienza,
risorse spontanea la domanda non ancora bene compresa: "_Che avete
fatto di me?_" E la visione del cadavere, per poco interrotta, si
riaffacciò.
L'orrore fu tale che io, pur non sapendo quale azione volessi
compiere, mi volsi, uscii senza esitare, mi diressi verso la stanza di
Giuliana. Incontrai miss Edith nell'andito.
--Di dove venite, Edith?--le chiesi.
M'accorsi ch'ella si stupì del mio aspetto.
--Ho portato Natalia dalla signora che la voleva vedere; ma ho dovuto
lasciarla là. Non è stato possibile persuaderla a tornarsene nel suo
letto. Ha pianto tanto che la signora ha consentito a tenerla con sé.
Speriamo che Maria non si svegli ora....
--Ah dunque....
Il cuore mi batteva con tal veemenza, che non potevo parlare di
seguito.
--Ah, dunque, Natalia è rimasta nel letto della madre....
--Sì, signore.
--E Maria.... Andiamo a vedere Maria.
La commozione mi soffocava. Giuliana per quella notte era salva! Non
era possibile ch'ella pensasse a morire in quella notte, avendo la
bambina al suo fianco. Per miracolo, il tenero capriccio di Natalia
aveva salvato la madre. "Benedetta! Benedetta!" Prima di guardare
Maria addormentata, io guardai il piccolo letto vuoto dov'era rimasto
un piccolo solco. Strane voglie mi venivano, di baciare il guanciale,
di sentire se il solco fosse ancora tiepido. La presenza di Edith mi
teneva in disagio. Mi volsi a Maria, mi chinai trattenendo il respiro,
la contemplai a lungo, ricercai a una a una le note somiglianze
ch'ella aveva con me, quasi numerai le vene tenui che le trasparivano
nella tempia, nella guancia, nella gola. Dormiva sul fianco, tenendo
la testa abbandonata in dietro così che tutta la gola rimaneva
scoperta sotto il mento alzato. I denti, minuti come grani di riso
mondi, lucevano nella bocca socchiusa. I cigli, lunghi come quelli
della madre, spandevano dal cavo degli occhi un'ombra che toccava il
sommo delle gote. Una gracilità di fiore prezioso, una finezza estrema
distinguevano quella forma infantile in cui io _sentivo_ fluire il mio
sangue assottigliato.
Quando mai, da che le due creature vivevano, quando mai avevo provato
per loro un sentimento così profondo, così dolce e così triste?
Mi tolsi di là a fatica. Avrei voluto sedermi tra i due piccoli letti
e riposare il capo su la sponda di quello vuoto, aspettando il
_domani_.
--Buona notte, Edith,--dissi uscendo; e la mia voce tremava d'un
tremito diverso.
Come giunsi alla mia stanza, di nuovo mi gittai bocconi sul letto. E
ruppi alfine in singhiozzi, perdutamente.