Mi scrisse da Napoli, brevemente. La Duchessa stava meglio e sarebbero
partite presto per Castellammare. Risposi, ma stavolta attesi più a
lungo la risposta di Ninì.
Strano a dirsi; non sapevo mai _che_ dirle quando mi accingevo a
scriverle. L'esclusione di _quel_ soggetto pareva escludere anche il
rimanente. Le mie lettere riuscivano miserabilmente vuote e vane e
le sue tradivano pure un segreto sforzo. E così, a poco a poco, quasi
insensibilmente, la corrispondenza illanguidì e venne meno tra noi.
Ho detto che questa non è la mia storia. Ma ora debbo dirvi qualcosa
anche di me. A dire il vero, lo faccio un po' a malincuore, perchè
è una cosa più vera che aggradevole e temo ch'essa mi renda un po'
antipatica al vostro pensiero. Pure, debbo dirla.
Ecco, questo è: Che coll'andar del tempo, col succedersi di tanti
avvenimenti, grandi e piccini, la mia passione per Ninì Montelmo si
ridusse gradatamente a delle proporzioni più ragionevoli. Cominciò col
cessare dall'essere il pensiero dominante, poi si mescolò cogli altri e
visse con loro, d'amore e d'accordo, senza soverchiarli.
Più tardi ancora, si rincantucciò in uno di quei profondi recessi del
cuore, ove la memoria scende volenterosa e lieta, ogni tanto, a cercare
l'emozione di ciò che non è morto, ma soltanto: passato. Quivi rimase e
rimarrà sempre il ricordo di Ninì Montelmo. Anzi, a misura che il tempo
passa ed io procedo nella vita, questo ed altri ricordi di quel tempo
vanno ritrovando una coloritura e un profumo speciali, una luce normale
li illumina e li ravviva, rivelando la grazia e la bellezza reale delle
loro proporzioni. Torno ad occuparmene e a sentirli; con quella più
serena cognizione della vita che bene spesso, quando è sincera e reale,
ci riconduce per l'appunto all'indole primitiva delle nostre sensazioni
e alla semplicità elementare delle nostre impressioni.
Non mi fraintendete, ve ne supplico. Io ho sempre, in ogni tempo, amata
Ninì Montelmo, anche quando il mio pensiero di lei non fu più unico,
nè tanto assorbente. Ogni suo appello mi avrebbe trovata pronta a fare
l'impossibile per lei.
Ma ella non mi chiamò, mai, mai, mai!...
Lasciai Firenze e non ci tornai più. Un anno circa dopo la mia
partenza, ebbi la partecipazione stampata della morte della Duchessa di
Sualta.
Allora fu un risveglio inquieto, turbinoso del mio caldo interessamento
per Ninì. Gran Dio! che farebbe ora quella poveretta?
Le scrissi un'affettuosa e lunga lettera di condoglianza. Oh!, di ciò
potevo parlarle! Dalla sua risposta compresi infatti tutta l'entità,
la tenerezza del dolore di Ninì. Ma ella non mi faceva cenno alcuno dei
suoi progetti d'avvenire.
Avevo i brividi pensando a ciò che sarebbe di lei, pensando ch'era
venuto inesorabilmente per lei l'istante di tradurre in atto la sua
grande risoluzione, di cominciare la sua seconda, terribile vita. La
vedevo fra le aride pareti di una scuola, nella solitudine fredda d'una
stanzuccia al quarto piano, la vedevo, umile, dinanzi all'autorità
pedantesca d'un ispettore scolastico.
Cioè, no; non potevo pensarla umile. Ma che sarebbe di lei!...
Scrissi, per avere informazioni, ad un nostro amico di Napoli. E le
ebbi sì strane, sì insperate che ci volle un po' di tempo per decidermi
a crederle.
Quasi contemporaneamente alla povera Duchessa di Sualta era morto quel
lontano parente di Ninì, che non s'era mai curato di lei. Agli ultimi
giorni di sua vita, Dio sa per qual misterioso ragionamento di morente,
egli aveva testato in favore della fanciulla, e questa ereditava
quietamente oltre a mezzo milione.
