All'indomani sera c'incontrammo in casa C. Ai ricevimenti di casa C.
non c'è mai folla; è forse la società più esclusivamente scelta di
Firenze. Una delle spose di casa è inglese ed ha naturalmente recato
con se un po' di elemento britannico, assieme ad un nome storico
come è storico quello da lei assunto, sposandosi. Due belle armonie
aristocratiche. I grandi nomi della nobiltà inglese, di passaggio a
Firenze, echeggiano bene nella vastità sonora dei grandi saloni di casa
C., ospitali del paro all'aristocrazia del carattere e dell'ingegno.
Ma John Büll, istivalato, chiassoso, testè arricchito, che sa di
_porter_, lo sciame leggero delle Mistress e delle Miss erranti per
la comoda indulgenza delle città d'inverno e che sembrano incaricate
della missione di darci una sì sconfinata idea dell'emancipazione
femminile... oh! tutta questa gente ammira moltissimo, passando sul
Lung'Arno, la splendida facciata esterna del palazzo C. Più, due volte
alla settimana, ha libero l'accesso alla celebre Pinacoteca di casa.
Non folla adunque, ma il fior fiore di Firenze e della società
forestiera. Si fa musica, non troppa, nè d'un solo genere, e
sopratutto, senza pretesa. Alcune fra le signore C. sono musiciste
emerite, mi rammento d'aver udita una volta mirabilmente, classicamente
eseguita da un'adorabile tribù di bimbi e bimbe di casa, la sinfonia
dei giuocattoli di Haydn. Che cara e squisita cosa e che spettacolo
gentile! Ma scusate, divago un pochino, nevvero?
Quella sera venni presto. Ero inquieta, per Ninì, s'intende. Avevo
ormai preso ad amare davvero quella strana creatura, tanto tormentata
dall'ironia del caso, tanto atta a tormentare sè stessa. La sentivo
in pericolo, mi spaventava l'idea ch'ella potesse, per una sì sottile
esagerazione dell'amor proprio del cuore, rinunziare ad una sorte
che la Provvidenza stessa pareva essersi compiaciuta a creare per
lei. Poichè in tutto e per sir Alano era adatto a lei. Non solo per
la splendida posizione, oh Dio!... no! quello era il meno. Ma pel
carattere serio, dolce, veramente maschio, per lo spirito nobilissimo
e colto. Aveva viaggiato molto, pubblicati parecchi volumi di viaggi,
rappresentava al Parlamento inglese un'opinione che aveva già notorietà
ed autorità proprie. Ed era sì bello! Nessuno avrebbe potuto sognare,
nè bramare un marito migliore per Ninì.
Ed ella, amandolo, esitava!
Non veniva mai; quella benedetta Ninì. Il crocchio delle ragazze s'era
formato nel primo salotto, io aveva veduto entrare Sir Alano e colto
al volo lo sguardo indagatore ch'egli aveva gettato sul nostro gruppo.
Ero distratta, rispondevo un po' a casaccio e non m'interessavo punto
al cicaleccio delle mie compagne. Parecchi giovani erano venuti a
raggiungerci e le chiacchiere si facevano più vive. Finalmente, mentre
stavo per farmi visibilmente inquieta, ecco giungere Ninì Montelmo.
Venne, s'intende, con quello sfarzoso e lieto cadavere vivente che si
chiamava la Duchessa di Sualta.
Chiudo gli occhi e rivedo Ninì, qual'era in quella memoranda sera,
colla sua veste in _voile de religieuse_ rosa, senza fiocchi, senza
guarnizioni di sorta. La sua persona pareva contenuta in un grande
petalo di rosa, perfettamente assestato. La vita non era scollata,
saliva a serrare castamente la nuca nobilissima. Ella aveva due
piccoli, fulgentissimi brillanti alle orecchie, non penduli ma infissi
a perno nel lobo; due salde goccie di rugiada accanto alla sfumatura
rosea delle sue guancie. Mi sorrise, passando, gettandomi, con
un'affettuosa occhiata, un cenno quasi impercettibile d'intesa.
Una gioia m'invase il cuore. Mi parve che quello sguardo volesse dirmi:
— Sono decisa, sai?
E anche ora, dopo tanto tempo e a dispetto di tutto, io ne son certa.
Son certa che Ninì, entrando quella sera in casa C., era decisa a
sposare sir Alano Spear.
Mentre ella passava, tutti tacquero, per un momento. Ognuno scordò
sè stesso, per guardar lei. Quando non si vide più, due o tre di noi
mandarono un respiro, come al cessar d'un'oppressione.
