Erano le due del pomeriggio. Tre ore circa erano passate dal momento
del nostro arrivo a Villalilla.
Avevo lasciata sola Giuliana per alcuni minuti; ero andato a chiamare
Calisto. Il vecchio aveva portato il canestro della colazione; e, non
più con sorpresa ma con una certa malizia bonaria, aveva ricevuto un
secondo congedo bizzarro.
Stavamo ora, io e Giuliana, seduti a tavola come due amanti, l'uno di
fronte all'altra, sorridendoci. Avevamo là vivande fredde, conserve di
frutti, biscotti, aranci, una bottiglia di Chablis. La sala, con la
sua volta a ornati barocchi, con le sue pareti chiare, con le sue
pitture pastorali nei soprapporti, aveva una certa gaiezza antiquata,
un'aria del secolo scorso. Pel balcone aperto entrava una luce assai
mite, poiché pel cielo s'erano diffuse lunghe vene lattee. Nel
rettangolo pallido campeggiava "il vecchio cipresso venerabile che
aveva al suo piede un cespo di rose e un coro di passeri alla sua
cima." Più giù, a traverso i ferri curvi della ringhiera appariva la
delicata selva di color gridellino, la gloria primaverile di
Villalilla. Il triplice profumo, l'anima primaverile di Villalilla,
esalava nella calma a onde lente eguali.
Giuliana diceva:
--Ti ricordi?
Ripeteva, ripeteva:
--Ti ricordi?
Le più lontane ricordanze del nostro amore venivano a una a una su la
sua bocca, evocate a pena con qualche accenno discreto e pur riviventi
con una straordinaria intensità nel luogo natale, tra le cose
favorevoli. Ma quella sollecitudine affannosa, quel furore di vita,
che m'avevano invaso nel giardino alla prima sosta, ora anche mi
rendevano quasi insofferente, mi suggerivano visioni dell'avvenire
iperboliche da contrapporre ai fantasmi del passato troppo incalzanti.
--Bisogna che noi torniamo qui, domani, fra due, fra tre giorni al
più, per rimanere; ma soli. Tu vedi: qui non manca nulla; non è stato
portato via nulla. Se tu volessi, potremmo anche rimanere stanotte
qui.... Ma tu non vuoi! È vero che non vuoi?
Con la voce, col gesto, con lo sguardo io cercavo di tentarla. Le mie
ginocchia toccavano le sue ginocchia. Ed ella mi guardava fissamente,
senza rispondere.
--Imagini tu _la prima sera_, qui, a Villalilla? Andar fuori, restar
fuori sin dopo l'Ave Maria, vedere le finestre illuminate! Ah, tu
intendi bene.... I lumi che si accendono in una casa per la prima
volta, _la prima sera_! Imagini? Fino ad ora tu non hai fatto che
ricordare, ricordare. E pure, vedi: tutti i tuoi ricordi non valgono
per me un momento di oggi, non varranno un momento di domani. Dubiti
tu, forse, della felicità che abbiamo d'avanti? Io non t'ho mai amata
come t'amo ora, Giuliana; mai mai. Intendi? Io non sono mai stato tuo
come ora, Giuliana.... Ti racconterò, ti racconterò le mie giornate,
perchè tu conosca i tuoi miracoli. Dopo tante cattive cose, chi poteva
sperare una cosa simile? Ti racconterò.... Mi pareva, in certe ore,
d'essere tornato al tempo dell'adolescenza, al tempo della prima
giovinezza. Mi sentivo _candido_ come allora; buono, tenero, semplice.
Non mi ricordavo più di nulla. Tutti tutti i miei pensieri erano tuoi;
tutte le mie commozioni si riferivano a te. Certe volte, la vista d'un
fiore, d'una piccola foglia, bastava a far traboccare la mia anima,
tanto era piena. E tu non sapevi nulla; non t'accorgevi di nulla,
forse. Ti racconterò.... L'altro giorno, sabato, quando entrai nella
tua stanza con quelle spine! Ero timido come un innamorato novello e
mi sentivo morire, dentro, dal desiderio di prenderti fra le mie
braccia.... Non te n'accorgesti? Ti racconterò tutto; ti farò ridere.
