— La glicine è fiorita, — disse un mattino la cameriera schiudendo le
persiane in camera della signora.
Poco dopo la signora affacciossi a sua volta guardando giù nel giardino
i bei grappoli color d’ametista pendenti sul muro, turgidi sotto le
goccie della rugiada come gole di donna indiamantate. Rifiorirono, —
pensava, ma non sono più i grappoli dell’anno scorso.
L’alta specchiera fra due colonnine dorate la riflettè, discinta come
era, ancora avvenente in una sua speciale eleganza di linee, ancora
donna. Ancora? e per quanto tempo? Salì col palmo della mano lungo il
braccio, il braccio bianco che Ariele non conosceva, che non avrebbe
mai cinto così nudo il suo collo; piegò la faccia lentamente fino a
toccarlo, in alto, dove si congiunge alla spalla, e stette un attimo
colle labbra appoggiate alla fresca morbidezza della propria carne
chiudendo gli occhi con uno spasimo disperato.
Sul vassoio del caffè c’era il saluto quotidiano di Ariele, il suo
raggio di sole. Poche parole, talvolta una sillaba sola, un grido
ardente dell’anima “Tu!„. Il saluto di quel mattino recava “Più
che come sempre„. Così rinasceva l’alternativa del dubbio scorato e
dell’inebriante miraggio, della ragione che le suggeriva: fuggi, e
dell’amore che le diceva: vieni.
Fu ancora in quel tempo di primavera, durante un molle vespero, pochi
giorni appresso dalla fioritura delle glicini che ella credette di
scorgere in Ariele una inquietudine nascosta, una specie di disagio
nel quale egli si distraeva sfuggendo alle di lei carezze. Si pose
allora ad esaminarlo acutamente, a scrutargli in volto le gradazioni di
quel suo pallore di sensitivo; avrebbe voluto sviscerargli i pensieri,
leggergli dentro, cogliere gli aneliti del suo cuore nelle inflessioni
della sua voce; ma il segreto che si nasconde in ogni creatura umana
le rimaneva invisibile anche in quella creatura amata. Tutta la sua
passione, tutta la sua dedizione erano vane. L’estasi amorosa le poteva
far credere in certi istanti di formare un’anima sola, ma non era vero.
Le loro anime restavano due anche nei momenti della maggiore intimità
come erano due i loro corpi per quanto un disperato amplesso li
avvincesse in questo desiderio supremo.
— Ariele....
Si scosse, la guardò con occhi ingranditi da un’ombra violacea.
Il profumo delle glicini saliva dal giardino umido e oscuro,
misteriosamente. Il pensiero ha volo d’angelo e volo di strige. Ella
pensò: Una donna! Ma ecco che egli non lo vedeva questo pensiero e
affinchè nulla di esso trasparisse sulla sua fronte agitata, nella
soffocazione improvvisa che la prese al sommo del petto, corse ad
affacciarsi al balcone.
— Che ha? — chiese Ariele.
— Nulla.
Era la prima volta che mentiva e una grande amarezza gliene rimase
sulle labbra ermeticamente chiuse da un suggello d’orgoglio. Il giovane
la raggiunse appoggiandosi vicino ad essa sul davanzale.
— Come a Trento, — disse dolcemente.
L’amata fece un gesto vago, curvandosi nell’olezzo delle glicini che
non erano più quelle dell’anno scorso....
— Mio Dio, mio Dio! — mormorò quando fu sola, tutta colma la bocca,
gli occhi e l’anima della presenza di Ariele, — dovrò io entrare nella
volgarità e nel ridicolo della gelosia?