Pensai a Guarinaldi e compagni, con un grido di trionfo. Ero
elettrizzata da quel grande atto di giustizia del destino! Oh! la
Provvidenza lo sapeva bene che Ninì Montelmo non poteva far la
maestrina... Oh brava, cara Provvidenza! come aveva colpito nel
segno!...
Alcuni mesi dopo quel lieto avvenimento, _qualcosa_ si fe' strada
nella mia vita e tutto ciò che a quello non si riferiva impallidì e si
ritrasse in silenzio. Pensando allora a Ninì, mi adiravo quasi con lei.
Trovavo che aveva avuto tanto torto... non la comprendevo più.
Un bel giorno ch'io mi ero tutta vestita di bianco e coronata di fior
d'arancio venne: _qualcuno_ e mi condusse via.
Mandai a Napoli la partecipazione di quel bizzarro evento, ma dopo un
mese la busta mi ritornò tutta chiazzata di bolli e illustrata da una
laconica frase d'impiegato postale: Sconosciuta al portalettere. Mi
rivolsi al solito amico partenopeo. Ninì Montelmo viaggiava, con una
dama di compagnia. Si trovava attualmente a Colonia.
— Le scriverò domani, dissi a me stessa. Ma ero sì felice... e sapete
che razza di risoluzioni si prendono allora! Fatto sta, che quel domani
si protrasse tanto che lo smarrii di vista... (Ora, vi do un po' ai
nervi... dite la verità!) Che volete! Pure; questo posso dirvi, che se
non scrissi, pensai molto a Ninì con una pietà nuova affatto, profonda.
Qualcuno mi parlò di lei e mi parve, con un po' d'invidia. Era ricca,
libera ormai!
Sì! Era libera e ricca. Ma tant'è..., povera Ninì... ah! povera Ninì!
Quel tal _egli_ che mi aveva portata via nel giorno in cui m'ero tutta
vestita di bianco, cominciava allora, in un colla carriera coniugale,
anche quella dei consolati. Bellissima carriera, non scevra però
d'alcuni inconvenienti, specialmente in fatto di lontananze.
Mi condusse seco in una sequela di luoghi divini e impossibili, dove
ebbimo a risolvere nei più bizzarri modi i più elementari quesiti
della vita solita. Tutto ciò ci divertì immensamente, sulle prime, poi
cominciai a fantasticare un po' della nostra decrepita prosa europea.
La posta capitava di rado in quei paesi; bensì capitava ogni tanto,
in vece sua, l'annunzio che s'era persa per via, ed era un grave
pensiero quello di ciò che avrebbe potuto recare quella posta perduta.
Il ricordo dei parenti, degli amici giganteggiava in quell'infinita
latitudine di esiglio. Pure; gli anni passavano, veniva l'abitudine di
quella vita orientale, venivano i bimbi. La famiglia nuova non soffriva
di nostalgia nè ci lasciava il tempo di soffrirne. Il Ministero era
benevolo per mio marito, lo faceva crescer di grado ad ogni mutar di
stazione, ma pareva che facesse apposta a tenerci laggiù, isolati a
rappresentare l'Italia in certe stupende regioni, ove l'Italia era
proprio l'ultimo dei fastidi della brava gente che le popolava. In quei
tempi non s'era ancora inventata la politica africana e in mancanza
di quella distrazione, l'Oriente ci annoiava senza ambagi, ne avevamo
proprio fin sopra ai capelli. Eravamo sempre felicissimi, ma per nostro
conto esclusivamente. Infatti; quando in capo ad otto anni qualcuno:
fra coloro che ponno, si rammentò dei poveri sposini depositati in
Arabia, fu per noi un grande, un faustissimo evento. Mio marito fu
richiamato in Europa e destinato a Cadice, previo però un buon permesso
di due mesi ch'egli si dispose a passare in casa sua, in Savoia, colla
sua vecchia e colla sua nuova famiglia.
Quando giungemmo colà; era d'inverno e nevicava.