Quel giorno le cortine dell'alcova lasciavano intravedere il tuo
letto. Non potevo distaccare gli occhi di là, e tremavo. Come tremavo!
Tu non sai.... Già due o tre altre volte io ero entrato nella tua
stanza, solo, di nascosto, con una grande palpitazione; ed avevo
sollevato le cortine per guardare il tuo letto, per toccare il tuo
lenzuolo, per affondare la faccia nel tuo guanciale, come un amante
fanatico. E certe notti, quando tutti già dormivano alla Badiola, io
mi avventuravo, piano piano, fin quasi alla tua porta; credevo di
ascoltare il tuo respiro.... Dimmi, dimmi: stanotte potrò venire da
te? Mi vorrai? Di': mi aspetterai? Potremmo dormire lontani, stanotte?
Impossibile! La tua guancia ritroverà il suo posto sul mio petto,
qui,--ti ricordi? Come dormivi leggera!
--Tullio, Tullio, taci!--m'interruppe ella, supplichevole, quasi che
le mie parole le facessero male.
Soggiunse, sorridendo:
--Bisogna che tu non mi ubriachi così.... Te lo dicevo, dianzi. Sono
tanto debole; sono una povera malata.... Tu mi dai le vertigini. Io
non reggo. Vedi come mi hai già ridotta? Mi hai lasciata con
mezz'anima....
Ella sorrideva, con un sorriso tenue, stancamente. Aveva le palpebre
un poco arrossite; ma sotto quella stanchezza delle palpebre gli occhi
le ardevano d'un ardore febrile e mi guardavano di continuo, con una
fissità quasi intollerabile se bene temperata dall'ombra dei cigli. In
tutta la sua attitudine era qualche cosa d'innaturale che la mia vista
non riusciva a cogliere né il mio spirito a definire. Quando mai la
sua fisonomia aveva avuto quel carattere di mistero inquietante?
Pareva che di tratto in tratto la sua espressione si complicasse, si
oscurasse fino a divenire enigmatica. Ed io pensavo: "Ella è
travagliata dal vortice interiore. Non vede ancora chiaramente in sé
medesima quel che è accaduto. Tutto, forse, dentro di lei è sconvolto.
La sua esistenza non è mutata in un attimo?" E quella espressione
profonda mi attirava e mi appassionava sempre più. L'ardore del suo
sguardo mi penetrava nelle midolle come un fuoco vorace. Benché io la
vedessi così affranta, ero impaziente di prenderla ancora, di
stringerla ancora, di udire un altro suo grido, di beverle tutta
l'anima.
--Non mangi nulla--io le dissi, facendo uno sforzo per dissipare il
vapore che mi saliva al capo rapidamente.
--Anche tu.
--Almeno bevi un sorso. Non riconosci questo vino?
--Oh, lo riconosco.
--Ti ricordi?
E ci guardammo dentro le pupille, alterati, nell'evocare il ricordo
d'amore su cui ondeggiava il fumo di quel delicato vino amaretto e
biondo ch'ella prediligeva.
--Beviamo dunque insieme, alla nostra felicità!
Urtammo i bicchieri ed io bevvi con foga; ma ella non bagnò né pure le
labbra, come presa da una ripugnanza invincibile.
--E bene?
--Non posso, Tullio.
--Perché?
--Non posso. Non mi forzare. Credo che anche una goccia mi farebbe
male.
Ella s'era coperta d'un pallore cadaverico.
--Ma tu ti senti male, Giuliana.
--Un poco, alziamoci. Andiamo sul balcone.
Cingendola sentii la viva mollezza del suo fianco, poiché nella mia
assenza ella s'era liberata del busto. Le dissi:
--Vuoi stenderti sul letto? Tu ti riposerai e io ti starò accanto....
--No, Tullio. Sto già bene, vedi.
E ci fermammo sul limitare del balcone, al conspetto del cipresso.
Ella s'appoggiò allo stipite, e posò una mano su la mia spalla.
