--M'è parso di udire i sonagli dei cavalli--fece Giuliana,
sollevandosi.--Arriva Federico.
Ascoltammo. Ella doveva essersi ingannata.
--Non è l'ora?--mi domandò.
--Sì, sono quasi le sei.
--Oh, mio Dio!
Ascoltammo di nuovo. Non si udiva alcuno strepito che annunziasse la
carrozza.
--Ma è meglio che tu vada a vedere, Tullio.
Uscii dalla stanza: scesi le scale. Vacillavo un poco; avevo una
nebbia su gli occhi; mi sembrava che un vapore mi s'involasse dal
cervello. Per la piccola porta laterale del muro di cinta, chiamai
Calisto che aveva la sua abitazione là presso. Lo interrogai.--La
carrozza non si vedeva ancora.
Il vecchio avrebbe voluto trattenermi a discorrere.
--Sai, Calisto, che torneremo qui probabilmente domani, per
rimanerci?--gli dissi.
Alzò le braccia verso il cielo, in segno d'allegrezza.
--Davvero?
--Davvero. Avremo tempo di discorrere! Quando vedi la carrozza, vieni
ad avvertirmi. Addio, Calisto.
E lo lasciai per rientrare. Cadendo il giorno, le rondini aumentavano
i clamori. L'aria s'era accesa, e gli stormi veementi la fendevano
luccicando.
--E bene?--mi chiese Giuliana, volgendosi dallo specchio d'innanzi a
cui stava già per mettersi il cappello.
--Nulla.
--Guardami. Sono ancora troppo scapigliata?
--No.
--Ma che viso! Guardami.
Pareva veramente ch'ella si fosse levata dalla bara tanto era
disfatta. I suoi occhi avevano un gran cerchio violaceo.
--E pure sono viva--ella soggiunse; e volle sorridere.
--Tu soffri?
--No, Tullio. Ma già, non so. Mi pare di essere tutta vuota, di avere
la testa vuota, le vene vuote, il cuore vuoto.... Tu potrai dire che
t'ho dato tutto. Non ho lasciato per me, vedi, che a pena a pena
un'apparenza di vita....
Ella sorrideva, pronunziando tali parole, stranamente; sorrideva d'un
sorriso tenue e sibillino che mi turbava a dentro movendo indefinite
inquietudini. Troppo ero intorpidito dalla voluttà, troppo ero
offuscato dall'ebrezza; e i moti del mio spirito erano per ciò pigri,
la mia conscienza era ottusa. Non mi penetrava ancora nessun sospetto
sinistro. Pure, io la guardavo con attenzione, la esaminavo angustiato
senza sapere perché.
Ella si rivolse allo specchio, si mise il cappello; poi andò verso il
tavolo, prese il braccialetto, i guanti.
--Sono pronta--disse.
Parve cercare qualche altro oggetto, con lo sguardo. Soggiunse:
--Avevo un ombrello; è vero?
--Sì, credo.
--Ah, ecco: devo averlo lasciato laggiù, sul sedile, al bivio.
--Andiamo a cercarlo?
--Sono troppo stanca.
--Vado io solo, allora.
--No. Manda Calisto.
--Vado io. Ti coglierò qualche ramo di lilla, un mazzo di rose
muscate. Vuoi?
--No. Lascia stare i fiori....
--Vieni qui. Siediti, intanto. Forse Federico tarderà.
Accostai al balcone una poltrona, per lei; ed ella vi si abbandonò.
--Già che scendi--mi disse--guarda se il mio mantello è da Calisto.
Non sarà rimasto nella carrozza; è vero! Ho un poco di freddo.
Rabbrividiva in fatti.
--Vuoi che ti chiuda il balcone?
--No, no. Lasciami guardare il giardino. A quest'ora, com'è bello!
Vedi? Com'è bello!
