— Allora, diciamo martedì eh? Va bene, martedì prossimo.
S'era al sabato.
— Martedì, ripetè Diana lentamente, come trasognata.
— Sì. — Martedì. — Sono stufo di star qui che non ne posso più e voglio
trattenermi un poco a Rezzano prima di andare ad Acqui. Anche tu hai
bisogno di cambiar aria. Sei pallidina, da qualche tempo in qua. A
Rezzano, se non altro, c'è un po' di gente, ora. Poi c'è Alberto, che
verrà a farci compagnia, inviteremo qualcuno, troveremo qualcosa da
fare. Vuoi che facciamo addobbare a nuovo quell'anticaglia del nostro
appartamento?
— No, disse Diana, trasalendo, no, lascialo stare.
— Oh bella! e perchè no? Credevo che voi altre donne aveste tutte la
manìa dei cambiamenti. Pare che tu sia un'eccezione. Ovvero, ti spiace
forse perchè colà abbiamo iniziata la nostra luna di miele?
Ed ammiccò, ridendo.
Una vampa passò sul volto di lei e gli occhi ebbero un lampo di uragano.
Egli continuava a ridere, canzonando sua moglie, trovandola bella,
sotto l'impeto di quel colpo di sangue, guardandola coll'espressione
speciale che tornava ormai sì frequente negli sguardi di lui.
— Suvvia! che bisogno ci è di arrossire a quel modo. Non già che
t'imbruttisca, sai. Eri bellina anche allora, un bocciolino di rosa,
con quell'arietta da educanda, ti ricordi? Ma adesso sei molto più
simpatica, e ti prometto che a Rezzano non te la passerai troppo male.
Sarà la nostra luna di miele N.º 2! No... che sciocca, non alzarti,
cos'hai?
Ma ella, malgrado l'ammonimento di Leone, s'era alzata e si dirigeva
verso l'uscio.
Egli volle trattenerla, ma Diana non cedette.
— Lasciami, ti prego, gli disse con voce fioca, non mi sento bene.
La guardò. Qualcosa, nel volto di lei, giustificava l'asserto.
— Cos'hai? Ti ha fatto male qualcosa a colazione? le fragole, forse.
— Sì... le fragole, mormorò Diana.
Diavolo! pensò Leone tornando in sala dopo aver accompagnato sua moglie
sino all'uscio della sua camera, che si ammalasse lei, ora!
*
* *
Ma Diana non si ammalò e il martedì la trovò pronta pel viaggio di
Rezzano.
Ell'era docile e quieta quanto si poteva desiderare. La tacita
riconciliazione pareva aver tutto sistemato fra quei due. — Al passato
non si alludeva mai. Leone non ci pensava più e forse non ci pensava
più neppur Diana. Il presente, col suo nodo gordiano, sì stranamente
aggrovigliato dalla fatalità, assorbiva tutte quante le facoltà
dell'anima sua.
Leone, dal canto suo, memore forse dei saggi consigli della suocera,
aveva avuto il buon senso di non accentuar troppo, presso Diana, la
parte di marito ravveduto. — È vero che Diana, col suo contegno non lo
incoraggiava soverchiamente, ma egli s'era fitto in capo che tutto ciò
potesse stare, finchè si stava alla Morletta. A Rezzano, poi...
Egli attribuiva il contegno riserbatissimo della moglie ad un miscuglio
di risentimento pei vecchi torti, ovvero ad un fermento di gelosia
retrospettiva e il suo amor proprio, lusingato, accettava facilmente
quella facile spiegazione. Supponeva altresì in sua moglie un'astuzia,
recentemente acquisita, di farsi valere, un'arte sagace di farsi
desiderare, una rivincita dell'amor proprio femminile sull'umiliazione
d'aver sì lungo atteso, nell'abbandono.
Quasi egli sapeva grado a Diana di essere diventata un po' più simile
alle altre, l'aveva tanto imbarazzato a volte, con quella sua cieca
fiducia, con quelle sue ingenuità dell'altro mondo!
Ma ora, interpretata così, a modo suo, Diana gli piaceva sinceramente.
Parola d'onore, era carina sua moglie, quasi quanto potrebbe esserlo la
moglie di un altro!
Ella era dunque già vestita pel viaggio e sedeva sotto l'atrio, nella
lunga poltrona chinese. Teneva fra le mani un grosso mazzo di garofani,
testè recatole dalla moglie del fattore.
Era assai pallida, una perplessità estrema si leggeva sul suo povero
volto.
— Diana! chiamò Leone dal giardino, sei pronta?
— Sì, rispose Diana, si va?
— Non subito, fa ancora troppo caldo. Ho detto che attacchino per le
tre. C'è un'ora buona e io vado col fattore, per certe cosuccie.
S'avviò frettolosamente, ma si trattenne tosto.
— Leone! aveva chiamato lei, con voce vibrata.
— Che c'è? chiese Leone attonito.
— Leone, ripetè la misera donna, supplichevolmente, lascia che
telegrafi alla mamma.
— A tua madre? Ma perchè?
— Per dirle di venir subito da noi... a Rezzano.
Leone guardò sua moglie come si guarda una bimba capricciosa ed
esigente.
— Di venir subito! Ma sei matta?
— No, non son matta. Credilo... Lascia almeno che le scriva di venire.
— Ma ti ripeto che sei matta! Non è stata qui or ora più di un mese?
— Non importa. Sarei così contenta. Non posso dirti... Ma tu se
sapessi... Leone!
— So che sei un bel tipo e che tutti i giorni ne inventi una nuova.
Neppure per idea. Verrà più tardi, quest'autunno. Ma per questi primi
giorni, non voglio gente in casa. Mi basti tu, hai inteso?
Ella aveva inteso. Non insistè. Ebbe un semi sorriso, indefinibile.
Leone era già andato pei fatti suoi col fattore.
Diana stava lì, sotto l'atrio, perchè non sapeva più dove stare.
Le sale a terreno erano già chiuse e le grandi coperte di tela
biancheggiavano come marmi di tomba, sui mobili accatastati al centro.
Al piano superiore le cameriere e la fattora scorazzavano pei corritoj,
accudendo alle ultime disposizioni della partenza. Si sentivano
sbattere degli usci e ogni tanto, l'aspro cigolìo delle grosse chiavi
girate nelle serrature dei grevi armadi di noce. Nell'atrio, già
denudato degli accessori, regnava un silenzio freddo e un'anticipata
malinconia di assenza.
Diana guardò l'oriolo. Appena suonate le due! Impossibile rimanere
colà per un'ora intera. S'alzò, depose sulla poltrona i garofani ed un
giornale che non aveva potuto leggere. Prese il parasole ed escì.
Errò alquanto nel giardino, passando svogliatamente pei sentieri
chiazzati dal tenace verde delle gramigne, giunse all'ombrosa
collinetta e vi fè sosta, appoggiandosi al parapetto che dava sul
fossato, al luogo stesso dove ella aveva avuto con sua madre il
colloquio a proposito di Leone e del suo ravvedimento.
Tutto era quiete e silenzio assonnato in quell'ora di pomeriggio. Non
faceva troppo caldo, era piovuto durante il mattino e il parapetto di
sasso serbava tuttora una tinta cupa ed una lieve umidità. Diana ne
risentì la sgradita impressione quando, appoggiati i gomiti sovr'esso,
prese a guardare attorno a sè, per l'aperta campagna.
Dinanzi a lei, dietro lo sforacchiato velame dei pioppi, la pianura si
stendeva a perdita d'occhio, solcata da una uniforme vicenda di gelsi
e di gabbe biancheggianti ad ogni lieve spirar del vento. Il fossato
era colmo per la recente piova e rifletteva luminosamente il cielo,
corso da grossi e lenti nuvoloni, tutti sporgenze di soffici candori
inargentati. L'azzurro assumeva nell'acqua una più turchina intensità
di tinte, ed i pioppi del margine si rispecchiavano capovolti con
un'esattezza fotografica, le foglie avevano una riproduzione dei loro
più intimi tremori. In quello stretto spazio d'acqua stagnante, capiva
tutta un'imitazione ideale di lassù e Diana ebbe una strana, assurda
idea di abisso celeste. Un fascino la prendeva dinanzi a quel miraggio.
Per un momento, contemplandolo, non pensò e fu quieta.
A un tratto, diè un guizzo. Aveva udito un fischio nella direzione
delle scuderie, laggiù dietro gli alberi.
Conosceva il significato di quel fischio. Chiamavano i palafrenieri per
approntare la carrozza pel viaggio di Rezzano.
Diana ripiombò bruscamente nella tortura del suo vivere, ebbe l'idea
netta, precisa della propria angoscia, la visione esatta di Rezzano, di
ciò che l'attendeva colà, inesorabilmente.
Pensò ad Alberto, lo vide colle bramose labbra in cerca delle sue,
colle mani cordialmente strette in quelle di Leone! E di nuovo il
dilemma crudele l'afferrò, la coscienza dell'imminente incontro con
Alberto al fianco di Leone, la certezza di non poter rinunziare
al bacio del primo, nè evitare quello del secondo. Pensò alle
torture che l'attendevano, alle proprie ribellioni di coscienza,
di sensi, d'immaginazione. Pensò che dovrebbe adattarsi, adottare
la insopportabile idea del duplice tradimento. Ovvero l'altra, la
prima, l'aperto scandalo, l'ignobile fuga coll'amante, la bassa
esistenza irregolare che la segregherebbe da ogni onesto consorzio.
E sulla soglia di quel tempestoso lembo di orizzonte purchessia,
ella vedeva alzarsi l'immagine terribile della madre, svergognata da
lei, insultata nei suoi principî, nell'educazione, nell'esempio che
le aveva dati, costretta a veder peccatrice la figlia ch'ella aveva
creduto impeccabile. Poi il castigo, scontato dalle sorelle, due stemmi
macchiati, un bianco velo infranto, un crocefisso infranto e più tardi
finalmente la punizione in agguato, un vago gesto di uggia, sfuggito
alla mano stessa di Alberto!
Un raccapriccio la vinse; la fece ripiegar tutta sovra sè stessa,
come una foglia verde che si accartoccia davanti alla fiamma. Il suo
pensiero trovava sbarrata ogni via di scampo.
Oh! se avesse potuto essere come le altre, fare come avevano fatto
loro, non pensare a Dio, nè alla coscienza, nè alla perdizione!
Ovvero attingere al pensiero di Dio, della coscienza, al terrore della
perdizione una forza più gagliarda e più efficace, la forza di amare
Leone o quella di odiare Alberto.
Attaccavano. — S'udiva lo scalpiccio dei cavalli, le risate e i motti
dei cocchieri che allestivano l'attacco. Un mozzo cantarellava: Oje
Carulì.
Certo, ell'era inesorabilmente condotta a degradarsi, per l'amore di
quei due. In entrambi lo stesso cieco egoismo si valeva dei diritti,
inconsciamente accordati. Lo stesso intento era scatenato in uno dal
codice e dal capriccio ravvivato, nell'altro dall'amore condiviso.
Quanto di appassionato e sublime esisteva nei suoi affetti, nella
sua cecità di attaccamento, pareva cancellarsi ora, nella feroce
bassezza della conseguenza, in quella soluzione che sarebbe sempre,
inevitabilmente una caduta. Per un secondo, ella odiò entrambi e
parimenti quei due, odiò la vita, odiò sè stessa per la violenza della
tenerezza che l'aveva strascinata sì lungi, sì fuor di strada, odiò
chi le aveva insegnata la bellezza del bene e la laidezza del male,
odiò i suoi sensi ribelli all'animo suo, odiò il suo sangue ardente e
il suo cuore appassionato, la sua viltà d'obbedienza all'amore. Tutto
era dunque più forte di lei, il bene ed il male, il dovere e la colpa
l'avrebbero dunque resa infelice dal pari inesorabilmente?
Le giunse all'orecchio un gajo scampanío di bubbôli. Mettevano le
sonagliere.
Ecco; glielo aveva detto la mamma... lì... a quel posto: Noi non siamo
fatte pel peccato, quand'anche peccassimo.
Certo; così era. Non valentía di sofismi, non ebbrezze di sensi, non
delirii del cuore varrebbero a cancellare in lei l'innato senso del
bene. L'amore la traeva alla colpa ed ella amava, irresistibilmente.
Un'altra cosa le aveva detto sua madre: Preferirei vederti morta.
Strinse le mani alle tempie, costringendo gli occhi all'insù. Vide il
cielo, ed ebbe un folle slancio dell'anima per quell'altezza lontana,
pura, senza macchia, senza ricetto pei bassi enigmi della vita.