La nostra lunga dimora nei paesi caldi ci aveva fatto scordare
il freddo e i suoi pericoli. Lo sentimmo tutti immensamente e più
di tutti, mio marito il quale non poteva rassegnarsi alle cautele
richieste dalla rigida stagione. S'ammalò infatti e di bronchite,
fortunatamente lieve però, e della quale guarì in breve tempo. Ma
risolvemmo, dopo ciò, di passare a Nizza, anzichè a Torino, quanto
rimaneva del suo congedo e del verno.
Il gennaio ci trovò dunque lietamente installati in un delizioso
villino del quartiere Carabacel.
Il contrasto era violento e a dirla schietta non mi tornò troppo
discaro. Si ha un bel dire, ma non è facile difendersi contro il
fascino di quel cosmopolitismo spensierato, giocondo, che sembra darvi
l'idea riassuntiva di tutto il cielo delle eleganze europee. Si può,
si deve rattristarsi della funesta larghezza d'ospitalità che il vizio
trova negli elementi stessi di quel centro, ma per chi sa scordare il
male, per chi sa scegliere la società quale gli conviene; dove trovarne
una più simpatica, più interessante per la sua varietà, per le sue
tante risorse? E se volete isolarvi, quale opportunità trovereste,
maggiore della libera esistenza dei grandi _hôtels_, ove nessuno si
occupa del vicino, ove ogni dettaglio di personalità va perso nel
mare magnum dell'eterno via vai? E l'azzurro intenso del cielo, il
tepore sì dolce dell'aria e le palme sì frequenti e i fiori... Oh!
quella sterminata quantità di fiori che costano sì poco e profumano
sì acutamente, e nei giorni di corso danzano attorno a voi come una
nevicata rigirata dal vento! E quell'altro perpetuo sboccar di ville
in seno ai giardini! Quei bei villini bianchi, giocondi, che traspaiono
dagli uliveti e si stendono, si disperdono sempre più lungi dalla città
invadendo le distese dei campi, accesi dalla fiamma degli aranceti!
Quelle casettine misteriose, suggestive che vanno a celarsi nella
vaghezza appartata dei colli, sin là dove questi assumono una subita
selvatichezza, formando un paesaggio eroico di montagna, un po' scenico
e pur sì grandioso, valli tetre e profonde, accatastamenti granitici,
misteriosi corritoi che si prolungano stretti ed umidi, nelle viscere
dei monti, passaggi segreti, da contrabbandieri e da rivoltosi, ricchi
d'una cupa poesia ariostesca, con certe sfuggite d'ombre e di luci
quali fa piovere il Dorè sulle sue pagine!
E il porto piccino, delizioso, incassato fra le verdi alture,
bello della gloria leggendaria di un'umile casetta, che si addita
ai forestieri pronunciando un nome che sembra evocare sovr'essa la
folgore di faro di una luce italiana... Oh! Nizza è bella ed è bello
il viverci, sopratutto quando si è felici. Se siete tristi, se siete
veramente malati, non andate a Nizza, andate piuttosto a Cannes. È
lì... a due passi.
Un giorno ci eravamo spinti passeggiando sino al porto, con certi
amici italiani che volevano per l'appunto vedere _quella_ casetta,
la casetta ov'è nato Garibaldi. Tacevamo, contemplandola, quando la
nostra attenzione fu distratta da un incidente, l'arrivo, cioè, d'un
bellissimo yacht a vapore che entrava gloriosamente in porto. Recava
bandiera inglese e accanto a quella nazionale, una grande insegna
bianca, sulla quale stava scritto il nome del yacht: _Lux._ La stessa
parola si leggeva, fiammeggiante d'oro, sulla elegantissima prora.
Alcuni curiosi s'erano riuniti sulla riva e, appoggiati al parapetto,
guardavano la manovra d'ancoramento, brillantemente eseguita da
una frotta di marinai in assisa privata. Accanto a noi, un signore,
vecchiotto, col capo coperto d'un berretto a foggia marinaresca, tolse
di tasca un cannocchiale a tubo e guardò a lungo il yacht, lasciandosi
sfuggire delle esclamazioni entusiastiche. Qualcuno dei circostanti gli
rivolse la parola in proposito, ed egli di buon grado e con visibile
compiacenza diede alcune spiegazioni tecniche ch'io non intendevo,
ma che interessarono mio marito, appassionato ed intelligente amatore
di quanto riguarda la navigazione. Egli pure rivolse la parola a quel
signore e subito s'intavolò un colloquio di circostanza. Il possessore
del cannocchiale lo offerse cortesemente a mio marito, poi, leggendomi
forse in viso una curiosità, pregò di passarlo a: _Madame_.