Il giardino si dorava qua e là, vagamente. Le cime fiorite degli
alberi di lilla pendevano in un color paonazzo vivo; e, come il resto
dei rami fioriti in una massa tra bigia e turchiniccia ondeggiava
all'aria, parevano i riflessi d'una seta cangiante. Su la peschiera i
salici di Babilonia inchinavano le loro capellature soavi; e l'acqua
vi traspariva col fulgore della madreperla. Quel fulgore immobile e
quel gran pianto arboreo e quella selva di fiori così delicata in
quell'oro morente componevano una visione maliosa, incantevole, senza
realtà.
Ambedue per qualche minuto rimanemmo taciturni, in potere di quei
prestigi. Una malinconia confusa m'invadeva l'anima; l'oscura
disperazione che è latente in fondo ad ogni amore umano si moveva
dentro di me. D'avanti a quello spettacolo ideale, la mia stanchezza
fisica, il torpore de' miei sensi, parevano appesantirsi. Mi
occupavano il malessere, lo scontento, l'indefinito rimorso che
seguono la cessazione delle voluttà troppo acute e troppo lunghe. Io
soffrivo.
Giuliana disse, come in un sogno:
--Ecco, ora vorrei chiudere gli occhi e non riaprirli più.
Soggiunse, rabbrividendo:
--Tullio, ho freddo. Va.
Distesa nella poltrona, ella si restrinse in sé stessa come per
resistere ai brividi che l'assalivano. Il suo volto, specie intorno
alle narici aveva la trasparenza di certi alabastri lividicci. Ella
soffriva.
--Tu ti senti male, povera anima!--io le dissi, accorato, con un po'
di sbigottimento, guardandola fiso.
--Ho freddo. Va. Portami il mantello, subito.... Ti prego.
Corsi giù da Calisto, mi feci dare il mantello; risalii subito. Ella
aveva fretta d'indossarlo. L'aiutai. Quando si riadagiò nella
poltrona, nascondendo le mani dentro le maniche, disse:
--Sto bene, così.
--Vado allora a prendere l'ombrello, laggiù, dove l'hai lasciato?
--No. Che importa?
Io aveva una strana smania di tornare laggiù, a quel vecchio sedile di
pietra dove avevamo fatta la prima sosta, dove ella aveva pianto, dove
ella aveva pronunziate le tre parole divine: "Sì, anche più...." Era
una tendenza sentimentale? Era la curiosità d'una sensazione nuova?
Era il fascino che esercitava su me l'aspetto misterioso del giardino
in quell'ora ultima?
--Vado e torno in un minuto--dissi.
Uscii. Come fui sotto il balcone, chiamai:
--Giuliana!
Ella si mostrò. Ho ancora avanti gli occhi dell'anima, evidentissima,
la muta apparizione crepuscolare: quella figura alta, resa più alta
dalla lunghezza del mantello amaranto, e sul cupo colore quella bianca
bianca faccia. (Le parole di Jacopo ad Amanda si sono legate, nel mio
spirito, con l'imagine inalterabile. "_Come_ _bianca, questa sera,
Amanda! Vi siete voi svenata per colorare la vostra veste?_")
Ella si ritrasse; anzi meglio è dire, per esprimere la sensazione
ch'io n'ebbi; disparve. Ed io m'avanzai pel viale rapidamente, non
avendo la piena consapevolezza di ciò che mi spingeva. Udivo risonare
i miei passi nel mio cervello. Tanto ero smarrito che dovetti fermarmi
per riconoscere i sentieri. Da che mi veniva quell'agitazione cieca?
Da una semplice causa fisica, forse; da uno stato particolare de' miei
nervi, Così pensai. Incapace d'uno sforzo riflessivo, d'un esame
ordinato, d'un raccoglimento, io ero in balìa de' miei nervi; su i
quali le apparenze si riflettevano provocando fenomeni d'una
straordinaria intensità, come nelle allucinazioni. Ma alcuni pensieri
balenavano chiari sopra gli altri, si distinguevano; accrescevano in
me quel senso di perplessità che già alcuni incidenti impreveduti
avevano mosso.--Giuliana in quel giorno non m'era apparsa tale quale
avrebbe ella dovuto apparire essendo la creatura ch'io conoscevo, "la
Giuliana d'una volta." Ella non aveva assunto verso di me, in certe
date circostanze, le attitudini che io m'aspettavo. Un elemento
estraneo, qualche cosa d'oscuro, di convulso, di eccessivo, aveva
modificata, difformata la sua personalità. Dovevano queste alterazioni
attribuirsi a uno stato morboso del suo organismo? "Sono malata, sono
molto malata", ella aveva spesso ripetuto, come per giustificarsi.
