XII.

— La glicine è fiorita, — disse un mattino la cameriera schiudendo le

persiane in camera della signora.

Poco dopo la signora affacciossi a sua volta guardando giù nel giardino

i bei grappoli color d’ametista pendenti sul muro, turgidi sotto le

goccie della rugiada come gole di donna indiamantate. Rifiorirono, —

pensava, ma non sono più i grappoli dell’anno scorso.

L’alta specchiera fra due colonnine dorate la riflettè, discinta come

era, ancora avvenente in una sua speciale eleganza di linee, ancora

donna. Ancora? e per quanto tempo? Salì col palmo della mano lungo il

braccio, il braccio bianco che Ariele non conosceva, che non avrebbe

mai cinto così nudo il suo collo; piegò la faccia lentamente fino a

toccarlo, in alto, dove si congiunge alla spalla, e stette un attimo

colle labbra appoggiate alla fresca morbidezza della propria carne

chiudendo gli occhi con uno spasimo disperato.

Sul vassoio del caffè c’era il saluto quotidiano di Ariele, il suo

raggio di sole. Poche parole, talvolta una sillaba sola, un grido

ardente dell’anima “Tu!„. Il saluto di quel mattino recava “Più

che come sempre„. Così rinasceva l’alternativa del dubbio scorato e

dell’inebriante miraggio, della ragione che le suggeriva: fuggi, e

dell’amore che le diceva: vieni.

Fu ancora in quel tempo di primavera, durante un molle vespero, pochi

giorni appresso dalla fioritura delle glicini che ella credette di

scorgere in Ariele una inquietudine nascosta, una specie di disagio

nel quale egli si distraeva sfuggendo alle di lei carezze. Si pose

allora ad esaminarlo acutamente, a scrutargli in volto le gradazioni di

quel suo pallore di sensitivo; avrebbe voluto sviscerargli i pensieri,

leggergli dentro, cogliere gli aneliti del suo cuore nelle inflessioni

della sua voce; ma il segreto che si nasconde in ogni creatura umana

le rimaneva invisibile anche in quella creatura amata. Tutta la sua

passione, tutta la sua dedizione erano vane. L’estasi amorosa le poteva

far credere in certi istanti di formare un’anima sola, ma non era vero.

Le loro anime restavano due anche nei momenti della maggiore intimità

come erano due i loro corpi per quanto un disperato amplesso li

avvincesse in questo desiderio supremo.

— Ariele....

Si scosse, la guardò con occhi ingranditi da un’ombra violacea.

Il profumo delle glicini saliva dal giardino umido e oscuro,

misteriosamente. Il pensiero ha volo d’angelo e volo di strige. Ella

pensò: Una donna! Ma ecco che egli non lo vedeva questo pensiero e

affinchè nulla di esso trasparisse sulla sua fronte agitata, nella

soffocazione improvvisa che la prese al sommo del petto, corse ad

affacciarsi al balcone.

— Che ha? — chiese Ariele.

— Nulla.

Era la prima volta che mentiva e una grande amarezza gliene rimase

sulle labbra ermeticamente chiuse da un suggello d’orgoglio. Il giovane

la raggiunse appoggiandosi vicino ad essa sul davanzale.

— Come a Trento, — disse dolcemente.

L’amata fece un gesto vago, curvandosi nell’olezzo delle glicini che

non erano più quelle dell’anno scorso....

— Mio Dio, mio Dio! — mormorò quando fu sola, tutta colma la bocca,

gli occhi e l’anima della presenza di Ariele, — dovrò io entrare nella

volgarità e nel ridicolo della gelosia?