_Madame_ non aveva mai avuto per le mani un cannocchiale sì
meraviglioso. Portava sì vicine le persone e le cose che pareva quasi
di poterle toccare colla mano stessa. Senonchè; ella non sapeva fermar
bene l'obbiettivo, e le suddette persone e cose danzavano un balletto
singolare dietro le lenti. Pure, qualcosa vidi. A bordo c'erano delle
signore, vedevo un lusso d'abiti bianchi, vedevo delle testine bionde,
dei visetti carnicini di bimbi che transitavano sul ponte, festosi
della gioia dell'arrivo. Vidi avanzarsi a prora, con lento passo,
un signore alto, massiccio, imponente, con una gran barba bionda,
appoggiato al braccio d'un uomo in assisa di capitano.
Il sole batteva sfolgorante sul ponte, e dava forse noia al signore
biondo, perchè egli teneva chiusi gli occhi. Poco lungi da lui, stava
adagiata in una lunga poltrona chinese, una signora vestita di bianco.
Non so come, provai un senso di ardente attrazione, tutte le facoltà
del mio pensiero si concentrarono sovra quella signora. Risentii una
vaga scossa morale, un'incertezza magnetica che per un istante mi tolse
il respiro.
Mi sovvenne tosto ch'io tratteneva soverchiamente il cannocchiale.
M'affrettai a porgerlo a mio marito, il quale lo restituì al
proprietario. E sempre sotto l'impero di quell'emozione senza capo
nè coda, diedi retta agli entusiastici elogi che il vecchio capitano
(s'era dato per tale) prodigava alla struttura ed alberatura del
yacht. Ma mi pareva ora che l'elegante vascello si fosse bruscamente
allontanato dal luogo ov'era venuto ad ancorare. I miei poveri occhi
miopi cercavano con uno sforzo quasi penoso, di concentrare ogni loro
facoltà visiva su quel punto bianco, della signora seduta e che,
piccolissimo ormai, quasi confuso fra i molti biancheggiamenti del
ponte, mi attirava sempre da lungi, tormentoso, insistente come una
malía!
Avevamo gente a pranzo quel giorno, e si parlava, naturalmente,
dell'arrivo dello splendido yacht inglese. Fedor Zarenine, uno dei
nostri ospiti, un vecchio amico del Cairo (vecchio per modo di dire,
aveva una trentina d'anni) ci favoriva, evidentemente ascoltati, dei
dettagli in proposito. Conosceva il bastimento, uno dei più belli
fra quanti avessero mai preso a muover l'elice sotto lo sguardo di
Minosse del R. M. C. Ce lo descrisse con entusiasmo, narrò dei suoi
fasti, del lusso favoloso dell'interno. Conosceva pure il proprietario;
Lord Helvellyn. Il più simpatico gentiluomo di questo mondo, ricco
sfondato, cacciatore, scrittore, oratore. E, dettaglio curiosissimo, il
proprietario di _Lux_ era... cieco!
— Cieco! — sclamai rammentando quell'alta e dignitosa persona che avevo
traveduta sul ponte e alla cui vista, un pensiero assurdo, di ricordo,
aveva per un semi-secondo urtato alla porta del mio cervello.
— Cieco, — ripetè Zarenine, — irrimediabilmente cieco! Da pochi anni
e per un accidente di caccia. Ma il più calmo, il più eccezionale dei
ciechi. Sopporta la sua sventura con una rassegnazione, un coraggio
che assumono le proporzioni di una letizia. Alcuni sostengono che Lord
Helvellyn si mostri non solo, ma sia pienamente felice.
— Felice! — ripetei con accento sì incredulo che Fedor si mise a ridere.
