Tutto in natura procede a stati consecutivi che non possono mai nè
essere eguali nè rinnovarsi. Questo pensiero le stava fisso nella mente
una sera di autunno avanzato, sola, nel salotto dove Moena non sarebbe
venuto quella sera.
Qualche cosa cambiava intorno a lei col movimento delle molecole
d’aria che si spostano, movimento invisibile ma pure avvertito da una
sensibilità amorosa che vigila. Ella era immensamente triste. Sapeva
Ariele immerso nella duplice lotta per l’esistenza e per l’ideale e
dinanzi al dramma oscuro di quella giovane vita la fiamma della sua
passione la cingeva con maggior impeto, commista al nuovo elemento
di dolore che raddoppiava in lei la sensazione umiliante della sua
impotenza a farlo felice.
Una coppa ricolma d’acqua era a portata della sua mano. In quella coppa
ella ed Ariele avevano tante volte estinta la sete insieme, trepidi di
desiderio, e il ricordo dolcissimo la indusse ad accostarvi le labbra.
Poi tornò a colmarla, sì che non vi era più spazio per una sol goccia.
— Il filosofo — pensò — vi porrebbe una foglia di rosa.... ma io,
io che cosa posso aggiungere ancora? Che c’è oltre l’amore se non la
morte?
La morte corona e premio, sola conservatrice dell’amore. Questa idea si
impossessò di lei col fascino di esempi immortali. Francesca, Parisina,
Isotta, Ines de Castro, l’ignota amante del re di Thule, Giulietta,
Ofelia, non devono forse alla morte di essere ancora così vive? Quale
amore in carni caduche resiste all’azione del tempo? E il suo, il suo,
per intima fatalità non doveva essere più che ogni altro caduco?
Ella avrebbe pur voluto come l’eroica Sitâ del Ramayana farsi compagna
appassionata dell’esilio di Ariele, seguirlo nelle aspre lotte,
spezzare con lui il duro pane e come Sitâ gettarsi nelle fiamme per
provargli la purezza del suo amore, se al pari di Sitâ nella veste
vermiglia della trionfante giovinezza, della imperitura bellezza,
potesse dischiudergli le braccia e dirgli: Sono tua per sempre! Ma un
amore che non può pronunciare questa promessa ha esso il diritto di
esistere?
Finchè Ariele le stava vicino, i suoi sguardi, le sue parole, il suo
raro sorriso, i suoi silenzi penetranti erano una realtà troppo cara
alla donna amante perch’ella non ne subisse il dominio; ma in quelle
sere di solitudine nelle quali Ariele lontano da lei combatteva ignote
battaglie, la eccezionalità dolorosa della sua condizione balzava fuori
crudelmente nuda da un vero inesorabile e senza veli, poichè non un
uomo, non un vincolo, non una legge, non scrupolo, non prudenza, non
paura, non rispetti umani le impedivano di darsi intera ad Ariele.
L’ostacolo che li divideva era di natura insormontabile, cresceva anzi
di giorno in giorno scavando fra di loro l’abisso. Non era già oggi un
po’ più vecchia di ieri? E domani?...
Liba l’ebbrezza insieme all’amato, mesci il tuo spirito al suo, fosse
un solo istante, e avvenga che può! Sì, anche questo pensava in una
ripresa violenta dell’istinto; ma dopo, morire!
La bellezza pacificatrice della morte, quale le si era rivelata la
sera in cui aveva tenuto Ariele inerte sui suoi ginocchi, ingigantiva
nella sua mente promettendo riposo a’ suoi nervi esasperati, apoteosi
magnifica di un amore impossibile. Morire intanto che il suo corpo
resisteva ancora all’oltraggio degli anni, intanto che i suoi occhi
sapevano ancora accendere il desiderio e la sua bocca soddisfarlo e
l’anima sua con ala leggiera ancora non aveva scordate le vie del volo.
Morire così, nelle braccia di Ariele, coll’amore di Ariele.
Si inteneriva a tale visione che l’avrebbe assisa nel di lui pensiero
veramente come l’unica donna degna di lui. Quale mai fra le tante che
lo avevano amato, fra quelle che lo ameranno in avvenire porgendogli
ricchi doni di gioventù e di bellezza, quale potrà esalare con più
umile ardore l’incenso di un’anima come la sua? Altre lo amino nel
tripudio della speranza, nell’orgoglio della conquista, lo amino nella
gioia, lo amino nel piacere: resti a lei la sorte divina di soffrire e
di morire per lui.
Composta nelle pure linee del ricordo non sarebbe ella l’indimenticata?