Ma l'altezza sorrideva, insuperabile, nel vuoto! Ella pensò: Ora hanno
finito di attaccare. Poi chinò gli occhi verso il fossato. Vi ritrovò
il cielo e le nuvole, che si succedevano lente nel profondo. Ancora
le occorse il pensiero dell'abisso celeste ma prossimo, immediato,
accessibile. Una lontana idea scattò tetra e micidiale, in quella
povera mente turbata.
Prima di concretarla bene nel suo cervello, Diana gettò attorno uno
sguardo, quieto, attento, che interrogava. Attese. — Ma l'erba e le
piante vicine, la villa lontana, le farfalle vaganti, nulla seppero
risponderle.
Guardò ancora in giù. Nell'abisso celeste l'azzurro incupiva,
lumeggiato dall'argento delle nubi che s'indugiavano ora, come se
aspettassero qualcosa o qualcuno.
Diana sorrise.
Aspettano me... disse. E sali sul parapetto.
Non idea netta di suicidio. Più che altro, un'allucinazione, un supremo
bisogno di riposo, di fine alla lotta intima che la dilaniava. Le
parve che tutto l'attraesse, la invitasse là dentro, che il crudele
dilemma si sarebbe quietato nel suo capo, quando ella avesse adagiato
questo, mollemente, sul candore di quelle nubi. Pensò a sua madre che
preferiva vederla morta, pensò a Dio che certamente la capiva e perciò
le perdonerebbe il peccato commesso solo per salvarsi da un peccato
peggiore. Pensò ad Alberto e a Leone, complessivamente per così dire,
confondendo entrambi nell'infinito di un amore come lo si prova solo
agli ultimi momenti della vita, quando davanti alla morte vicina
galoppa un misterioso guastatore per farle la via e abbatte a destra
e a sinistra tutte le barriere onde sono segnati i vari comparti del
cuore. Così ella pensò a loro, con un ineffabile amore che già non
offendeva più alcuno.
Non volle spiccare un salto indecoroso nè che facesse strepito.
Si lasciò scivolare giù all'esterno, tenendosi alle colonnine del
parapetto. Solo quando sentì che l'acqua le lambiva i piedi, aperse le
braccia e si abbandonò.
Povera Diana! Non trovò l'azzurro nè le nubi fugate dalla sua caduta.
Trovò bensì l'acqua limacciosa, l'erbacce viscide, la fanghiglia fetida
e nera, gli immondi rospi spaventati. Trovò ancora l'impressione
e l'orrore della morte imminente ed ebbe un dibattimento folle
che l'aiutò ad annegare, mentre un disperato desiderio di vita la
richiamava a galla per ben due volte. La terza fu solo una mano di
lei che, bianchissima, tremò un secondo oltre il livello dell'acqua e
scomparve poscia ad un tratto, come una ninfea subitamente sbocciata e
subito sommersa.
Spiraglio.
Nella viuzza solitaria, ove s'indugiava l'ombra del mattino, il passo
del professore Lerskine risuonava alto e cadenzato. La vecchia moglie
del droghiere, seduta dietro la bacheca della sua botteguccia ed
intenta a far calza, non sollevò il capo udendo quel noto passo. Disse
soltanto fra sè e sè: — Sono le nove. Il forestiero va a far scuola.
Egli si recava ogni mattina, alle nove, all'Istituto tecnico e dava ai
giovani una solida lezione di matematica, qualcosa che s'imprimeva a
forza nelle menti più ottuse. La maschia bruttezza del professore, la
sua calma glaciale, il suo perfetto possesso della cifra, stavano bene
in cattedra ed imponevano un freddo rispetto, senza simpatia di sorta,
non scevro però da una specie di ammirazione involontaria. Ma fuori
dell'Istituto, lungi dai pochi luoghi ove egli insegnava l'algebra,
la geometria, l'inglese ed il tedesco, i suoi pregi di scienziato e
di linguista non bastavano più a salvarlo dall'antipatia diffidente
che ispirava l'individuo; lo straniero propriamente detto, che _vuole_
rimaner tale. Nessuno aveva voluto, o forse potuto stringere amicizia
con quell'uomo strano, indecifrabile che aveva degli occhi sì freddi,
dietro lo schermo degli occhiali azzurri.
Nella piccola città italiana ch'egli abitava da più anni e dove
spadroneggiava una grassa borghesia trafficante, segretamente alleata
ad un prepotente elemento clericale, contro un radicalume puerile e
piazzaiuolo, le opinioni nuovissime del Lerskine, la sua esasperata
filosofia di ribelle, non potevano trovare eco, nè sfogo. Perciò egli
le taceva colà. Non si sapeva se avesse, o no, legami di famiglia. Si
buccinava soltanto ch'egli fosse obbligato, per ragioni politiche,
a dimorare lungi dalla sua patria. Chi lo diceva russo, chi tedesco
d'origine. Era di mezza età; ma pareva quasi vecchio, coi suoi capelli
tra biondi e bianchicci, con quei grandi occhiali azzurri, che posavano
perpetuamente sul naso un po' rincagnato.
Egli si recava dunque all'Istituto, quando s'udì ad un tratto chiamare
forte, festosamente, dal lato opposto della via.
— Professore, signor Lerskine!
Alzò il capo, con un brusco moto. La voce gli era nota, ma gli tornava
tanto inattesa in quell'ora, in quel luogo, ch'egli dubitò per un
secondo. Pure, no... era proprio lei, una delle sue poche allieve di
tedesco, la più giovane e la meno studiosa fra tutte, Maria di Bruvo.
La giovanetta aveva da parecchi anni persa la madre. Il padre suo
possedeva una splendida villa nei dintorni e Lerskine soleva da più
mesi recarvisi due volte la settimana, per la lezione.
Maria di Bruvo traversò la via, raggiunse il professore e l'arrestò.
Sedicenne, non ancora bella, ma già attraentissima, colla grazia
enigmatica della sua età; fusione delicata e bizzarra di bimba
che finisce e di donna che comincia. Innocentemente audace nel suo
attillato costumino inglese, originalissima nella precoce disinvoltura
dei suoi modi, disinvoltura fatta ad un tempo di purezza e di
capriccio, dell'abitudine d'una grande libertà e di quella dell'omaggio
del prossimo.
— Mi son persa! — annunziò trionfalmente.
Lerskine non si commosse affatto.
— È sola? — chiese soltanto.
— Solissima. Oh! tutta una storia. La colpa è della cameriera, che
iersera non ha chiuse bene le imposte nella mia camera. Per cui,
all'alba, dallo spiraglio, una gran luce. Chi avrebbe dormito più?
M'alzo, apro la finestra, vedo uno splendore di mattino!... Mi vien
subito una famosa idea, una trottata coi miei cavallini e col _panier_.
Mi vesto, scendo in scuderia. Pietro, sa bene, il nostro vecchio
cocchiere, mi fa delle prediche, ma io ho detto «voglio così.»
Battè sul lastricato, forte, col piedino. Tic, tac, categorico
imperativo. E proseguì:
— Guidavo io, s'intende. Si filava, oh, una cosa divina! Senonchè,
sul più bello, un carro di melloni, con un mulo..., s'immagini! Il
carrettiere ubbriaco, credo. Insomma, un urto tremendo, un crac di
carro e _panier_. Pietro bestemmia, il carrettiere bestemmia; si scende
tutti. Niente, non s'era fatto male nessuno; ma il _panier_ aveva avuto
la peggio; rotto un parafango, stortato un montatoio, che so io. Allora
s'è dovuto venire in città, per le riparazioni immediate. Pietro ha
promesso di tacere, ma se papà vedesse il _panier_ in quello stato,
sarebbe capace di proibirmi di guidare, e allora..., capisce?
Lerskine accennò che capiva, chinando il capo.
— Siamo andati all'Albergo dei Tre Re, — continuò Maria, — e il fabbro
ha detto che ci volevano almeno due ore e mezzo. Pensi, che gusto!
Una noia, a quell'Albergo, un puzzo di scuderia, d'untume! La padrona
che mi voleva tener compagnia, immagini; una folla di villani, che mi
guardavano come la bestia rara. Me ne sono andata a zonzo per la città,
_flânant_. Oh Dio, scusi, come si dice in italiano? Alla lunga, però,
mi seccai, e, ad un tratto, m'avvidi di non raccapezzarmi più in quel
dedalo di stradette sudicie. Cominciavo a disperarmi, quando vidi lei.
Un faro nella tempesta, quei suoi occhiali turchini!
E Maria rideva di gran cuore, nella sua contentezza.
Egli, con un sorriso forzato, si mise a disposizione della signorina.
La signorina non fece cerimonie.
— Grazie, professore. E questo benedetto Albergo è lontano, nevvero?
Non ce ne sarebbe un altro qui accanto?
— No.
— Un _restaurant_, un caffè?
— Neppure.
— Dio, che paese! Come fare? Sono stanca e ho un appetito feroce.
Lerskine non suggeriva nulla. Guardava con bizzarra attenzione quella
personcina minuta, fremente d'incertezza e di noia.
A un tratto, essa gli chiese:
— Oh, scusi, lei dove abita?
— Qui — rispose l'altro, accennando al fondo della viuzza.
Maria battè le palme, festosamente.
— Ma allora, va benone; andiamo a casa sua.
— A casa mia? — echeggiò Lerskine, con una specie di subito sgomento.
— Oh bella! perchè no? A meno che, — soggiunse la giovanetta,
coll'altera prontezza, della signora che teme d'essere stata
indiscreta, — a meno che ciò non avesse a recarle il menomo disturbo.
Egli si morse le labbra.
— Vuol favorire? — disse subito — è qui a due passi.
Due passi, veramente. Una casetta piccina, il primo uscio, tre scalini
da salire, poi una porticina a vetri, colle cortine di un vecchio
tulle di cotone ingiallito. Nell'aprirsi, quella porticina suscitò uno
scampanellío.
Il Professore introdusse la sua allieva in uno stanzone nudo, con
due finestre, colle pareti imbiancate. Un ampio scrittoio di noce,
sul quale regnava un disordine di libri e di fascicoli. Presso allo
scrittoio, un grande seggiolone di cuoio. Addossato alla parete di
faccia, un divano largo, massiccio, con due tiratoi alla base. A
destra, un lavabo e una guardaroba; a sinistra, un tavolino ed una
credenza a vetri. Sul davanzale del camino, molti libri ammonticchiati,
una conchiglia rosea del mar d'Azof e due candelabri d'ottone.
Null'altro.
Maria corse a crogiolarsi nel seggiolone, con un profondo sospiro di
sollievo. Poi si mise a ridere, tutto ciò la divertiva un mezzo mondo.
— Aaaah!... Come si sta bene qui! Ella ci passa molte ore, nevvero?
— Molte.
— Si capisce. Questo è il suo studio?
— Non è soltanto il mio studio, è tutta la mia abitazione.
— Questa stanza sola?
— Questa.
Maria si voltò rapidamente, percorrendo tutto quanto il locale, collo
sguardo indagatore. Cercò un istante, per mero istinto di gentilezza,
qualcosa che potesse meritare un complimento, purchessia. Ma questo
solo solo potè dire: — C'è una gran luce. — Infatti, così era.
— Perdoni, — chiese poscia, — allora lei dorme?...
— Dormo sui... — disse Lerskine, con una specie d'acre e calma
compiacenza. — Quello è il mio letto — soggiunse accennando il divano.
— Quello? — ripetè Maria, guardando con viva curiosità il mobile a due
usi. Non ne aveva mai veduti.
— Vi si dorme bene? — chiese poscia.
— Benissimo.
— Ah, davvero?
Tornò a nicchiarsi nel seggiolone, frenando un piccolo sbadiglio
nervoso. Poi, spinta da una subita curiosità, prese a rovistare
nei libroni. N'accostò uno, l'aprì, e lo respinse con una comica
smorfietta.
— È in tedesco! — sclamò. — Ma oggi, niente lezione. L'ospite è sacro,
nevvero?
— Certo, — rispose Lerskine lentamente.
— A proposito, son già due volte ch'ella manca alla lezione. E, a
farlo apposta, giovedì scorso avevo fatto il dovere. Parola d'onore, mi
spiacque, quasi, ch'ella non fosse venuto. Oh perchè non è venuto? Non
si sentiva bene?
Egli esitò per un secondo, poi mormorò:
— Infatti.
— Mi spiace. Ma ora sta meglio, nevvero? E quest'altro librone?
vediamo. Oh questo non è in tedesco. Russo, probabilmente. Come sono
curiose queste parole. E un poeta?
— Già, — diss'egli con acerbo sarcasmo. — Un poeta — Bakunine.