Si parlò subito di lei, naturalmente, ma poco, con cautela. Ognuno
pensava al probabile domani di Ninì, a quel glorioso avvenimento che
avrebbe in sì acerba guisa castigata ogni malevolenza dell'oggi.
L'attenzione fu poscia distratta dall'entrata di una coppia
giovanissima, che tutti accolsero con un coro di acclamazioni festose.
Dino degli Ardinelli e la sua piccola moglie. Il romanzo dell'anno
scorso che tornava dal viaggio di nozze, in Inghilterra. Quanto
avevano fatto parlar di loro, quei due monelli, otto mesi prima! Essa
era inglese, sedici anni, minutissima, un niente di personcina e di
dote. Lui; vent'anni, un nome da trovare ad ogni pagina del Berni o
del Boccaccio, ma undecimo figlio nella arcinobilissima casata. Poi;
l'età... figurarsi! I rispettivi genitori avevano fatto l'impossibile
per impedire il matrimonio, ma sì! avevano fatto tanto chiasso, quei
due, lei s'era messa a intisichire con tanta grazia, lui a informarsi
sì risolutamente delle navi in partenza per l'America, che s'era dovuto
venire a patti e dir di sì... Il bello è ch'erano innamorati davvero,
coll'impeto e la crisi d'un'acuta malattia d'amore: qualcosa di assurdo
e di reale, sul gusto di Giulietta e Romeo. Appena sposati e per farsi
perdonare s'erano andati a nascondere in Inghilterra da una ricca zia
della sposa, parente anche degli Spear. Ora tornavano; più bimbi, più
spensierati, più felici che mai, con delle visibili novità a palazzo
e colla prospettiva di andar a tubare per dieci mesi dell'anno in una
microscopica villetta del Casentino. Ma ciò non li sgomentava affatto.
I profeti piagnucolosi, la gente previdente e assennata, tutti coloro
che avevano predetta l'imminenza del terribile risveglio, non erano
punto soddisfatti. L'imprudenza del piccolo Dino e della piccola
Alice non era peranco stata raggiunta dal castigo, zoppo forse od
impietosito. Erano anzi tanto felici da riuscire ridicoli, e da
disarmare gli avversari; la maternità, nella piccolissima personcina
della sposa, contrastava in modo strano coll'inesprimibile gioventù di
lei, col suo fare da bimba, coll'espressione fanciullesca del visetto.
E lui... che futuro papà per ridere! Erano gloriosi e patetici nel loro
trionfo di ragazzi sposati, nella loro enorme avventatezza di cuore,
nella temerità della loro presa d'assalto della vita!... Ma come li
festeggiavano, com'eran chiamati, canzonati, invidiati a dritta e a
sinistra! Si rideva, teneramente, di loro.
Un crocchio di maestose matrone aveva accaparrata la sposa ed essa
scompariva quasi, affondata in mezzo ai grevi broccati, ai velluti
e alle trine di quelle grandi autorità benevole. Dino, per un subito
ritorno alle antiche abitudini, era venuto nel crocchio nostro, tutto
di ragazze e giovanotti scapoli. Ci narrava, saltando deliziosamente di
palo in frasca, una vera miscela d'impressioni di cuore, di viaggi, di
caccie, di concerti, di corse, di usi inglesi, di feste fatte a lui e a
sua moglie.
Ah! quante volte tornava in campo il nome di lei, colla carezzevole
intonazione toscana che lo faceva diventare: Alisce!
Quel caro Dino, faceva di tutto per esser saggio e prudente, per non
parlar troppo a noi, povere ragazze, della sua felicità e di quella di
Alisce; ma che!... ogni momento gli pigliava il morso ai denti, quella
biricchina di felicità e via!...
Una delle padroncine di casa venne a pregarci di passare nel gran
salone. Si faceva musica.