L’assurdo di un amore che non poteva avere nessuna via di uscita,

che era fuori del tempo e della possibilità, impotente a dare la

gioia della continuazione, quell’amore che era il suo; folle amore,

dolorosissimo fra tutti gli amori, le riaffacciò alla mente la visione

del rogo. Come erano belle le prime faville! come balzavano liete

e vivide e sicure a ricercare l’altezza! Oh! dove era più il divino

incanto dei primi sguardi, delle prime parole? dove il primo avvolgere

trepido e caldo della fiamma? dove il primo morso ardente? Ecco ora

una grevezza di fumo salirle al respiro e un bruciore insopportabile

dilaniarle le carni e l’aria intorno mancarle a poco a poco e velarsi

la luce e cessare la magìa dei suoni e sentire la voragine che la

inghiottiva membro a membro. E poi?... Cenere.

Lo doveva sapere. Lo sapeva infatti, nello stesso modo che giunti

all’età della ragione si sa che si deve morire; ma come la visione

della morte non paralizza la vita così ella aveva amato senza pensare

più alla fine dell’amore o piuttosto trovando una superiorità di

sentimento, un generoso disdegno di ogni calcolo in quel suo offrirsi

deliberatamente al sacrificio. Appunto perchè privo di speranza sentiva

la rarità del dono fatto ad Ariele e lo misurava con appassionata

fierezza all’amore che gli avrebbero offerto altre donne con tanta

usura di interesse e di ipoteche. Se c’era un pensiero che la

sorreggeva nello strazio era quello: sapere che malgrado le insidie del

destino, malgrado le seduzioni che attendevano al varco la giovinezza

di Ariele, malgrado egli potesse amare ancora, molto, perdutamente,

quando vorrà raccogliersi in sè nelle ore solenni del ricordo e

meditare e giudicare quel nome di Unica che egli aveva trovato per lei,

tutta la sua coscienza gli griderebbe: “È vero. Ella sola ti ha amato!„

Ora bisognava morire. Morire come? Fuggire, strapparselo dal cuore,

distruggere ogni memoria ogni segno del passato, lasciarlo libero,

Morire a lui, per lui.

Una sera in cui era sola e più ardentemente lo desiderava si volle

figurare la disperata solitudine che l’attendeva quando egli non

venisse più; le ore tremende dell’abbandono in quella stanza tutta

piena di lui, dove avevano tante volte evocato l’idillio timido

e confuso del loro amore nascente argomentando che dovesse essere

eterno. Qualunque cosa avvenga, — egli diceva, — non posso nemmeno

immaginare di vivere senza di te! Ma lei col tormentoso presagio che

fa di certe anime il carnefice di sè stesse vedeva già il suo posto

vuoto e l’aria agitata un dì dalle loro parole starsi immobile nella

tragica immobilità che circonda i sepolcri. Quando quella portiera

non si sollevasse più, quando la bella persona di Ariele riempiendo

il vano dell’uscio non accendesse più di mille lumi lo spazio, quando

egli non toccasse più i suoi ninnoli, i suoi libri col grazioso gesto

infantile che le piaceva tanto in lui, quando sorridendo e guardandola

non accostasse più le dolci labbra alla coppa dove ella beveva,

quando tutte le care intimità del loro amore fossero finite e l’ombra

terribile del nulla scendesse sulle sere del futuro, come potrebbe

resistere a tanta rovina?

Morire, morire, morire! Con questa parola terminava ogni suo

soliloquio; era diventata la sua ossessione, il suo incubo. Rimpiangeva

continuamente l’ora di passione profonda durante la quale aveva tenuto

Ariele sfinito in grembo, suo, tutto suo, in suo pieno dominio, con

quelle labbra gelide dove ella aveva soffiata la propria vita, dove

avrebbe potuto accostare la morte e morire con lui e sparire per sempre

nel vortice oscuro dell’al di là, insieme.