Certo, la malattia produceva alterazioni profonde, poteva rendere
irriconoscibile un essere umano. Ma qual'era la sua malattia?
L'antica, non distrutta dal ferro del chirurgo, complicata forse?
Insanabile? "Chi sa che io non ti muoia _presto_!" ella aveva detto,
con un accento singolare che avrebbe potuto essere profetico. Più
d'una volta ella aveva parlato di morte. Sapeva ella dunque di portare
in sé un germe letale? Era ella dunque dominata da un pensiero
lugubre? Un tal pensiero avea forse accesi in lei quelli ardori cupi,
quasi disperati, quasi folli, tra le mie braccia. La gran luce
subitanea della felicità aveva forse reso a lei più visibile e più
terribile il fantasma che la perseguitava....
"Ella potrebbe dunque morire! La morte potrebbe dunque colpirla anche
tra le mie braccia, in mezzo alla felicità!" pensai, con una paura che
mi agghiacciò tutto e per qualche attimo m'impedì di proseguire, quasi
che il pericolo apparisse imminente, quasi che Giuliana avesse
presagito il vero quando aveva detto: "Se, per esempio, _domani_ io
fossi morta?"
Il crepuscolo cadeva, umidiccio. Qualche soffio di vento passava tra i
cespugli imitando il fruscìo che vi avrebbero messo animali veloci nel
trascorrere. Ancora qualche rondine dispersa gettava un grido,
rombando per l'aria come il sasso d'una fionda. Su l'orizzonte
occidentale la luce persisteva come il riverbero d'una vasta fucina
sinistra.
Giunsi fino al sedile, trovai l'ombrello; non mi indugiai se bene i
ricordi recenti, ancor vivi, ancora caldi, mi toccassero l'anima. Là
ella s'era lasciata cadere, affievolita, vinta; là io le avevo detto
le parole supreme, le avevo fatto la rivelazione inebriante; "_Tu eri
nella mia_ _casa, mentre io ti cercava lontano_"; là io avevo raccolto
dalle sue labbra quel soffio per cui la mia anima era balzata
all'apice della gioia; là io avevo bevuto le sue prime lacrime, e
avevo udito i suoi singhiozzi, e avevo proferito la domanda oscura:
"_È tardi, forse? È troppo tardi?_"
Poche ore erano trascorse e tutte quelle cose erano già così lontane!
Poche ore erano trascorse e la felicità pareva già dileguata! Con un
altro senso, non meno terribile, si ripeteva dentro di me la domanda:
"_È tardi, forse? È troppo tardi?_" E la mia angoscia cresceva; e
quella luce dubbia, e quella discesa tacita dell'ombra, e quei rumori
sospetti nei cespugli già intenebrati, e tutte quelle parvenze
ingannevoli del crepuscolo presero nel mio spirito un significato
funesto. "Se veramente fosse troppo tardi? Se veramente ella si
sapesse condannata, sapesse di portare già dentro di sé la morte?