— Sì... Perchè no? È un originale, vedete, e se gli manca la vista,
ha, in vece sua, un monte di belle cose ch'io non ho e ardentemente
desidero. Una fortuna regale, per esempio, e una moglie adorabile,
ch'egli non vedrà invecchiare.
— Quanto siete egoisti, voialtri uomini, — gli dissi ridendo. — Allora;
Lady Helvellyn è bella?
— Ecco una domanda che mi aspettavo. Non è bella, bellissima.
— Inglese?...
— Sì. Cioè; scusate, non lo so precisamente. Ci sono dei dispareri
in proposito. A prima vista è il più bel tipo inglese che si possa
immaginare: conoscendola un pochino più, si direbbe che ha pure
qualcosa, un non so che, di meridionale. Ma il male è questo, che non
si ha mai il tempo di conoscerla un pochino più del pochino: più.
Viaggiano sempre, e sulla propria nave, per cui capirete, a meno
d'essere un delfino o un pesce cane...
Diceva, con tono assai comico, queste sciocchezze. Vide che ridevo e
proseguì:
— Ho conosciuto gli Helvellyn in Islanda. Viaggiano sempre verso il
freddo. Fui invitato ad una colazione a bordo del _Lux_ e non ho mai
visto un più perfetto _home_ inglese a fior d'acqua. Lady Helvellyn
canta come un angiolo.
— Inglese? — chiesi con un'ombra di malizia, poichè al piano superiore
abitavano certe miss miagolanti che avevan fatto talvolta scambiare fra
me e Fedor Zarenine degli sguardi pieni di una cupa rassegnazione.
— No. Canta come un angiolo colle ali. La sua voce ha un timbro
speciale, tenerissimo. Una volta sola, anni sono, a Londra, in un
concerto, udii una voce simile e pensandoci mi chiedo se...
S'interruppe, tacque un istante poi mi chiese, ridendo:
— Dite la verità: avete una gran voglia di vedere gli Helvellyn?
— Sì — risposi candidamente. — Sapete se si trattengono per qualche
tempo?
— Non ne so nulla. Andrò oggi stesso a portar le mie carte a bordo
e m'informerò se si può visitare il bastimento. E se verrò a capo di
saper qualcosa, ne farò immediato omaggio alla vostra curiosità, in
premio del vostro candore.
La sera di poi, venne da noi un momento, prima di recarsi a quel
malaugurato _Cercle Massena_, ove, poveretto, lasciava quasi ogni sera,
con celebre disinvoltura, sì larghi brandelli del suo patrimonio.
— Si trattengono otto giorni, non si può visitare il bastimento, ma
li vedrete lo stesso. Il presidente del _Cercle de la Mediterranée_
li conosce e pare abbia ottenuta la promessa del loro intervento alla
_matinée_ di giovedì.
Tutto ciò col più comico mistero di questo mondo; pareva un vero
congiurato di operetta. Era divertente, aveva veramente dello spirito
e tante buone qualità... Pure, com'è finito presto e male, povero Fedor
Zarenine!...
Di pien meriggio, ma al chiarore di innumeri candelabri accesi in un
salone sì ricco, sì straricco di dorature che quasi ve ne dolgono gli
occhi. In alto, invisibile e irresistibile, un'orchestra delicata suona
a ballo. In un angolo del vastissimo locale un glorioso _buffet_ vi
invita ospitalmente. C'è folla e la più strana e varia di questo mondo,
e ciò che più vi colpisce in essa, è la immensa latitudine lasciata
alla gamma dell'acconciatura. Quivi potete studiare l'eterno figurino
femminile in tutte le sue più caratteristiche manifestazioni. Vedete
delle spalle nude e delle spalle coperte di una spolverina da viaggio,
delle teste cosparse di gioielli e di fiori, e accanto a queste delle
sobrie testine, coperte di berrettine di pelo. Nello stesso gruppo una
signora tutta in nero, che credereste giunta da una grande funzione
religiosa, un'altra in toeletta da teatro, una quarta in assetto da
gita montanina, una quinta che diresti avviata ad un ballo in costume,
una sesta che ti dà l'idea d'essere testè escita da un ricevimento
a Corte. Alcune tengono circolo, altre si isolano nella folla, altre
guardano, moltissime si fanno guardare.