Che cosa è mai il senso occulto che al cieco barcollante nel buio

indica l’avvicinarsi di un ostacolo? E sulla spiaggia battuta dal mare,

mentre il pescatore si allontana gonfie le vele di vento e di speranza

sorridendo alle promesse di felice ritorno, che cosa è l’improvviso

presentimento che nei raggi dei sole e nella festa delle onde stringe

il cuore alla donna rimasta sulla riva? Non è forse che per certe

sensibilità acute e in alcune circostanze e in alcuni stati speciali

dell’animo sembra di sentire nell’ombra i passi misteriosi del nemico

ignoto? Lei stessa, la sopravissuta alle battaglie della vita, muto

il cuore, muti i sensi, spenta la fantasia nell’acquietamento d’ogni

desiderio, non aveva sentito il tacito avanzarsi di un palpito nuovo,

non nato ancora ma già esistente intorno a lei nell’aria, nel cielo,

nell’invisibile giro degli atomi, nel sospiro eterno delle cose,

lassù, sul terrazzo di Trento, in una indimenticabile notte? Ora sul

plettro de’ suoi nervi le voci fatidiche piangevano con accenti di

terrore. Perchè, se nulla era mutato, se un anno appena era trascorso

dall’incanto iniziale, se Ariele giurava di amarla ed ella lo amava

ogni giorno più?

Giunse a non potersi dominare, a non sapere più nascondere nemmeno

a lui lo stato di inquietudine dal quale scaturivano a volta parole

amare che dovevano apparire ingiuste ad Ariele, che lo turbavano e lo

indisponevano, mentre lei rifugiandosi in una dignità incompresa si

rifiutava alle dolci carezze quanto più ne aveva cocente la bramosìa.

Un bisogno la prese all’improvviso di staccarsi da Ariele, coll’atto

inconsulto del ferito che staccando le bende si illude di sfuggire al

tormento, ma travolta nelle astuzie dell’istinto scelse per meta della

sua fuga il posto medesimo dove ad ogni sasso, ad ogni fronda avrebbe

incontrato ancora la memoria di Ariele, là dove si erano amati.

Partì con meraviglia di lui e tristezza contenuta che ella giudicò

indifferenza. Dal canto suo Ariele non comprendeva tale subitanea

decisione di recarsi in una terra a lui vietata. Il saluto ultimo alla

stazione tra la folla irritante e vuota fu come un agitarsi di fiaccole

dietro un vetro opaco; i loro cuori si cercarono invano ed ella andò

così, chiamata dalla voce che non ha nome, verso il compimento del suo

destino.

Rivide le città, rivide i paesi, le verdi selve, i piani ondulati, le

Dolomiti splendenti, le Giudicarie austere, l’Adige bello e doloroso,

Rovereto dolcissima, Trento memore. Un’onda di commozione che era quasi

felicità le sollevava il petto ripassando per i luoghi noti, ribevendo

quell’aria e quella luce. Le memorie, dono crudele e magnifico per cui

si centuplica la vita, solo possesso vero nel trascorrere ininterrotto

del tempo, sorgevano ad ogni passo avviluppandola in una carezza

d’amore. Sogno? Che importa! Il sogno è l’ala della realtà.

Quando giunse al rifugio alpestre dove Moena era venuto a rintracciarla

credette le mancasse il cuore. Volgeva il tramonto, l’ora stessa

dell’arrivo di Moena. Nel momento che la carrozza passava all’entrata

del bosco i suoi occhi spalancati cercarono sè stessa, in quella

sera, rifacendo il loro incontro così timido e scolorito nell’alba

ancora frigida dei sensi chiusi. Ma quando a notte fatta volle

riaffacciarsi ai primi alberi del bosco, ansiosa, tremante, allucinata,

non le fu possibile inoltrarsi di un passo. I fantasmi del passato

la ricacciavano indietro; udiva la voce di Moena bassa e alterata

sussurrare nell’ombra: Ha paura?