Maria non fè cenno alcuno. Quel nome formidabile giungeva ignoto alla
sua spensierata, ignoranza.
— E quell'altro laggiù, così ben legato?
— Lassalle.
— Ah. E quello rosso, là, in fondo?
— Hertzen.
— E questi giornali?
— _Zemlia y volia_.
— Perdoni.... ha detto?...
— _Zemlia y volia_ — ripetè egli.
— Oh, che nome buffo... Cosa vuol dire? Oh, non importa. Ma quanto
è carino il russo! Vuole insegnarmelo, professore? Già, pel tedesco,
è inutile. Ho una testa refrattaria, come dice papà. Ed io compiango
lei... di cuore.
— Mi compiange. E di che? — chiese Lerskine, con uno scatto, impetuoso
ed amaro.
— O bella... la compiango d'aver un'allieva della mia forza. Mi
conosco, sa?
La fanciulla diceva il vero. Traversava un periodo di umiltà schietta e
bonaria. Provava un confuso pentimento della propria negligenza, delle
leziose ostilità colle quali essa soleva mascherare la sua avversione
allo studio e vendicare la segreta soggezione che le ispirava il
maestro. Sino a quel giorno aveva trovata uggiosa, insopportabile
quasi, la compagnia di quel severo pedagogo; non gli perdonava di
non rider mai durante la lezione. Ma ora, in quel povero stanzone, la
colpiva un'intuizione vaga della forte e misera esistenza di colui,
una segreta pietà del suo isolamento, delle privazioni patite, della
tolleranza colla quale egli aveva sopportati i suoi capricci, la sua
pigrizia smorfiosa, sempre a caccia di pretesti. E il digiuno, il moto
prolungato, la lunga trottata, le mettevano addosso uno spossamento
molle, una grande facilità ad intenerirsi e ad effondersi.
— Professore... — disse, porgendo la mano a Lerskine, con un abbandono
sorridente.
Egli prese quella mano, non la strinse. La lasciò andare subito, ma non
bruscamente.
— Creda, non è già... — disse Maria.
Uno sbadiglio nervoso, irresistibile le mozzò la parola, ed ella
appoggiò la testina allo schienale, come una persona stanchissima o
presso a venir meno.
Egli vide scolorirsi quel visetto soave. E con una voce sommessa, più
giovane di quella solita, una voce in cui vibrava uno sgomento, le
chiese premurosamente:
— Cos'ha?
Ella rise, arrossì, esitò. Poi disse, colla dolcezza d'una confidenza:
— Ho fame. Professore, ho fame.
Egli sorrise pure. Un sorriso buono, trionfante, che illuminò tutto il
suo volto.
— Le piace il latte? — chiese alla giovinetta.
— Se mi piace? Ma l'adoro. Ne avrebbe, per caso?...
Lerskine non rispose. Corse alla credenza, l'aprì con impeto, ne trasse
un bricco colmo di latte, poi un piccolo servizio di caffè e latte,
già pronto su di un vassoio e corredato di tre panini. Con un gesto
energico respinse a rifascio, sullo scrittoio, libri e giornali; poi
sullo spazio sgomberato, davanti a Maria, posò il vassoio.
Ella mandò un piccolo grido di gioia, qualcosa che somigliava al rotto
spionciare d'un passerotto al quale si getta del miglio. Si rizzò a
sedere, rinvigorita, battendo festosamente le palme.
— Allora... permette? — chiese al Professore.
Questi non rispose, ma prese a mescere il latte nella tazza. Ed una
strana gioia, quasi dolorosa, gli morse subitamente il cuore, mentre
Maria addentava un pezzo di pane.
Ella non faceva complimenti. Spinta dal prepotente appetito dell'età
sua, mangiava di lena, interrompendosi ogni tanto per rivolgere al
Professore qualche chiacchieretta gentile e lieta. Il suo sguardo
s'era ravvivato; essa stava ritta sulla persona, e un lieve color di
rosa saliva sulle sue guancie. Lerskine, invece, si faceva sempre più
pallido. S'era tratto in disparte, per lasciarla in libertà, e per la
coscienza d'un'impressione indefinibile, che gli rendeva intollerabile
quello spettacolo. La guatava da tergo, con certe occhiate
strane, formidabili, ove una specie di cupa estasi si confondeva
coll'irritazione. Finalmente, con uno sforzo irresistibile, e che gli
costò pure uno spasimo, egli afferrò il cappello e si diresse verso la
porticina.
Maria si voltò rapidamente.
— Va via? — chiese con accento di rammarico.
Lerskine rimase come inchiodato sulla soglia.
— Sì — disse. — Mi perdoni, se la lascio... Ma devo... bisogna ch'io
vada.
— La prego — interruppe vivamente la giovane — non faccia complimenti,
non si dia pensiero di me. Ho rimorso di averle già arrecato tanto
disturbo. Sono una vagabonda indiscreta.
Inesprimibilmente attraente, la vagabonda indiscreta, colla sua
faccetta biricchina, tutta un sorriso, colle labbra semiaperte,
sulle quali s'indugiava il biancheggiamento perlaceo di una goccia di
latte...
Una lieve contrazione passò sul volto del Professore. Egli girava e
rigirava il manubrio dell'uscio. Subitamente, si spiccò dalla soglia
e venne a piantarsi, grave, massiccio, a fianco di Maria. E la sua
voce vibrava cupa, intensamente accentuata, mentre egli rivolgeva alla
Contessina una bizzarra domanda.
— Contessina... ella dunque non _ha paura_?
Maria depose la tazza sul tavolino. Poi, sollevando verso quell'uomo la
serenità attonita del suo sguardo:
— Paura!... — disse — Di che?...
Un secondo di silenzio, durante il quale Lerskine trasalì, ma
impercettibilmente, come avrebbe trasalito, in Siberia, sotto un colpo
di knut.
— Ah! capisco — proseguì Maria ridendo — Ella crede ch'io abbia paura
a restar sola. Ma le pare!... Ci sto tante ore, sola, in camera mia.
Piuttosto, se qualcuno venisse a cercar di lei, che devo dire?
— Non verrà nessuno, — rispose l'altro sommessamente.
— Allora, va benissimo. Ella non si prenda pensiero di me. Abbia solo
la bontà d'insegnarmi la via più breve per tornare al grande Albergo
dei Tre Re.
— Andrò io stesso, se crede, all'Albergo e dirò che la carrozza passi a
prenderla qui.
— Gliene sarei proprio grata. Ella m'ha ridata la vita con questo
delizioso asciolvere. Ma ora sono tanto stanca... tanto!... Non ne
faccio più di queste imprese... sa? Ella vada, dunque. Ma tornerà,
nevvero, prima ch'io vada via?
Lerskine chinò il capo, e Maria gli porse la mano, ch'egli prese,
strinse nervosamente, una, due, tre volte. Ebbe anche l'impulso
di baciarla, ma questo represse sì prontamente che la giovane non
l'avvertì neppure.
S'allontanò rapidamente. — Se si annoia, — le disse da lungi — quando
fu presso all'uscio, — là..., dietro gli altri, ci sono dei libri
francesi.
Escì, ma si trattenne ancora sul primo gradino, mentre il suo sguardo
tornava ostinatamente indietro. E così, dietro le trasparenze del
cristallo e della cortina, egli vide, una bianca figuretta di fanciulla
seduta al suo scrittoio, vide due manine impazienti che frangevano
l'ultimo pane!... Digrignò i denti, scese la brevissima scala. Dapprima
camminò lento, posato, come al solito. Ma allo svolto della via, prese
a correre, come se fuggisse.
Passò all'Istituto, per scusarsi della mancata lezione. Passò
all'Albergo dei Tre Re, e accennò al cocchiere di casa Bruvo il luogo
preciso ove la carrozza dovrebbe recarsi a prender la signorina.
— Sì, signore, — rispose Pietro. — Ma ci vorrà ancora una buona
mezz'ora.
— Per lo meno — confermò il fabbro tuttora affaccendato attorno al
_panier_.
Lerskine non fece commenti. Un cenno di capo e via.
Camminava lento, ora. Ma le sue gambe muscolose parevano muoversi,
meccanicamente, contro il voler suo, verso una nota direzione, verso
casa. Più volte egli mutò strada, ma un sottile tradimento dei propri
intenti lo rimise sempre nel retto cammino. E quasi senza saperlo,
si trovò finalmente nella viuzza, affatto solitaria, e vide da lungi
le finestre della sua dimora. Rallentò bensì il passo, con un feroce
sforzo di volere, ma due minuti bastarono per condurlo sino a quella
dimora. S'arrestò, ansante, cercando di raccogliere le proprie idee, di
ribellarsi contro l'incerta bramosia che le andava scompigliando ogni
momento più.
Gli parve d'esser forte, e disse imperiosamente a sè stesso: — Va!
Andò. Giunto al secondo uscio.... picchiò sommessamente, come avrebbe
picchiato all'uscio d'un estraneo. Attese, non ebbe risposta.
Invaso da un'inquietudine, spinse l'uscio; ma sì lievemente che non
suscitò il solito scampanellio. Il campanello interno ebbe solo una
sorda oscillazione. Lerskine entrò, in punta di piedi.
Il suo sguardo volò allo scrittoio, ma subito si rimosse e corse
ansioso per tutta la stanza, in cerca di Maria. Un insano spasimo
traversò, come un lampo, l'animo del Professore, ma solo per dar luogo
ad un non meno insano succedersi di gioia..., poi d'ira appassionata.
No... essa non era andata via. Era sul divano e dormiva!...
Naturalissimo ch'egli non l'avesse subito veduta. Stava nicchiata,
tutta raccolta colla personcina, nelle profondità del mobile: a due
usi. Non coricata, poggiata soltanto nell'angolo formato dal cuscino
di spalliera e da uno dei laterali, sorretta così nella vita, ma col
capo reclino a destra, sì che il profilo delicato spiccava, cesellatura
vivente, sulla cupa tinta della stoffa. I capelli, un po' arruffatini,
gettavano una carezza d'ombreggiatura sulla fronte. Il busto, magro
ancora, ma già modellato dalla casta femminilità verginale, si
sollevava e si abbassava, col ritmico ritornello del sonno calmo e
sano. Nessun disordine nell'abbandono di quell'assopimento, pieno d'una
compostezza riposata e fiduciosa.
Una mano posava leggiadramente sul petto, l'altra giaceva fra le pagine
d'un libro semichiuso e che dal grembo della dormente era evidentemente
scivolato lungo il suo fianco destro. Essa dormiva sodo, colle labbra
socchiuse e l'atmosfera tutta della camera pareva vibrare dolcemente
della sommessa armonia del suo respiro.
Lerskine si accostò cautamente al divano. Gettò un'occhiata sul libro.
Era il _Contratto sociale_ di Rousseau. Essa l'aveva preso a caso fra
quelli da lui accennati, e naturalmente, non ne aveva capito nulla.
L'arida noia di quella lettura, la comoda posizione sul divano, la
stanchezza eccessiva, la solitudine, il silenzio della casa e della
via; tutto aveva contribuito al sonno repentino di Maria. Come poc'anzi
l'appetito, così l'aveva testè sopraggiunta il sopore, insidioso e
prepotente. Ed essa non aveva lottato, aveva reclinato un pochino più
il capo sul cuscino, e s'era addormentata. Nulla di più evidente, nulla
di più semplice.
Infatti; nulla di più semplice. Ma l'ospite, il padrone di casa, era
tornato, e lei non s'era destata. Egli le era presso, la guardava
senza testimoni... solo con lei, in preda ad una specie d'estasi
febbrile, combattuta ed avvivata ad un tempo da una collera sorda, che
cresceva... cresceva a dismisura.
Dalle aride labbra di lui escivano dei rotti e sommessi accenti, quasi
un selvaggio brontolio di orso, che vede invasa la sua tana da una
bianca cucciolina. Un'ira impetuosa, nera, lo assaliva, un'ira spietata
verso sè stesso, per l'onta delle sue emozioni, per la vergogna del
suo turbamento, di quel fascino maledetto ch'egli provava, e non
già per la prima volta...! Sin dalle prime lezioni, la grazia e la
bellezza di Maria, la sua capricciosa purezza, la sua intelligenza
sbrigliata e pure tanto casta, avevano scosso il Professore, avevano
insultata la sua sprezzante serenità d'uomo attempato, avevano ferito
a morte il suo triplice orgoglio d'uomo povero, di sapiente e di
ribelle... Così era stato punito della sua sovrumana alterigia di
novatore, che vuole sopprimere l'individuo in sè stesso, immolandosi
all'entità sovrana d'un principio sovversivo. Ebbro di quel nulla, in
fondo al quale sognava confusamente un tutto, Lerskine aveva ad esso
sacrificata la sua patria, la sua famiglia, l'orizzonte delle passioni.