Le solite regole della _toilette_, l'indirizzo generale
dell'acconciamento qual'è prescritto dall'indole qualsiasi d'una
riunione, non esiste in quella bizzarra accolta. È un allagare
fantastico dell'iniziativa personale; ritrovate colà le più inattese
rivelazioni della coscienza artistica della donna. Incongruità
fantasiose dell'assieme, finezze trascendentali d'accessori, squisite
arditezze artistiche, stravaganze bene o male riuscite, eccentricità
dissonanti, capricci idealmente tradotti, audacie fortunate o punite
nella tonalità dell'innovazione. Ogni tanto tocchi rivelatori del rango
o della nazionalità; qui lo sfarzo ultra parigino dell'americana,
là l'invincibile orientalismo della russa, il preraffaellitismo e
la tendenza pratica dell'inglese. Indovinate la francese dal suo
infallibile indizio, la grazia perfetta e l'armonia, la svizzera
dalla sua semplicità quasi silvestre, complicata da un aggravante
di romanticismo vecchio tedesco, mentre la tedesca propriamente
detta, è riconoscibile per la modernità mal riescita del suo vestire.
Tutte queste rappresentanze femminili si guardano, si criticano,
si sorridono, si salutano e si parlano facilmente ma senza mai
amalgamarsi. Non è certo l'incongruo _pêle mêle_ che è impossibile
evitare, dalle quattro alle sei, sulla _Promenade des Anglais_... oh
no, ogni socio del _Cercle de la Mediterranée_ assume in certo modo la
responsabilità delle persone che egli fa ammettere alle _matinées_,
e ciò dà all'ambiente una tonalità bastevole di per bene, ma nessuna
intimità reale può sussistere in un luogo ove è sì fluttuante, sì
facilmente mutata la maggioranza di quelli che vi intervengono; sono
strane feste, senza carattere proprio, ma specialmente interessanti.
In quel po' di tutto c'è inevitabilmente del bello; è come una
bizzarra rappresentazione di quadri plastici della vita d'oggidì. Se
avete un amico paziente e ben informato egli potrà procurarvi anche
delle emozioni, vi designerà ogni tanto, nella folla, una faccia che
guarderete poscia con meraviglia insaziabile, ripensando al nome testè
udito, collegandola al ricordo, all'espressione di fatti che hanno
occupato o travagliato il mondo. Ivi un accenno, un campione di tutti
i generi di celebrità, pensatori ed artisti, monopolizzatori d'oro
o d'idee, trachee trascendentali, scrigni giganteschi, passioni che
hanno fatto chiasso e che hanno appassionato il pubblico, stravaganze
che l'hanno colpito, audacie che l'hanno conquistato, idoli effimeri e
sdegnose vittime dell'opinione, autori applauditi, notabilità appena
battezzate che attendono la consacrazione, tutto ciò troverete alle
_matinées_ del _Cercle de la Mediterranée_.
Non era la prima volta ch'io andava al _Cercle_. Avevo dei ciceroni
cortesi ed informati, conoscevo ormai, anche di persona, buona parte
delle celebrità che passavano, come meteore, in quel neutro ambiente.
Non mi stancavo di quello spettacolo, perchè n'eran sempre mutati
i personaggi, e perchè vi trovavo ogni volta qualcosa che colpiva
facilmente la mia fantasia. Quel giorno la pazza di casa teneva dietro
a due apparizioni che si contendevano gli sguardi del pubblico.
Un'africana, nera come la fuliggine, con due vampe di occhi e un
_pariginismo_ incensurabile di _toilette_ moderna. Poi, una bellezza di
Bordeaux, la figlia d'un ricco armatore, una signorina: _très bien_.
Certo; era bella, idealmente bella, bella in modo trascendentale!
