Forse sorriderete, leggendo quanto sono per scrivere. Soffersi
crudelmente, in quei giorni, a cagione di Ninì.
Avevo preso ad amarla, con grande e sincero amore, con quella strana
sorta di amicizia che assume talvolta, tra fanciulle, un non so che di
passione. Impossibile definire questa specie di sentimento, esso si
urta necessariamente a troppe incredulità di apprezzamenti, ovvero,
peggio ancora, a delle interpretazioni tanto erronee da sconcertare
ogni ragionamento in proposito. È una cosa dolce ed acuta, una bizzarra
entità di fatti e di cure, è una preoccupazione costante di: _lei per
lei_, un assieme di tenerezze, capricci, crucci, gelosie, sacrifici,
anche gravi, se occorre, trasporti, grandi scosse intime, sincere,
cementate sopratutto da quell'indispensabile elemento d'ogni forte
senso del cuore, la convinzione, che debba durare eternamente.
Più tardi; da lontano, passato qualche anno, passati alcuni dei veri
casi della vita, si pensa talvolta a quelle strane passioni, cadute in
oblìo o ridotte alle proporzioni reali dell'amicizia, e non si sa più
cosa siano veramente state. Chiediamo anche al nostro cuore: Come mai?
— Egli non risponde, perchè non si rammenta neppur lui — Pure; così
fu!...
Dunque; soffrivo.
Sopratutto: di non sapere.
Dopo quella sera fatale, non avevo più veduta Ninì. Non era più venuta
da me ed io non ero più andata da lei. Un senso intimo, un istinto,
più che altro, mi diceva che ella, vedendomi, doveva soffrire d'avermi
detto: l'amo.
Pure; avrei dato non so che per vederla, per stringerla al cuore!
Per qualche tempo non l'incontrai nè alle Cascine, nè alla Pergola, non
venne neppure al concerto di Tofano, il che mi fece un certo senso.
E non si videro neppur i Spear. Non osavo chiedere; avevo desiderio
intenso e in pari tempo terrore grande di sapere il vero.
Lo seppi, ciò nullameno, in capo a cinque o sei giorni.
Ahimè! il mio terrore era più che giustificato dai fatti.
Ninì aveva formalmente rifiutata l'offerta di Sir Alano e gli Spear
avevano già lasciato Firenze per l'Inghilterra. La Duchessa di Sualta
era ammalata, e non lievemente.
Non si parlava che di Ninì Montelmo e per biasimarla, con tutta
l'asprezza possibile. La reazione del guardingo silenzio, dovuto
all'incertezza di prima, si palesava ora, compensandosi e vendicandosi.
Tutte le invidiuzze, le basse ire, le segrete animosità si scatenarono,
all'unisono, in quella propizia occasione. Oh! il sogghigno di
Guarinaldi, il suo breve, sibilante commento del rifiuto, i mal frenati
sorrisi che raccolsero! Avrei dovuto fingere di non intender colui,
qualcuno sorrise fors'anche del violento rossore che m'imporporò la
fronte, quando udii quelle attossicate parole! Capisco; avrei dovuto
fingere di non capire o imitare la piccola Maria S. colla sua schietta
risata e il suo innocente: Oh bella!... e perchè non poteva sposarlo?
Ma tutto ciò non me lo dissi che più tardi. In quel momento non seppi
che arrossire, e deplorare di non essere un uomo, per poter ricacciare
nella sozza gola di colui la frase che n'era uscita a proposito di
Ninì!
Che giorni furono quelli per me! Non si poteva por piede in un salotto,
nè ricevere tre persone senza che quel fatale argomento non tornasse
a galla. Aveva prese le proporzioni di uno scandalo. L'amarissima
critica, le ingenue meraviglie, il discreto deplorar del fatto,
s'alternavano di bocca in bocca. Crudeli, ingiusti quasi tutti, verso
quella gloriosa creatura che avevan tanto temuta, tanto invidiata per
l'addietro!... Ma ella non era presente, i maligni non subivano il
freno de' suoi freddi sguardi, della sua schiacciante ed orgogliosa
purezza. I molti suoi amici la difendevano, ma nulla potevano
asseverare sui moventi del suo rifiuto e l'interpretazione di questo
era libera a tutti; buoni e cattivi. Circolava pure a suo carico un
po' di virtuosa indegnazione per la malattia della Duchessa, malattia
notoriamente attribuibita al dispiacere da lei provato pel fatale
capriccio della nipote. Si davano dei dettagli commoventi, la buona
vecchietta s'era gettata ai piedi di Ninì per scongiurarla ad accettare
la mano del giovane inglese. Ma Ninì (che ingratuccia... nevvero?)
era stata durissima per la sua povera nonna e questa se n'era accorata
tanto da ammalarne!..