Era giunto così sino ai quarantanni. Allora... allora soltanto egli
aveva incontrata la brutale ironia del suo destino. Una follia l'aveva
colto a tradimento. Una passione era nata in lui, una di quelle folli,
rabbiose incongruenze del cuore che lo dilaniano, lasciando intatto
il retto senso delle cose, che straziano e non acciecano, che destano
a un tempo lo spasimo dell'amore e l'indignazione di provarlo. Certo,
così era! Ignazio Lerskine amava Maria di Bruvo, la sua indocile ed
ignorante allieva.
Aveva subito avvertito quell'amore, prima che niun altro al mondo
avesse potuto concepirne il più lontano sospetto. Avvertitolo, aveva
subito pensato al _suo_ rimedio: sopprimere. Cessare repentinamente le
lezioni. Non vederla più. E quella sarebbe la fine, il _nihil_ della
sua passione.
Senonchè, la cosa era andata altrimenti. Egli s'era invano astenuto dal
recarsi alla villa, il caso aveva ricondotta presso di lui l'abitatrice
della villa. La fanciulla ch'egli non voleva più rivedere era venuta a
lui, gli aveva stretto la mano, gli aveva chiesto il pane ed il sale,
era ospite in casa sua. Ell'era venuta, senza paure, senza intenti di
sorta. Nella desolazione della sua solitudine, in quel buio covo di
biechi pensieri e di sogni formidabili, essa aveva recato lo scompiglio
e l'antagonismo della sua dolce presenza, la macchia abbagliante della
propria luce, l'oltraggio sanguinoso e sorridente della sua calma
perfetta. Pura come una neonata, provocante, ben più d'una cortigiana,
nella sua divina e folle imprudenza, essa era venuta, inconscia, non
chiamata, a stuzzicare la belva nel suo rifugio. In quell'incendio
silenzioso, soffocato sotto la cappa d'acciaio di un volere indomabile,
essa era venuta a dar aria, a rimuover la brace, ad attizzare la
fiamma... Ma essa nulla sapeva di tutto ciò. Dormiva... sul divano a
due usi, sognando forse dei lieti sogni, sotto lo sguardo, caldo come
il vento del deserto, dell'uomo che l'amava e che non temeva nè Dio, nè
gli uomini, nè la morte...
Nessuno potrebbe dire ciò che passò nella mente di lui. Nessuno. La
tempesta si scatenava, ecco tutto!
A un tratto, l'atmosfera parve farsi irrespirabile nella camera, il
silenzio divenne subitamente tragico, nell'incerto orrore d'un'attesa.
Gli atomi luminosi di polvere, cozzanti nei vani soleggiati delle
finestre, ebbero un folle rivolgimento di rotazioni, come se due fluidi
avversi s'urtassero combattendo nell'aria, come se uno spirito custode
l'agitasse violentemente, collo sbattere dell'ali fuggenti...
Lerskine guardava sempre la fanciulla. Un lungo brivido corse tutta la
sua persona. Egli si irrigidì... reagendo contro quel brivido. Le sue
mani potenti, vellose, imprigionò fortemente l'una nell'altra, con uno
stiracchiamento convulso dei muscoli.
La guardò ancora... ancora... La bocca di Lerskine ebbe un
contorcimento sublime e grottesco... il _rictus_ d'un sorriso di
sprezzo. Poi... egli corse all'uscio, l'aperse al suono d'una violenta
scampanellata, e s'accampò sulla soglia, colla mossa di chi entra.
Maria si destò di botto. — Per un secondo rimase immobile, come
trasognata, guardandosi attorno. Poi si rammentò. E, mal desta ancora,
prese a ridere.
. . . . . . .
Lerskine si diresse lentamente verso lo scrittoio. Giuntovi, s'appoggiò
col palmo della mano ad uno dei grossi libroni... quello forse a
proposito del quale Maria Bruvo aveva detto poc'anzi, ridendo: —
L'ospite è sacro.
Con voce ferma e fredda, il Professore annunziò alla giovane il
prossimo giungere della carrozza. Poi: da quel rustico pedante ch'egli
era, cadde pesantemente a sedere sul suo seggiolone e prese a sfogliar
dei giornali.
La carrozza giunse infatti, pochi minuti dopo. Allora soltanto
egli s'alzò, mentre Maria, senza celare la sua fretta di lasciare
quella dimora ospitale, ma poco divertente, si assestava in testa il
cappellino.
Se non che, la giovinetta, giunta presso alla soglia, si tratteneva
ancora, per ringraziare l'ospite. E il delicato istinto della
cortesia le metteva in bocca delle frasi leggiadre, ch'ella musicava
inconsciamente colla voce.
— No, non scorderebbe mai quanto egli era stato buono per lei. Sperava
di non avergli arrecato troppo disturbo. Ora, poi, voleva correggersi
davvero della sua pigrizia, mettersi a studiare sul serio. Egli se ne
avvedrebbe subito, alla prossima lezione.
Lerskine scosse il capo.
— Le nostre lezioni sono finite, — disse freddamente.
— Finite! — sciamò la giovane — finite! Ma perchè?
Il Professore frenò un piccolo tremore nervoso ed alzò alquanto le
spalle.
— A cagion mia? — continuò impetuosamente Maria, — per la mia
negligenza?... Ma ora muterò... glielo prometto.
Colla dolcezza irresistibile del suo sorriso essa stese al Professore
la mano, quasi arra della promessa.
Egli si sentiva nuovamente inferocire davanti a quella cieca insistenza.
— No... — mormorò.. — non per lei...
— Allora, — chiese ella ancora, vieppiù dolce, vieppiù insistente, —
allora... perchè?
Un'esasperazione lo vinse. Con un gesto rapidissimo, pazzo, egli
sollevò sulla fronte gli occhiali. Dalle pupille grigie, giovani,
maschie, scaturì, libero e brutale, il fuoco dei suoi sguardi...
Piombò, si confisse nel volto della giovane subitamente sbigottita,
come gli artigli del falco sulle carni della sua preda. Per un
secondo, quello sguardo la possedette. Poi, su quel furioso balenìo
d'incandescenze, ricadde, smorzandole d'improvviso, il velo dei
cristalli azzurri.
— Perchè vi odio! — disse Lerskine a voce alta e chiara, aprendo
l'uscio innanzi alla giovinetta.
Più tardi, quando conobbe l'amore, Maria si rammentò di quell'odio. Se
ne rammentò con un sorriso e con un fremito.
Zenit.
Eravamo in aprile: io aveva diciotto anni e mi trovavo al mercato.
Colla nostra servetta, ben inteso.
Avevo fatto felicemente (almeno così mi parve) la nostra piccola
spesa di famiglia, ed esaurita la lista degli acquisti prescritti da
Camilla. Pure, non so come, mi rimanevano in mano cinquanta centesimi.
Caso rarissimo, più unico che raro, poichè Camilla non sbagliava
_mai_ i conti. Ma, stavolta, s'era sbagliata; la cosa era evidente,
ed io serrava forte fra le dita i cinque soldoni, lottando coll'aspra
tentazione di spenderli a modo mio, di darli, cioè, alla fioraia
dirimpetto, in cambio di _tutti_ i suoi lillà bianchi.... cinque grossi
ramoscelli, ch'essa vendeva dieci centesimi l'uno.
Nervosa, m'indugiavo davanti al banco, lottando onestamente contro la
violenza di quella tentazione. Immaginavo la canzonatura pungente di
Albertina, il sorriso di compassione che avrebbero scambiato Camilla e
Lidia. Avrei potuto, con un soldo o due, comperare una quantità quasi
equivalente di violaciocche e di rosmarino. Ma la tentazione consisteva
appunto nell'alto valore dei lillà, nella loro superba e pallida
uniformità di tinta, nella squisita finezza della loro leggiadria,
nell'acuto e sottile profumo che solo li tradiva in mezzo ai forti
odori, alle forti chiazze di colore di tutto ciò che li attorniava. Dio
mi perdoni, non seppi neppur tirar di prezzo! Un'audacia mi vinse, un
desiderio irresistibile d'esser felice, comperandoli. Li comperai.
Quando li ebbi, quando sentii ch'erano miei, quando il violento
profumo salì direttamente dalle mie nari al cervello, allora persi
ogni scrupolo, scacciai ogni rimorso. Mi avrebbero sgridata. Ebbene;
pazienza! Ma era tanto tempo che sentivo il bisogno d'una gioia
cosiffatta, d'un piacere delicato, intenso, tutto mio! Ero gloriosa
ora, fiera della mia stravaganza. Traversai il mercato quasi a corsa,
stringendomi sul petto il mio tesoro d'olezzi, con una gran letizia
esaltata. Camminavo come sulle nuvole, leggermente inebriata, non so
bene se dal tepore dell'aria, dallo splendore del mattino, dal profumo
dei miei fiori o da quello dei miei diciotto anni.
Forse un poco di tutto ciò.
Quando fui presso alla nostra piccola casetta però, smisi alquanto
di quella folle baldanza. Già; ora bisognava sentir loro.... Il cuore
batteva un po' più forte del solito. Camilla.... che direbbe Camilla?
Camilla non era a terreno quando rientrai. Corsi rapidamente nel
salotto per mettere subito in fresco i miei fiori. Ma in salotto c'era
Albertina, che s'immaginava di spolverare i mobili. La bimba mi guardò
un momento, guardò il mio grosso mazzo. E subito escì, trascinandosi
frettolosamente, colla gambetta zoppa. Ahimè, non c'era il minimo
dubbio, essa andava a _dirlo_ a Camilla.
Dio!... che tormento era alle volte quella povera piccina! Pure era
il nostro idolo, la reliquia vivente di nostra madre, morta nel darla
alla luce. Era malaticcia, e papà non tollerava la vista d'una sua
lagrimuccia. Bellina tanto di viso, aveva tanta grazietta morfiosa,
sapeva sì bene approfittare dei suoi tristi privilegi! E aveva una
linguetta quella bimba!... una linguetta!...
Non m'ero ingannata, pur troppo. Camilla scese poco dopo, proprio
al momento in cui io, disponendo sul tavolo di cucina i miei
acquisti gastronomici, mi avvedevo, con vero terrore, d'aver per
l'appunto scordato il cavolfiore che Camilla mi aveva _specialmente_
raccomandato. Ciò spiegava la misteriosa rimanenza dei cinquanta
centesimi. Ma che direbbe Camilla, gran Dio, che direbbe!
Pel momento, Camilla non diceva nulla. La sorella maggiore, la
Saviezza, come la chiamavamo noi, abbracciava, col suo sguardo d'aquila
sagace, l'assieme delle provvigioni. E a farla apposta, per mia
disdetta, una brezza improvvisa, che veniva dal giardino, recava in
cucina, passando dal salotto, l'olezzo dei miei poveri fiori. Camilla
aveva già avvertita l'assenza del cavolfiore, e il suo naso lungo e
magro aspirava il profumo delatore dei lillà. Io teneva chinati gli
sguardi, il mio cuore batteva sempre più forte.... Ora, ora.... diceva
ironicamente quel cuore turbato.... ora viene il buono.
Ma il buono, non venne.
Forse la mia dolorosa confusione impietosì Camilla, forse era scritto
che nulla, nulla al mondo dovesse turbare il ricordo di quel giorno.
La Saviezza sorrise e disse soltanto: — Cos'hai fatto, balorda?
Non dissi quel che avevo fatto, ma feci qualcosa, nell'eccesso
della mia gioia, per quella insperata indulgenza. Corsi presso
Camilla, l'afferrai alla vita, la baciai con veemenza in volto, poi,
trascinandomi dietro quella Saviezza incomparabile, volteggiai in su
e in giù per la stanza. Mia sorella, stordita da quel ratto inatteso,
non oppose dapprima resistenza di sorta. Ma, subito dopo, la sua lunga
persona si ribellò, si fe' rigida ed ella si sciolse bruscamente dalla
mia stretta.
— Cos'hai — chiese — sei matta?
— Sì — risposi con trasporto. — Ma è così piacevole esser matti!
La Saviezza mi guardò, attonita.
— Dovresti piuttosto — disse con un subito ritorno all'usata severità —
non perder tutta la mattina a questo modo. Sai che c'è tanto da fare.
Innegabile! c'era tanto da fare! Pettinare Albertina, farle recitar
le lezioni, aiutar Bettina a far le camere, ad allestire la colazione.
