II.

Per l'appunto; essa lo amava.

Credè che nessuno se ne fosse accorto. Pure, quando ella me lo disse,

io lo sapevo.

Egli pareva creato pel cuore di Ninì. Era di una bellezza grandiosa,

bionda, serena. Pareva un antico Vitikindo. Nel suo aspetto era

qualcosa di stranamente semplice e forte. A dir vero, eravamo tutte

un po' innamorate di lui. Ma egli, benchè inglese, non _flirtava_ per

nulla. Era gentile con tutte, ma si occupava specialmente di Ninì, ciò

era visibile, e pareva naturalissimo a tutti quanti.

Inutile negarlo... Ninì era sempre la prima fra noi. Quando ella

compariva in una sala, produceva sempre, invariabilmente, una

sensazione. Le ragazze si difendevano da quell'effetto, che gettava

sempre un po' di ombra attorno a loro, le mamme; in silenzio,

ne soffrivano. Si criticavano molto le sue toelette, ma ai balli

susseguenti ce n'erano sei o sette imitazioni, e parevano sempre mal

riescite. Gli uomini facevan ressa attorno a lei, essa li trattava

con una cordialità un po' fiera, tenendoli molto a posto, alcuni

dicevano che Ninì Montelmo era insopportabile, altri chiedevano

s'ella avesse dote, e udito che no, scomparivano dal suo corteo.

Parecchi avevano paura del suo spirito, altri del suo lusso, alcuni

s'erano innamorati di lei senza chiedergliene il permesso e poi....

parevano cani scottati. Ell'era sempre brillantissima e trionfante.

Ma scontava i suoi trionfi con quella specie di animosità generale

ch'ella combatteva, serbandosi calma. Nulla pareva avere il potere

di trascinarla. Non faceva pompa alcuna della sua rara coltura; ma

le frivole ignoranze dei più restavano sconcertate dal senso intimo

di quella sua splendida superiorità. Era acerbamente discussa,

criticata e nel modo più contradditorio. Era troppo originale, troppo

manierata, fredda, eccessiva in tutto, era vana, era civetta, non lo

era abbastanza. Aspirava troppo alto, non pensava al suo avvenire. Si

rimproveravano molte cose a Ninì: il passato leggerissimo della sua

nonna, la frivolità ed il lusso della esistenza che conduceva con lei.

Aveva delle pretese incompatibili colla sua situazione, aveva rifiutato

degli eccellenti partiti, non aveva saputo farsi sposare da chi più le

sarebbe convenuto. S'era presa il divertimento di umiliare Guarinaldi.

Un po' sboccato, a dir vero, quel Guarinaldi... il terrore dei mariti

e delle mamme, ma Ninì non avrebbe forse potuto difendersi con garbo,

senza dargli una sì acerba lezione? Ma no... gliela aveva proprio

voluta dare ed egli era diventato, naturalmente, un nemico. No, ella

non sapeva trar partito dei propri vantaggi. Pure doveva premerle di

mettersi a posto. Poichè se moriva la nonna... In miseria, mia cara,

in miseria! E che farebbe allora, colla sua educazione, colle sue

abitudini?

Il cruccio di tutti quanti. Che farebbe Ninì Montelmo quando fosse

crollato il suo castello di cartone? Come escirebbe dal suo salottino

di peluscio coi mobili bianchi?

Guarinaldi sorrideva cinicamente quando si parlava di questo.

Ma ella pareva vivere solo nel presente. Si difendeva soltanto

quando non poteva farne a meno. Allora; puniva. Di scatto, con un

frizzo sanguinoso, con uno sguardo, con un subito silenzio, non

più; ma il castigo era sempre efficace. Per gli amici e le amiche

era cordialissima, leale sempre e discreta; di una lealtà che aveva

qualcosa di maschio, di forte e in pari tempo un'affettuosità al tutto

femminile.

Quando si vide che Alano Spear si occupava di Ninì Montelmo, la cosa

parve ostica a molti, ma a tutti naturale.

Per gli amici fu un'esultazione. Per molte compagne nostre e per le

madri loro, fu uno strazio, temperato dalla speranza che fosse l'ultimo

di quel genere. Per _lui_ non era certo questione di dote. Tutto un

concerto di: sta bene.

Si sapeva positivamente che Mrs. Spear, conscia della gravità del

proprio stato di salute, desiderava ardentemente di veder accasato suo

figlio. Ella non celava le sue simpatie per Ninì, nè il desiderio di

poterla chiamare sua nuora. Ninì non poteva desiderare nulla di più

splendido, di più adeguato a lei, alle sue più audaci speranze. Si

attendeva di giorno in giorno l'annunzio ufficiale del matrimonio. Ma

l'annunzio tardava. Ciò meravigliava alquanto me pure, perchè io sapevo

che ella amava Alano Spear.