L’assurdo di un amore che non poteva avere nessuna via di uscita,
che era fuori del tempo e della possibilità, impotente a dare la
gioia della continuazione, quell’amore che era il suo; folle amore,
dolorosissimo fra tutti gli amori, le riaffacciò alla mente la visione
del rogo. Come erano belle le prime faville! come balzavano liete
e vivide e sicure a ricercare l’altezza! Oh! dove era più il divino
incanto dei primi sguardi, delle prime parole? dove il primo avvolgere
trepido e caldo della fiamma? dove il primo morso ardente? Ecco ora
una grevezza di fumo salirle al respiro e un bruciore insopportabile
dilaniarle le carni e l’aria intorno mancarle a poco a poco e velarsi
la luce e cessare la magìa dei suoni e sentire la voragine che la
inghiottiva membro a membro. E poi?... Cenere.
Lo doveva sapere. Lo sapeva infatti, nello stesso modo che giunti
all’età della ragione si sa che si deve morire; ma come la visione
della morte non paralizza la vita così ella aveva amato senza pensare
più alla fine dell’amore o piuttosto trovando una superiorità di
sentimento, un generoso disdegno di ogni calcolo in quel suo offrirsi
deliberatamente al sacrificio. Appunto perchè privo di speranza sentiva
la rarità del dono fatto ad Ariele e lo misurava con appassionata
fierezza all’amore che gli avrebbero offerto altre donne con tanta
usura di interesse e di ipoteche. Se c’era un pensiero che la
sorreggeva nello strazio era quello: sapere che malgrado le insidie del
destino, malgrado le seduzioni che attendevano al varco la giovinezza
di Ariele, malgrado egli potesse amare ancora, molto, perdutamente,
quando vorrà raccogliersi in sè nelle ore solenni del ricordo e
meditare e giudicare quel nome di Unica che egli aveva trovato per lei,
tutta la sua coscienza gli griderebbe: “È vero. Ella sola ti ha amato!„
Ora bisognava morire. Morire come? Fuggire, strapparselo dal cuore,
distruggere ogni memoria ogni segno del passato, lasciarlo libero,
Morire a lui, per lui.
Una sera in cui era sola e più ardentemente lo desiderava si volle
figurare la disperata solitudine che l’attendeva quando egli non
venisse più; le ore tremende dell’abbandono in quella stanza tutta
piena di lui, dove avevano tante volte evocato l’idillio timido
e confuso del loro amore nascente argomentando che dovesse essere
eterno. Qualunque cosa avvenga, — egli diceva, — non posso nemmeno
immaginare di vivere senza di te! Ma lei col tormentoso presagio che
fa di certe anime il carnefice di sè stesse vedeva già il suo posto
vuoto e l’aria agitata un dì dalle loro parole starsi immobile nella
tragica immobilità che circonda i sepolcri. Quando quella portiera
non si sollevasse più, quando la bella persona di Ariele riempiendo
il vano dell’uscio non accendesse più di mille lumi lo spazio, quando
egli non toccasse più i suoi ninnoli, i suoi libri col grazioso gesto
infantile che le piaceva tanto in lui, quando sorridendo e guardandola
non accostasse più le dolci labbra alla coppa dove ella beveva,
quando tutte le care intimità del loro amore fossero finite e l’ombra
terribile del nulla scendesse sulle sere del futuro, come potrebbe
resistere a tanta rovina?
Morire, morire, morire! Con questa parola terminava ogni suo
soliloquio; era diventata la sua ossessione, il suo incubo. Rimpiangeva
continuamente l’ora di passione profonda durante la quale aveva tenuto
Ariele sfinito in grembo, suo, tutto suo, in suo pieno dominio, con
quelle labbra gelide dove ella aveva soffiata la propria vita, dove
avrebbe potuto accostare la morte e morire con lui e sparire per sempre
nel vortice oscuro dell’al di là, insieme.