Ma, quel giorno, tutto ciò mi pareva facile, gradito a farsi. Schizzavo
di qua e di là, ridendo e cantando. Sotto le mie mani, i letticiuoli
rifatti diventavano lisci e tesi come tavoli da bigliardi, le ciocche
indocili di Albertina diventavano treccie solide e garbate e la bimba,
divertita dai miei pazzi racconti e dai vivi dialoghi ch'io facevo
tenere ai suoi codini d'oro, scordava d'imbizzirsi e di strillare. Così
che, prima ancora delle undici, Albertina aveva recitata con pochissimi
errori mezza la storia di Ruth, le stanze eran tutte all'ordine, e la
colazione di papà era pronta. Pronto pure il suo tavolino, e su questo
il giornale scientifico, gli occhiali, la papalina ricamata da noi e
destinata a quella serena testa di scienziato, che il dolore, i crucci
della vedovanza e le lunghe fatiche intellettuali avevano fatto sì
presto incanutire.
Papà giunse un po' più tardi del solito. Io era tanto lieta quel
mattino che non mi meravigliò affatto il ravvisare sul volto di lui
l'espressione d'una gioia inusitata e misteriosa. Appena entrato,
gli gettai le braccia al collo. Credo anche che, baciandolo, gettassi
inconsciamente un piccolo grido di gioia. Può essere.... ero capace di
tutto, quel giorno!
Egli non mangiava, non si metteva la papalina, non aveva neppur rotta
la fascia del giornale, non ancor chiesto come aveva dormito la bimba.
Lidia era testè entrata, e Camilla aspettava, ritta, col piatto in
mano, pronta a servir la colazione.
Egli ci guardava, interrogando con arcana compiacenza le nostre mal
frenate curiosità. Finalmente disse:
— Oggi abbiamo gente a pranzo.
Una gamma variata di oh! echeggiò nel salotto. Camilla mise un sospiro
lieve, ma irrefrenabile, e mi guardò. I miei sguardi ignoravano
ostinatamente quelli della Saviezza. Ma sapevo ciò ch'essi, cercandomi,
mi gettavano sulla coscienza: l'oblìo del cavolfiore, lo sperpero dei
cinquanta centesimi!
— Quante persone? — chiese poscia Camilla, grave, pensando già al da
farsi.
— Una sola — rispose mio padre. — Ma occorre un pranzo finito; cinque
piatti, dolci, _dessert_ e Marsala.
— Ma papà.... papà! — esclamò Camilla, atterrita.
— Forse — continuò papà tranquillamente — forse sarebbe meglio il
Bordeaux. Ma è d'uopo che sia un pranzo signorile, come li mangia lui,
ogni giorno, a casa sua.
Una specie di grandioso sgomento invase gli animi nostri, una curiosità
febbrile di sapere chi fosse questo misterioso visitatore che mangiava
ogni giorno cinque piatti.... E il dolce, in più.
— Ho capito — disse Lidia. — È il Rettore.
— No.... assai più.
Ella tacque un momento, pensando. Poi, trionfalmente:
— Il Provveditore agli studî.
— No — ribattè papà.
Poi, incapace di tener più a lungo celato il suo glorioso segreto,
gridò con esplosione d'orgoglio e di gioia:
— È Folco! Folco di Roccalba!
Nessuno rispose. Fu un vero sbalordimento di meraviglia e di letizia.
Se ci avessero annunziata la visita di Re Umberto in persona, colla
corona in capo e lo scettro in mano, non avrebbero potuto destare in
noi impressione maggiore. Assolutamente no.
*
* *
Dovevamo tutto ai Roccalba.
In un certo senso, noialtri giovani dovevamo loro persino il
privilegio di esistere, poichè è indubitato che, senza l'impiego da
essi ottenuto a mio padre e la dote da essi fatta a mia madre, papà,
allora precettore in casa Roccalba, non avrebbe mai potuto permettersi
il lusso di un matrimonio colla giovane maestrina di musica, ch'egli
amava in silenzio da cinque anni. E chi aveva fatto il corredo alla
mamma? Chi le aveva regalato quel famoso pianoforte di Tomascheck che
noi tenevamo in sala, colla coperta di flanella verde? La marchesa
Camilla di Roccalba, se vi piace. Chi pagava la retta al collegio di
Milano, ove erano educati i nostri due fratellini? Casa Roccalba, per
disposizione testamentaria della marchesa Camilla. Perchè la Saviezza
si chiamava Camilla? Perchè la marchesa Camilla, non altri, l'aveva
tenuta a battesimo. Figurarsi, dunque!
Noi non avevamo mai veduto Folco, l'allievo di papà. Dopo il
matrimonio di questo, il giovane s'era recato a Bologna per compiere
i suoi studî; poi era andato in diplomazia, aveva preso a viaggiare.
Ma la nostra casa era piena delle memorie di Folco: la fiamma del
focolare, scoppiettando, ci diceva, da mattina a sera, il nome dei
nostri benefattori. La religione della nostra gratitudine per quella
famiglia si era concentrata su Folco, dopo l'immatura morte dei suoi
genitori. Era tutto un santuario di ricordi. Nostra madre, i Roccalba,
la cattedra di professore ch'essi avevano ottenuta per mio padre,
formavano una trinità indissolubile di glorie. Quell'intrinsichezza
d'affetti, quella continuità di relazioni con una delle più grandi
e nobili famiglie lombarde metteva una nota grandiosa nel nostro
orgoglio borghese, nella segreta alterigia del nostro stato, povero,
ma dignitoso, di gente che insegna. Noi eravamo troppo numerosi
in famiglia, eravamo nati troppo _addosso_ l'uno all'altro, nostra
madre era morta troppo presto, perchè ci potesse venir risparmiata a
lungo la conoscenza dei crudi doveri della vita; ma tutta la poesia,
il lusso dei più splendidi ricordi infantili avevano solleticate le
nostre piccole immaginazioni, colla storia, continuamente narrataci,
dell'infanzia di Folco. La nostra nidiata era cresciuta un po' alla
spartana, come comportavano gli scarsi mezzi di famiglia; ma nulla
ci era ignoto di quanto vien prodigato ad un figlio unico da genitori
tenerissimi e straricchi. Sapevamo tutto di Folco: gli studî nei quali
riesciva e quelli in cui durava fatica, le stravaganze di lusso che
lo avevano sempre attorniato, gli splendidi premi, i tenui castighi.
Conoscevamo tutti gli splendori di rappresentanza che la casa dedicava
all'erede, il fasto de' suoi divertimenti, la ricchezza e la varietà
de' suoi giocattoli, de' suoi libri, degli accessorî della sua
educazione. Tutto ciò metteva come una vaporosa poesia di grandezze
nella nostra ristretta esistenza. Avevamo tutti per quell'incognito,
tanto noto alle nostre immaginazioni una specie di adorazione
fantastica, riflesso ad un tempo di quella che i suoi avevano sempre
avuta per lui e della nostra perenne gratitudine verso casa Roccalba.
E ora, lui stesso, quel semidio delle nostre menti, quell'idolo delle
nostre ardenti gratitudini, scendeva bruscamente dall'Olimpo, si
rivelava agli occhi nostri, veniva a pranzo _da noi_!
A noi pareva un sogno, una di quelle combinazioni che si danno
esclusivamente nei romanzi. Pure era la cosa più semplice di questo
mondo. Egli era giunto nella nostra piccola città, la mattina stessa,
per un affare da sbrigarsi in poche ore e contava ripartire alla sera,
con uno degli ultimi treni. Nostro padre, nell'uscire dall'Università,
s'era imbattuto con lui e non l'aveva riconosciuto. Ma l'altro gli
aveva messo le braccia al collo, dicendogli: «Sono Folco, il suo
antico allievo.» S'eran trattenuti un pezzo per via, commossi, poi
s'eran lasciati; ma Folco aveva accettato l'invito di mio padre, aveva
promesso di venire a pranzo da noi!... con noi.
*
* *
Come passarono quelle cinque o sei ore, prima ch'egli venisse?..,.
Non saprei dirlo: eravamo in uno stato di grande eccitamento, esaltate
dalla gioia e dall'agitazione dell'attesa. Camilla sola serbava un po'
di sangue freddo: non so cos'avremmo concluso noialtre, senza la sua
imperiosa impassibilità. Il tempo stringeva, bisognava darsi d'attorno.
La Saviezza emanava gli ordini, e noi tutte li eseguivamo, a suon di
battiti di cuore. Albertina aiutava davvero. Lidia stessa, la nostra
bella indolente, lavorava di lena.
La tavola fu preparata con estrema cura; fu buttato all'aria l'armadio
della biancheria, per trovare la tovaglia di Fiandra, quella dove
non c'era neppure un rammendo. Io aveva un grande orgoglio, un
gran vanto.... la folle spesa dei lillà era diventata per tutti
un'ispirazione, quella stravaganza imperdonabile si mutava, di fronte
alla visita di Folco, in un lusso ragionevole. Lidia però non mancò di
osservare che avrei potuto pagarli meno. Ma che importava ora... Che
importava!.... Era come una vertigine di grandezze e di prodigalità. A
me fu devoluta la cura di spolverare i ritratti del Marchese e della
Marchesa, appesi alla parete, sopra il sofà. Non eran che due vecchi
dagherreotipi. Situati in luce non favorevole, impalliditi dal tempo,
presentavano allo sguardo una confusione abbagliante di lucentezze
grigiastre, dalle quali emergeva poco più della bonaria faccia del
Marchese, mentre della Marchesa erano solo visibili i _volants_ a
scacchi bianchi e neri d'un vestito teso, come il _taffetà_ d'un
pallone areostatico, sulla mostruosa circonferenza del crinolino. Ma
questo che importava? Non erano forse i loro ritratti, fatti all'epoca
del loro matrimonio? Li avevan dati loro stessi a mia madre, e poche
cose al mondo erano a noi più sacre e più care. Ed io, spolverando
in quel giorno quelle due povere larve di ritratti, le baciai
furtivamente, dicendo loro, con una specie di rapita scempiaggine, che
si rallegrassero, che tra poco avrebbero veduto lì, con noi, il loro
Folco.
Quando ci penso!... Eppure avevo già diciotto anni!
*
* *
Li avevo certamente, ma chi ci pensava, chi se ne accorgeva? Nessuno;
non me ne accorgevo neppure io. Non avevo, in famiglia, importanza di
sorta. Non ero nè bella come Lidia, nè saggia come Camilla, nè malata
come la povera Tina. Dovevo ubbidire sempre alle sorelle maggiori
e farmi ubbidire dalla piccina, ed era così difficile a volte il
conciliare quelle due opposte mansioni! Dovevo portare gli abiti
smessi da Lidia, ma portarli con gran cura, perchè potessero esser
trasmissibili ad Albertina. La mia esistenza era un continuo stato di
transazione senza colore.
Non sapevo mai dove cacciarmi, nè come figurare; avevo una terribile
facilità d'entusiasmi che finivano sempre con qualche catastrofe
e un'immaginazione inquieta che macinava nuvole da mattina a sera.
Avrei avuto per lo studio un vero trasporto, e papà, che mi voleva un
grandissimo bene, m'insegnava nei ritagli di tempo un po' di latino;
ma Camilla non approvava questo mio bizzarro divertimento. Anzichè
il _Lexicon_, preferiva vedermi fra le mani il cucito o il piumino da
spolverare. Papà stava molto all'Università, dava lezioni private, e io
stavo tutto il santo giorno in casa, dove Camilla pensava ad occuparmi
secondo i dettami della sua portentosa saviezza. Perciò i miei diciotto
anni, non avendo gran cosa a fare, dormivano.
Non sempre, però. Ogni tanto alzavano il capo dicendo: eccoci.
Erano insistenti a volte, mi andavan suscitando in capo delle idee
fantastiche, una prepotenza d'impressioni vaghe, sconnesse fra di loro,
eppure misteriosamente collegate allo stato generale d'incertezza che
teneva inquieto l'esser mio. Soffrivo e godevo acutamente, a proposito
di tutto, a proposito di nulla. Provavo delle scosse violenti, senza
causa o per cause di lievissima importanza; delle grandi emozioni
indefinite traversavano, come lampi, la gaiezza e la serenità
caratteristiche dell'indole mia. Non avevo il tempo di studiarmi, nè
di cercare altrove la soluzione dei bizzarri problemi che inquietano il
mio spirito. La nostra posizione, la mancanza della madre di famiglia,
i severi principî di papà, ci costringevano ad una vita ritiratissima
e quasi claustrale. Il nostro ambiente, così isolato, si manteneva
pratico ed austero, serbava purissime le nostre menti. Qualche volta
pensavo all'amore, chiedendomi cosa fosse. Non lo sapevo affatto. Avevo
bensì un vago e misterioso desiderio di saperne qualcosa.