E se i destini della patria si svolgessero gloriosi dopo il lungo
servaggio, se egli avesse la gioia di entrare nella sua città
acclamando Trento libera, — qualsiasi l’ora segnata sull’invisibile
quadrante, — potrebbe egli attraversare _quella_ via senza guardare
_quella_ finestra?... Potrebbe egli non pensare, allora, al cuore che
aveva battuto così intensamente accanto al suo?
E più tardi, forse, più tardi, in una blanda sera, fra suoi monti,
seduto all’aperto al limitare di un bosco, ascoltando una musica
lontana, gli si reclinerà sul petto la pallida bella fronte e qualche
bambino razzandogli ai ginocchi chiederà incuriosito:
— Che hai, padre, che piangi?...
Le ultime grigie brevi giornate di novembre precipitavano verso la fine
dell’anno. Moena non veniva più tutte le sere, aggravato da una soma di
lavoro al quale doveva sobbarcarsi per far fronte a’ suoi impegni e per
riannodare le interrotte fila del suo sogno di patria. L’amata restava
sola, col vago presagio di solitudini anche più tristi, presagio
alimentato dal crudele bisogno di rimuovere il ferro nella sua ferita.
Già erano lontane le ore della letizia prima, quando il cuore le
trillava in petto con saluto di allodola allo schiudersi mattutino
delle pupille, balzando dall’oblio del sonno al ritmo della vita,
nella gioia straripante di sentirsi amata. Il folleggiante fanciullo
che è amore bambino le apportava crescendo il pondo grave di ogni
maturanza, l’occulto strazio delle forme che mutano, della sostanza
che si rinnova, della vita che passa. Troppo sentitamente amava perchè
il dolore non fosse con lei e troppo alta era l’anima sua per non
accogliere il compagno inseparabile di ogni profondo cuore; ma la legge
misteriosa ed oscura che lega alle più nobili coscienze una più forte
facoltà di soffrire concede pure l’inesprimibile dolcezza che nel fiero
supplizio doveva rammentare a Prometeo l’orgoglio di misurarsi con un
Dio.
Ed aveva quel suo dolore latente, diffuso come un velo sulle più dolci
ebbrezze, una azione purificatrice che sembrava renderle innocenti,
sembrava detergerle dall’originario istinto sensuale sommergendole
in tanta offerta di sacrificio, in sì pronta e sincera dedizione che
ogni volgare scoria cadeva. Poichè anche stringendo Ariele fra le
sue braccia ella sentiva in sè la presenza del dolore, e mai poteva
dimenticare la crudeltà del suo destino sì che in olocausto ardente
trasformavasi il bacio sulle sue labbra smorte, colpa ed espiazione
insieme le era il suo grande amore e perciò sacro.
Per torturarsi maggiormente, per flagellare e per domare i sensi aveva
la crudeltà di guardare in faccia l’avvenire e la donna che da soglie
sconosciute, ancora non vista ma sicura, avanzavasi lentamente contro a
lei, sul suo sentiero.... Colei che l’avrebbe surrogata.
Tenero e grave Ariele l’assicurava che ciò non doveva accadere, che non
accadrebbe mai, ch’ella resterebbe l’Unica nel futuro come nel passato.
Ed ella taceva, ma non credeva.
Con una raffinatezza da inquisitore si indugiava talvolta a immaginare
le sembianze di quella donna, — bella certamente, più bella di lei,
sopratutto più giovane, — e il modo e il come della loro conoscenza,
e i primi sguardi. Una serpe le si aggrovigliava nel seno a rammentare
i silenzi di lui così eloquenti, i parchi detti, il riserbo signorile
e pure così penetrante d’ogni suo gesto, quel pallore, quella voce.
Sapendo le attitudini care al di lui pensiero e le parole che tornavano
più frequenti alle sue labbra ne improvvisava i colloqui: E dove si
vedranno? Quali altri luoghi gli saranno prediletti? Quali forme nuove
gli si imprimeranno nella mente? Quale colore egli amerà nell’abito
della novella amata? In quale ora, in quale istante scoccherà l’attimo
supremo?... Aveva allora una visione acuta di ciò che doveva accadere,
il ricordo precisando le immagini con un realismo spietato.
Troppo conosceva le minime inflessioni della sua voce, i mutamenti del
suo volto, e come s’accendeva il desiderio nelle sue pupille, ed in
qual modo e per quale curva lenta e dolce piegavasi la sua bocca al
bacio perchè tutto il suo essere non fremesse di un infinito spasimo.