Che cosa è mai il senso occulto che al cieco barcollante nel buio
indica l’avvicinarsi di un ostacolo? E sulla spiaggia battuta dal mare,
mentre il pescatore si allontana gonfie le vele di vento e di speranza
sorridendo alle promesse di felice ritorno, che cosa è l’improvviso
presentimento che nei raggi dei sole e nella festa delle onde stringe
il cuore alla donna rimasta sulla riva? Non è forse che per certe
sensibilità acute e in alcune circostanze e in alcuni stati speciali
dell’animo sembra di sentire nell’ombra i passi misteriosi del nemico
ignoto? Lei stessa, la sopravissuta alle battaglie della vita, muto
il cuore, muti i sensi, spenta la fantasia nell’acquietamento d’ogni
desiderio, non aveva sentito il tacito avanzarsi di un palpito nuovo,
non nato ancora ma già esistente intorno a lei nell’aria, nel cielo,
nell’invisibile giro degli atomi, nel sospiro eterno delle cose,
lassù, sul terrazzo di Trento, in una indimenticabile notte? Ora sul
plettro de’ suoi nervi le voci fatidiche piangevano con accenti di
terrore. Perchè, se nulla era mutato, se un anno appena era trascorso
dall’incanto iniziale, se Ariele giurava di amarla ed ella lo amava
ogni giorno più?
Giunse a non potersi dominare, a non sapere più nascondere nemmeno
a lui lo stato di inquietudine dal quale scaturivano a volta parole
amare che dovevano apparire ingiuste ad Ariele, che lo turbavano e lo
indisponevano, mentre lei rifugiandosi in una dignità incompresa si
rifiutava alle dolci carezze quanto più ne aveva cocente la bramosìa.
Un bisogno la prese all’improvviso di staccarsi da Ariele, coll’atto
inconsulto del ferito che staccando le bende si illude di sfuggire al
tormento, ma travolta nelle astuzie dell’istinto scelse per meta della
sua fuga il posto medesimo dove ad ogni sasso, ad ogni fronda avrebbe
incontrato ancora la memoria di Ariele, là dove si erano amati.
Partì con meraviglia di lui e tristezza contenuta che ella giudicò
indifferenza. Dal canto suo Ariele non comprendeva tale subitanea
decisione di recarsi in una terra a lui vietata. Il saluto ultimo alla
stazione tra la folla irritante e vuota fu come un agitarsi di fiaccole
dietro un vetro opaco; i loro cuori si cercarono invano ed ella andò
così, chiamata dalla voce che non ha nome, verso il compimento del suo
destino.
Rivide le città, rivide i paesi, le verdi selve, i piani ondulati, le
Dolomiti splendenti, le Giudicarie austere, l’Adige bello e doloroso,
Rovereto dolcissima, Trento memore. Un’onda di commozione che era quasi
felicità le sollevava il petto ripassando per i luoghi noti, ribevendo
quell’aria e quella luce. Le memorie, dono crudele e magnifico per cui
si centuplica la vita, solo possesso vero nel trascorrere ininterrotto
del tempo, sorgevano ad ogni passo avviluppandola in una carezza
d’amore. Sogno? Che importa! Il sogno è l’ala della realtà.
Quando giunse al rifugio alpestre dove Moena era venuto a rintracciarla
credette le mancasse il cuore. Volgeva il tramonto, l’ora stessa
dell’arrivo di Moena. Nel momento che la carrozza passava all’entrata
del bosco i suoi occhi spalancati cercarono sè stessa, in quella
sera, rifacendo il loro incontro così timido e scolorito nell’alba
ancora frigida dei sensi chiusi. Ma quando a notte fatta volle
riaffacciarsi ai primi alberi del bosco, ansiosa, tremante, allucinata,
non le fu possibile inoltrarsi di un passo. I fantasmi del passato
la ricacciavano indietro; udiva la voce di Moena bassa e alterata
sussurrare nell’ombra: Ha paura?