Stanca di vivere, stanca di patire, non sperando più nulla da me, non
osando di uccidersi a un tratto con un'arma o con un veleno, ella
forse ha coltivato, ha aiutato il suo male, l'ha tenuto nascosto
perché si diffondesse, perché s'approfondisse, perché divenisse
immedicabile. Ella ha voluto essere condotta a poco a poco,
segretamente, verso la liberazione, verso la fine. Sorvegliandosi,
ella ha acquistato la scienza del suo male; ed ora _sa_, _è sicura_ di
dover soccombere; sa anche forse che l'amore, la voluttà, i miei baci
precipiteranno l'opera. Io torno a lei per sempre; una felicità
insperata le si apre d'innanzi; ella mi ama e sa di essere
immensamente amata; in un giorno, un sogno è divenuto per noi una
realtà. Ed ecco, una parola viene alla sua bocca:--Morire!--" In
confuso mi passarono d'innanzi le imagini truci che m'avevano
travagliato nelle due ore d'attesa in quella mattina dell'operazione
chirurgica, quando m'era parso di avere sotto gli occhi, precise come
le figure di un atlante anatomico, tutte le spaventevoli devastazioni
prodotte dai morbi nel grembo femminile. E un altro ricordo, anche più
lontano, mi tornò portando imagini precise:--la stanza nell'ombra, la
finestra spalancata, le tende palpitanti, la fiammella inquieta della
candela contro lo specchio pallido, aspetti malaugurosi, e lei,
Giuliana, in piedi, addossata a un armario, convulsa, che si torceva
come se avesse inghiottito un veleno... E la voce accusatrice, la
medesima voce, anche ripeteva: "_Per te, per te ha voluto morire. Tu,
tu l'hai spinta a morire._"
Preso da uno sgomento cieco, da una specie di pànico, quasi che quelle
imagini fossero tutte realtà indubitabili, io mi misi a correre verso
la casa.
Alzando gli occhi vidi la casa inanimata, le aperture delle finestre e
dei balconi piene d'ombra.
--Giuliana!--gridai, con un'ambascia estrema, slanciandomi su per i
gradini, quasi che temessi di non giungere in tempo a rivederla.
Ma che avevo? Che demenza era quella?
Anelavo, su per le scale quasi buie. Entrai nella stanza a precipizio.
--Che è accaduto?--mi domandò Giuliana, sollevandosi.
--Nulla, nulla... Credevo che tu avessi chiamato. Ho corso, un poco.
Tu come stai ora?
--Ho tanto freddo, Tullio; tanto freddo. Sentimi le mani.
Ella mi tese le mani. Erano di gelo.
--Sono tutta gelata così....
--Mio Dio! Come ti sarà venuto questo freddo? Che potrei fare per
riscaldarti?
--Non ti prender pena, Tullio. Non è la prima volta.... Mi dura ore ed
ore. Non c'è nulla che giovi. Bisogna aspettare che passi.... Ma
perchè tarda tanto Federico? È quasi notte.
Ella si riabbandonò alla spalliera, come se avesse consumata tutta la
sua forza in quelle parole.
--Ora chiudo--io dissi, volgendomi al balcone.
--No, no; lascia aperto.... Non è l'aria che mi dà questo freddo. Ho
bisogno, anzi, di respirare.... Vieni qui, piuttosto, accanto a me.
Prenditi quello sgabello.
Io m'inginocchiai. Ella mi passò la sua mano gelida sul capo, con un
gesto fievole, mormorando:
--Povero Tullio mio!
--Ma dimmi, Giuliana, amore, anima--proruppi, non potendo più
reggere--dimmi la verità! Tu mi nascondi qualche cosa. Qualche cosa tu
hai, certo, che non vuoi confessare: un pensiero fisso, qui, nel mezzo
della fronte, un'ombra che non t'ha lasciata mai, da che siamo qui, da
che siamo.... felici. Ma siamo veramente felici? Sei tu, puoi tu
essere felice? Dimmi la verità. Giuliana! Perché vorresti ingannarmi?
Sì, è vero; tu hai avuto male, tu stai male; è vero. Ma non è questo,
no. _È un'altra cosa_, che non comprendo, che non conosco.... Dimmi la
verità, anche se la verità dovesse fulminarmi. Stamani, quando tu
singhiozzavi, io ti ho chiesto: "_È troppo tardi?_" E tu mi hai
risposto: "No, no...." E io ti ho creduta. Ma non potrebbe essere
_troppo tardi_ per un'altra ragione? _Qualche cosa_ potrebbe impedirti
di godere questa grande felicità che oggi s'è aperta? Intendo: qualche
cosa che tu sappia, che sia già nel tuo pensiero.... Dimmi la verità!
E la fissai; e, come ella rimaneva muta, a poco a poco non vidi se non
gli occhi suoi larghi, straordinariamente larghi, e cupi ed immobili.