*
* *
Folco Roccalba venne, e pranzò con noi.
Al primo momento, vedendolo entrare, fu quasi una disillusione. Per una
di quelle assurdità fantastiche cui soggiace a volte il pensiero, noi
tutte avevamo scordato ch'egli aveva ormai trent'anni, ci aspettavamo
quasi di dover accogliere l'adolescente dei nostri pensieri. E quando
Folco si presentò, uomo fatto, grande, forte, bellissimo, ma d'una
bellezza che aveva già attraversato tutto ciò che la sorte e la natura
anticipano ad un giovane quale egli era, la impressione fu urtata,
quasi spiacevole!
Per me fu un rimescolío strano, una sorpresa violenta, pressochè
un terrore. Ebbi un confuso impulso che mi suggeriva di fuggire, di
rinserrarmi in camera mia e di non scendere più. Ma invece rimasi al
mio posto, immobile, compresa da una soggezione inesprimibile, col
cervello vuoto d'ogni pensiero che non fosse: i Roccalba.
Man mano, egli si fece riconoscere, divenne qualcosa che somigliava al
Folco dei nostri pensieri. La sua bellezza era gaia, la sua giovialità
sapeva sciogliere ogni gelo di timidità rispettosa. Veramente gran
signore, era d'una affabilità piana e calma, di quelle che sembrano
avocar le anime a sè, chiamarle come a raccolta. La sua intelligenza
e il cuor suo gli dicevano senza dubbio ciò che la sua visita era per
noi, quale sincerità ed ardore di gratitudine animassero la nostra
accoglienza. Egli doveva sentirsi sovrano in quel salotto, in mezzo a
tutte noi. Papà non celava la sua gioia, era raggiante e quando Folco
si rivolgeva alle mie sorelle od a me, il tremore della voce che gli
rispondeva doveva pur rivelargli qualcosa del soave orgoglio onde
eravamo comprese! — Naturalmente; Folco si occupò in modo speciale
delle sorelle maggiori e Tina, colle sue grazie languidette di bimba
malata, seppe accaparrare la sua attenzione. Ma egli ebbe anche per
me delle premure cortesi, mi trattò proprio da signorina e per la
prima volta in vita mia, sentii di esser qualchecosa più di nulla.
Egli pareva prendere un certo interessamento alle pochissime frasi
che mi riescì di emettere; rammentai poscia d'aver veduto il suo
sguardo interrogare più volte il mio aspetto come alla sfuggita, e con
una curiosità umoristica. Egli ci parlava con una bizzarra dolcezza
di modi cavallereschi; per papà aveva una deferenza affettuosa,
che si riferiva perennemente, con una specie di cordialità seria,
poetizzata, ai loro antichi rapporti di maestro e d'allievo. Il passato
risuscitava gradatamente nella conversazione generale; Folco pareva
rifarsi fanciullo in questa evocazione continua, fatta dal nostro
culto per tutto ciò ch'era stato lui. Ritrovava incolume, nella pia
riverenza della nostra memoria, anche ciò ch'era sfuggito alla sua, le
impressioni, fugaci per lui, durature per noi, nella tenacità religiosa
del nostro culto. Lidia non ebbe forse il coraggio di chiedergli che
fosse avvenuto di Svir? Egli stette un momento sopra pensiero... chi
era Svir? Allora Albertina gli disse trionfalmente essere Svir quel tal
cavallino sardo, che gli era stato regalato in premio d'un bellissimo
esame, ma che un giorno l'aveva balzato di sella e gettato nel bel
mezzo della macchia di gerani, al centro del parterre. E Folco rise a
lungo, memore allora di Svir e della sua avventura, incoraggiandoci a
narrargliene altre, narrandone alla sua volta, e narrandoci pure del
padre nostro, delle sue lezioni, delle cure prodigate a lui, fanciullo
indocile bene spesso e sventato. Folco non aveva pretese di sorta, la
sua gaia famigliarità aveva subito trovate le vie dei nostri cuori.
Egli ci soggiogava ora per conto suo, senza bisogno del passato: questo
rimaneva solo lo sfondo luminoso sul quale campeggiava più famigliare
quella figura attraente, che non somigliava a nulla di ciò ch'io
avessi mai veduto, e che pure aveva un'arcana affinità con tutto quello
ch'io avevo provato... no... neppur provato... confusamente sognato,
d'emozioni incerte e soavi, misteriosamente pungenti nel segreto
dell'animo mio!
Il pranzo riuscì benissimo; senza nessuno di quegli inconvenienti che
danno delle sì terribili distrazioni alle povere padrone di casa. Una
grande gioia serena era nei nostri cuori; son certa che nessuna di
noi fece il più lieve confronto mentale, pensando al nostro solito
ordinario. Non parlo di me. Credo che l'animo sedesse quel giorno, per
la prima volta, al grande banchetto della vita.
Verso la fine, ci fu una gaia serie di brindisi. Folco ne fece uno
brillantissimo, dedicato alle leggiadre figlie del suo amato maestro.
Ed io alzai bravamente il mio bicchiere, ove danzava l'ondicciuola
color d'ambra d'un dito di vecchio Marsala, quel vino generoso che
mette nei pensieri una giocondità festosa e che l'accende negli
sguardi.
Il caffè fu servito nell'orticello, all'aria aperta; poi si tornò nel
salottino a terreno, e fu allora ch'io vidi il marchese Folco fermarsi
dinanzi alla finestra, presso il tavolino sul quale era stato deposto
il vaso contenente i miei lillà.
— Come sono belli! — disse con ammirazione. Poi tuffò anch'egli il
bellissimo volto nelle grosse ciocche bianche, come avevo fatto io più
volte durante il giorno, e sempre con un folle trasporto di delizia.
Aspirò anch'egli, con visibile delizia il profumo.
— Sono del giardino? — chiese poscia a Camilla.
— No, — rispose papà ridendo, ed accennandomi. — Sono un colpo di testa
della mia Giulietta. Una testina romantica se mai ve ne furono, ma
che morde al latino, meglio assai di quanto ci mordesse lei, Folco, ai
nostri tempi.
— Oh papà... papà traditore!... Avrei voluto nascondermi sotto terra...
ero diventata di bragia.
— Davvero? — disse il nostro ospite, ridendo alla sua volta e
rivolgendosi a me col suo sguardo azzurro, scintillante, con una
espressione divertita ed ironica ad un tempo. — Le faccio i miei
complimenti, signorina. Ma permetta che glieli faccia anche per questi
fiori. Mi rammentano la nostra villa di Serate. Si ricorda, professore?
Erano la passione di mia madre, ed io l'ho ereditata da lei. Non posso
vedere dei lillà bianchi senza..
La sua voce ebbe un lieve tremito, il suo sguardo un lampo di
malinconia. Poi egli mi disse dolcemente... oh quanto dolcemente: — È
permesso rubare, signorina? Vorrei uno di questi fiori, per ricordo di
questa bella serata.
Una follìa di soave orgoglio mi fece battere disordinatamente il cuore.
Presi tremando l'intiero mazzo e lo offersi a Folco.
— Sono troppi davvero, — diss'egli ridendo, colla sua grazia
affascinante. — Guardi... basta così. — Schiantò un piccolo ramoscello
fiorito, lo mondò delle foglie e lo passò alla bottoniera dell'abito.
Poi, prendendo dalle mie mani malferme il grosso mazzo di lillà, lo
rimise nel vaso.
Mi sorrise ancora, colla carezza enigmatica e turbatrice del suo
sguardo, e disse soltanto: — Grazie.
Oh mio Dio... Una parola umana poteva dunque racchiudere in sè
un'armonia sì perfetta! Come! Ma come mai?
*
* *
Albertina s'era addormentata improvvisamente, sulle ginocchia di papà.
Giulietta! chiamò Camilla sottovoce.
M'alzai di scatto, scotendomi come una persona che si sveglia di
soprassalto. Andai a prendere la piccina, sollevandola dolcemente per
non destarla, la portai di sopra, e la misi a letto.
Essa si destò, ma solo per un momento e si lasciò spogliare, inerte.
Solo, mentre io la stendevo adagino nel suo letticciuolo, con ogni
cautela, per non offendere la sua gamba ammalata, ella socchiuse
gli occhi, e guardandomi come trasognata, mormorò — Come è bello...
nevvero? come è bello!
— Sì, — mormorai, con profonda emozione. E mi chinai, con impeto
inconsulto, per baciare quella boccuccia cara.
La bimba dormiva già. Quel mio bacio incerto, tremante, non la destò.
*
* *
Mentre scendevo le scale, per tornare in sala, udii ad un tratto un
suono inaspettato, e che mi fece rimanere immobile, coll'orecchio
intento. Era il suono del pianoforte che i Roccalda avevano donato a
mia madre.
Chi suonava? Lui, senza dubbio. Lidia soleva esercitarsi ogni tanto,
colle sue mani grassoccie e belle. Ma io conoscevo i suoi invariabili
preludi, e m'erano, ahimè, troppo note le prime battute della sua
eterna _Prière d'une vierge_, il solo pezzo ch'ella attaccasse davanti
ad un pubblico qualsiasi. Ma, ora, era tutt'altra cosa. Il vecchio
strumento aveva una nuova poderosità di voce e d'accenti, la tastiera
era corsa da una virile gaiezza di note brillanti, dalle quali pareva
sprigionarsi una festosità senza pari, un folle invito ad una folle
gioia. Un motivo di danza, ma complicato, ardente, qualcosa che pareva
mettere nel silenzio della nostra casetta una prepotente invasione di
sonorità inneggiante.
Ascoltavo rapita, cogli occhi sbarrati nell'oscurità, sentendo levarsi
nell'anima mia un armonia confusa, misteriosamente esplicativa, fatta
di consensi arcani. E daccapo quel tremito interno, quello sgomento
intimo, ch'era a un tempo di gioia e dolore, scienza e ignoranza,
speranza e timore. Non avevo provato mai nulla di simile!
Allorchè cessò il suono, scesi lentamente. Ma non rientrai in sala;
passai nel giardino.
Noi lo chiamavamo in quel modo, ma in realtà non era gran cosa
più d'un umile orticello. C'era tanto verde, questo sì, una vite
americana tappezzava colle sue larghe foglie la facciata della casa,
incorniciando a terrena le finestre e l'uscio che metteva alla cucina.
V'erano otto o nove alberi fruttiferi, una pineta di tre cipressi,
qualche rosaio, un conato di montagnuola, e un bel panchetto rustico,
appiè d'una delle finestre che dalla sala davan sul giardino. Mi feci
appresso a quella finestra, e sedetti su quel panchetto. Potevo così,
pur rimanendo all'aperto, non perder nulla della visione che rendeva sì
stranamente eccitante l'ambiente del nostro salottino. Vedevo tutto,
e credevo di non esser vista, mercè il grosso mazzo dei miei lillà,
posato all'interno, sul tavolino che occupava il vano della finestra.
Era venuta la notte, eravamo in aprile, e c'era il plenilunio. La
celestiale luce bianca attraversava lo scarso fitto delle piante,
gettando a terra un delicato traforo d'argento, che l'arietta in moto
scomponeva ogni tanto, sparpagliandolo in un rincorrersi di guizzi
luminosi alternati a striature d'ombre irrequiete. Alcune lucciole
erravano qua e là, s'udiva un musicale ronzio d'insetti. Un umidore
fresco irrorava le erbette, facendole lucenti al bacio della luna;
la terra piangeva soavemente la secreta piova del vespro, bagnandosi
appena, come l'occhio di chi piange, non già per dolore, ma per
intima e delicata emozione. Non più la gioia clamorosa del mattino,
quell'esplosione di buon umore e di benessere che m'aveva fatta
correre e danzare come una pazza. No... oh no... era qualcosa di
affatto diverso, qualcosa che, invece di darmi forza ed energia, pareva
tradursi insidiosamente in una stanchezza molle del corpo. Un languore
strano s'impossessava dell'esser mio, una grande tenerezza diffusa,
una strana e luminosa comprensione dei segreti blandi di quell'ora,
un'amorosa facoltà di tutto intendere della vita, dei suoi sogni, delle
sue speranze, delle sue felicità supreme.