Il medico aveva bensì detto qualcosa di una bronchite, dovuta al freddo
vento insidioso delle Cascine, ma l'altra storia, quella della crudeltà
di Ninì, trovava più facili e volenterosi ascoltatori.
Intanto la povera Duchessa peggiorava e tutti accennavano vagamente
all'incerto avvenire di Ninì, alla punizione sì pronta delle sue
esigenze e della sua cecità. Era in molti come una bassa angoscia di
attesa, un parossismo di crudele curiosità. Invano qualche amico di
casa osservò che Ninì passava i giorni e le notti al capezzale della
sua nonna, che le prestava instancabili, amorosissime cure. Questo non
edificò, non meravigliò nessuno. Anzi tutto; era stretto dovere, e poi,
specialmente adesso, a chi più che a Ninì Montelmo doveva premere che
si prolungasse l'esistenza della buona Duchessa di Sualta?
Ogni tanto, e solo per aver nuove della Duchessa, scrivevo a Ninì. Mi
rispondeva, dandomi, breve e preciso, qualche particolare.
Un momento; quei biglietti si fecero vieppiù brevi e angosciosi.
Quella antica facella parve lì lì per spegnersi. Ma la Duchessa di
Sualta amava tanto la vita e perciò forse, le venne fatto di non
morire. Il piccolo, tenuissimo filo, non si spezzò.
Un bel giorno di quaresima, in una giornata eccezionalmente bella,
si rivide alle Cascine, nel solito _landeau_ verde oliva, una nota
larva di vecchietta, avvolta in un greve cachemire bianco, col capo
coperto d'un amore di cappello bianco, tutto piume svolazzanti, e sotto
al quale s'agitava, salutando a dritta e a sinistra, una specie di
teschietto sorridente. Era la Duchessa; rediviva e a caccia d'un'altra
bronchite. Accanto a lei Ninì, con una toilette primaverile delle più
splendide, un vero poema in grigio e celeste. Essa stava molto ritta e
figurava gloriosamente, pareva tutta rosea dietro il suo velo di garza
maria... sapete, quella garza finissima, lucida, color di perla che
getta sul volto dei riflessi così dolci, così freschi!... Sul sedile
dirimpetto alle signore stava accoccolata, tutta freddolosa nella sua
gualdrappina di velluto celeste, la levriera favorita della Duchessa.
Accanto a lei giaceva un enorme mazzo di giacinti bianchi e di lillà.
Tutto ciò sortì un grande effetto; si parlò molto di quella
risurrezione, si disse che Ninì era più bella, più fresca che mai.
Certo, non aveva sofferto troppo della malattia della nonna; chi mai
aveva detto che si fosse tanto affaticata? quello non era viso da
veglie nè da fatiche. E che magnifica toilette le aveva regalata la
Duchessa!...
Scambiammo un saluto di volo, mentre le nostre carrozze s'incrociavan
sul viale, il suo gesto fu tanto affettuoso ma mi parve un po' stanco.
L'equipaggio della Duchessa fece una brevissima sosta sul Piazzone, a
una certa distanza dalla nostra _calèche_. Vidi molte persone affollate
ai suoi sportelli, era un continuo dimenío delle piume bianche. Ma
l'altro cappellino, quello grigio e celeste, stava immobile... Oh
non poterla veder da vicino, non poterle parlare!... Avrei pianto di
rabbia!
Aspettavo con ansia indicibile il sabato della prossima settimana,
perchè si sapeva che in quel giorno appunto, la Duchessa avrebbe
ricominciati i suoi ricevimenti. Senonchè, alla sera del lunedì, ebbi
un bigliettino da Ninì.
Essa mi pregava di passare da lei alle nove dell'indomani mattina.
Voleva salutarmi.
Non dormii quella notte. L'indomani, alle nove, nel salire le scale
del palazzo della Duchessa, sentiva quasi mal fermi i passi, tanto mi
pulsava il cuore. Come troverei Ninì, che mi direbbe?
La sua cameriera venne a ricevermi e m'introdusse nel famoso salottino
di velluto azzurro.
Poi udii una voce dolcissima: — Falla passar qui.
Passai nella sua stanza, quella nuda e povera stanza ove ella soleva
vivere, la vita preparatoria per l'ignoto.