Dalla sporgenza dell'architrave, di sotto alla cimasa, pendeva un
gruppo di nidi. Le rondini vi accorrevano e se ne partivano con
un'attività incessante. Ma così piena era la calma del giardino
sottoposto, così ferma era la cima del cipresso innanzi a noi, che
quei frulli, quei voli, quei gridi mi diedero un senso di fastidio, mi
dispiacquero. Poiché tutto s'attenuava, si velava, in quella luce
quieta, desiderai una pausa, un lungo intervallo di silenzio, un
raccoglimento, per assaporare tutta quanta la soavità dell'ora e della
solitudine.
--Ci saranno ancora gli usignuoli?--dissi, ricordando le violente
melodìe vespertine.
--Chi sa! Forse.
--Cantano verso sera. Non ti piacerebbe di riudirli?
--Ma a che ora ripasserà Federico?
--Tardi, speriamo,
--Oh sì, tardi, tardi!--ella esclamò, con una sincerità d'augurio così
calda ch'io n'ebbi un fremito di gioia.
--Sei felice?--le domandai, cercandole negli occhi la risposta.
--Sì, sono felice--ella rispose, abbassando i cigli.
--Sai che amo te sola, che sono tutto tuo per sempre?
--Lo so.
--E tu ora.... come mi ami?
--Come non potrai mai sapere, povero Tullio!
E, dicendo queste parole, ella si staccò dallo stipite e si appoggiò
tutta su me con una di quelle sue movenze indescrivibili in cui era
quanto di abbandonata dolcezza la più femmina delle creature può
emanare verso un uomo.
--Bella! bella!
Veramente bella appariva, illanguidita, arrendevole, molle, quasi
direi fluida così che mi faceva pensare alla possibilità di assorbirla
a poco a poco, d'imbevermene. Sul pallore del viso la massa dei
capelli rilasciata sembrava che stesse per diffondersi in fiotto. I
cigli le spandevano a sommo delle gote un'ombra che mi turbava più
d'uno sguardo.
--Anche tu non potrai mai sapere.... Se ti dicessi i pensieri folli
che mi nascono dentro! È una felicità così grande che mi dà
l'angoscia, mi dà quasi il desiderio di morire.
--Morire!--ella ripetè sommessamente, con un sorriso tenue.
--Chi sa, Tullio, che io non ti muoia.... presto!
--Oh, Giuliana!
Ella si sollevò diritta per guardarmi; e soggiunse:
--Dimmi, che faresti tu se io ti morissi, all'improvviso?
--Bambina!
--Se, per esempio, domani io fossi morta?
--Ma taci!
E io la presi alle tempie e incominciai a baciarla su la bocca, su le
gote, su gli occhi, su la fronte, su i capelli, con baci rapidi e
leggeri. Ella si lasciava baciare. Anzi, quando io mi arrestai,
mormorò:
--Ancora!
--Ritorniamo nella nostra stanza--io pregai, traendola.
Ella si lasciava trarre.
Anche nella nostra stanza il balcone era aperto. Entrava con la luce
l'odore muschiato delle rose gialle che fiorivano là presso. Sul fondo
chiaro delle tappezzerie i minuti fiori azzurri erano tanto sbiaditi
che a pena si vedevano. Un lembo del giardino si rifletteva nello
specchio di un armadio, sfondando in una lontananza chimerica. I
guanti, il cappello, un braccialetto di Giuliana, posati su un tavolo,
parevano aver già ridestata là dentro l'amorosa vita di un tempo, aver
già diffusa un'aria nuova d'intimità.
--Domani, domani bisogna tornare qui; non più tardi--io dicevo,
ardendo d'impazienza, sentendo venire a me da tutte quelle cose non so
quale incitazione e quale lusinga.--Bisogna che domani noi dormiamo
qui. Tu vuoi; non è vero?
--Domani!
--Ricominciare l'amore, in questa casa, in questo giardino, con questa
primavera.... Ricominciare l'amore, come se nulla ci fosse noto;
ricercare a una a una le nostre carezze e trovare in ognuna un sapore
nuovo, come se non le avessimo provate mai; e avere d'innanzi a noi
molti giorni, molti giorni....
--No, no, Tullio; non si parla dell'avvenire.... Non sai che è un
cattivo augurio? Oggi, oggi... Pensa a oggi, all'ora che passa....
Ed ella si strinse a me, perdutamente, con un ardore incredibile,
serrandomi a furia di baci la bocca.