Il supplizio era talvolta così forte che decideva di sottrarvisi,
di fuggire, per dimenticarlo, per mettere mare e monti fra lei e
quell’impossibile amore. Ma egli appariva e ricominciava il sogno.
Sul finire di un giorno d’inverno, — da due o tre giorni non si
vedevano, — il caso li pose di fronte nelle vie della città. Fu una
gioia improvvisa ed ingenua che li riportò ai loro primi incontri.
— Come _lassù_, — disse Moena ponendosele al fianco.
Ella volse un poco la testa per guardarlo alla luce dei fanali che
stavano accendendo e riprovò la stessa impressione penetrante che aveva
avuto una volta alla finestra dell’albergo di Trento.
— Oh! lassù, lassù, — mormorò appassionatamente, — vi ritorneremo mai?
— Io lo spero.
— Sempre si spera, ma....
— Io lo voglio.
Erano in mezzo alla folla che tratto tratto li sospingeva l’uno verso
l’altra e quel rapido contatto li faceva trasalire di una non ancora
conosciuta dolcezza. Accadeva pure che per il rapido avanzarsi di un
tram, di una automobile, egli la arrestasse stringendola al braccio
lievemente e sotto la pelliccia l’amata sentiva la carezza. Non
potevano parlarsi con tante persone intorno, con tanto rumore, ma era
nuovo il piacere di trovarsi lor due soli mischiati a una turba di
indifferenti che rendeva più acuta la sensazione della loro vicinanza,
più squisito il mistero del loro amore.
Cadeva la nebbia rigida e avvolgente con un fascino di veli sovrapposti
in un fluttuare d’ombre, in un vanire fantastico di contorni e di luci.
Ella si serrò il manicotto contro il petto, fin sotto la gola. A un
tratto lo porse a lui:
— Senta come è morbido.
Ariele vi immerse il volto e la bocca:
— _Crescit eundo?_ — chiese lei, pianissimo, toccando quasi colle
labbra la spalla del giovane.
Tutte le rose che fiorivano intorno a loro in quell’evocato giorno
di lontana letizia riapparvero, si diffusero nella nebbia umida, si
sparsero a petali, a ciocche, a corone, invermigliando l’aria che
divenne tutta del colore di quelle rose, come quel giorno!
E non dissero più nulla, camminando insieme, vicini, beati, senza
vedere i passanti, urtandoli.
Ma queste alternative di scoramento e di ebbrezza la uccidevano. Ella
aveva da tempo la prescrizione medica di evitare le forti commozioni,
minacciata da un mal di cuore che la sua eccessiva sensibilità rendeva
pericoloso. La vita del pensiero era in lei così intensa che un’ora
sola di gioia o di dolore le alimentava un seguito di vibrazioni tali
da esaurirla. Bastava talvolta una lettura per far sorgere d’un colpo
tutti i tormenti della sua anima. Appunto in quei giorni le accadde
di leggere una di quelle creazioni tra la fiaba e il romanzo dove gli
autori nordici sanno trasfondere il loro profondo senso della vita.
“Un bambino errando per le vie della città si trova dinanzi a un gran
muro bianco forato da una porta verde. Un istinto inconsapevole lo
spinge ad aprire quella porta ed eccolo in un giardino meraviglioso
pieno di fiori olezzanti, di frutti, di uccelli dalle piume iridate e
lucenti come gemme, dal canto soave di arpe d’oro. Eleganti pantere,
piccoli leoni mansueti gli si avvicinano lambendogli le mani. Schiere
di fanciulli sorridenti lo circondano, lo invitano a giuocare ed egli
giuoca ed è felice. Tutto intorno a lui è bellezza, luce, armonia,
bontà. Come mai egli si ritrova solo, piangendo, in una via deserta
sotto la pioggia, sotto le raffiche?... Non glie lo domandate; non
lo sa. Ma il ricordo del giardino meraviglioso ritorna periodicamente
nella sua esistenza ricondotto quasi dalle crisi successive della vita.
Egli rivede ancora la porta verde nel muro bianco, ma tutte le volte
che cerca di avvicinarvisi un incidente si mette tra lui e il sogno e
gli impedisce di entrare. Quante occasioni mancate! Che struggimento
del bene perduto! Finalmente una notte in cui la fantasia eccitata e i
nervi tesi gli rendono più che mai imperioso il bisogno della felicità,
passando da una via sconosciuta, si trova dinanzi ad una impalcatura
che sembra un muro bianco segnato da una porta verde. Col cuore che
gli palpita si accosta, apre, fa alcuni passi e cade da un’altezza di
trenta piedi. _Egli aveva creduto_....„.