Tutto disparve, in torno. E io dovetti chiudere le palpebre per
dissipare la sensazione di terrore che quelli occhi avevano messa in
me. Quanto durò la pausa? Un'ora? Un secondo?
--Sono malata--ella disse alfine, con una lentezza angosciosa.
--Ma come malata?--io balbettai, fuori di me, credendo sentire nel
suono di quelle due parole una confessione che corrispondeva al mio
sospetto.--Come malata? _Da morirne_?
Non so in che modo, non so con quale voce, non so con quale atto
proferii la domanda estrema; non so veramente neppure se mi uscì
intera dalle labbra, se ella la udì intera.
--Tullio, no; non volevo dire questo, no, no.... Volevo dire che non è
colpa mia se sono così, un poco strana.... Non è colpa mia.... Bisogna
che tu abbia pazienza con me, bisogna che tu mi prenda ora così come
sono.... Non c'è null'altro, credi; non ti nascondo nulla.... Potrò
guarire, poi; guarirò.... Tu avrai pazienza; è vero? Tu sarai
buono.... Vieni qui, Tullio, anima. Anche tu sei un poco strano, mi
sembra; sospettoso.... Ti spaventi subito; ti fai bianco; chi sa che
imagini.... Vieni qui, vieni qui; dammi un bacio.... Ancora uno....
ancora uno.... Così. Baciami; riscaldami.... Ora arriva Federico.
Parlava interrottamente, un po' roca, con quella intraducibile
espressione, carezzevole, tenera, inquieta, ch'ella aveva già avuto
verso di me alcune ore prima, sul sedile, per calmarmi, per
consolarmi. Io la baciavo. Poiché la poltrona era ampia e bassa, ella
che era sottile mi fece posto al suo fianco e mi si strinse addosso
rabbrividendo e con una mano prese un lembo del suo mantello e mi
coprì. Stavamo come in un giaciglio, avvinti, a petto a petto,
mescolando gli aliti. E io pensavo: "Se il mio alito, se il mio
contatto potessero trasfonderle tutto il mio calore!" E facevo uno
sforzo di volontà illusorio perché la trasfusione avvenisse.
--Stasera--bisbigliai--stasera, nel tuo letto, ti terrò meglio. Tu non
tremerai più....
--Sì, sì.
--Vedrai come saprò tenerti. Ti addormenterò. Mi dormirai tutta la
notte sul cuore....
--Sì.
--Io ti veglierò, mi beverò il tuo fiato, ti leggerò sul viso i sogni
che sognerai. Forse mi nominerai, in sogno....
--Sì, sì.
--Qualche notte, _allora_, parlavi in sogno. Come mi piacevi! Ah che
voce! Tu non puoi sapere.... Una voce che tu non hai potuto mai
intendere e che io solo ti conosco, io solo.... E la riudrò. Chi sa
che dirà! Forse mi nominerai. Quanto è caro l'atto della tua bocca
mentre pronunzia l'_u_ del mio nome! Pare l'accenno di un bacio.... Lo
sai? E ti suggerirò qualche parola all'orecchio, per entrare nel tuo
sogno. Ti ricordi, _allora_, quando certe mattine indovinavo qualche
cosa di quello che tu avevi sognato? Oh, vedrai, anima: sarò più dolce
di allora. Vedrai di che tenerezze sarò capace, per guarirti. Tu hai
bisogno di tante tenerezze, povera anima....
--Sì, sì--ella ripeteva ad ogni tratto, abbandonatamente, favorendo la
mia illusione ultima, aumentando quella specie di ebrietà torpida che
mi veniva dalla mia stessa voce e dal credere che ella ne fosse
cullata come da una cantilena voluttuosa.
--Hai udito?--le chiesi, sollevandomi un poco per ascoltar meglio.
--Che? Arriva Federico?
--No. Ascolta.
Ambedue ascoltammo, guardando verso il giardino.