Disfatta, convulsa, si accasciò contro un albero, urtando alla ruvida

scorza le mani delicate con un bisogno fisico di farsi male, di trarre

alla superficie della pelle quello spasimo orrendo che la straziava

dentro. Anche Ariele una volta nello stringerla le aveva fatto male

e rievocandone ora la sensazione tutto il suo corpo fremeva in una

indicibile voluttà di martirio, sentendo veramente una fitta acuta che

le trapassava il cuore. Da qualche tempo soffriva così nella sua carne,

nel giro del sangue, in tutti i nervi schiantati dalla intensità della

passione e della lotta. Abbandonata sul tronco dell’albero ebbe in quel

punto pieno sentore della propria miseria, di essere un povero corpo

stremato, una povera anima inutilmente dolorante. Si premette con tutte

e due le mani le braccia, le spalle, i fianchi gemendo: Misera me!; — e

piegò la testa, umile, vinta.

Un rumore d’acqua veniva dalle cupe profondità dello spazio, ma ella

non ricordava che vi fosse in vicinanza nè cascata nè fontana; e poichè

la notte, il silenzio, un misterioso terrore, un senso di isolamento

e di abbandono la cingevano di una cattiva malìa le parve che quello

fosse un pianto disperato, il pianto dei luoghi dove era passato

l’amore, dove non passerebbe più.

Ascoltando sempre a capo chino, tutta raccolta in sè quasi per

nascondersi e immedesimarsi e sparire nel palpito universale, per

non essere più nulla altro che una cosa morta, parvele ancora che

nell’acqua invisibile scrosciasse improvvisamente un riso di scherno

alto, sonante, — poi, lento, a tratti, un lieve e molle pispigliare di

goccie, un indugio di soavità, come un rosario sgranato di baci, come

un mormorio di parole raccolte da labbro a labbro, — e le lagrime di

nuovo, — e di nuovo alta, sonante, prolungata, acutissima, la risata di

scherno....

. . . . . . .

— Non è più lei, signora, — le disse un giorno in sua ingenua

schiettezza una vecchierella del paese.

Era vero. Lo sentiva, lo vedeva; non era più lei. Accadevale ora di

fermarsi dinanzi allo specchio per guardare se avesse ancora sotto

gli occhi il cerchio bruno che le era rimasto dalla notte insonne, se

crescesse il solco emaciato della guancia e ripeteva a mezza voce con

una tristezza che era tutto uno schianto un verso di Keats: “Oh! dove

sono i canti di primavera, dove?„

E la natura intorno era tanto bella, tutta verde e azzurra, punteggiata

dalle stelle bianche delle pratelline nella distesa dei prati, dai

ciuffi d’oro delle ginestre nei boschi, fra quelle deliziose montagne

trentine colore d’ambra e di lapislazzuli, colore di croco e di opale,

varie, eleganti, disegnate sullo sfondo del cielo con la morbidezza

di profili a sanguigna. La vita si svolgeva così, tranquilla nelle

opere dei campi, nelle placide case, tra le viuzze sassose dove i

bimbi giuocavano sotto l’occhio sereno delle madri, dove le fanciulle

appendevano tralci di garofani alle finestre e nulla veniva mai a

turbare la calma un po’ dormiente un po’ infingarda di quei montanari

cui il breve orizzonte era mondo.

L’anima in pena cercava di interessarsi a questa vita semplice;

discorreva colle donne delle loro faccende, dei loro figliuoli;

ascoltava racconti di cose umili; voleva mettersi al loro livello,

voleva dimenticare di essere la creatura di passione e di pensiero,

scendere a loro, assidersi placida con loro alla mensa quotidiana,

ai quotidiani lavori; guardare l’erba che spunta, le galline che

razzolano, le nubi in cielo, e incrociare a sera le mani sul grembo

nella attesa indifferente del dimane sempre eguale. Vi riusciva

in certi momenti di atonia durante i quali un velo soffice tessuto

di languore e di rassegnazione la fasciava, dandole il momentaneo

sollievo di una applicazione fresca sopra una piaga che brucia. Ma

improvvisamente, senza che nulla fosse mutato nell’aria, nel cielo,

nel rameggiare degli alberi, nello scorrere dei ruscelli, nella torbida

pace circostante, il cuore le dava un balzo, la memoria le riaffacciava

una visione. — Lui, Lui, sempre Lui! — e folle di rinnovellata angoscia

fuggiva per sentieri deserti torcendosi le mani sul petto affannoso.