Obbedienti all'invito, ci recammo tutti di là, nella vastissima
sala ove si riunivano tutti quanti gli invitati ed il nostro gruppo
si scompose; sparpagliandosi qua e là. Accanto a me, non rimasero
che due o tre ragazze e Dino, il quale aveva stabilito con Alisce
una corrispondenza telegrafica di non dubbio significato. Infatti,
tanto armeggiò quella cara Alisce che riescì a sbucar di mezzo alle
matrone e procedendo con infinita cautela, evitando scogli ed intoppi,
sbarazzandosi gentilmente degli importuni, finì col venir a raggiungere
suo marito. Accaparrarono subito, lì accanto, una di quelle duplici e
complici poltrone ad S e non giurerei, che pure accogliendo con grazia
infinita i nostri affettuosi complimenti, quei due spensierati non si
stringessero ogni tanto, celatamente, la mano. Io non vedevo nulla,
s'intende. A dir vero, non mi occupavo troppo di loro. Quelle erano
le pecorelle sul monte, a me premeva la _mia_ pecorella; quella che
si trovava, sola, sull'erto e spinoso sentiero. Parevo prestare la più
religiosa attenzione alla bella _suite_ di Moskoswski che la contessa
Balzi e Poppino Denzato eseguivano con rara maestria, una sul piano,
l'altro col violino, ma in realtà tenevo dietro, attenta e soddisfatta,
ad un altro duetto: quello di Ninì e di Alano Spear.
Erano quasi dirimpetto a me e sedevan vicini. Attorno a loro, s'era
formato un piccolo vuoto. Egli si chinava ogni tanto a parlarle
sommessamente ed ella rispondeva volgendo il capo verso lui, con una
mossa soave, quasi docile, con dei sorrisi sereni e paghi, lo sguardo
sollevato, aveva una lenta e luminosa dolcezza!... Ah!... così la
volevo; senza alterigia, senza sarcasmo, senza ironia, evidentemente
soggiogata dal suo sentimento... così ella era degna del suo destino.
Finito Moskoswski; venne la seconda Rapsodia di Liszt, un po'
tempestata, a dir vero, su quel povero Erard, da un dilettante
semi-maestro, poi la Marcia del Tannhauser eseguita a otto mani,
poi vidi una delle padrone di casa dirigersi verso Ninì e rivolgerle
qualche frase. Evidentemente; le chiedeva di cantare.
Ninì si alzò tosto.
Non soleva farsi pregare, e non accampava mai le solite scuse delle
altre dilettanti di musica. Andò diritto al piano.
Prese a cantare. Il suo maestro, Barbirolli, l'accompagnava.
Scelse la romanza di Melilotti: «Ad una stella.» Dopo tutti i clamorosi
pezzi testè eseguiti, dopo quella musica straniera, sapiente e
tormentata, quella delicata composizione, sì prettamente italiana e
melodica, giunse a tutti inattesa e gratissima. Si sparse per la sala
come uno squisito olezzo musicale, parve all'orecchio del pubblico
una carezza blanda, una di quelle cose che parlano non a tutti, ma ad
ognuno, intimamente.
Ninì non aveva molta voce, ma il suo mezzo soprano era d'una purezza e
d'una freschezza grandi. Aveva avuta un'eccellente educazione musicale
e il suo squisito sentimento artistico le tornava di grande aiuto.
Il timbro della sua voce possedeva una specie di sentimento proprio,
genuino, un non so che di appassionato e di commosso ch'ella frenava,
velandolo, ma che pur si tradiva. Vocalizzava mirabilmente e le parole
sì caste e pur sì innamorate della romanza stavano tanto bene in bocca
sua:
La stella è in cielo e non si può toccare!
E mentre così cantava, ella stessa pareva poggiare su una serena altura
siderea; era, luminosa e pura come una stella fissa, ma col palpito
scintillante d'un pianeta. E dalla terra, la voce dell'intensa brama
saliva umile, piena di preghiera, affidando alle nubi il messaggio
amoroso:
«Ditele in cortesia gli affetti miei.
Chiedendo che la stella» fatta mortale «scendesse sino a lei; ma
subito, quasi correggendosi» implorando l'ali «per salire _così_, se
non altrimenti, a raggiungere l'astro!»
Ninì disse tutto ciò con grande semplicità e con profondo sentimento,
modulò colla sua tenera voce, tutte le tenerezze desiose della musica,
pareva che la sua voce e la sua anima fossero una cosa sola. Tacevano
tutti, sotto l'impero e il fascino di quelle semplici note.
Guardai Sir Alano. Era molto pallido ed ascoltava intensamente, cogli
occhi serrati.
Lo sapevo appassionatissimo di musica, e più d'una volta avevo
osservato in lui quella strana particolarità di tener chiusi gli
occhi, quando cantava Ninì. Li riapriva, non appena ella aveva finito
di cantare, ma la sua fisonomia serbava per qualche minuto un aspetto
strano, speciale, qualcosa, come s'egli fosse tuttora sotto l'impero
d'un sogno.