Il giardino s'era confuso in una massa violacea, rotta ancora dal
luccichio cupo della vasca. Una zona di luce persisteva ai confini del
cielo, una larga zona tricolore: sanguigna in basso, poi arancia, poi
verde del verde d'un vegetale morente. Nel silenzio crepuscolare una
voce liquida e forte risonò, simile al preludio d'un flauto.
Cantava l'usignuolo.
--È sul salice--mi susurrò Giuliana.
Ambedue ascoltammo, guardando verso l'estrema zona che impallidiva
sotto la cenere impalpabile della sera. La mia anima era sospesa,
quasi che da quel linguaggio aspettasse una qualche alta rivelazione
d'amore. Che provò in quei minuti d'ascolto, al mio fianco, la povera
creatura? A quale sommità di dolore giunse la povera anima?
L'usignuolo cantava. Da prima fu come uno scoppio di giubilo melodioso,
un getto di trilli facili che caddero nell'aria con un suono di perle
rimbalzanti su per i vetri di un'armonica. Successe una pausa. Un
gorgheggio si levò, agilissimo, prolungato straordinariamente come per
una prova di forza, per un impeto di baldanza, per una sfida a un rivale
sconosciuto. Una seconda pausa. Un tema di tre note, con un sentimento
interrogativo, passò per una catena di variazioni leggère, ripetendo la
piccola domanda cinque o sei volte, modulato come su un tenue flauto di
canne, su una fistula pastorale. Una terza pausa. Il canto divenne
elegiaco, si svolse in un tono minore, si addolcì come un sospiro, si
affievolì come un gemito, espresse la tristezza di un amante solitario,
un desio accorato, un'attesa vana; gittò un richiamo finale, improvviso,
acuto come un grido di angoscia; si spense. Un'altra pausa, più grave.
Si udì allora un accento nuovo, che non pareva escire dalla stessa gola,
tanto era umile, timido, flebile, tanto somigliava al pigolio delli
uccelli appena nati, al cinguettio d'una passeretta; poi, con una
volubilità mirabile, quell'accento ingenuo si mutò in una progressione
di note sempre più rapide che brillarono in volate di trilli, vibrarono
in gorgheggi nitidi, si piegarono in passaggi arditissimi, sminuirono,
crebbero, attinsero le altezze soprane. Il cantore s'inebriava del suo
canto. Con pause così brevi che le note quasi non finivano di spegnersi,
effondeva la sua ebrietà in una melodia sempre varia, appassionata e
dolce, sommessa e squillante, leggera e grave, e interrotta ora da
gemiti fiochi, da implorazioni lamentevoli, ora da improvvisi impeti
lirici, da invocazioni supreme. Pareva che anche il giardino ascoltasse,
che il cielo s'inchinasse su l'albero melancolico dalla cui cima un
poeta, invisibile, versava tali flutti di poesia. La selva dei fiori
aveva un respiro profondo ma tacito. Qualche bagliore giallo s'indugiava
nella zona occidentale; e quell'ultimo sguardo del giorno era triste,
quasi lugubre. Ma una stella, spuntò, tutta viva e trepida come una
goccia di rugiada luminosa.
--Domani!--io mormorai quasi inconscio, rispondendo a una
sollecitazione interiore quella parola che conteneva per me tante
promesse.
Poichè per ascoltare ci eravamo sollevati alquanto ed eravamo rimasti
qualche minuto in quell'attitudine assorti; io sentii all'improvviso
abbattermisi contro la spalla il capo di Giuliana pesantemente come
una cosa inanimata.
--Giuliana!--gridai sbigottito.--Giuliana! E, pel moto che io feci,
quel capo si arrovesciò in dietro pesantemente come una cosa
inanimata.
--Giuliana!
Ella non udiva. Scorgendo il pallore cadaverico di quel volto che
rischiaravano gli ultimi barlumi gialligni avversi al balcone, io fui
percosso dall'idea terribile. Fuori di me, lasciando ricadere su la
spalliera Giuliana inerte, non cessando di chiamarla per nome, mi misi
ad aprirle l'abito sul petto con le dita convulse, ansioso di sentirle
il cuore....
E la voce gaia di mio fratello chiamò:
--Colombi, dove siete?