Continuava a sedere, fiacca, sul panchetto, e vedevo tutto ciò che
accadeva nell'interno del salotto. Egli stava sempre al pianoforte,
poco lungi dalla finestra. Aveva tralasciato di suonare. Le sorelle
e papà gli stavano d'attorno, e parevano chiedergli con insistenza
qualcosa. Spinsi maggiormente il capo oltre il davanzale, procurando
però di celarmi dietro il mazzo dei miei lillà bianchi. L'olezzo, più
violento che mai, mi investiva direttamente. Io guardavo il pianoforte,
guardavo lui, Folco, col suo sorriso di gran signore, colle bianche
mani erranti sui tasti, ove suscitavano un'armoniosità vaga di accordi
sommessi e tronchi. Un raggio di luna si spingeva sul davanzale
disegnando attorno a me la frastagliatura delle foglie di vite. Avevo
recata una mano al cuore con un gesto innocente e appassionato, senza
sapere quel che facessi...
Folco di Roccalba girò attorno a sè un rapido sguardo. Mi vide, ebbe un
sorriso ancor più rapido; poi, come decidendosi all'improvviso, prese a
cantare.
Avevo udita una sol volta una voce consimile. Avevo udito in chiesa,
con grande emozione religiosa, la voce d'un tenore celebre, dire a Dio,
in latino, delle cose sublimi e tristi. Ma ora quelle stesse sonorità
larghe e dolci echeggiavano ancora al mio orecchio, non più rivolte
a Dio, bensì rivolte a me, cercandomi dov'ero, recandomi delle folli
frasi di lamento amoroso. Folco cantava la serenata del _Don Pasquale_.
Io non mi intendo di musica. Non so se quella voce fosse realmente
quale echeggiava allora al mio orecchio. So che essa mi parve la somma
di tutte le dolcezze possibili ad un accento umano. Folco cantava. Nel
silenzio rispettoso del salotto, nel silenzio fresco del giardino, egli
rappresentava il personaggio più simpatico del melodramma, l'innamorato
che rivendica, colla gaia congiura d'un finto intrigo, i suoi diritti
al cuore di Norina. La musica è dolcissima, d'una bellezza senza pari,
possiede un fascino inesprimibile di freschezza e di sentimento. Le
parole della serenata hanno tutta la deliziosa assurdità delle frasi
amorose di libretto. Quell'idillio celeste e sgrammaticato comincia
così:
Com'è gentil
Questa notte d'april!
e finisce con una squisita grazia disperata:
Ma sarò morto allora e piangerai.
Pure, nessuno piange, Ernesto non morrà; dice per chiasso, e la
musica tradisce solo un grande amore soave, tutta dolcezza, con uno
spizzico d'ardore, ma sempre trattenuto nella semplicità ineffabilmente
affettuosa della frase dominante. Quell'amore non urla, nè strilla mai,
il suo è un _pathos_ languido, senza smorfie, ricco d'un'arte finissima
di sottinteso che, senza nulla togliere alla tristezza amorosa e
querula del lamento, lascia intendere ch'esso non ha nulla di veramente
tragico, che a quella dolcissima serenata non terrà dietro una
catastrofe, bensì un sereno duetto di amore. E quelle note, modulate
con grande sentimento artistico, giungevano sino a me. S'impregnavano,
passando, dell'olezzo insidioso dei lillà, morivano nelle penombre e
negli splendori della: notte gentil, nei tepori profumati del: mezzo
april. Giungevano là dove la luna irradiava e dove i tralci fremevano
oscillando alla brezza; giungevano là dove un povero cuore di fanciulla
batteva in tumulto, irretito nella terribile novità, nella dolcezza
senza precedente di quella rivelazione. Ogni tanto, Folco mi guardava
da lungi, sottolineando coll'accento le più gentili melodie della sua
voce, inviandole sino a me, coll'espressione d'una grande tenerezza
sottomessa, che vuole impietosire. Egli non credeva certamente di farmi
del male cantando e guardandomi così; forse fu, in quel momento, una
mia immaginazione, un'audacia presuntuosa del mio pensiero, un'insidia
del mio stesso esaltamento. Forse egli scherzava soltanto; a volte mi
pareva che il suo sorriso, tornato ironico ed umoristico, smentisse la
sua voce ed i suoi sguardi, lasciandomi in un'incertezza spasmodica di
gioia e di angoscia! Dei leggeri brividi percorrevano tutta quanta la
mia persona, il respiro si esalava a stento dalle labbra riarse. E i
fiori vicini al mio volto continuavano a profumare, con un'intensità
che mi dava il capogiro, ma che io avrei voluto più forte, ancora
più forte. Sentivo crescere, incalzare in me una gioia strana,
disordinata come una follia. L'oppressione crebbe, uno smarrimento
che aveva del delirio confuse tutto nella mia mente, divenne qualcosa
d'inesprimibilmente acuto, forte, divino. Vissi uno di quei momenti
indescrivibili, in cui l'anima sembra levarsi a volo, come un alcione
sull'infinito d'un oceano di luce, di gioia ineffabile; vissi un minuto
di estasi squisita, perfetta... senza macchia nè dissonanza; vissi lo
Zenit della mia povera vita... Poi svenni quietamente sul panchettino.
Quando mi riebbi, non tornai in sala. Salii lentamente... come
trasognata, nella mia cameretta. Mi coricai subito. Quando udii salire
Lidia (dormivamo nella stessa camera) finsi d'essere addormentata.
Non ho mai più riveduto Roccalba.
Ora sono vecchia. Non ho mai amato. Ovvero... forse... non ho mai più
amato.
Metempsicosi.
_As you like it._
Questa storia non è accaduta a me. Ho assistito a qualcuna delle sue
fasi. Probabilmente, se me l'avessero narrata o se l'avessi letta, ci
avrei pensato prima di credervi, tanto essa si allontana dalle solite
consuetudini del cuore. Pure non è che la schietta storia di un cuore.
Qualcuno l'intenderà.... forse.
Mi trovavo, venti anni or sono, a Firenze, presso alcuni stretti
parenti. Ero giovane; il carnevale era brillantissimo, e vedevamo
sempre molta gente che si divertiva in cento modi, anche facendo del
bene. Ero patronessa d'una lotteria di beneficenza e raccoglievo doni a
dritta e a sinistra. A dir vero, ne raccoglievo molti e n'ero lieta pei
miei poveri e per me, cioè pel primo amor proprio di patronessa.
Un giorno, mi giunse uno splendido invio. Un gruppo di statuette di
Vieux Sèvres, colle due sue brave spade a tergo del piedestallo. Ebbi
un grido d'ammirazione e d'entusiasmo.
Chi mandava quel dono principesco, accompagnato dalla più deliziosa e
lusinghiera letterina di questo mondo? Lo mandava Ninì Montelmo... — La
Duchessina.
Rimasi alquanto meravigliata. Non mi aspettavo da lei un simile dono.
Non era certo un oggetto di quelli che sogliono donar le signorine in
simili occasioni.
Poi non eravamo affatto intime, io e Ninì Montelmo. Ci conoscevamo da
tempo, eravamo coetanee e ci trovavamo spesso assieme in società. Mia
zia e la nonna di Diana si scambiavano qualche visita, ma fra noi non
esisteva intrinsichezza di sorta. Come tutti, ammiravo Ninì, subivo il
fascino della sua bellezza e del suo ingegno; la difendevo talvolta
contro i tanti invidiosi che volentieri sparlavano di lei, ma nulla
più.
Corsi a mostrare il gruppo alla zia. Essa lo ammirò al par di me; però,
quando accennai all'obbligo d'una visita di ringraziamento in casa
Sualta, mi rispose tranquillamente: — Ma certo, vacci pure oggi stesso;
se vuoi, con Mademoiselle.
La quale Mademoiselle era la governante francese delle mie cuginette.
Avrei preferito e sarebbe stato più corretto (socialmente parlando)
che la zia mi accompagnasse dalla Duchessa di Sualta, la nonna di
Ninì. Ma mi era nota la poca tenerezza di mia zia per quella vana
e frivola vecchietta, che aveva tanto vissuto per il mondo, tanto
sciupato di quattrini e di cuore! Perciò non insistetti. Scrissi un
rigo di ringraziamento a Ninì e l'indomani ci andai con Mademoiselle;
cioè, questa mi accompagnò sino al portone del palazzo, promettendo di
passare a riprendermi dopo la passeggiata delle cugine.
Era per l'appunto: il giorno della Duchessa di Sualta, ed essa riceveva
in uno straricco salotto di damasco rosso.
C'era ressa di eleganti visitatrici e la padrona di casa era
evidentemente soddisfatta di quel concorso. Non stava mai quieta;
s'alzava, rideva, tornava a sedere, chiacchierava, gesticolava, con
inesauribile vivacità. Era piccola, curva, pareva decrepita nella
ricchezza gaia della sua splendida veste da ricevere. Ma una vera
contentezza irradiava il suo visetto di scheletro, tutto infarinato
di _veloutine_, pieno ancora d'una futile ed inimitabile grazia,
del sorriso di un'incorreggibile civetteria senile. Certo; la vita
diventava più intensa per lei in quell'ora di ricevimento, nella
soddisfazione di essere centro di quell'accolta tanto mondana. Ell'era,
io credo, veramente felice.
Cercai subito Ninì, collo sguardo. Ma il suo posto solito era occupato
dalla signora Niuti, la dama di compagnia della Duchessa.
Questa non notò certo, forse non avvertì, l'assenza di mia zia. Fu meco
d'una compitezza veramente carezzevole, s'informò di tutti i miei, mi
chiese crucciosamente se mi divertivo, se ero stata a tutte le feste.
Poi, con quel suo fare rotto, saltellante, escì a dire di Ninì:
— Era su, poveretta, stava nel suo salottino, non le aveva permesso
di scendere a nessun patto. Oh! non si scherza colle infreddature!
Ci mancherebbe altro che non potesse andare al ballo in costume di
casa F.! No, non lo poteva dire, il costume di Ninì. Era un segreto,
vedrebbero. Ieri Ninì era stata a letto, oggi no... ma non scendeva.
Aveva avute anche lei le sue amiche, tante amiche.
Le nominò tutte, una filza, con grande compiacenza.
Poi mi chiese se volevo salire io pure. Ninì ci avrebbe tanto piacere;
era sola.
Assentii di gran cuore, e poco dopo mi trovavo al secondo piano del
palazzo, in quel famoso salotto che avevo tanto udito vantare. Lode,
però, invariabilmente corretta dall'osservazione che, decisamente, non
era un salotto da signorina.
Innegabile! Troppo bello, troppo elegante, troppo raffinato in tutto.
Una reginetta non sarebbe stata a disagio in quel nido di peluscio
azzurro antico, a riflessi argentei, seminato di rose d'un pallore
appassito, nicchiate in un leggero contorno di verde tenero. Una
profusione di statuette di Sassonia, tutte bianche, qualche gruppo
di antico Capodimonte, qualche gingillo moderno, scelto col gusto
più raffinato. Certi mobili strani, piccoli, fragili all'occhio, una
biblioteca tutta bianca, colma di libri rilegati in pergamena bianca,
una piccola scrivania in certosina, un pianoforte bianco pure, con
certi fregi, a colori tenerissimi, nel più puro stile Vatteau, un
tappeto bianco di velluto. Tutto ciò era disposto, presentato nel
modo più squisito; l'assieme aveva un significato artistico dei più
rari, era come una fantasticheria di eleganze candide, di delicatezze
supreme. Vedendolo, si pensava: Ma cosa potrà ella avere di più bello
e di più squisito in avvenire? Pure era qualcosa di così casto... di
così ideale!... La Miranda di Shakespeare avrebbe potuto dimorare colà,
ed offrirvi giornalmente una tazza di the ad Ariele. Ciò non avrebbe
meravigliato alcuno.
— Buon giorno, cara! — disse a un tratto, dietro a me, una voce
melodiosa.
Mi voltai e vidi Ninì Montelmo. Era in veste da camera.
Ora, ai miei tempi (non remotissimi, veh!) le fanciulle non portavano
veste da camera. Giustissimo; per cento e una ragioni. Ninì non era
dunque vestita da fanciulla, colla sua stupenda vestaglia sciolta alla
vita, guarnita d'una profusione di Chantilly, colla sua fila di grosse
perle al collo, colle perle alle orecchie, con quel rifulgentissimo
brillante che le metteva come un piccolo sole sull'anulare della mano
destra. Un'altra, così vestita, sarebbe parsa un figurino teatrale,
Mignon quando è pazza, o la figlia di Rantzau quando è malata d'amore,
o Violetta quando s'indugia, sì pateticamente, a morire. Ma Ninì non
era altro che sè stessa, e nessun pensiero teatrale sorgeva dinanzi
alla sua gloriosa originalità di tipo. Anche così vestita, ell'era
inesprimibilmente fanciulla e damigella. Io la guardavo rapita, ed
ella mi sorrideva dolcemente con un affetto gaio, di compagna, quasi di
sorella.