Vestita, atteggiata squisitamente, nell'intonazione perfetta di un
quadro di Van Dyck. Ne possedeva in tutto i requisiti tradizionali, la
posa, il colorito, la forma, le stoffe, i gioielli. Era bianchissima,
un po' pallida, come se la poesia del tempo avesse illanguidite le
tinte, sulla tela del suo volto. Parlava pochissimo, senza muover
le labbra, senza sorridere oltre i limiti del suo vago sorriso
permanente, nella coscienza serena, forse annoiata, della sua perpetua
rappresentazione artistica. Non arrossiva sotto l'insistenza e la
universalità degli sguardi, più curiosi che altro, danzava con perfetta
arte di posa, serbando tutto il suo idealismo di splendida immagine
anche nella grottesca assurdità di gruppo ch'ella formava col suo
ballerino, un giovinotto volgare e brutto. Poco lungi stavano i parenti
di lei, grossi, bonari, plateali anch'essi. Solleciti, ma sicuri del
trionfo, guardiani amorosi del tesoro, pazienti direttori di quella
sacra passeggiata del capo d'arte della famiglia, nella placida attesa
dell'amatore intelligente che ne vorrebbe adornare il proprio museo,
mentre ella danzava serenissima, sorridendo esclusivamente a sè stessa!
Ero così immersa nella contemplazione del Van Dyck, che non mi accorsi
dei ripetuti cenni fattimi da Fedor Zarenine, il quale farfalleggiava
poco lungi da me. Tanto che egli mi venne accanto e mi diede un
poderoso _shake hand_, uno dei suoi soliti.
— Ebbene, — mi disse mentre scotevo la mano indolenzita, — non avete
veduto?
— La mora? Sì, ma è orribile. Preferisco il Van Dyck. È una signorina;
_benissimo_, sapete?
Egli si mise a ridere.
— Dico se avete veduto gli Helvellyn? Sono testè giunti.
Mi voltai. — Dove?... dove?... — chiesi con ansia.
Egli mi additò un gruppo abbastanza compatto che s'era formato presso
uno degli usci d'entrata.
— Là... da quella parte. Fanno sensazione anche loro! Ora li vedrete.
Venivano a questa volta, ma egli s'è trattenuto a parlare col
Maresciallo Bazaine. Ora ha finito, proseguono.
Proseguivano infatti. Un signore alto, di forme poderose, appoggiato
al braccio d'una signora. Davanti all'incerto passo del cieco, la
folla riverente e curiosa s'apriva, facendo ala, lasciando libero il
varco a lui e alla moglie che lo guidava colla dolcezza guardinga d'un
Antigone.
Li vidi io pure, e provai un sentimento impossibile a definire.
— Ma è Sir Alano Spear!? — gridai quasi a Zarenine.
— Sì, — rispose questi meravigliato della mia veemenza, — cioè; era Sir
Alano Spear. Da pochi anni, per la morte d'un cugino, è diventato Lord
Helvellyn, sapete che in Inghilterra il titolo...
Non proseguì, perchè non gli badavo. Tutte le facoltà dell'animo mio,
tutta la potenza de' miei sguardi erano concentrati sulla signora che
accompagnava Lord Helvellyn. Era... non era Ninì Montelmo?
Un'incertezza acuta come uno spasimo, mi mozzava il respiro. Per mero
istinto, senza sapere quel che volessi fare, mossi all'incontro di
quei due... E a caso, pur di sapere, ad ogni costo, quando ella, senza
vedermi mi passò d'accanto, io dissi forte, vibrato: — Ninì!
Ella si fermò, e la vidi trasalire. Si voltò e mi vide... ci guardammo.
Non pareva lei, pure _sentii_ ch'era lei, che mi aveva riconosciuto. Un
pallore venne sul suo volto. Non mi rispose, non mi salutò. Alzò solo
la mano, con un cenno lieve, vago, un piccolo gesto che poteva esser
comando o preghiera... Poi, chinò gli sguardi, e passò, impassibile.
Non capivo, provavo come una vertigine e un'imperiosa voglia di
piangere.
Zarenine mi guardò attonito e mi chiese se mi sentissi male.
Gli dissi di no, ridendo nervosamente. Ma lo pregai di trovar mio
marito e di mandarmelo. Volevo andar via, subito, subito. Quell'afa,
quella folla, mi soffocavano. Era tutto una confusione, tutto. Non era
più certa che quella donna che aveva trasalito e mossa la mano fosse
Ninì Montelmo. Ma allora chi era?