I fanciulli l’amavano; sovente guardandoli si acquietava nella loro

innocenza. Talora sulla fronte dell’uno, sulla bocca dell’altro,

credeva ritrovare una somiglianza con Ariele e allora più intensa si

faceva la sua attenzione, più dolci e prolungate le sue carezze; ma

erano illusioni fuggevoli. In realtà nessun volto somigliava a quello

di Ariele; il desiderio dell’amante lo cercava invano. Solo guardando

dentro sè stessa, nel raccoglimento desioso delle rimembranze, le

linee dell’amato si ricomponevano in loro specialissima delicatezza

virile, in loro fine regolarità di camméo e il senso acuto della di lui

bellezza, anche lontana, le dava quel tormento di cosa inafferrabile

già provato quando Ariele era nelle sue braccia, per l’ansia segreta

che la bellezza suscita in fondo al piacere che essa dà, quasi un senso

più preciso della morte nel maggior fervore di vita.

Erano andati i fanciulli, renitenti le madri, a una sagra su un monte

vicino e le madri stavano in gran pensiero per un folto accavallarsi di

nubi nunziatrici di prossima bufera, rifacendosi ad ogni istante sulle

porte delle loro case a guardare da lungi se apparissero; la signora

buona prendeva parte alla loro preoccupazione tentando rassicurarle.

Se non che a un tratto la bufera incalza sollevando turbini di vento e

di foglie, lampi spaventosi fendono le nubi, terribili boati echeggiano

di valle in valle, stridono gli alberi piegati al suolo, muggiscono le

mandre spaventate; schianti di imposte sbattute, di assi che si fendono

raddoppiano gli strilli delle donne e il pianto dei pargoli; qualche

vecchia in disparte prega fervorosamente. Ma un grido li domina tutti:

“I nostri figli! i nostri figli!„ Le madri non dicono altro, immobili

sulle soglie, il grembiule buttato sulla testa a riparare la furia

dell’acquazzone, coll’occhio che non abbandona la strada per la quale

devono giungere i fanciulli. Il terrore e l’angoscia crescono di minuto

in minuto.

Eccoli finalmente! Una macchia bruna appare in alto sul declivio del

monte. Si muove, si snoda; un punto rosso emerge. “È lei, è Maria!„

esclama una donna. Un fremito di gioia corre in tutti i cuori. Le

vecchie dicono: “Sia ringraziato il Signore!„ La furia dell’uragano

è calmata; piove ancora, ma già il cielo si chiarisce attraversato

dall’arcobaleno: “Sia ringraziato il Signore! Sia ringraziato il

Signore!„

Il gruppo dei fanciulli si approssima; la gonnella rossa della piccola

Maria danza al vento. Corrono, gocciolanti d’acqua, giù dai viottoli,

balzando di sasso in sasso, agitando in alto i cappelli. Già sono

vicini; già si ode lo scroscio delle loro risa, si vedono le treccie

delle bimbe disfatte appiccicate sul collo e sul dorso; più di un

bimbo ha strappato i pantaloncini, ha perduto il cappello; e ridono.

Uno inciampa e cade; ride, si rialza, torna a correre. Un altro canta,

spavaldo, colle mani in tasca, il nasino per aria a sfidare le ultime

gocciole. “Come ci siamo divertiti!„ esclama la piccola Maria appena

può far udire la sua voce. Un bambino, soletto, piagnucola; aveva

comperato alla sagra una bella trottola e non la trova più. “Ora sì, —

minacciano le madri con piglio tra il burbero e il commosso, — dobbiamo

fare i conti. A letto subito!„

Ma la Maria non si muove. È la capoccia della compagnia, deve narrare

in qual modo andò la gita e lo fa stando in piedi contro la tavola,

addentando una mela acerba. Piccoletta, tarchiata, ha le braccia nude

a metà, sode, un po’ ruvide per il vento e per il sole, colla pelle

tesa fragrante di salute, scura verso le mani, più bianca nel risalire.