Quando le note, vibranti e pure, s'ammorzarono nella dolcezza estatica
della cadenza finale, l'applauso irruppe spontaneo, più caldo forse
di quanto lo consentano le discrete consuetudini della società. Molti
furono d'attorno a Ninì, congratulandosi seco lei. Ella era ancor tutta
vibrante d'emozione, stordita, confusa da quei battimani; arrossiva,
rispondendo con perfetta modestia ai premurosi elogi della padrona
di casa e di quanti le stavano attorno. Io m'ero alzata di scatto,
impaziente di andarle a dire una calda parola di simpatia. Dino mi
tratteneva e in pari tempo interpellava Alisce.
— Alisce... ma senti, bimba... oh non ti par la sua voce, tal e quale?
Dio! come canta bene! Ma nevvero, a chiuder gli occhi si potrebbe
giurare ch'è lei?
Alisce assentiva, trovava ch'era una cosa stranissima, che Dino aveva
cento ragioni, ch'era tal e quale la voce di Mrs. Alloys.
Non udii altro, avevo veduto libero il passaggio e fui in un lampo
presso Ninì.
Ella mi strinse la mano, nervosamente. Poi mi disse: — Andiamo.
Voleva involarsi a quella grandine di mirallegro?... Ovvero le pareva
d'essere stata abbastanza a lungo con Sir Alano, isolata quasi con lui,
dalla complice benevolenza degli amici?
La condussi al mio posto, sedetti accanto a lei. Osservai che Sir Alano
non la perdeva d'occhio.
Va bene, disse il mio cuore esultando, tutto va bene!
Ahimè, no!... tutto andava a rotoli.
Dino e Alice s'erano fatti attorno a Ninì e la colmavano di
complimenti. Battevano, ribattevano su quel chiodo, la perfetta
somiglianza della sua voce con quella di Mrs. Alloys, lo stesso timbro,
la stessa intonazione.
Ninì si mise a ridere e si protestò felicissima di questa somiglianza
con Mrs. _pardon_;... avevano detto?...
La piccola copia cascava dalle nuvole.
— Come! Ninì non aveva sentito parlare di Mrs. Alloys, la _professional
beauty... la great attraction_ dell'ultima _season?_... l'artista
impareggiabile che aveva fatte le delizie dei concerti di Londra?
— Ah! una cantante — disse Ninì, con un'ombra di gaia canzonatura.
Dino prese fuoco e fiamma. — Ma niente affatto, una cantante!...
nevvero, Alisce? Una signora distintissima, di eccellente famiglia
che aveva avuto dei rovesci di fortuna; un marito indegno, il quale
era morto, per fortuna. Dava concerti e faceva girare il capo a mezza
Londra. Una bellezza, per giunta e più bel tipo inglese che si potesse
immaginare. Ne chiedessero un po' a Sir Alano Spear!
Trasalii; voltandomi verso Dino, angosciosamente.
Ma egli non sapeva nulla e nulla intese. Ninì era rimasta immobile...
d'una serenità glaciale.
— A Sir Alano Spear? — disse dopo un istante e con perfetta calma. — E
perchè?
— Perchè n'era innamorato morto — ribattè Dino — nevvero, Alisce?
Alice assentì, energicamente.
— Certo, una vera passione, voleva assolutamente sposarla.
Mi sentivo venir freddo. Feci uno sforzo disperato per stornare quel
soggetto di conversazione, ma Ninì m'interruppe alla sua volta, con una
dolcezza risoluta.
— No cara, ti prego, lascia che udiamo i dettagli di questa
interessante notizia. Allora... lei diceva, Ardinelli...?
Gettai a Dino uno sguardo sì turbato, che egli comprese, così in
confuso, d'essere su un terreno scottante. Ma era troppo inesperto per
togliersene con disinvoltura.
Esitò un istante ed Alice venne alla riscossa.
— Ma sicuro, la voleva sposare... Sua madre non voleva; per cento
ragioni, ma lui... ostinato. Sfido! un uomo del suo carattere ed era
una vera passione; una di quelle che si hanno una sol volta in vita.
E guardò tragicamente il suo bel maritino.
Ninì aperse il ventaglio e lo rinchiuse, con una piccola crispazione
della mano.
— Perchè non si sono sposati? — chiese con una voce senza accento...
stranamente pallida.
— Perchè Mrs. Alloys morì, — s'affrettò a dire Dino, — morì d'una
malattia fulminante. Eh! ci furono dei funerali splendidi, i giornali
erano pieni di notizie sul conto di quella poveretta. Si susurrò che
Sir Alano...
Interruppi stavolta, recisamente; Ma ancora Ninì mi fe' cenno di
tacere, ancora si rivolse a Dino. — Ebbene? — disse.