. . . . . . .
Lesse e pianse.
Tutto quell’inverno Moena non apparve in società. Poco noto prima,
lo si stava dimenticando. Solo una volta la signora sorprese il suo
nome pronunciato da due giovani che stavano in disparte a narrare i
particolari di una partita galante.
— Non ci doveva essere anche Moena?
— Non ha accettato.
— È singolare quel giovane.
— Sì, abbastanza. Dicono che sia innamorato.
— Di chi?
— Fino ad ora è mistero, ma sai, sono di quelle cose che si fiutano
nell’aria. Presto o tardi lo si saprà.
Alle prime parole udite tutto il sangue della signora le affluì al
cuore, rombò violento nel suo petto, sollevandolo, ricadde lungo le
vene, giacque, lasciando lei immobile nello stordimento di una leggera
ebbrezza. Poi le venne un po’ di paura pensando che qualche cosa del
suo segreto fosse già trapelato nel pubblico e con tale rodìo nella
mente la assalì il bisogno di vedere subito Moena, di comunicargli
i suoi timori, forse sperando di esserne rassicurata. Gli scrisse
raccomandandogli di non mancare quella sera, ma sul punto di spedire
la lettera riflettè che la posta non l’avrebbe recapitata che il giorno
dopo e come il suo domestico trovavasi assente per altre incombenze si
avviò lei stessa alla dimora di Moena per lasciargli la lettera alla
porta.
La casa dove Ariele abitava era da sì gran tempo il punto convergente
de’ suoi pensieri, l’aveva tante volte immaginata e sognata che ad
accostarvisi in realtà le tremavano i ginocchi. Già appena imboccata
la via, dopo di avere letto e riletto il nome sulla targa quasi non si
potesse persuadere che fosse proprio quella, sprofondò lo sguardo fino
all’estremità con un morbido languore di carezza, pensando: questi sono
i luoghi che egli vede sempre, sono le pietre dove i suoi piedi passano
e ripassano, è l’aria impregnata della sua persona. Strinse le labbra
e respirò forte colle narici aperte, la fronte alta, sembrandole che
qualche cosa di lui la penetrasse.
Forse una allucinazione fluttuava dinanzi alle sue pupille? No. Ariele
le veniva incontro rapidamente con una espressione negli occhi di
felicità e di stupore.
— Lei qui?
Dovette spiegargli la singolarità dell’incontro e il desiderio di
trovarsi con lui per conferire sui discorsi uditi e sulle conseguenze
che ne verrebbero se il loro amore fosse divulgato. Era un po’
convulsa, tremava.
Ariele volle subito protestare sulla sua discrezione. Ella lo
interruppe non permettendo che fra loro due potesse nemmeno insinuarsi
l’ombra del sospetto e cercava nomi, cercava fatti per spiegare le
parole che aveva sorprese. — Mi dica tutto, mi dica tutto, — pregava il
giovane.
Ma lì, sulla via, nella chiara luce del giorno, agitati entrambi,
compresero che era impossibile parlare. Si trovavano proprio dinanzi
alla porta di Ariele. Egli l’accennava con uno de’ suoi gesti brevi e
riservati. La signora ebbe un sussulto.
— Un momento solo.... — mormorò lui, supplice.
— Venga lei questa sera da me.
— Non posso questa sera, assolutamente.
Ella lo guardò dritto negli occhi, vide che era sincero, esitò.
Esitavano entrambi. Furono pochi momenti di incertezza turbatrice.
— Incomincia a piovere, — disse Ariele.
— È vero, — confermò la signora.
Entrarono, rapidi, in silenzio: ella dietro lui, fiduciosa, su per le
scale chiare. Quando udì stridere la chiave nella toppa ebbe ancora
un istintivo movimento di arresto che le parve una inutile viltà e che
superò varcando la soglia alteramente.
Forte delle sue intenzioni, appena messo il piede nelle camere di
Ariele sedette sovra un piccolo divano che le si presentò per primo,
continuando il discorso interrotto, con tutta naturalezza, come se si
fossero riparati semplicemente sotto a una grondaia. Era tuttavia una
calma d’apparenza; lo sentivano, se lo leggevano reciprocamente sul
volto.
A una pausa del loro conversare la signora volgendo gli occhi in giro
li arrestò sopra un ritratto a olio di giovane donna; una delicata e
fine e fiera bellezza.
— Mia madre, — disse Ariele.