Non è bella, è giovane. I suoi capelli hanno il rigoglio di una

criniera e di una foresta; i suoi occhi guardano tra le palpebre lisce

come specchi di laghi alpini; una peluria di pistillo adombra con un

incomparabile belletto le sue guancie troppo tonde; ha la bocca carnosa

di una freschezza insolente, con denti acuti e bianchi di bestiola

selvaggia, e morde la mela con tanto impeto che il sangue sprizzando

dalle gengive riga di vermiglio la polpa del frutto. Sembra che la

bufera invece di abbatterla abbia rintuzzate tutte le sue forze, come

se tra lei e l’acqua e il vento e i fulmini fosse corsa una magnifica

tenzone, una gioiosa battaglia risolta in sua vittoria.

Oh! giovinezza, giovinezza! — pensa l’attardata viandante; e tutto in

sè le pare vano, trista la sua carne, vuoto il suo cuore, inutile il

suo affetto — Giovinezza, solo tesoro!

. . . . . . .

Ariele tardava a scrivere, nè ella per fierezza sollecitava le sue

lettere. Era forse la fine? la fine sempre temuta, pur se qualche

volta implorata, liberatrice finchè lontana, spaventosa nei rantoli

dell’agonia? la fine gelida e volgare che non lascia nulla dietro a sè,

la fine dell’avventura comune? Era questo che la aspettava dopo tanto

slancio ideale, dopo tanta intima, profonda, appassionata intesa? Era

questo che meritava l’anima sua?

Che cosa sarebbe di lei, della sua vita, non sapeva, non voleva

pensare. Era giunta a quel punto della sofferenza che confina colla

insensibilità. In tale stato ipnotico errava tra le piante e le

erbe atrofizzando il pensiero nella contemplazione dei piani verdi,

sprofondandovi l’occhio fino ad averne una ebbrezza sensuale dove

l’assillo del ricordo annegava morbidamente.

L’ora culminante di tale abbandono ricorreva ogni giorno al tramonto

del sole. Le piaceva allora portarsi all’entrata del bosco, presso

alcuni scalini di pietra dai quali aveva visto arrivare Ariele. Sedeva

abbattuta, chiuso il capo nel suo velo bianco, chiuse le mani in

grembo, simile a un marmoreo simulacro del dolore, a una sfinge dal

segreto inviolato.

Stava così una sera, immobile, in solitudine assoluta, — i grilli

appena stornellavano in fondo al prato, — quando un passo d’uomo vicino

a lei le fece sollevare la fronte.

— Unica!

Si scolorì nel volto che apparve come un’ostia tra la nuvola del velo;

le pupille sbarrate per la grande fissità non avevano sguardo: balzò in

piedi, muta. Egli vide in quegli occhi altrettanto timore quanto amore.

— È l’addio, — disse.

— L’addio? — fece ella scuotendosi.

— Forse l’addio ultimo.

— No!

Tutte le sue energie scattarono. Gli si appigliò al braccio, ansante,

delirante:

— Che avvenne? Come sei qui?

— Parto. Sono venuto a dirti addio.

— Addio? Perchè?

— Parto, — ripetè Ariele.

Ella vide allora un grande smarrimento ne’ suoi sguardi e insieme una

risolutezza disperata.

— Dove vai?

— Non so. Molte cose sono avvenute che tu ignori.

— Dimmele.

Ariele si guardò intorno sospettoso. Ella comprese.

— Quale rischio corri?

— Il rischio di perder tutto.

— E sei venuto?

— Per te.