— Sua madre lo condusse via. Vedo che sono qui, ora. Quella povera
donna, mezza morta com'è, non lo lascia mai. Poi, siccome chiodo
caccia, chiodo, vorrebbe, prima di chiudere gli occhi, fargli prender
moglie. Ma è certo che non la prenderà per ora... ammenochè...
— Ammenochè? — chiese Ninì, che s'era fatta assai pallida.
— Ammenochè non trovi una persona che som... Tò!... che si fa ora?
Quel rapido mutamento di parole era cagionato da un movimento generale
delle persone riunite nel gran salone. Alcuni valletti avevano
allontanato il piano e andavano rimovendo i mobili dal centro della
sala.
— Scommetto che si balla! — sclamò Alice entusiasmata.
Si ballava infatti. C'era molta gioventù quella sera, avevan chiesti ed
ottenuti i tradizionali quattro salti.
Le vicende di quella danza improvvisata mi separarono tosto da Ninì e
dagli Ardinelli. Credo che i miei ballerini furono quella sera assai
scontenti di me. Ballavo come un automa, senza prestar loro la minima
attenzione, assorta, qual'ero, nell'angoscia del recente e sciagurato
episodio. Serbavo bensì una vaga speranza che Ninì non avesse dato gran
peso alle chiacchiere di quei due ragazzi, ma in pari tempo pensavo
al morboso orgoglio della mia amica, alla sua strana, assoluta idea
dell'amore. I miei sguardi erano sempre in traccia di Ninì, cercavo
indovinare qualcosa nei suoi moti, nei suoi gesti. Ma nulla traspariva
in lei dell'interna tempesta, ella danzava, chiacchierava colla solita
sua calma regale.
Il cuore mi battè forte quando vidi che Sir Alano veniva ad invitarla.
Essa lo accettò, come aveva accettati gli altri, la coppia bellissima;
volteggiante, passò più volte dinanzi a me, seguita da molti sguardi
ammirativi.
Mi parve osservare che Ninì danzasse con una specie di rigidità,
insolita in lei, che il suo corpo avesse una mossa dura e stecchita.
In un momento di sosta potei raggiungerla. Essa parlava tranquillamente
col suo ballerino, il conte Rinaldi. Parlavano delle prossime corse.
Stava ritta davanti a una seggiola.. A un tratto; con un brusco
movimento, sedette su quella seggiola, poggiò il capo alla spalliera,
e per un secondo chiuse gli occhi. Ma subito li riaperse, sorrise e
disse: — Che bell'idea, quella di ballare stasera, nevvero?
— Certo — rispose Rinaldi. — Fa molto caldo però. Crede?
Si chinò, offrendole il braccio. Ella s'alzò di scatto, e quei due
s'allontanarono assieme, scherzando e danzando.
E così, sino alle due di notte.
Un istante, mentre non vedevo Ninì e la cercavo cogli sguardi, sentii
una mano tremante posarsi sulle mie spalle. Mi voltai; era lei. Sola...
per un minuto. Il suo ballerino s'era trattenuto poco lungi a combinare
con un amico, pel _vis a vis_ della quadriglia.
Ella mi guardava fisso; con degli occhi grandi, esterrefatti, le sue
guancie avevano una tinta brillantissima.
Cercai di prenderle la mano, ma ella la ritrasse e disse ridendo —
No... no! — E subito; con voce bassa, smarrita, susurrò: il sesto
senso! Poi rivolgendosi al suo cavaliere che, lasciato l'amico, veniva
in cerca di lei:
— Ebbene, ha combinato per la quadriglia?
— Tutto combinato — disse quegli lietamente. E la condusse nella sala
da ballo, ove la musica dava il segnale.
Una volta e non più la vidi ancora con Sir Alano. Stavano ritti,
silenziosi, uno accanto all'altra. Ella pareva di marmo. Sentii un gran
freddo al cuore e dissi fra me: È finita.
Quando la zia mi chiamò per andar via, Ninì ballava tuttora. Pareva
sempre una rosa, ma, non so come, nè perchè, pensai ad una rosa
che, brancicata, si sfogliasse. Udii ancora parlare con invidia e
ammirazione del suo matrimonio... sicuro ormai.
Nell'atrio, mentre aspettavamo la carrozza, udii da un giovane, che
dietro noi scendeva le scale, cantarellare (maluccio a dir vero) la
romanza di Ninì:
Mi sono innamorato d'una stella.
Sentii gli occhi farmisi gonfi di pianto. Prima d'entrare in carrozza,
guardai il cielo. Era tutto nero di nubi.