S'alzò, con una mossa un po' forzata, dal grande tavolo ove stava
scrivendo, e venne ad incontrarmi. Non mi baciò in viso ma mi strinse
forte le mani.
Dio! com'era pallida e dimagrata; pareva quasi cresciuta, tanto
era lunga ed esile nella sua succinta veste da casa. Ebbi una viva,
dolorosa impressione ch'ella fosse stranamente invecchiata. Pensai
al velo di garza e al colorito roseo che avevo veduti alle Cascine.
Fu meco affettuosissima, ma non trovai più in lei quella specie di
effusione brillante, alla quale mi aveva abituata. Due mesi soli erano
passati, ma il suo accento aveva tanti anni di più. Pure; sentivo che
mi amava sempre, forse più di prima, perchè rappresentavo qualcosa
dell'indole stessa del suo dolore. Mi parlò a lungo della malattia
di sua nonna. Disse che il medico, impensierito dell'incostanza
della stagione, consigliava un clima più caldo. Partivano dunque, in
settimana, per Napoli.
Rimasi senza parole; i miei occhi si velarono di pianto. Qualcosa
brillò pure nei suoi, ma non piangemmo. C'intendevamo, però;
stranamente.
Non mi trattenni molto. Era un soffrire acuto per me, forse anche per
lei, quel colloquio in cui le parole suonavano così vane, davanti alla
reciproca impressione del pensiero taciuto.
Le chiesi dei suoi libri, dei suoi studi; ella mi mostrò uno stupendo
Atlante, testè giuntole. Mentre stava mostrandolo, io guardavo il
profilo emaciato di lei, la trasparenza della pelle, la sfumatura
azzurra che si stendeva sotto l'occhio, tanto illanguidito; osservai
pure quanto fosse smagrita la mano che volgeva i fogli. C'era, in
tutta la sua persona, qualcosa d'inesprimibilmente stanco, di vinto, di
domato. Ella mi spiegava, colla sua solita forma sì chiara ed elegante,
i pregi di quella pubblicazione. La sua voce era sempre pura, soave,
armoniosa, ma io evocavo il ricordo d'un accento, d'una vibrazione
speciale che mancavano ora, assolutamente.
Le chiesi di scrivermi per darmi notizie della Duchessa. Promise di
farlo. Il nostro colloquio era calmissimo, si parlava sempre, sfiorando
vari soggetti, pur di evitare i lunghi, consci silenzi di un tempo.
Non le parlai nè della sua salute, nè del suo avvenire. Quando mi alzai
ella non mi disse: rimani. Ma non gliene seppi male.
Ero certa del suo affetto per me, ma sapevo pure quanto le tornasse
doloroso il ricordo di ciò che entrambe sapevamo. Poichè a niun altro
al mondo ella aveva mai detto del suo amore.
E d'una cosa appunto io mi feci certa, in quel calmo colloquio, durante
il quale non fu mai pronunciato il nome di Sir Alano. Ch'essa lo
amava tuttora, più che mai, con quell'amore tenace e prepotente che
si addiceva alla sua forte tempera, al suo caldo cuore; coll'amore
(sì raro nella fanciulla d'oggi) che non subisce, nè riconosce legge
alcuna di circostanze. Pure, ella aveva rinunziato a Sir Alano, e quel
rifiuto era forse una superfetazione del suo stesso sentimento. Ovvero
l'orgoglio era stato più forte? Chi potrebbe dirlo? Senonchè, la causa
persisteva in quanto aveva sopravvissuto a quel mal riescito suicidio
del cuore. Ed ella si dibatteva ora coll'assurdo, folle, disperato
rammarico del proprio operato. Provava ora cos'è l'amore quando vive e
non ha più ragione di vivere; quando sta nel più profondo del nostro
cuore e non è più nel limite della nostra azione, quando è in noi e
non ci appartiene più, e pure serbiamo chiaro, preciso il senso di
ciò che è, di ciò che avrebbe potuto essere nella nostra vita, se non
l'avessimo rinunziato.
Ninì mi accompagnò sino all'anticamera. Traversammo assieme il
salottino azzurro, idealizzato dai riflessi miti del mattino. Ella
mi parlava sempre di cose indifferenti, con quella sua nuova voce,
scolorita e stanca. Ci baciammo quietamente e ci salutammo senza
indugiarci. Poi mosse una mano senza parlare con un fiacco gesto
d'addio, mi sorrise e si ritrasse.
Scesi le scale, tenendomi forte all'appoggiatoio di velluto rosso.