Disfatta, convulsa, si accasciò contro un albero, urtando alla ruvida
scorza le mani delicate con un bisogno fisico di farsi male, di trarre
alla superficie della pelle quello spasimo orrendo che la straziava
dentro. Anche Ariele una volta nello stringerla le aveva fatto male
e rievocandone ora la sensazione tutto il suo corpo fremeva in una
indicibile voluttà di martirio, sentendo veramente una fitta acuta che
le trapassava il cuore. Da qualche tempo soffriva così nella sua carne,
nel giro del sangue, in tutti i nervi schiantati dalla intensità della
passione e della lotta. Abbandonata sul tronco dell’albero ebbe in quel
punto pieno sentore della propria miseria, di essere un povero corpo
stremato, una povera anima inutilmente dolorante. Si premette con tutte
e due le mani le braccia, le spalle, i fianchi gemendo: Misera me!; — e
piegò la testa, umile, vinta.
Un rumore d’acqua veniva dalle cupe profondità dello spazio, ma ella
non ricordava che vi fosse in vicinanza nè cascata nè fontana; e poichè
la notte, il silenzio, un misterioso terrore, un senso di isolamento
e di abbandono la cingevano di una cattiva malìa le parve che quello
fosse un pianto disperato, il pianto dei luoghi dove era passato
l’amore, dove non passerebbe più.
Ascoltando sempre a capo chino, tutta raccolta in sè quasi per
nascondersi e immedesimarsi e sparire nel palpito universale, per
non essere più nulla altro che una cosa morta, parvele ancora che
nell’acqua invisibile scrosciasse improvvisamente un riso di scherno
alto, sonante, — poi, lento, a tratti, un lieve e molle pispigliare di
goccie, un indugio di soavità, come un rosario sgranato di baci, come
un mormorio di parole raccolte da labbro a labbro, — e le lagrime di
nuovo, — e di nuovo alta, sonante, prolungata, acutissima, la risata di
scherno....
. . . . . . .
— Non è più lei, signora, — le disse un giorno in sua ingenua
schiettezza una vecchierella del paese.
Era vero. Lo sentiva, lo vedeva; non era più lei. Accadevale ora di
fermarsi dinanzi allo specchio per guardare se avesse ancora sotto
gli occhi il cerchio bruno che le era rimasto dalla notte insonne, se
crescesse il solco emaciato della guancia e ripeteva a mezza voce con
una tristezza che era tutto uno schianto un verso di Keats: “Oh! dove
sono i canti di primavera, dove?„
E la natura intorno era tanto bella, tutta verde e azzurra, punteggiata
dalle stelle bianche delle pratelline nella distesa dei prati, dai
ciuffi d’oro delle ginestre nei boschi, fra quelle deliziose montagne
trentine colore d’ambra e di lapislazzuli, colore di croco e di opale,
varie, eleganti, disegnate sullo sfondo del cielo con la morbidezza
di profili a sanguigna. La vita si svolgeva così, tranquilla nelle
opere dei campi, nelle placide case, tra le viuzze sassose dove i
bimbi giuocavano sotto l’occhio sereno delle madri, dove le fanciulle
appendevano tralci di garofani alle finestre e nulla veniva mai a
turbare la calma un po’ dormiente un po’ infingarda di quei montanari
cui il breve orizzonte era mondo.
L’anima in pena cercava di interessarsi a questa vita semplice;
discorreva colle donne delle loro faccende, dei loro figliuoli;
ascoltava racconti di cose umili; voleva mettersi al loro livello,
voleva dimenticare di essere la creatura di passione e di pensiero,
scendere a loro, assidersi placida con loro alla mensa quotidiana,
ai quotidiani lavori; guardare l’erba che spunta, le galline che
razzolano, le nubi in cielo, e incrociare a sera le mani sul grembo
nella attesa indifferente del dimane sempre eguale. Vi riusciva
in certi momenti di atonia durante i quali un velo soffice tessuto
di languore e di rassegnazione la fasciava, dandole il momentaneo
sollievo di una applicazione fresca sopra una piaga che brucia. Ma
improvvisamente, senza che nulla fosse mutato nell’aria, nel cielo,
nel rameggiare degli alberi, nello scorrere dei ruscelli, nella torbida
pace circostante, il cuore le dava un balzo, la memoria le riaffacciava
una visione. — Lui, Lui, sempre Lui! — e folle di rinnovellata angoscia
fuggiva per sentieri deserti torcendosi le mani sul petto affannoso.