Io e Ninì avevamo stretta una vera amicizia, benchè le singole nostre

occupazioni e il diverso ambiente non ci consentissero un'assoluta e

continua intimità. Ma un'intesa esisteva fra noi e quando ci vedevamo,

scaturiva subito dai nostri cuori. Stavamo assieme in società e

talvolta, la mattina per tempo, la sorprendevo mentre era immersa nei

suoi studi e la conducevo meco a passeggio ai Colli, o alle Cascine,

ovvero fuori di qualche porta. E allora che gaiezza di passi e di

parole, quanti soggetti ora sfiorati, ora approfonditi! E come eravamo

bimbe talvolta!...

Me lo disse per l'appunto alle Cascine, in uno di quei grandi boschi

remoti che l'umidità vicina dell'Arno serba sì freschi e sì belli. Era

proprio una giornata di tempo fiorentino, vario cioè e bizzarro, col

sole caldo e l'aria fresca. Gli alti cipressi, le quercie denudate

spesseggiavano attorno a noi, rivestite dei loro tenui paludamenti

d'edere, salite ad altezze incredibili. Il fiume, non visto, si

tradiva, coi suoi odori umidi e coi suoi susurri. Nelle alte siepi

ancor rivestite qua e là del velame delle antiche foglie, il vento

metteva un piccolo stormire metallico. Laggiù; verso il tempietto

dell'Indiano, una coppia d'innamorati s'internava a casaccio nello

sfondo del viale, delle bimbe tedesche, bianchissime, ruzzavano poco

lungi. Un vecchio leggeva, seduto su un panchetto. Lontano lontano, una

fioca eco di scampanìo festoso, una voce di chiesa di villa, giungeva,

non so d'onde, sino a noi.

A un tratto, in un viale laterale, riserbato ai cavalieri e serrato fra

due alte siepi, s'udì il passo mirabilmente ritmico d'un cavallo fino.

Ninì alzò bruscamente il capo, ma non guardò oltre la siepe. Stette

soltanto, con visibile tensione di nervi.

Io guardai, riconobbi sir Alano Spear. Il suo torso potente, la

forte testa di re nordico erano soli visibili oltre la siepe. Passò,

lentamente, tenendo la mano sull'anca, guardando diritto avanti a sè:

Non ci vide. Poco dopo, s'udì il trotto regolare ch'egli aveva fatto

assumere al suo cavallo.

— Sir Alano, — dissi alla mia compagna.

Ella chinò il capo. — Lo sapeva. Un lievissimo tremito passò sulle sue

labbra, il suo sguardo ebbe un'espressione indefinibile, una specie di

vaga estasi... Poi mi sorrise, rossa come una fragola ed era sì bella,

sì cara, sì donna in quell'istante, ch'io me le feci accanto, le presi

la mano e gliela strinsi forte, così forte da farle male. Ella mi diè

un rapido sguardo di gratitudine, poi la sua testina si protese verso

il viale ove veniva meno, allontanandosi, lo strepito di quel trotto.

Allora; essa mi disse che lo amava... L'aveva subito amato, appena

conosciuto!

Subiva completamente il suo fascino. Tutto le piaceva in lui, la

persona, il volto, i modi, quella stessa sua rigidità britannica un

po' accentuata, quella sua calma perfetta, non immune di una leggera

sfumatura di malinconia. Non sapeva come nè perchè... ma lo amava!...

ecco... lo amava!

Oh! com'era dolce ed umile Ninì Montelmo mentre parlava del suo amore,

mentre, più ancora a sè stessa che a me, ella veniva narrando ciò

ch'era finalmente accaduto nell'altero suo cuore, il turbamento primo,

le evoluzioni del dio ignoto, il tremore sì dolce della passione! Ella

poteva esser gloriosa di quel sentimento, tutto si conteneva in esso,

stima, simpatia, ammirazione! Le pareva così giusto, così semplice di

amare quell'uomo! Era come una suprema giustizia, un compenso della

Provvidenza. Poichè ella aveva sofferto tanto... sempre... di tutto!

Aveva tanto sofferto della mancanza dei genitori, delle circostanze,

della censura dei maligni.

Aveva sempre sentito, col suo raro buon senso, l'anormalità

della propria situazione, l'ambiguo stato di celata difensiva cui

l'astringeva... Ella, sì orgogliosa, sì impetuosa, sì ardente! Ma ora,

ora!...

La sua voce aveva delle grandi vibrazioni larghe, musicali. Il suo

volto raggiava di quella luce che ogni grande manifestazione accende

nei volti sinceri. — Sì... ciò ch'ella diceva era sincero ed umano,

era quella sì rara, sì divina cosa: l'accento dell'amore. Ninì era

in quel momento d'una bellezza meravigliosa, mentre si abbandonava

all'effusione irrefrenabile di un sentimento fatto per lei e che

l'investiva tutta ormai, tutta quanta.

— Ebbene; — le dissi, quando, vinta dalla violenza stessa del suo sfogo

ella tacque, tremante come le corde d'una lira testè deposta. — Ebbene;

Ninì, tutto è per il meglio nel migliore dei mondi. Tu l'ami, egli ti

ama.