Ella si alzò, commossa, avvicinandosi al dipinto con religiosa
curiosità, con una tenera gelosia del vincolo indistruttibile che
legava quella donna ad Ariele. Toccò la cornice, lieve, con un gesto di
carezza, mormorando: Fortunata! Le parve allora di potere con maggior
franchezza guardare il luogo dove si trovava, i mobili, i quadri.
Ogni cosa aveva per lei un interesse profondo, ma anche un mistero
inquietante. Moena che le leggeva nel pensiero si affrettò a dire col
suo mesto sorriso:
— Tutte queste suppellettili sono un avanzo del naufragio della mia
famiglia.
Erano infatti mobili antichi e signorili, qualche ceramica di fabbrica
vecchia, una pendola di stile, uno stipo intarsiato, un bel bronzo
di soggetto classico. Moena accompagnando lo sguardo della signora e
interpretandone l’espressione soggiunse:
— Credo che morirei di fame piuttosto che separarmi da questi oggetti.
Comprese l’Unica allora interamente nella loro intima nobiltà le lotte
eroiche e sconosciute del giovane. Più ancora quando aperto lo stipo
le volle mostrare i cimeli sacri al suo cuore, i ricordi del congiunto
morto nelle prigioni dell’Austria, le ultime righe di lui scritte col
proprio sangue, — come la pezzuola di Enrico Tazzoli, — e le lettere,
e i capelli che sua madre stessa aveva recisi sulla testa del martire.
Moena si esaltava nella evocazione, si trasfigurava sotto la vampa
dello sdegno e della pietà; il pallore della sua fronte bellissima lo
aureolava di una luce ideale.
— Oh! come la ringrazio, — esclamò, — come la ringrazio di essere
venuta! Questi sono brani di vita, della vera vita che non mi è, che
non mi sarà mai concessa.
La fatalità inesorabile dei loro destini acuiva in modo meraviglioso
l’illusione che li rendeva felici in quell’istante. Un impeto di
passione disperata li gettò, quasi inconsapevoli, nelle braccia l’uno
dell’altra. Egli la sentì fremere come un giunco sul suo petto, un solo
istante, poi subito si divelse.
La signora guardava ora un piccolo oggetto, un ricamo elegante e
fresco appoggiato sulla spalliera di una poltrona e che non poteva
avere nessun rapporto coi mobili antichi. Anche quello sguardo Ariele
comprese:
— Il dono di una amica, — mormorò.
— Non chiedo spiegazioni, — interruppe la signora con insolita
alterigia.
— Non può ascrivermi a colpa se prima di conoscerla.... — insistè
Ariele.
Ella si pose un dito sulle labbra invitandolo al silenzio ma tutte
le sue torture l’avevano ripresa. Eccola dunque, lei, l’invincibile,
nella camera del suo amante; eccola travolta dalla volgarità dei soliti
amori, decaduta da tutti i suoi sogni. Potrebbe lasciare anche lei
un ricordo in quella casa un nastro, un guanto, e quel nastro e quel
guanto andrebbero confusi chi sa con quanti altri, dimenticato alfine,
spazzato via....
Si strinse nel mantello, gli tese la mano:
— Addio Moena.
— Non così, — supplicò lui.
La prese per i polsi, la fece sedere con delicata violenza sul
divanino, le si pose ai ginocchi, e con tenerezza, con umiltà, con quel
suo riserbo più avvincente di qualsiasi ardore rifece la loro storia,
così semplice, così divinamente pura e divinamente triste.
— Non mi lasci, per carità, non mi lasci....
— Fanciullo! — ella disse.
Ed aveva sorriso. Quando sorrideva sembrava giovanissima.
— Come sei bella! — esclamò Ariele ammirandola.
Si alzò di scatto sfuggendogli verso il fondo della stanza, credendo
di dirigersi all’uscita. Si trovò invece presso ad una porta aperta
dalla quale scorgevasi la camera di Ariele. Volle retrocedere; ma egli
l’aveva raggiunta e gli palpitava nello sguardo quella luce azzurra che
l’amata conosceva, che lo trasfigurava tutto. Muto, tremante, la cinse.
Anima e sensi spasimavano.
Per un attimo le forze dell’Unica parvero mancare in quella tentazione
suprema. La voce di Ariele le soffiò sulle labbra: Mia... — E mentre la
serrava anelante al petto, mentre luce e ragione e vita sparivano dai
loro sguardi, le labbra baciate mormorarono in uno spasimo di terrore e
di ultima difesa:
— No, Ariele.... morirei!
Il giovane allentò le braccia....