Interruppe subito i miei ringraziamenti. Oh! era stata così lieta di
potersi rammentare a me, per mezzo dei nostri poveri! Le avevo sempre
ispirato della simpatia.
Certo, uno strano fascino faceva tepido e dolce l'ambiente attorno a
noi. Era come se ci fossimo conosciute da un pezzo. Prendemmo subito a
chiacchierare, con un grande abbandono, con un piacere squisito e con
una confidenza che s'improvvisava, impetuosa quasi, nella schiettezza
bizzarra del suo impulso. Io la trovavo un incanto. Glielo dissi e le
dissi pure che mi era sempre parsa tanto, tanto diversa dalle altre
ragazze!
Ella si mise a ridere. — Infatti, — disse, — sono originale. Cioè, ho
il coraggio di esser me stessa. A volte, per gli altri, lo sono troppo.
Infatti, non è un merito. È solo un orgoglio, forse. Ma come si può
rinunciare a sè stessi? Che ne dite? Lasciate che vi dia del voi, come
faccio a Napoli. Più tardi, quando ci ameremo ancora di più, ci daremo
del tu. Ma sin d'ora, mi piacete tanto; per questo e per quest'altro.
Disse, a modo suo, con quella sua mirabile e festosa originalità, i
perchè della sua simpatia per me. Ripeterli ora, qui, sarebbe alquanto
ridicolo, naturalmente. Voi, lettore amico mio, non siete Ninì
Montelmo, per esser meco tanto indulgente e chissà se Ninì Montelmo,
ella stessa, e le sue idee e la sua storia non vi parranno tutto un
assurdo, da cima a fondo?...
Continuavamo a chiacchierare, con vera passione. A un tratto, ella mi
chiese tranquillamente:
— V'hanno detto molto male di me, nevvero?
Colta all'improvviso, arrossii, come una stupida e tentai un cenno di
diniego; ma ella si mise a ridere.
— No, cara. Per questo appunto mi piacete, perchè nè voi, nè la vostra
faccia sanno dir bugie. V'hanno detto... Volete che ve lo dica io, cosa
v'hanno detto di me?
— Ma, cara Ninì, vi accerto...
— Oh lo so... nulla di grave. Decisamente, la società non ha per ora il
diritto di mettermi in quarantena. Vi avranno detto soltanto che sono
sprezzante, vana, eccentrica, capricciosa, spensierata, calcolatrice,
maleducata, stravagante, insolente.
Ebbi un comico gesto di disperazione, ma ella proseguì:
— No, no lasciatemi dire, non sapete come ciò mi diverte! So d'aver
tanti nemici, e questo forma la mia consolazione. _It is the zest of
life._ Tante trame da sventare, tante insolenze da umiliare, tante
bassezze da punire.
Tacqui, ma il mio volto parlò forse per me.
— Ebbene? — diss'ella interrompendosi.
Arrossii... non so perchè, e dissi timidamente:
— Sta bene. Ma mi pare che nella vita ci sia qualcosa di meglio di
tutto ciò.
Ella taceva, pensando. Un vago sorriso socchiudeva le altere sue
labbra. Continuai.
— Il _zest_ della vita non sta forse nell'animosità.... anche la più
nobile, la più equa. C'è qualcosa di meglio, Ninì cara, nella vita.
Ella sollevò il capo, dolcemente.
— C'è l'amore — disse adagio, mentre il suo sguardo assumeva una
soavità.
— C'è l'amore — ripetei come un'eco.
Non arrossimmo, nè io nè lei, pronunziando quella audace parola.
Entrambe avevamo pensato a quell'infinito dell'amore che, simile ad
una madre, culla fra le sue braccia e nutre del suo latte l'anima
dell'umanità tutta quanta.
Per un istante rimanemmo entrambe assorte nell'impressione grave di
quella parola.
A un tratto ella mi chiese:
— Andrete al ballo in costume?
La guardai.... mi parve strana quella domanda, in quel momento. Pure
dissi:
— Credo di sì. E voi?
— Farò il possibile per andarci. Adoro i balli in costume. Quando un
costume non è ben scelto o non sta bene, è grottesco, ma quando invece
è adattato e dà veramente l'idea del tipo che rappresenta, è una
bellissima cosa.... è quasi una metempsicosi artistica. Ma con tutto
ciò, non andrò al ballo se non sarò perfettamente guarita. Ho bisogno
della mia salute.
— Perchè? — le chiesi ridendo.
— Pel mio avvenire — rispose ella, senza ridere.
Poi tornò a parlar dei costumi e mi descrisse il suo. Doveva esser
qualche cosa d'ideale.... La nonna non pensava ad altro, da venti
giorni.
— Povera nonna mia!... — disse Ninì con una tenerezza che aveva
qualcosa di materno, — È così buona per me, mi ama tanto, sapete?
Lo sapevo, e però assentii. Ma sapevo pure quanto tutti criticassero
quel cieco, imprevidente amore di vecchia mondana, che non aveva mai
pensato al poi; che all'oggetto delle sue puerili tenerezze non aveva
preparato nè un saldo appoggio, nè benessere reale di posizione, per
l'avvenire.
— Povera nonna... — disse ancora Ninì, — mi ama tanto. A proposito,
cara, non avete mai pensato se veramente sia meglio amare qualcuno a
modo suo, anzichè a modo nostro?
— Sì — risposi. — Ma non ho mai potuto trovare una risposta
soddisfacente. E voi?
— Neppur io. Credo che dev'essere un sacrifizio supremo il rinunziare
alla nostra maniera di sentire l'amore ed assumerne un'altra. Non so se
potrei farlo. Non so.
Si faceva tardi, una semi penombra invadeva il salotto, velando i
suoi delicati biancheggiamenti. In quell'ambiente tanto _sentito_, in
quell'ora che lo faceva più teneramente bello, io avvertivo fra me e
Ninì un'intesa intima e dolcissima.
Ad un tratto ella s'alzò, quasi bruscamente e mi disse:
— Volete vedere la mia camera da letto?
Attonita, mi alzai pure e le chiesi:
— Somiglia forse a questo salotto?
— Vedrete — diss'ella, precedendomi per un ampio corritoio.
Ecco cos'era la camera di Ninì Montelmo. Era uno stanzone grande,
basso, col soffitto e le pareti imbiancate a calcina. Due grandi
finestre, senza parati nè cortine, lasciavano entrare una cruda luce,
senza attenuazione. Il lettino, di ferro, piccolo, senza ornamenti
di sorta, con una copertina di percallo lucido a fiori. Una Madonna
bizantina e un grande crocifisso nero. Niente tappeto. L'ammattonato
senza lucido, qua e là, accanto al letto e sotto il tavolino qualche
pezzo di stuoia. Sei seggiole di Chiavari e un tavolo grande, coperto
di libri. Tre piccole fotografie incorniciate e appese alla parete.
L'ambiente freddissimo. Non potevo credere a' miei occhi. Guardavo, con
una specie di sgomento e Ninì sorrideva, raggiante.
— È un capriccio? — le chiesi finalmente.
— Non è un capriccio, — rispose tranquillamente Ninì. — Qui penso a
ciò che l'avvenire può arrecarmi e cerco foggiare l'animo mio, in modo
che l'eventualità non giunga impreveduta. Mi alzo alle sei, studio sino
alle due e mi preparo all'esame che prenderò, ma non qui, per non dar
dispiacere alla nonna. Ella non sale mai, e dedica le ore della mattina
alla sua toeletta. Dalle due in poi, appartengo alla nonna e abito le
sue sale, ovvero il mio salotto; ricevo, esco, vado ai pranzi, alle
feste, a teatro.... Conduco di fronte due diverse esistenze, in vista
di ciò che può accadere.
Questo poteva accadere: ch'ella sposasse un re di corona, o un
principe, o chiunque s'imbattesse ad amare. Ovvero ch'ella non sposasse
nessuno e rimanesse sola, senza un tetto e senza un soldo, poichè
la Duchessa di Sualta aveva sì gaiamente sperperate la propria e la
sostanza dei figli. La rendita ch'ella godeva era vitalizia e non
bastava certo alle sue abitudini di lusso e di sperpero. Le ipoteche
gravavano il palazzo in città, divoravano la villa coll'accumularsi
degli interessi non pagati. In seguito ad un compromesso con certi
creditori, gli arredi, gli oggetti d'arte, le mobilie, i giojelli eran
lasciati in godimento alla Duchessa, sinch'ella campasse. E toccava
quasi settantacinque anni! Ninì era orfana, non aveva altri parenti,
all'infuori della nonna e di uno zio che non aveva mai dato segno di
vita, nonchè di parentela.
La baciai, con profondo ed amoroso rispetto.
— Studiate per l'insegnamento? — le chiesi, cercando di frenare la mia
intima emozione.
— Sì, ma in pari tempo cerco di approfondire i miei studi letterari,
temo d'esser troppo artista per la pedagogia.... Un momento ho pensato
all'arte... ma non so altro che cantare!
Ebbe un gesto involontario ed altero. La intesi. Il pubblico,
l'impresario, il compagno di scena! Oh no. Ninì Montelmo e il
teatro!... Impossibile!
— Sarà quel che sarà, — disse. — Ma ad ogni modo, potrò far da me.
L'occhio suo scintillò di un nobile orgoglio.
— Ammenochè... — dissi sorridendo.
Ella sorrise.
— Può essere... — rispose con grande candore. — Non ho delle tendenze
nichiliste e amo troppo le cose belle per rinunciarvi facilmente.
Poi... lottare colle piccole necessità della vita. Pure preferisco ciò,
al rischio d'un matrimonio come si fanno oggi. Sapete... dicono che ho
delle idee tanto originali.
— Ebbene; — le dissi gaiamente — farete un matrimonio d'amore, vivrete
in mezzo alle belle cose e non darete lezioni a dei bambini dispettosi.
Ella arrossì, qualcosa di incerto, di dolcissimo passò sul suo volto.
Non parlò che dopo un istante.
— Come fa freddo qui. Andiamo di là.
Tornammo nel salotto, e poco dopo un domestico venne ad avvertirmi che
la signorina mi attendeva. Nel congedarmi da Ninì, la strinsi al cuore,
e con effusione vivissima le dissi ciò che pensavo di lei. E fu uno dei
più cari momenti della mia vita. Le parlai, come sentivo, di quella sua
strana alternativa di modi di vivere.
— Oh — diss'ella ridendo. — È quasi una metempsicosi, nevvero?
Mi trattenni un momento.
— È la seconda volta che sento quest'espressione in bocca vostra. Ci
credete forse?
— Oh — rispose ella, ridendo — perchè no? Ma mi dorrebbe troppo
rinunziare alla mia personalità, anche per assumerne una migliore.
Sarebbe una prova eccessiva pel mio orgoglio, ch'è infinito... in
tutto. Sono contenta che mi approviate. Ci rivedremo spesso, nevvero?
M'indugiavo ancora. Ma bisognò pur andare, e andai, recando meco un
monte di pensieri nuovi, una salda amicizia e il fascino di quella
creatura ideale nella sua vestaglia bianca, nel suo salottino di
reginetta, con tutte quelle cose sì belle e sì candide. E ricordavo,
entusiasta la mente splendida di lei, la sua mano da fata, la sua voce
sì nobile, il suo sguardo sì fiero, mentre ella mi diceva ridendo: —
È soltanto una precauzione... — guardando bravamente in faccia al suo
crudele avvenire.
Nello scendere, feci una breve sosta al primo piano, per salutare la
Duchessa. Era sfollato assai nel salone rosso. Accanto alla padrona
di casa e fatta segno delle più premurose gentilezze, stava una
signora sulla cinquantina. La sua persona aveva qualcosa di sfinito,
il suo volto distintissimo era di un pallore cereo. Essa parlava poco
in francese, con un filo di voce, che pareva venir da lontano, con
uno stretto e fioco accento britannico. La Duchessa le diceva del
raffreddore di Ninì ed ella ascoltava attentamente.
— Chi è? — chiesi alla signora Niuti, mentre, dopo aver fatti i miei
saluti, mi allontanavo.
— Mrs. Spear, la madre di...
— Ah sì? la madre di sir Alan Spear? Quella signora sì malata, sì
buona, che adora suo figlio, lo segue nei suoi viaggi...
— E vorrebbe dargli moglie... — soggiunse la signora Niuti, con un
sorriso suggestivo, ma discreto.
Pensai a Ninì. Naturalmente. Grazie!.. altro che far la maestrina!
Uno dei più bei nomi e una delle più belle fortune dell'Inghilterra. È
una bellezza. Dio!... come starebbero bene assieme; quei due. Dovrebbe
amarlo, oh sì!.. E se per l'appunto... ella lo amasse?