Con mia grande sorpresa, vidi un'ombra posarsi sulla fronte di Ninì.

Qualcosa dell'intensa luce d'un momento prima, venne meno nei suoi

sguardi.

— Sì — disse lentamente — l'amo.

— E lui ama te.

Ella tacque.

— Ti ha chiesta in sposa!

— Sì.

— Lo ha detto a te!

— Sì.

— Ma dunque?

Ninì ebbe un gesto vago, dubbioso.

— Hai accettato? — insistei.

— Non ancora, ho chiesto un indugio.

Tutto ciò mi pareva impossibile. La guardai, come si guarda un fenomeno.

— Ma Ninì, tu scherzi.

Ci amavamo molto, ora, e ci davamo del tu.

Ella scosse il capo.

— Non ho mai scherzato coll'amore, ma non posso dir di sì, prima di

esser certa.

Esitò, visibilmente turbata. Poi a voce sommessa, come se parlasse a sè

stessa:

— E se non mi amasse? — chiese angosciosamente.

Guardai fiso Ninì. Non so come, in quel momento mi parve malata. Cercai

a lungo, ma non trovai che una risposta.

— Ma se ti ha chiesta in sposa!

— Sì, — diss'ella, ravvivandosi per un secondo. Ma soggiunse, con

infinito scoramento: — E se non mi amasse!

Una fissazione, evidentemente. Assunsi il tono di chi parla ad un

fanciullo caparbio.

— Suvvia Ninì, non sciupare, con quelle ubbie senza base, la tua vera,

la tua rara felicità. Non essere sragionevole. Sir Alano è padrone di

sè stesso, della sua volontà. Nessuno lo costringe a prender moglie. Ti

ha scelta fra noi tutte. Se non ti amasse non ti sposerebbe... Tutti lo

vedono e lo dicono: Egli ti ama.

Ella sorrise, con un subito ritorno all'estasi di poc'anzi.

Tacemmo alquanto.

— Mi ama? — chiese, ella a un tratto, con un abbandono quasi

angoscioso, come un neofito che, malato di scrupoli, chiedesse al

confessore: Padre salverò l'anima mia?

Stavolta alzai le spalle; decisamente. Non sta bene, ma le alzai.

Non capivo come ella potesse rivolgermi quella domanda.

— Ma, Ninì mia, si possono chieder queste cose? Non son cose che

s'imparino... si sentono. Ogni donna _sa_ se è amata o se non lo è.

— Non sempre, — disse meditativamente Ninì. — Si sa sempre, se si è o

no simpatica ad un uomo. Questo è vero. Ma non si sa sempre se egli vi

ama, specialmente quando voi lo amate tanto... così!

— Ma qual prova più evidente che il volerti sua?

— Infatti... Ma se non mi amasse!?...

Un grande spavento, un'angoscia nera passò nei suoi occhi. Ella ebbe un

lungo fremito.

Non sapevo più che dirle; io stessa ero impensierita da quella strana

insistenza di Ninì.

Tacqui.

Allora essa mi disse:

— Sei in collera con me?

— Oh Dio! no... Ma mi duole vederti così turbata e così sragionevole.

Mi pare che hai torto, in tutti i modi.

— Può essere — mormorò Ninì, con profonda umiltà. — Ma vedi, cara, in

amore il non essere convinti... è terribile. E se sapessi; io ho tanto

orgoglio... tanto!

— Troppo, — ribattei prestamente.

Le sue spalle ebbero un piccolo moto nervoso, quasi convulso.

— Dio mi aiuti — disse poscia. — Andiamo.

E si alzò.

Ce ne andammo, senza parole, pel silenzio mattutino dei viali.

Prima di lasciarla, presso al portone dei suo palazzo, le dissi,

stringendole la mano:

— Pensaci, Ninì. Non sciupare la tua vita e il tuo avvenire. Non

chiedere troppo. Ama più semplicemente.

Ella mi guardò con profonda angoscia.

— Hai ragione, — mi disse.

Le sorrisi, e stavo per lasciarla su quella buona parola, quando ella

mi trattenne e mi disse: — Sai quanti sensi abbiamo?

Trasecolavo.

— Tu credi che siano cinque, nevvero? Ebbene, sbagli; sono sei. C'è il

senso intimo, ignoto, quello che sta di casa nel cuore della donna e di

lì, parla ed avverte.

— E se invece fosse la voce della nostra presunzione, del nostro

orgoglio?

— Oh! — gridò quasi Ninì, — se avessi ragione tu!...

Una donnetta che passava udì e si voltò, meravigliata. Ninì si mise a

ridere.

— Vedi — mi disse — diamo spettacolo. Ora; addio. Penserò a ciò che mi

hai detto. Mi hai fatto del bene. Ci vediamo in casa C. domani sera?

— Sì, certo. Sia ragionevole e non esserlo fuor di luogo. Ti voglio

bene. A domani sera.

Vita mondana · 第 11 / 25 题