I fanciulli l’amavano; sovente guardandoli si acquietava nella loro
innocenza. Talora sulla fronte dell’uno, sulla bocca dell’altro,
credeva ritrovare una somiglianza con Ariele e allora più intensa si
faceva la sua attenzione, più dolci e prolungate le sue carezze; ma
erano illusioni fuggevoli. In realtà nessun volto somigliava a quello
di Ariele; il desiderio dell’amante lo cercava invano. Solo guardando
dentro sè stessa, nel raccoglimento desioso delle rimembranze, le
linee dell’amato si ricomponevano in loro specialissima delicatezza
virile, in loro fine regolarità di camméo e il senso acuto della di lui
bellezza, anche lontana, le dava quel tormento di cosa inafferrabile
già provato quando Ariele era nelle sue braccia, per l’ansia segreta
che la bellezza suscita in fondo al piacere che essa dà, quasi un senso
più preciso della morte nel maggior fervore di vita.
Erano andati i fanciulli, renitenti le madri, a una sagra su un monte
vicino e le madri stavano in gran pensiero per un folto accavallarsi di
nubi nunziatrici di prossima bufera, rifacendosi ad ogni istante sulle
porte delle loro case a guardare da lungi se apparissero; la signora
buona prendeva parte alla loro preoccupazione tentando rassicurarle.
Se non che a un tratto la bufera incalza sollevando turbini di vento e
di foglie, lampi spaventosi fendono le nubi, terribili boati echeggiano
di valle in valle, stridono gli alberi piegati al suolo, muggiscono le
mandre spaventate; schianti di imposte sbattute, di assi che si fendono
raddoppiano gli strilli delle donne e il pianto dei pargoli; qualche
vecchia in disparte prega fervorosamente. Ma un grido li domina tutti:
“I nostri figli! i nostri figli!„ Le madri non dicono altro, immobili
sulle soglie, il grembiule buttato sulla testa a riparare la furia
dell’acquazzone, coll’occhio che non abbandona la strada per la quale
devono giungere i fanciulli. Il terrore e l’angoscia crescono di minuto
in minuto.
Eccoli finalmente! Una macchia bruna appare in alto sul declivio del
monte. Si muove, si snoda; un punto rosso emerge. “È lei, è Maria!„
esclama una donna. Un fremito di gioia corre in tutti i cuori. Le
vecchie dicono: “Sia ringraziato il Signore!„ La furia dell’uragano
è calmata; piove ancora, ma già il cielo si chiarisce attraversato
dall’arcobaleno: “Sia ringraziato il Signore! Sia ringraziato il
Signore!„
Il gruppo dei fanciulli si approssima; la gonnella rossa della piccola
Maria danza al vento. Corrono, gocciolanti d’acqua, giù dai viottoli,
balzando di sasso in sasso, agitando in alto i cappelli. Già sono
vicini; già si ode lo scroscio delle loro risa, si vedono le treccie
delle bimbe disfatte appiccicate sul collo e sul dorso; più di un
bimbo ha strappato i pantaloncini, ha perduto il cappello; e ridono.
Uno inciampa e cade; ride, si rialza, torna a correre. Un altro canta,
spavaldo, colle mani in tasca, il nasino per aria a sfidare le ultime
gocciole. “Come ci siamo divertiti!„ esclama la piccola Maria appena
può far udire la sua voce. Un bambino, soletto, piagnucola; aveva
comperato alla sagra una bella trottola e non la trova più. “Ora sì, —
minacciano le madri con piglio tra il burbero e il commosso, — dobbiamo
fare i conti. A letto subito!„
Ma la Maria non si muove. È la capoccia della compagnia, deve narrare
in qual modo andò la gita e lo fa stando in piedi contro la tavola,
addentando una mela acerba. Piccoletta, tarchiata, ha le braccia nude
a metà, sode, un po’ ruvide per il vento e per il sole, colla pelle
tesa fragrante di salute, scura verso le mani, più bianca nel risalire.