— Aspetta, aspettami qui. Il luogo è deserto, fra poco sarà notte, non

ci vedrà nessuno. Vado a fingere di coricarmi e poi ritorno. Aspettami.

Divorò la via in un baleno. Breve tempo era trascorso dalle prime

parole quasi febbrili e già ella rifaceva il cammino con passo così

rapido e leggero che pareva un volo.

— Ora siamo liberi. Hai tempo?

— L’alba non mi deve trovare qui. Più che il pericolo mio penso che

se mi arrestassero non potrei servire la causa nei fini che mi sono

proposto. Fui scelto per una missione difficile che mi colma di gioia

ma anche di responsabilità. Dipende da una risposta che avrò domani il

sapere come e dove mi sia possibile agire.

— Agire?....

Ariele sorrise al tremito che ella ebbe.

— Non colle armi. In regime di tirannia la lotta deve essere cauta, la

preparazione lunga, i mezzi occulti. Ma il momento è propizio, molte

cose sono da fare.

— E non vi è pericolo?

— Pericolo?

— Per te, per la tua vita.

Egli si illuminò tutto di quella sua luce pallida che lo rendeva simile

ad un martire e ad un eroe.

— La mia vita? ma è ciò che desidero, dare la vita per la mia patria.

Aveva pronunciato queste parole con tanto ardore che l’amata se ne

sentì quasi ferita. Chiuse le palpebre, un attimo, serrando i denti con

un profondo sospiro.

— E non posso far nulla io?

— Sì, amarmi.

— Oltre l’amore, nevvero? oltre la vita. E così che intendi?

— L’anima tua grande è il mio faro. Credo ciò che tu credi.

E come non avessero più nulla da aggiungere all’armonia dei loro cuori,

tacquero.

La notte li avvolgeva morbida e discreta con panneggiamenti d’ombra;

il bosco dinanzi a loro commosso da fremiti impercettibili univa il

suo respiro all’ansia dei loro petti. Nello stesso momento ricordarono

entrambi la sera in cui vi erano penetrati e sùbito l’uno sentì ciò

che l’altra sentiva nel meraviglioso intuito della loro vibrante

sensibilità.

A lenti passi, senza pronunciare una parola, Ariele si avviò verso i

primi alberi radi dove le stelle posavano i raggi attenuati del loro

splendore sui candelabri degli abeti. Senza pronunciare una parola

l’Unica lo seguì.

Repente uno strido lugubre fendette l’aria. Egli la scorse che

trasaliva e stringendola lieve alla vita disse per rassicurarla:

— Non è nulla, un uccello notturno.

Quel contatto tolse a lei un po’ della sua forza. La sua spalla toccava

la spalla del giovane; al tenue chiarore delle stelle vide l’avorio de’

suoi denti biancheggiare nel roseo arco delle labbra. Un soffio le uscì

dalla gola riarsa:

— Mi ami ancora?

Ariele non rispose, la strinse più forte. L’ora ineluttabile si librava

su di essi, fatale, misteriosa, tutta pervasa di passione e di lagrime.

Un altro soffio quasi indistinto.

— Non ti vedrò forse più....

— Perchè dici questo? Certe cose non si devono dire.

— È vero. Non si devono dire.

Tacquero ancora, inoltrandosi. Le stelle erano lontane; nessuna luce

giungeva oramai sotto la volta fittissima dei rami; l’incenso della

foresta vaporava solo, qual profumo sull’ara, in attesa del sacrificio.

L’Unica rabbrividì a un tratto come se una mano che non fosse quella di

Ariele l’avesse toccata.

— Ho paura, — gli singhiozzò tutta tremante colla faccia nascosta nel

suo petto.

Egli la resse sulle braccia mormorando:

— Amore....

L’abisso nero delle conifere li avvolse, li inghiottì.... Nell’ombra

fascinatrice il silenzio si fece sacro dello spasimo di due anime.

Rogo d'amore · 第 17 / 20 题