Non è bella, è giovane. I suoi capelli hanno il rigoglio di una
criniera e di una foresta; i suoi occhi guardano tra le palpebre lisce
come specchi di laghi alpini; una peluria di pistillo adombra con un
incomparabile belletto le sue guancie troppo tonde; ha la bocca carnosa
di una freschezza insolente, con denti acuti e bianchi di bestiola
selvaggia, e morde la mela con tanto impeto che il sangue sprizzando
dalle gengive riga di vermiglio la polpa del frutto. Sembra che la
bufera invece di abbatterla abbia rintuzzate tutte le sue forze, come
se tra lei e l’acqua e il vento e i fulmini fosse corsa una magnifica
tenzone, una gioiosa battaglia risolta in sua vittoria.
Oh! giovinezza, giovinezza! — pensa l’attardata viandante; e tutto in
sè le pare vano, trista la sua carne, vuoto il suo cuore, inutile il
suo affetto — Giovinezza, solo tesoro!
. . . . . . .
Ariele tardava a scrivere, nè ella per fierezza sollecitava le sue
lettere. Era forse la fine? la fine sempre temuta, pur se qualche
volta implorata, liberatrice finchè lontana, spaventosa nei rantoli
dell’agonia? la fine gelida e volgare che non lascia nulla dietro a sè,
la fine dell’avventura comune? Era questo che la aspettava dopo tanto
slancio ideale, dopo tanta intima, profonda, appassionata intesa? Era
questo che meritava l’anima sua?
Che cosa sarebbe di lei, della sua vita, non sapeva, non voleva
pensare. Era giunta a quel punto della sofferenza che confina colla
insensibilità. In tale stato ipnotico errava tra le piante e le
erbe atrofizzando il pensiero nella contemplazione dei piani verdi,
sprofondandovi l’occhio fino ad averne una ebbrezza sensuale dove
l’assillo del ricordo annegava morbidamente.
L’ora culminante di tale abbandono ricorreva ogni giorno al tramonto
del sole. Le piaceva allora portarsi all’entrata del bosco, presso
alcuni scalini di pietra dai quali aveva visto arrivare Ariele. Sedeva
abbattuta, chiuso il capo nel suo velo bianco, chiuse le mani in
grembo, simile a un marmoreo simulacro del dolore, a una sfinge dal
segreto inviolato.
Stava così una sera, immobile, in solitudine assoluta, — i grilli
appena stornellavano in fondo al prato, — quando un passo d’uomo vicino
a lei le fece sollevare la fronte.
— Unica!
Si scolorì nel volto che apparve come un’ostia tra la nuvola del velo;
le pupille sbarrate per la grande fissità non avevano sguardo: balzò in
piedi, muta. Egli vide in quegli occhi altrettanto timore quanto amore.
— È l’addio, — disse.
— L’addio? — fece ella scuotendosi.
— Forse l’addio ultimo.
— No!
Tutte le sue energie scattarono. Gli si appigliò al braccio, ansante,
delirante:
— Che avvenne? Come sei qui?
— Parto. Sono venuto a dirti addio.
— Addio? Perchè?
— Parto, — ripetè Ariele.
Ella vide allora un grande smarrimento ne’ suoi sguardi e insieme una
risolutezza disperata.
— Dove vai?
— Non so. Molte cose sono avvenute che tu ignori.
— Dimmele.
Ariele si guardò intorno sospettoso. Ella comprese.
— Quale rischio corri?
— Il rischio di perder tutto.
— E sei venuto?
— Per te.
— Aspetta, aspettami qui. Il luogo è deserto, fra poco sarà notte, non
ci vedrà nessuno. Vado a fingere di coricarmi e poi ritorno. Aspettami.
Divorò la via in un baleno. Breve tempo era trascorso dalle prime
parole quasi febbrili e già ella rifaceva il cammino con passo così
rapido e leggero che pareva un volo.
— Ora siamo liberi. Hai tempo?
— L’alba non mi deve trovare qui. Più che il pericolo mio penso che
se mi arrestassero non potrei servire la causa nei fini che mi sono
proposto. Fui scelto per una missione difficile che mi colma di gioia
ma anche di responsabilità. Dipende da una risposta che avrò domani il
sapere come e dove mi sia possibile agire.
— Agire?....
Ariele sorrise al tremito che ella ebbe.
— Non colle armi. In regime di tirannia la lotta deve essere cauta, la
preparazione lunga, i mezzi occulti. Ma il momento è propizio, molte
cose sono da fare.
— E non vi è pericolo?
— Pericolo?
— Per te, per la tua vita.
Egli si illuminò tutto di quella sua luce pallida che lo rendeva simile
ad un martire e ad un eroe.
— La mia vita? ma è ciò che desidero, dare la vita per la mia patria.
Aveva pronunciato queste parole con tanto ardore che l’amata se ne
sentì quasi ferita. Chiuse le palpebre, un attimo, serrando i denti con
un profondo sospiro.
— E non posso far nulla io?
— Sì, amarmi.
— Oltre l’amore, nevvero? oltre la vita. E così che intendi?
— L’anima tua grande è il mio faro. Credo ciò che tu credi.
E come non avessero più nulla da aggiungere all’armonia dei loro cuori,
tacquero.
La notte li avvolgeva morbida e discreta con panneggiamenti d’ombra;
il bosco dinanzi a loro commosso da fremiti impercettibili univa il
suo respiro all’ansia dei loro petti. Nello stesso momento ricordarono
entrambi la sera in cui vi erano penetrati e sùbito l’uno sentì ciò
che l’altra sentiva nel meraviglioso intuito della loro vibrante
sensibilità.
A lenti passi, senza pronunciare una parola, Ariele si avviò verso i
primi alberi radi dove le stelle posavano i raggi attenuati del loro
splendore sui candelabri degli abeti. Senza pronunciare una parola
l’Unica lo seguì.
Repente uno strido lugubre fendette l’aria. Egli la scorse che
trasaliva e stringendola lieve alla vita disse per rassicurarla:
— Non è nulla, un uccello notturno.
Quel contatto tolse a lei un po’ della sua forza. La sua spalla toccava
la spalla del giovane; al tenue chiarore delle stelle vide l’avorio de’
suoi denti biancheggiare nel roseo arco delle labbra. Un soffio le uscì
dalla gola riarsa:
— Mi ami ancora?
Ariele non rispose, la strinse più forte. L’ora ineluttabile si librava
su di essi, fatale, misteriosa, tutta pervasa di passione e di lagrime.
Un altro soffio quasi indistinto.
— Non ti vedrò forse più....
— Perchè dici questo? Certe cose non si devono dire.
— È vero. Non si devono dire.
Tacquero ancora, inoltrandosi. Le stelle erano lontane; nessuna luce
giungeva oramai sotto la volta fittissima dei rami; l’incenso della
foresta vaporava solo, qual profumo sull’ara, in attesa del sacrificio.
L’Unica rabbrividì a un tratto come se una mano che non fosse quella di
Ariele l’avesse toccata.
— Ho paura, — gli singhiozzò tutta tremante colla faccia nascosta nel
suo petto.
Egli la resse sulle braccia mormorando:
— Amore....
L’abisso nero delle conifere li avvolse, li inghiottì.... Nell’ombra
fascinatrice il silenzio si fece sacro dello spasimo di due anime.